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Se vuoi dare un “reddito di cittadinanza”……

5 agosto 2014 | , ,

Chi propone un  “reddito di cittadinanza” o un indennita’ di disoccupazione spesso pone, giustamente, delle condizioni.

Se il disoccupato e` in condizione di lavorare e gli viene offerto un lavoro corrispondente alle sue capacita`, finisce per perdere il sussidio. Ottimo.

C’e` un problema.  L’Italia e` uno dei paesi europei con meno addetti agli uffici per l’impiego rispetto al numero dei lavoratori.

In una citta` come Torino,  con 900.000 abitanti, ce ne so no due. Chi volesse far sul serio prima dovrebbe trovare il personale per i centri per l’impiego, gente che si intende di curricula, di colloqui di lavoro, di profili professionali, di colloqui di lavoro, di corsi di  formazione e di molto altro ancora.

Poi si  dovrebbe creare  una rete di centri per l’impiego  sufficiente rispetto alle necessita`.

In fine si  potrebbe pensare a dare un sussidio, si chiami esso ” sussidio di disoccupazione”, “reddito di cittadinanza”, ” denaro per la ricerca del lavoro” o altro.

Senza i centri per l’impiego il progetto avrebbe poco senso.

Taxi: il parere del 2004 dell’Autorita` Antitrust

7 luglio 2006 | , ,

Credo di aiutare il dibattito sul tema della regolamentazione dei taxi riportando il parere dell`Autorita` Garante della Concorrenza e del Mercato in materia.

Il materiale viene dal sito     http://www.agcm.it/

G.R.

Segnalazione/Parere

DISTORSIONI DELLA CONCORRENZA NEL MERCATO DEL SERVIZIO TAXI 


DATI GENERALI

articolo (L.287/90)
21-Attività di segnalazione al Parlamento e al Governo
rif
AS277
decisione
26/02/2004
invio
03/03/2004

PUBBLICAZIONE

bollettino n.
9/2004
serie attività di
segnalazione n.
20

SEGNALAZIONE/PARERE

mercato
(6022) Trasporti con taxi
(I) TRASPORTI, MAGAZZINAGGIO E COMUNICAZIONI
oggetto
Legge 15 gennaio 1992, n. 21, recante "Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea"
destinatari
Presidente del Senato della Repubblica
Presidente della Camera dei Deputati
Presidente del Consiglio dei Ministri
Ministro per gli Affari Regionali
Conferenza Stato-Regioni
Regioni
Associazione Nazionale Comuni Italiani
esito
locali

-Testo Segnalazione/Parere

Premessa

Nell’esercizio dei poteri di cui
all’articolo 21 della legge n. 287/90, l’Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato intende segnalare alcune distorsioni della
concorrenza che emergono a livello nazionale nella prestazione del
servizio
taxi.
Al riguardo, si ricorda che in passato
l’Autorità, con segnalazione del 1° agosto 1995, ha evidenziato alcune
distorsioni della concorrenza derivanti dalla legge 15 gennaio 1992, n.
21, che disciplina il trasporto di persone mediante autoservizi
pubblici non di linea
[Cfr. segnalazione del 1 agosto 1995 – Servizio di trasporto di persone mediante taxi (AS053), in Boll. 29/95.].
In quella occasione l’Autorità si è soffermata, in particolare, sulle
problematiche di carattere concorrenziale connesse all’accesso al
mercato, nonché alla determinazione delle tariffe. In considerazione
del perdurare, a distanza di alcuni anni, delle distorsioni
concorrenziali allora evidenziate, l’Autorità intende porre l’accento
sulle cause che ancora oggi determinano un’insufficiente apertura del
mercato alla concorrenza, nonché proporre alcune possibili soluzioni
volte a superare le problematiche che di seguito si evidenziano.

Il quadro normativo

La prestazione del servizio di taxi è disciplinata a livello nazionale dalla legge n. 21 del 15 gennaio 1992 "Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea" .
In particolare, l’articolo 2 definisce il servizio di taxi
come il servizio avente lo scopo di soddisfare le esigenze del
trasporto individuale o di piccoli gruppi di persone, rivolto ad
un’utenza indifferenziata, la cui prestazione è obbligatoria
all’interno delle aree comunali o comprensoriali.

Secondo quanto previsto dall’articolo 8 della legge citata, la prestazione del servizio taxi
è consentita dietro rilascio della licenza da parte delle
amministrazioni comunali attraverso un bando di pubblico concorso. La
licenza è necessariamente riferita ad un singolo veicolo adibito a
taxi, non essendo ammesso, in capo ad un medesimo soggetto, il cumulo di più licenze per l’esercizio di detto servizio.
Si richiama, inoltre, l’articolo 10 della medesima legge ove è previsto che la sostituzione dei titolari delle licenze di taxi sia consentita solo in determinate circostanze tassativamente stabilite dalla norma medesima.
Alle singole Regioni è demandata la
competenza a disporre le norme, nel quadro dei principi fissati dalla
legge citata, volte in particolare a stabilire i criteri cui devono
attenersi i Comuni nel redigere i regolamenti sull’esercizio del
servizio
taxi.
La disciplina puntuale dell’attività di prestazione del servizio taxi
è tuttavia riservata ai Comuni i quali, nel predisporre i regolamenti
concernenti l’esercizio del trasporto di persone mediante servizio
taxi,
sono competenti, ai sensi dell’articolo 5 della legge suddetta, a
stabilire il numero e la tipologia dei veicoli, i requisiti e le
condizioni per il rilascio della licenza, le modalità di svolgimento
del servizio, nonché i criteri per la determinazione delle tariffe.

Le principali anomalie del mercato del servizio di trasporto persone mediante taxi

Il mercato del servizio taxi
risulta generalmente caratterizzato, a livello locale, da una
insufficiente apertura alla concorrenza, che si manifesta in una
domanda da parte dei consumatori non pienamente soddisfatta
dall’attuale offerta del servizio da parte dei conducenti di
taxi. Si rileva, al riguardo, come in gran parte dei principali Comuni italiani la densità di taxi in rapporto alla popolazione risulti inadeguata. Tale circostanza è dimostrata dai lunghi tempi di attesa del taxi, in particolar modo negli orari in cui la domanda da parte dell’utenza risulta più elevata [Il rapporto tra numero di taxi e popolazione delle due principali aree metropolitane di Roma e Milano risulta rispettivamente pari a 2,1 e 1,6 taxi
per mille abitanti, contro i 9,9 di Barcellona, gli 8,3 di Londra i 3,9
di Praga, i 2,9 di Monaco, i 2,4 di Parigi, i 2 di Berlino (Cfr.
Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali del
Comune di Roma, Relazione annuale sullo stato dei servizi pubblici
locali e sull’attività svolta, Roma, 2003).]
.
Sebbene la normativa vigente attribuisca
ai Comuni la competenza in ordine alla determinazione del numero dei
veicoli da adibire al servizio di
taxi,
e quindi ad incrementare eventualmente le licenze a fronte di
un’insufficienza dell’offerta, tale facoltà incontra una forte
resistenza da parte degli operatori del settore, favorevoli al
mantenimento delle restrizioni quantitative.

Va osservato che tali comportamenti
trovano fondamento nell’elevato costo che gli operatori già attivi sul
mercato hanno sostenuto per l’acquisto di una licenza da altri
soggetti. Infatti, benché le licenze siano state originariamente
rilasciate gratuitamente da parte delle autorità pubbliche, le stesse
sono state sovente alienate sulla base di valori economici, di volta in
volta crescenti in termini reali, circostanza questa che, di per sé,
riflette la scarsità del numero delle licenze, ovvero del numero di
taxi attualmente in circolazione.
In questo contesto, il valore della licenza rappresenta un asset il
cui valore economico assume particolare rilievo al momento della
rivendita della licenza stessa da parte del fornitore del servizio,
mentre ogni emissione di nuove licenze comporta necessariamente una
riduzione del valore di quelle originariamente rilasciate.

In tal senso, il timore che un incremento
del numero delle licenze possa determinare una riduzione del valore di
mercato delle stesse, nonché una riduzione dei ricavi attesi, spiega le
resistenze dei fornitori del servizio di
taxi a fronte di interventi, da parte delle Amministrazioni locali, volti a favorire una maggiore apertura del mercato.
Un’ulteriore anomalia che contraddistingue il mercato del servizio di taxi
riguarda la predeterminazione dei turni di servizio rigidi che si
presta alla ripartizione dell’offerta per fasce orarie tra i
concorrenti.

Alcune esperienze di liberalizzazione del settore

Le anomalie che caratterizzano la generalità dei mercati locali del servizio taxi,
soprattutto nelle aree metropolitane, si riscontrano sia in ambito
nazionale, che nella gran parte dei Paesi europei. In particolare nei
paesi in cui, come in Italia, l’offerta delle licenze è strettamente
regolamentata si registra un densità di
taxi
in rapporto alla popolazione assai ridotta rispetto a quella che
caratterizza i Paesi che hanno optato per una de-regolamentazione più o
meno accentuata.

Nelle diverse metropoli europee si
registra altresì la difficoltà di intervento, da parte delle autorità
preposte alla regolamentazione, ogni qualvolta queste ultime intendano
promuovere una maggiore apertura, totale o parziale, dei mercati alla
concorrenza mediante la liberalizzazione delle licenze, a causa delle
forti resistenze, sopra accennate, da parte della categoria di
conducenti di
taxi.
Tuttavia alcune esperienze estere
dimostrano come sia possibile procedere in tal senso e ottenere
risultati positivi sia per i nuovi entranti, che per la generalità
dell’utenza.

A tale riguardo assumono particolare
rilievo le iniziative intraprese negli ultimi anni da alcuni Stati
quali l’Irlanda, i Paesi Bassi e la Svezia e, in ambito extra-europeo,
l’Australia e la Nuova Zelanda. Ciò che accomuna gli interventi
adottati in questi ultimi Paesi è una liberalizzazione delle licenze,
accompagnata da un innalzamento dei requisiti qualitativi e di
sicurezza imposti a tutti gli operatori. Con riferimento alla
determinazione delle tariffe sono state adottate, invece, misure
differenziate nei Paesi interessati. Ad esempio, in Nuova Zelanda e nei
Paesi Bassi è stata privilegiata la possibilità per gli operatori di
differenziare le tariffe nell’arco della giornata a seconda dei flussi
di domanda.

Una conseguenza diretta di tale
liberalizzazione è stato il graduale riassorbimento dell’iniziale
eccesso di offerta, grazie ad un’accelerazione indotta nella crescita
della domanda. Inoltre, sotto il profilo tariffario, le riforme
intraprese hanno determinato una riduzione media delle tariffe e un
significativo aumento della domanda, che in questo settore risulta
molto elastica al prezzo.

Le possibili soluzioni idonee a favorire una maggiore apertura del mercato

I problemi concorrenziali sopra
evidenziati sono in buona parte riconducibili all’attuale assetto
normativo che, dunque, a parere di questa Autorità andrebbe modificato.

L’Autorità è consapevole che le modifiche
introdotte al Titolo V della Costituzione hanno comportato una generale
riallocazione delle competenze regolatorie anche in materie di rilievo
economico, a seguito della quale nel settore del trasporto di persone
mediante autoservizi pubblici non di linea si prospetta un ampliamento
delle funzioni normative attribuite alle Regioni.

In ogni caso, i regolatori chiamati a
intervenire, a qualunque livello, nella materia secondo il nuovo
riparto costituzionale di competenze dovrebbero rispettare alcuni
criteri di promozione e tutela della concorrenza. In base, infatti, al
diritto comunitario, l’azione degli Stati membri, in tutte le loro
articolazioni territoriali, deve essere condotta conformemente al "
principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza" (articoli 4, comma 1, CE e 98 CE).
Qui di seguito saranno indicati i criteri
che a parere di questa Autorità sono funzionali a garantire una
regolazione pro-concorrenziale della prestazione dei servizi in
questione con riferimento a tre profili ritenuti essenziali: accesso al
mercato, gamma dei servizi offerti, modalità di prestazione del
servizio (come ad esempio i turni).

Nell’ambito della definizione di
possibili soluzioni volte a promuovere una maggiore apertura dei
mercati locali del servizio di
taxi, l’Autorità riconosce la necessità di tener conto delle problematiche avanzate dai conducenti dei taxi, sopra accennate, che ostano ad una riforma del settore.
Si ritiene, dunque, che ogni soluzione
finalizzata a favorire un incremento del numero delle licenze possa
essere accompagnata da una sorta di "compensazione", a favore degli
attuali titolari delle licenze, in considerazione delle eventuali
perdite del valore commerciale delle stesse.

Le iniziative volte a favorire una
maggiore apertura dei mercati interessati, ove accompagnate da misure
compensative, avrebbero il pregio di limitare gli effetti sfavorevoli
sugli attuali
incumbent,
garantendo al contempo l’ingresso di nuovi operatori e un incremento
dei benefici per la generalità dell’utenza, la quale potrebbe fruire di
una maggiore offerta di
taxi. In tal
senso, un incremento quantitativo dell’offerta appare idoneo a
determinare una serie di benefici per i consumatori, consistenti, in
particolare, nella riduzione del tempo medio di attesa e determinando
altresì un vantaggio per gli stessi in termini di "costo-opportunità"
del loro tempo a disposizione.

A tal fine, nell’ottica di pervenire ad
un graduale processo di liberalizzazione del settore, l’Autorità
intende suggerire alle Amministrazioni preposte alla relativa
regolamentazione una serie di possibili interventi.

Una prima tipologia di intervento, idonea
ad incrementare il numero delle licenze, può essere rappresentata dal
ricorso ad una procedura d’asta, a seguito della quale le
Amministrazioni potrebbero rilasciare delle nuove licenze, a titolo
oneroso. Gli introiti derivanti da tale procedura potrebbero essere
impiegati per compensare "una tantum" gli attuali titolari delle
licenze.

Una diversa soluzione consiste nella
possibilità, da parte delle Amministrazioni, di incrementare il numero
delle licenze mediante la distribuzione, a titolo gratuito, agli
operatori del settore di un’ulteriore licenza. Tale misura avrebbe
l’effetto di compensare gli attuali titolari delle licenze della
perdita di valore, in termini economici, di queste ultime. I fornitori
del servizio
taxi, infatti,
potrebbero procedere alla vendita della nuova licenza, realizzandone un
ricavo, oppure sfruttare entrambe le licenze mediante affidamento della
seconda licenza a un altro operatore mantendone la titolarità. Affinchè
tale misura sia efficace, appare opportuno che la nuova licenza venga
ceduta, ovvero utilizzata, entro un congruo periodo di tempo
compatibile con il graduale processo di liberalizzazione.

La misura in esame richiederebbe,
tuttavia, che sia consentito ad un medesimo soggetto di cumulare più
licenze per l’esercizio del servizio
taxi,
diversamente da quanto previsto dalla normativa vigente, nonché la
possibilità di essere sostituiti alla guida da chiunque risulti in
possesso dei requisiti richiesti. Un’eventuale modifica delle
disposizioni previste dagli artt. 8 e 10, di cui alla citata legge n.
21 del 15 gennaio 1992, potrebbe essere sollecitata dalle
Amministrazioni competenti alla regolamentazione del settore.

Le proposte sopra delineate potrebbero
condurre ad un processo di piena liberalizzazione del settore, da
realizzarsi attraverso la previsione di un regime autorizzatorio privo
di contingentamento, che potrebbe essere attuato a seguito del
decorrere di un congruo periodo di tempo, al fine di permettere di
ammortizzare la perdita di valore delle nuove licenze.

In aggiunta alle proposte sopra
delineate, potrebbero essere attuate una serie di misure collaterali
idonee a facilitare il riassorbimento dello squilibrio tra domanda e
offerta del servizio
taxi.
Una prima misura consiste nella possibilità di rilasciare licenze part-time, onde permettere una maggiore copertura del servizio di taxi
durante gli orari di "punta". Tale proposta potrebbe essere
accompagnata dalla previsione di un’organizzazione del servizio più
flessibile, che consenta ai conducenti di
taxi la libera determinazione dei propri orari.
Al riguardo, si osserva che la fissazione
dei turni di servizio non appare necessaria ai fini del corretto
funzionamento del mercato prestandosi, al contrario, alla ripartizione
dell’offerta del servizio per fasce orarie tra i concorrenti. La
determinazione dei turni di servizio rappresenta, in tal senso, una
garanzia a vantaggio degli operatori del settore pittosto che un
beneficio per i consumatori.

In questo contesto non appare opportuno
prevedere la fissazione di turni rigidamente prestabiliti, fermo
restando un obbligo di servizio minimo garantito per ciascuna ora del
giorno.

Un’ulteriore misura idonea a consentire
una maggiore flessibilità dell’offerta potrebbe ravvisarsi nella
eliminazione dell’attuale segmentazione territoriale prevista per
ciascuna area comunale, consentendo ai possessori di licenze di
esercitare la propria attività anche al di fuori dell’area geografica
per la quale sono state rilasciate originariamente le licenze stesse.

Un’altra misura volta ad incrementare
l’offerta del servizio di trasporto a favore dell’utenza, mediante
autoservizi non di linea, consiste nella possibilità da parte delle
Amministrazioni di concedere delle autorizzazioni ad effettuare un
servizio di
taxi innovativo, associato ad un minore assoggettamento agli obblighi di servizio, sull’esempio dei minicabs
londinesi, i quali possono effettuare il servizio di trasporto clienti
solo tramite prenotazione telefonica ed applicare tariffe differenziate
da quelle dei
taxi a chiamata diretta su strada.
Al fine di pervenire ad un incremento dell’offerta, nonché ad una maggiore efficienza del servizio di taxi, sarebbe altresì opportuno procedere ad un’ottimizzazione degli spazi utilizzati come aree di sosta dei taxi.
Ciò potrebbe comportare una riduzione dei tempi di attesa, ad esempio
attraverso la "canalizzazione" dei soggetti interessati alle
destinazioni più ricorrenti (aeroporto-stazione ferroviaria) verso aree
appositamente dedicate in modo tale da facilitare l’uso collettivo del
taxi.
Infine, si ritiene che vada favorito lo sviluppo dei servizi alternativi o complementari al taxi tradizionale, quali il "taxibus" e il servizio di "uso collettivo del taxi",
ampliando e diversificando l’offerta complessiva di tali servizi a
vantaggio dell’utenza finale. Sebbene infatti i servizi in questione
presentino caratteristiche prestazionali peculiari che li differenziano
dal servizio di
taxi ordinario, una
più ampia diffusione di entrambi i servizi consentirebbe un ampliamento
delle possibilità di trasporto urbano a prezzi decisamente più
contenuti. In tale contesto, onde favorire lo sviluppo di tali servizi,
si ritiene altresì opportuno evidenziare la necessità di individuare
forme di pubblicizzazione dei servizi di "taxibus" e di "uso collettivo
del
taxi" al fine di agevolare la conoscenza dell’esistenza stessa di tali servizi.

L’Autorità auspica che le considerazioni
svolte in questa segnalazione possano offrire un contributo ai fini di
una maggiore apertura alla concorrenza del servizio di trasporto di
persone mediante
taxi.

IL PRESIDENTE
Giuseppe Tesauro

Taxi e concertazione

3 luglio 2006 | , ,

Il recente decreto legge prevede che se in una citta` ci sono 1000 tassisti ed il Comune vende 100 licenze a 50,000 euro l’una, a 100 tassisti gia` esercenti, il comune incassera` € 5.000.000 .
Il decreto legge impone al Comune, che finora si sarebbe tenuto questi soldi, di versare  da 3 a 4 milioni di euro ai 900 tassisti che non le hanno comprate e restano con una sola licenza. Per cui ogni tassista non acquirente di licenza supplementare ricevera’  da € 3333 a € 4444 (dal 60 all ‘80% dell`incasso)  a compensare il fatto che ora ci sono 100 macchine in piu` in circolazione. Non si direbbe un  danno.

Comunque I taxisti hanno il sacrosanto diritto di protestare anche se la legge prevede di dar loro dei soldi che prima non avrebbero mai ricevuto. Hanno diritto di protestare come tutti gli altri.
Tutte le categorie normalmente organizzano delle manifestazioni di piazza e ci vanno con le loro gambe.
Gli infermieri non portano le lettighe, gli operai non portano martelli e cacciaviti, i piloti non fanno girare gli aeroplani per la citta’, gli insegnanti non mettono le lavagne in mezzo alle strade, i postini non portano i furgoni postali, ecc. 
Se quindi i tassisti volessero paralizzare parti delle citta` (aeroporti, stazioni, piazze)  con le loro auto, probabilmente farebbero qualcosa di ben diverso  dal normale protestare. Non e` logico che i tassisti portino con se` i taxi. Cio’ potrebbe portare al blocco della circolazione stradale.
Credo che bloccare la circolazione stradale, cosi’ come quella ferroviaria o aerea siano reati, penalmente perseguibili.*

Le tariffe per i taxi sono fissate dai comuni. Certamente. Credo pero’ che questa fissazione avvenga a seguito di una trattativa con la categoria. In certe citta` i tassisti sono pochi e spuntano prezzi  piu’ alti di quelli che otterrebbero se ci fossero piu’ auto.
Sarebbe anche giusto prevedere 2 o 3 fasce di prezzo pubblicizzate sull’esterno della macchina. Ogni tassista potrebbe scegliere la fascia a cui appartenere (fascia lusso, con macchine di pregio e servizi addizionali, fascia standard, fascia low cost). Si creerebbe maggiore possibilita` di scelta.

Non e` chiaro perche` dei tassisti-lavoratori dipendenti dovrebbero peggiorare la qualita` del servizio. I ferrovieri, i piloti, i medici sono quasi sempre dei lavoratori  dipendenti. Nessuno mette in dubbio la professionalita` richiesta dal lavoro di tassista, ma anche le altre professioni hanno la loro professionalita`. Non sembra che il fatto di essere lavoratori dipendenti abbatta  necessariamente gli standard qualitativi. In molti paesi d`Europa ci sono tassisti-impiegati, senza danni per il servizio.

Dette tutte queste cose, credo che in presenza di comportamenti rispettosi delle leggi, il governo possa incontrare i rappresentanti dei tassisti, cosi’ come delle molte altre categorie toccate dai recenti provvedimenti.

E`  verissimo che la sinistra ritiene che le questioni concernenti il lavoro dipendente vadano concertate con i sindacati, mentre la destra pensa che una maggioranza parlamentare abbia il diritto di cambiare le leggi sul lavoro anche con il disaccordo della piu’ grande confederazione sindacale.

Simmetricamente la destra sembra ritenere che le questioni concernenti i lavoratori autonomi vadano concertate con le loro categorie rappresentative, mentre la sinistra pensa la stessa cosa che la destra pensava in materia di legge Biagi: "Il parlamento ha diritto di legiferare".
Evidentemente la posizione di entrambe le coalizioni non e` coerente. Ognuno accusa l`altro di crimini che commette anche lui.

Va detto che la sinistra tra il 1996 ed il 2001 e` riuscita considerevolmente a cambiare  le norme circa il lavoro dipendente (legge Treu), mentre  la destra  non ha cambiato molto la condizione del lavoro autonomo tra il 2001 ed il 2006.
Chi poteva per affinita`concertare con i sindacati (la sinistra) , l’ha fatto, facendo loro fare grosse rinuncie e concessioni; chi doveva, per affinita`, concertare con gli autonomi  (la destra) non l’ha fatto, lasciando le cose come stavano.

Resta il fatto che il bisogno di riforme per tutti i tipi di attivita` e` urgentissimo.  Il paese sta andando davvero male, perdiamo quote di mercato mondiale e questo vuol dire poverta` garantita per tanti, sopratutto per il Sud ed i piu’ indifesi.

___________________________________________________________

* Non ho nessuna simpatia per gli operai metalmeccanici in sciopero che bloccano una strada o una ferrovia. Sbagliano. Non e` un loro diritto.

Ben venga un po’ di concorrenza

1 luglio 2006 | , ,

Qualcosa si muove nella giusta direzione.
Il governo italiano ha varato una serie di norme con il fine di
favorire la concorrenza.
Per saperne di piu:

 http://www.governo.it/GovernoInforma/documenti_ministeri/bersani_def.pdf

 Si tratta in larga parte di norme
positive che potranno favorire lo
sviluppo:

  • Farmaci generici nei supermercati (con
    farmacista presente)
  • Banche che ti devono rendere facile il
    lasciarle per passare ad un’altra.
  • Riduzione del numero di autorizzazioni
    necessarie per aprire un negozio.
  • Abolizione dei vincoli ai tipi di merce che
    ciascuno puo’ vendere.
  • Possibilita` di creare studi professionali
    con diversi tipi di professionisti al loro interno.
  • Possibilita` per i comuni di mettere
    all`asta le licenze per taxi ed introduzione di tassisti dipendenti di ditte padrone di molte macchine.
  • Abolizione della necessita` di atti
    notarili per trasferimenti di auto, moto e barche.
  • Aumento dei poteri dell’Autorita`
    Antitrust.

 
Mentre mi trovo d`accordo con quasi tutte
queste norme ricordo che la norma sui
tassisti va solo in parte nella giusta direzione.
Resta infatti confermato che le licenze per
tassisti sono in vendita , probabilmente a caro prezzo. Cio’ rende impossibile
a chi sia in grado di guidare, conosca le strade della citta` e della provincia, non abbia
precedenti penali gravi, ma non abbia un capitale di diventare tassista.
Bisognerebbe invece andare verso una progressiva riduzione del 
prezzo delle licenze fino all’azzeramento del loro costo. Non ha senso che il comune
o un tassista che vuole ritirarsi prendano soldi da un poveretto che vuole
iniziare la professione.
Eventualmente si potrebbe addolcire la pillola, richiedendo ai nuovi tassisti di avere avuto per almeno 5 anni una patente dell`UE.  In tal modo si potrebbero temporaneamente ridurre le pressioni concorrenziali da parte di guidatori stranieri.

Qualche norma deve agevolare la vita delle farmacie storiche e monumentali. Sono un patrimonio prezioso dell’Italia e potenzialmente una bella attrattiva turistica. Vanno sostenute con sgravi fiscali. A Torino, per esempio, un’antica farmacia in Piazza Carignano  e` stata trasformata in agenzia di viaggi. E` un peccato. Cosi` si perde parte del patrimonio turistico della Nazione.

Allo stesso tempo non si vede perche` in futuro il Dott. Farmacista che lavora  nel reparto farmacia della Standa o della COOP, per dirne due, non possa vendermi gli antibiotici o qualunque altro tipo di medicina.

 Le autorita` in generale e l’Antitrust in
particolare, non hanno solo bisogno di piu’ poteri, ma anche di piu’ uomini e
mezzi. Di cio’ i  provvedimenti
del
governo non parlano.
 

Mancano norme piu` stringenti  per il controllo  delle reti telefonica, internet, stradale,  ecc. Telecom Italia  sfugge tuttora ad ogni serio controllo.

L’ANAS, come notava Piero Locatelli sul Sole 24ore, ha tre funzioni diversissime:

  • costruisce strade
  • gestisce strade
  • regola le autostrade

E` chiarissimo il conflitto di interessi in cui si trova oggi l’ANAS. Si creino tre enti differenti. Uno in particolare deve essere un autorita` garante del traffico stradale ed autostradale con funzioni di regolatore. Gli altri due costruiranno e gestiranno strade.

Tutte queste norme non parlano del fattore lavoro dipendente.  La parte retributiva dei contratti di lavoro, quella che stabilisce le buste paga dovrebbe venire contrattata a livello regionale e non nazionale. Le differenze tra regioni sono troppo forti, per potere avere un unico salario. Quando le condizioni produttive sono troppo diverse ed il prezzo  dei fattori produttivi e` lo stesso dappertutto, qualche fattore potra` restare inutilizzato, cioe` disoccupato. Cosi’ si spiega parte della disoccupazione nel nostro meridione.

 TIMORE: l’Italia e` purtroppo un paese di corporazioni. Ora dobbiamo aspettarci una
reazione corporativa violentissima.

Stiamo gia` vedendo in piazza i tassisti; presto seguiranno
panettieri, negozianti, farmacisti e notai. Banche e assicurazioni non
negheranno la loro "disinteressata solidarieta`" a queste categorie "vittime di un governo crudele". Non mancheranno dei giornali,  delle televisioni, dei deputati e sopratutto dei senatori che accorreranno in gran numero in difesa  dei "diritti acquisiti".  In Italia il mercato non e` affatto amato e questa e` una ragione per cui cresciamo cosi’ poco ed offriamo cosi’ poco ai giovani.
 Sara` una prova difficilissima. Speriamo che il
governo abbia la forza per resistere e per andare avanti.

Quel 5% non e` la soluzione.

26 maggio 2006 | , ,

Il Rapporto annuale sulla situazione
economica
del
paese e` una miniera di informazioni e riflessioni utili. 

L’introduzione fa giustamente notare  che

"La riduzione proposta di 5 punti
percentuali dei contributi sociali (con un costo netto per il bilancio pubblico
pari a circa 10 miliardi di euro) avrebbe l’effetto di ridurre il costo  del 
lavoro e aumentare la redditività lorda
di circa 2-3 punti percentuali(…) rischia di fornire un disincentivo
all’innovazione(…) e, in assenza di meccanismi di
selezione virtuosa, premierebbe sostanzialmente le imprese meno produttive."
Rapporto Annuale Istat p.29.

Praticamente questa misura   del  governo Prodi (ridurre del 5% il costo del lavoro per le imprese), come gia` la precedente riduzione
delle tasse  del
governo Berlusconi, non va a toccare i problemi specifici dell’Italia. Da dei soldi a Tizio o a Caio, ma non cambia il modo di produrre, che e` il vero problema.

I nostri problemi sono  imprese troppo piccole, che
operano in settori troppo tradizionali, con troppo poca tecnologia e con capacita`
gestionali troppo modeste
.
Queste cose producono bassa produttivita` 
del
lavoro.   Quando  il lavoro e` poco produttivo, i salari devono essere bassi.

Per cambiare questa situazione bisogna
agire in varie direzioni:

 La dimensione delle aziende  deve crescere –  In Italia si e` continuato a premiare chi
non cresce; noi dobbiamo invece premiare con incentivi  chi fa crescere la propria azienda. Non bisogna dare  privilegi alle aziende  con meno di 15 o di 200
dipendenti. Dovremmo mettere meno tasse su quelle aziende che si fondono con altre.

Gli imprenditori devono rinunciare al loro
modello familistico ed arretrato di gestione  (io, mia moglie, i miei figli, i miei nipoti) e
devono aprirsi al mercato dei capitali. Lo stato deve favorire in ogni modo
quelle aziende che collocano cospique quote 
del  loro capitale in borsa. Lo stato deve
anche rinforzare l’autorita` che vigila sulla Borsa (Consob).

Dobbiamo prestare piu’ attenzione ai settori innovativi. Dovremmo smetter con la difesa a tutti i costi di chi produce carrozze a cavalli o machine a vapore.
Per finanziare loro dobbiamo tassare i settori che camminerebbero con le loro
gambe.
Piu’tecnologia. Gli investimenti in
tecnologia ed in ricerca devono avere una situazione fiscale fortemente
privilegiata.  Per ogni euro investito in ricerca e sviluppo dal privato, lo stato dovrebbe metterne un’altro. Le spese per ricerca ed innovazione dovrebbero condurre a pagare meno tasse. Questo condurra` necessariamente all’assunzione di personale
altamente qualificato e ad incrementi di salari e produttivita`.

Ridurre del 5% il costo del  lavoro e` un bel gesto verso le imprese, 
ma non risolve assolutamente I loro  veri problemi.

Per saperne di piu’:
Rapporto annuale ISTAT

http://www.istat.it/dati/catalogo/20060524_00/rapporto2005.pdf

In morte della Eaton di Rivarolo

19 aprile 2006 | , ,

In questi giorni il Canavese sta celebrando un altro funerale, quello della Eaton di Rivarolo.

La capitale del Canavese e’ Ivrea una cittadina bellissima, che non ha ancora smesso di fare lutto per la morte dell’industria elettronica e meccanica.Ci sara’ una crisi, ma certo sembra che la citta’ viva nel lusso. Quale lusso? Il lusso di sprecare.Come e’ possibile che il castello di Ivrea non sia utilizzato adeguatamente? Per parecchio tempo il castello e’ stato adibito alla funzione di patria galera. Oggi potrebbe diventare un albergo meraviglioso, creando un centinaio di posti di lavoro. Cio’ non sembra attirare gli Eporediesi. Sembra quasi che i posti di lavoro nell’industria siano nobili e virtuosi e quelli nel turismo e nei servizi siano disprezzabili.Ci sono degli imprenditori locali disposti a fare un albergo a cinque stelle nel castello di Ivrea? Benissimo, gli si dia una concessione, ovviamente con specifici vincoli architettonici. Non ci sono imprenditori locali? Ci si rivolga alle catene internazionali degli alberghi di lusso. Certamente se ne trovera’ una che vorra’ investire nel Castello d’Ivrea. Il castello e’ stato per 1000 anni il cuore di Ivrea: torni ad esserlo.Ivrea puo’attrarre moltissima gente e puo’  creare molti nuovi posti di lavoro.

Ci tengo a precisare che non credo che qualunque progetto sia opportuno, per il solo fatto che possa trovare un finanziatore. I parchi di divertimento che distruggono il paesaggio del Canavese, non aggiungono valore, lo distruggono. Hanno senso quei progetti che valorizzano il capitale esistente, non quelli che distruggono la ricchezza che gia’ c’e’.

060413053

I benefici dell’immigrazione vanno redistribuiti

7 aprile 2006 | ,

 

Abbiamo scritto che il lavoro degli
immigrati non e` in concorrenza con quello degli italiani:

http://gustavorinaldi.blog.lastampa.it/il_mio_weblog/2006/03/gli_immigrati_r.html

Nuovi studi ci dicono che e` il caso di correggere in parte quanto scritto. Martin Wolf del Financial Times di mercoledi’ 5 aprile riferisce di due recenti studi sull’immigrazione. Da essi risulta che e` vero che gli immigrati favoriscono la crescita economica nei paesi ricchi, ma e` anche vero che esiste una concorrenza tra i lavoratori immigrati e certi lavoratori nazionali con un profilo professionale piu` simile a quello degli immigrati: i poveri ed i meno istruiti. Anche se spesso gli immigrati sono istruiti, di fatto, inizialmente e` con gli italiani meno istruiti che essi sono in diretta concorrenza. In certi casi e` vero che, se lavora l’immigrato, non lavora l’italiano.  Allora che fare? Bloccare l’immigrazione? Non  necessariamente. L’immigrazione porta comunque molti benefici al paese. Questi benefici vanno sopratutto alle classi piu’ ricche ed istruite e alla classe media e medio bassa. Non vanno alla classe piu’ bassa. Bisogna ricordarsi di cio’ e dare dei benefici specifici a quei cittadini italiani che sono in diretta concorrenza con gli immigrati: i meno istruiti e qualificati. Loro non hanno torto ad essere contro l’immigrazione, quando sono lasciati soli a pagarne il costo. Le tasse, il sistema formativo, i servizi sociali, le case popolari ed altri sussidi pubblici dovranno tenere conto di questa realta`.
Gustavo Rinaldi

Siamo divisi in due caste?

29 marzo 2006 | , ,

Se io produco
scarpe, motociclette, automobili o telefoni cellulari il mio stipendio
dipendera` dal prezzo mondiale delle scarpe, delle motociclette, delle auto o
dei cellulari.
Se questo prezzo
scende, perche` qualcuno nel mondo sa produrli a prezzi bassi, il mio stipendio
scende pure. Se non scende, l`azienda per cui lavoro dovra` licenziare prima qualcuno e poi tanti.
Io dovro` pur sempre
affittare una casa, avere un conto in banca,andare dal medico, chiamare l’idraulico, prendere il bus o
il taxi, pagare il notaio, comprare le medicine, andare al bar, andare
all’anagrafe…. Tutte queste spese non
scenderanno di prezzo tanto quanto scende il mio stipendio. I loro prezzi non
sono fissati sul mercato mondiale, ma secondo regole nostrane. Il loro prezzo
potra` anche salire, mentre il mio stipendio scende.

Di conseguenza io,
produttore di scarpe e telefonini, diventero’ progressivamente piu` povero.
Si verranno a
formare due caste. La casta di quelli esposti al commercio internazionale e la
casta dei non esposti.

Per evitare cio’ i casi sono due:
o riusciamo a
bloccare tutte le importazioni (e quindi le esportazioni, perche’ gli altri non
staranno a guardare, mentre noi blocchiamo i loro prodotti)

o mettiamo piu’
concorrenza in quei settori, che oggi ne sono privi.

Chi lavora in lavori non esposti alla concorrenza internazionale beneficia alla grande di essa. Le cose che si possono commerciare (telefoni, automobili, motociclette, vestiti, scarpe, ecc.) diventano sempre piu’ economiche, beneficiando tutti. Alcuni pero’ pagano un alto prezzo (salari che non crescono o diminuiscono) e altri no (le loro paghe non sono toccate dalla concorrenza internazionale).

Proteggere certi settori dalla concorrenza, quando altri sono esposti
ad essa, vuol dire permettere che qualcuno diventi piu’ ricco proprio mentre
tanti diventano piu’ poveri.

Gli immigrati rubano il lavoro?

28 marzo 2006 | , ,

Di quanti immigrati ha bisogno l’Italia?
Forse un numero piu’ grande di quello autorizzato dalle norme attuali?
E` vero ad esempio il bassissimo tasso di disoccupazione tra gli immigrati. Lavoro immigrato e lavoro italiano non sono normalmente sostituti. Non e` corretto il motto “se lavora il marocchino, non lavora l’italiano”. Il lavoro dei nati in Italia e il lavoro dei nati all’estero sono spesso complementi. E` spesso vero che "se c’e` abbastanza lavoro immigrato, allora ci sara` abbastanza lavoro per gli italiani". Ogni X lavoratori immigrati impegnati in lavori pesanti o di cure personali, c`e`  bisogno di Y  contabili, W impiegati, e Z addetti al marketing  che in molti casi saranno piu’ probabilmente italiani. Se la famiglia italiana non puo’ assumere la badante per curare la vecchia nonna o i bambini piccoli, qualcuno, spesso la moglie, dovra` restare a casa e non potra` lavorare, con danno per il reddito di quella famiglia e per l’economia nazionale. Lo stesso in certi casi puo’ valere per alcune professionalita` di immigrati ultraspecializzati.  La loro presenza puo’ creare posti di lavoro per italiani. Il lavoro immigrato puo’ creare lavoro italiano. Il semplice calcolo "mors tua, vita mea" non e` egoistico, per lo piu’ e` autolesionista.

Invece delle code al freddo

27 marzo 2006 | , , , ,

Si e` gia` parlato dell’incivilta` di far attendere in coda al freddo quelli che volevano regolarizzare se’ stessi o altri, secondo le vigenti leggi italiane sull’immigrazione.
Condivido.

Vediamo pero’ cosa si sarebbe potuto fare in un paese un po’ piu’ civile e meglio organizzato.
Il problema da risolvere era come assegnare un numero limitato di “posti” ad un un numero largamente piu’ grande di richiedenti.
Ammettiamo, che effettivamente il numero di posti disponibili non potesse essere piu’ grande di quello stabilito dalle norme emanate. Che criterio utilizzare per distribuire in modo giusto i pochi posti disponibili? Ci permettiamo di suggerire due strade: sorte o merito.

SORTE
Il metodo della sorte consiste nell’organizzare una lotteria. Ci si iscrive per posta o via internet  e non conta l’ordine d’iscrizione; il tempo per iscriversi e’ lungo, non serve a nulla fare code di notte. La lotteria e` pubblica, trasmessa per televisione, controllata da un notaio e svolta in presenza di rappresentanti degli immigrati gia` residenti. Chi vince, se ha i requisiti previsti dalla legge, ha il posto.

MERITO
Qualcuno dira` che in fondo un permesso di soggiorno in Italia  va dato a chi piu’ lo desidera e piu’ intende sacrificarsi per l’Italia. In fondo far la coda al freddo e` un modo per dimostrare cio’. Si’, ma e` un modo umiliante, inutile, stupido e che non beneficia nessuno, salvo chi vende prodotti contro il raffreddore e la polmonite. Inoltre e` un sistema che ha fatto perdere al paese migliaia di ore di lavoro, di euro di prodotto e di tasse (non incassate).
Oltre, ovviamente, la faccia. Se si ritiene che un permesso di soggiorno vada dato a chi piu’ e` disposto a sacrificarsi per esso, allora lo si dica esplicitamente. Un modo sensato potrebbe essere una specie di asta di offerte per cause meritevoli, tipo l’ INPS, il Sistema Sanitario Nazionale o i fondi per gli aventi diritto all’asilo politico. Supponiamo che ci siano 100,000 posti disponibili. Ogni candidato propone di dare una somma, a sua scelta, a favore, per esempio, di  un fondo per i rifugiati politici. Questi ultimi attualmente in Italia ricevono un trattamento indegno. Il richiedente potra’ fare la sua domanda via internet o via posta. Le offerte generano una graduatoria di analisi delle domande; si comincia a considerare quelle di chi ha offerto di piu’; ad essi, se hanno i requisiti previsti dalla legge, si da un permesso di soggiorno. Gli altri non dovranno pagare nulla e non riceveranno il permesso di soggiorno, ma almeno si saranno risparmiati una notte al gelo.

Vorrei usare la mia laurea in Inghilterra

17 marzo 2006 | , ,

Da Domenico M. riceviamo e volentieri publichiamo:
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Salve,
    ho letto con molto interesse i suoi post sulla carriera di avvocato
    all’estero, e volevo porle delle domande.
    Attualmente frequento il secondo anno del corso di Scienze giuridiche
    presso la facoltà di Giurisprudenza di Foggia. Sono pendolare, in quanto
    sono nato e vivo a Trani (situata ad 80 chilometri da Foggia). Mi trovo
    bene, anche perchè non sono frequentante, e i viaggi (per qualche
    tutorato e gli esami) mi portano via poco tempo. Mi piacerebbe però
    intraprendere studi e lavoro all’estero, in particolare in Inghilterra.
    Mancando informazioni presso l’università, così come presso qualunque
    sito internet (che almeno io non ho ancora trovato) in che modo potrei
    spendere la mia laurea (dall’anno prossimo quinquennale) all’estero? E’
    possibile diventare avvocato in un sistema di Common law, senza gli
    estenuanti e mal retribuiti anni di specializzazioni – praticantato –
    esame di stato? Non che non abbia voglia di fare tutto questo, è solo
    che ho una voglia ancora più grande di fare, invece che di meditare,
    memorizzare per poi in ogni caso dimenticare.
    Le faccio infine i complimenti per il suo sito, completo e interessante.
    La ringrazio anticipatamente per l’aiuto che mi vorrà dare.
    Un cordiale saluto
   
Domenico M.

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Buongiorno  Domenico,
la laurea italiana da sola normalmente non apre la strada ad un praticantato inglese. Per questo io suggerivo una laurea inglese.
I casi, che io conosco, di laureati in Italia che lavorano in studi legali inglesi riguardano  studi di bassa qualita` specializzati nell’assistenza legale ad inglesi che comperano case di vacanza in Italia. I salari sono bassi 10-15 mila sterline e le prospettive di carriera modesta, a meno che uno, mentre  lavora, prenda un "degree" (laurea triennale)  inglese.
Pare che le probabilita` di una buona carriera aumentino con un LLM (master in diritto) ottenuto da una buona universita’ (ad es. London School of Economics, King`s College,  Cambridge, Oxford, Manchester  e  per una lista si veda:
http://extras.timesonline.co.uk/gooduniversityguide2005/20law.pdf
Ognuna di queste universita` ha un sito internet, con informazione sui corsi "post graduate" (i master)  disponibili. Su  www.google.co.uk   trova i siti relativi.
Bisogna pensare di spendere circa 20-25.000 euro in un anno. Dopo il quale pero’ si dovrebbe poter concorrere per avere accesso alla pratica in studi legali inglesi.
Le materie con mercato piu’ internazionale sono quelle legate agli affari: diritto commerciale, bancario, societario, della proprieta’ intellettuale, della navigazione, borsistico, ecc.

MOLTO IMPORTANTE: Prima di iscriversi ad un LLM (master in legge), comunque,  consiglio di  inviare un e-mail agli uffici  del personale di grandi studi inglesi. Ci si puo’ presentare, far vedere il proprio CV  e chiedere conferma se considerano i laureati italiani con LLM inglese preso in una certa universita`. Per trovare i nomi degli studi legali inglesi si va su:

http://www.legal500.com/l500/frames/l500_fr.htm
Ci sono i primi  500 piu’ grandi studi inglesi.  L’opinione degli studi legali e’ cio’ che conta, alla fine, per trovare un lavoro.Essa conta molto piu’ della mia opinione o di quella delle universita`, che hanno principalmente  interesse a vendere corsi e diplomi. Non e` male contattare gli studi legali  al piu’ presto. Da quando si inizia a pensare ad una carriera del genere a quando si inizia a praticarla passano anni.
Gli studenti di universita` inglesi  al  primo/secondo anno d’universita` fanno domanda presso gli studi legali per poter passare durante  gli anni di universita` qualche settimana nello studio, magari anche solo facendo fotocopie, ma facendosi un’idea dello studio e facendosi conoscere. Questo e` un modo che li aiuta poi ad avere accesso al praticantato negli studi migliori.
Ora anche gli studenti delle superiori inglesi vanno , se possono, una settimana sui luoghi di lavoro (studi legali inclusi) per farsi un’idea sul tipo di ambiente.

Su altri lavori nel Regno Unito parleremo un’altra volta.
G.R.

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P.S.
Vedere  anche:
http://www.lawsociety.org.uk/becomingasolicitor/qualifying/common.law#certificate
Esso sembra indicare che l’Ordine degli Avvocati (Law Society of England and Wales) possa ammettere ad un corso di formazione (CPE/GDL) laureati stranieri di cui esso riconosca la laurea. Cio’ eliminerebbe il bisogno di un LLM, ma comunque richiederebbe il corso CPE/GDL. Il laureato straniero deve chiedere alla Law Society di riconoscere la sua laurea e la Law Society puo’ accettare o meno.Una volta che la laurea sia accettata dalla Law Society of England and Wales, uno dovra` iscriversi al CPE/GDL e quindi potra` iniziare la pratica.

Anche in questo caso avverto che c’e’ una grande differenza tra cio’ che e’ legalmente fattibile e cio’ che davvero serve a dare un lavoro da avvocato. Quindi consultare anche in questo caso gli studi legali del legal500.

 

Un ospedale impara osservando Toyota

7 marzo 2006 | , , , ,

Un articolo del Corriere della sera riiferisce di un esperimento effettuato dal Virginia Mason Medical Center di Seattle, in collaborazione con Toyota.
L’ospedale ha investito un milione e mezzo di dollari, per mandare i
suoi dipendenti negli stabilimenti della Toyota in Giappone, per apprendere le metodologie di lavoro ed organizzazione. Il risultato è un risparmio di 10 milioni di dollari dal primo anno….
Credo che questo articolo sia uno degli esempi lampanti per quanto
riguarda  il discorso sulle best practices.L’innovazione in questo caso è una innovazione di processo e non di prodotto, non è svolta da centri di ricerca, non ha bisogno di finanziamenti o bandi di concorso…è solo basata sull’esigenza di migliorare ogni giorno le proprie attività, andando a studiare come altre realtà o organizzazioni si siano comportate per risolvere i propri problemi. E’ una questione di idee e di mentalità innovativa.
Nicolas Nervegna
http://www.corriere.it/Rubriche/Salute/Medicina/2006/03_Marzo/06/ospedale.shtml 

Studi troppo lunghi: la protesta di chi se ne va

4 marzo 2006 | , , ,

Abbiamo presentato  la differenza tra diventare avvocato in Italia ed in Inghilterra:
http://gustavorinaldi.blog.lastampa.it/il_mio_weblog/2006/03/5_anni_di_giuri.html

Molte famiglie potranno legittimamente pensare di ribellarsi a questa situazione, anche tenendo conto che in Europa esiste un diritto dei professionisti a spostarsi da un paese all`altro.
Le possibili via d’uscita da questa situazione sono state ben riassunte da Hirschman: exit, voice and loyalty.

Una e` molto praticata: e la via della “lealta`” (loyalty) o connivenza. Ci si adatta, non si cerca una via d’uscita, si cerca di convivere con il sistema che c’e’ (troppo spesso e` la via piu’ praticata, purtroppo).
La seconda e` quella del far sentire la propria “voce” (voice), votando e protestando.
La terza e` quella di uscire  (exit) dal sistema che non ci soddisfa.
Vediamo quest`ultima.

Se una ragazza/o  sa abbastanza bene l’inglese (attestato dal TOEFL, vedi www.toefl.org), puo` isciversi ad una delle migliori universita` inglesi e, con un costo  totale di circa  22.000 euro all’anno (vitto + alloggio + tasse universitarie + spese varie)  per 3 anni,conseguire una laurea  inglese (bachelor). Alla fine  dei tre anni, la probabilita` di iniziare una pratica retribuita (dalle 700 alle 1500 sterline al mese, a seconda dello studio) e` assai elevata.
Sembrano tanti 66.000 euro ?
Tutto sta nel confrontare questa spesa con il  costo di mantenere un figlio in Italia  per 10 anni. Pensate  che la famiglia spenda per lei/lui meno di 7000 euro all’anno?
I vostri calcoli includono il costo della camera che lo studente  occupa e che la famiglia  potrebbe far rendere in qualche modo, ad esempio affittandola ad uno studente fuori sede o traslocando in un alloggio un po’ piu` piccolo?

Quando molte famiglie si ribelleranno al sistema, forse esso dovra` cambiare.

Albert O. Hirschman: http://www.hup.harvard.edu/catalog/HIREXX.html

 

5 anni di giurisprudenza: a chi giovano?

2 marzo 2006 | , , , ,

La nuova norma sull’universita` recentemente applicata dalla Facolta` di Giurisprudenza di Torino  istituisce un corso unico in Giurisprudenza
di 5 anni.Secondo me essa e` inopportuna e triste.

Parte da una
visione che vede nei libri e nei professori l’unica fonte di sapere, quando
essi sono si’ importanti, ma vanno presto integrati con altre fonti, prima fra
tutte la pratica.

Inoltre la nuova legge italiana e la Facolta` di Torino presuppongono che un avvocato debba avere una conoscenza
giuridica di tipo enciclopedico, che probabilmente la stragrande maggioranza
dei membri dello stesso Consiglio di Facolta`e degli avvocati non ha. Quando anche l’avessero,
e’ lecito chiedersi a che serva, ad uno che debba svolgere bene il mestiere di
avvocato in un determinato campo, la conoscenza di tutto lo scibile giuridico.

Uno dei gravi
problemi del nostro paese e` che si tiene troppi anni i giovani sui libri,
senza che a cio’ segua un corrispondente incremento delle loro capacita`
professionali, sia in termini di servizio che possono prestare al prossimo sia in termini di reddito, che possono percepire.

In particolare in campo giuridico, se e` vero
che in Italia ci sono alcuni studi legali prestigiosi e con reputazione
internazionale e’ altresi’ vero che certo non abbiamo una struttura di studi
comparabili a quelli inglesi o americani.  Che ci piaccia o no  la tendenza europea va verso studi piu` grandi con avvocati  piu` specializzati in specifici campi. Questa  e` la battaglia che ci troviamo a combattere e per la quale siamo particolarmente mal attrezzati a combattere.
Non  e’ un caso che sia in corso  un parziale
processo di colonizzazione da parte dei grandi studi stranieri in Italia.

Il nostro
sistema vuole che un giovane desideroso di divenire avvocato, che in Italia
inizia l’universita` a 19 anni (in altri paesi potrebbero essere 18 o 17) debba
poi seguire 5 anni di corsi universitari. A 25 anni lo studente dovrebbe poi
iniziare la scuola di specializzazione delle scuole legali (2 anni). Il tutto
andrebbe poi finalmente seguito da 3 anni di praticantato. A 30 anni gli allievi
modello possono dare l’esame da procuratore. A 33 possono legittimamente
fregiarsi del titolo di “avvocato”.

Un ragazzo
inglese potra` andare all’universita` a 17 anni, finire a 20 o 21 e finire la
pratica a 23 o 24, divenendo “associate solicitor”. A 26-27, se vorra`, potra` anche mettersi in
proprio o divenire partner in uno studio. L`ironia della sorte vuole che in certi casi  il ragazzo inglese venga mandato in Italia da qualche studio internazionale, dove potra` avere come praticanti degli italiani molto piu` vecchi di lui, forse con piu’ conoscenze teoriche, ma certo senza nessuna pratica.

Il problema del corso universitario  3
+ 2 (un triennio per tutti e poi un master specialistico dopo)  non e` che fosse sbagliato in se’, bensi’ che non si e’
imposto che la pratica potesse iniziare dopo il primo triennio, cosi` come ad esempio avviene nel Regno Unito; si poteva poi  lasciare il
biennio successivo per coloro che proprio vogliono approfondire specifici temi giuridici e per i magistrati.

Venaria e Regione

20 febbraio 2006 | , , ,

Ieri, dice La Stampa, vari presidenti di regione italiani si sono incontrati alla reggia di Venaria con Danuta Hubner, commissario europeo ai fondi regionali.
Hanno parlato di soldi, giustamente. Cio’ che io trovo interessante e` dove lo hanno fatto.
Sono ormai alcuni anni che si lavora per restaurare Venaria, ma cio’ che manca e` un idea chiara sul cosa farne. Una parte ospita il centro/scuola di restauro, una parte ospitera` una mostra sui siti patrimonio dell’umanita` dell’UNESCO ed il corpo principale e` senza chiara destinazione. Si e` parlato di un museo sulla storia dei Savoia, che ritengo inopportuno, perche’ la storia dei Savoia potrebbe essere raccontata egregiamente a Palazzo Reale a Torino, A Racconigi, a Stupinigi, senza utilizzare i locali di Venaria, che all’interno e` ormai un guscio non decorato, fatta eccezione per la galleria di Diana.
Io avrei dedicato il tutto alla funzione per cui era stata creata la Reggia: sede di alta dirigenza politica. Attualizzando ci avrei messo degli  uffici della   Regione.
Per le seguenti ragioni:
Venaria e` vicina all`aeroporto;
Venaria puo’ essere ben collegata in treno con Torino e con il resto del Piemonte;
Venaria e` facilmente raggiungibile dalla tangenziale;
Venaria potrebbe essere una sede prestigiosa;
Venaria` eviterebbe il centralismo su Torino;
Venaria puo`ridurre il costo dell’abitazione dei dipendenti regionali;
In un mondo di servizi telematici non tutto deve essere basato in solo luogo.
Ben venga l’incontro di ieri, specie se puo’ stimolare una riflessione sull’uso di Venaria.
G.R.