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Formazione: una partita cruciale

17 febbraio 2006 | , ,

Giacomo ha 37 anni e dopo aver lavorato 8 anni come
impiegato, si e` trovato per la strada. Dopo aver
tentato 100 concorsi ed aver spedito 1000 curricula,
ha capito che la sua salvezza puo` essere in un corso
di formazione in marketing, promosso da
un’associazione di categoria e finanziato dall’UE
tramite la Regione.
Si iscrive, frequenta per 6 mesi, ma alla fine il
promesso stage non c`e`. Se lo trova lui, grazie alla
raccomandazione di un amico. Dopo lo stage c’e’ solo
la disoccupazione. Il corso non e` servito a nulla.
Qualcuno forse avrebbe dovuto fargli presente prima
quali erano le reali possibilita` che quel corso lo
aiutasse a trovare un lavoro. Di fatto, l’informazione
piu’ preziosa non glie l’ha data nessuno. Lui ha perso
tempo e denaro per un corso che non serviva a nulla.
Prima che lui iniziasse il corso, qualcuno gli avrebbe
dovuto dire chiaramente quali formatori hanno
normalmente successo nell’aiutare i disoccupati a
trovare un lavoro e quali no, ma nessuno lo ha fatto e
lui ha perso mesi preziosi, denaro e fiducia in se
stesso.

La formazione e` uno degli strumenti fondamentali per
avere meno  disoccupazione ed un’economia forte. E`
per tanto essenziale che ci sia e sia di buona
qualita’.
Purtroppo un po’ dappertutto, ma in particolare a
Torino ed in Piemonte, accanto a formatori competenti e
corretti, si sono affacciati altri soggetti. Questi
ultimi hanno visto nel mix tra disoccupati in cerca di
impiego e grandi dosi di denaro pubblico un’occasione
ghiotta per fare denaro con relativa facilita’. Ma
andiamo con ordine.
La domanda di formazione proviene da chi e’ in cerca
di primo impiego, da chi lo ha perso ed in misura
minore da chi e’ occupato. Quest ultimi sono forse una
categoria un po’ a parte, perche’ piu’ forte e
potenzialmente meglio informata delle due precedenti.
Numericamente pero’ la terza categoria conta meno e
rappresenta un problema sociale assai minore. Spesso
gli occupati ricevono formazione tramite o su
indicazione dei datori di lavoro; e’ certamente
importante che gli occupati ricevano una formazione
continua, ma di questo ne parliamo un’altra volta.

I disoccupati rappresentano la categoria debole ed
anche l’obiettivo ideale di quei formatori che hanno
pochi scrupoli.  Ma i disoccupati  oggi sono
completamente lasciati a loro stessi? No. La Regione
ha una sua procedura di accreditamento dei centri di
formazione. Questa procedura implica piu’ di 40
parametri tra i quali se il centro ha una sede o
centro di accoglienza, se ha un organigramma, se segue
certe regole nel promuovere i suoi corsi ed anche se i
corsi hanno qualche effetto positivo su chi li segue.
Quest’ultimo parametro, che dovrebbe essere il cardine
di tutto, e` quasi annegato in mezzo alla moltitudine
degli altri. Percio’ il processo di accreditamento
diviene in larga misura un processo di riempitura
caselle in un formulario. La Regione fa si’ delle
ispezioni, una ogni sei mesi, nei primi due anni dalla
richiesta di accreditamento e poi ogni anno, negli anni
successivi. Pero’ le mele marce del settore sono
particolarmente brave a vestirsi a festa in occasione
delle ispezioni, facendo risultare bello e pulito
anche cio’ che non lo e’.
Inutile dire che tra molti formatori e formati e`
forte il dubbio che l’assegnazione di accreditamento e
fondi pubblici a questo o a quel centro di formazione
non sia indenne e spesso sia pesantemente influenzato
dai politici di turno, che intendono favorire quei
centri che sono loro  “culturalmente vicini”. I
funzionari regionali sono sottoposti a troppe
pressioni politiche  e a volte non hanno la forza e
l’autorevolezza per ribellarvisi, consci, come sono, che
potrebbero venire sostituiti da qualcuno ben piu’
fidato di loro, magari entrato in Regione per meriti
politici (vedi assunzione straordinaria, fuori
concorso,  dello staff dei gruppi consigliari di tutti
i partiti).

Un altro problema e` che alcune societa` di formazione
presentano alla Regione dei progetti interessanti, che
prevedono molte ore di lezione da  parte di formatori
validissimi, ma che vengono poi realizzati da
formatori molto meno preparati. Questi ultimi
ovviamente sono molto piu’ facilmente controllabili
dalle societa` di formazione.

La formazione e` un settore delicatissimo, perche` per
molte persone e’ l’unica possibilita’ che hanno per
iniziare un nuovo lavoro ed una nuova vita. Si puo’
pensare di far chiudere le imprese senza speranza, solo
se si offre a chi perde il lavoro una seria
opportunita` di imparare a fare qualcos’altro e se questo "qualcos`altro" esiste davvero.

PROPOSTE

Abbiamo bisogno di chiare classificazioni dei
formatori in fasce di competenza (A, B e C). In modo
tale che nessuno possa vendere alla Regione un corso
tutto svolto da formatori di fascia A e poi far
svolgere tutto il corso da formatori di fascia C.

Abbiamo bisogno di funzionari regionali sempre piu’
specificamente preparati sui temi della formazione;
questo puo’ almeno in parte aumentare la loro
autorevolezza ed indipendenza dai politici.

Abbiamo bisogno di una Regione che faccia accurate analisi di mercato e studi delle tendenze mondiali, prima di finanziare corsi per certe professioni piuttosto che per altre; a volte i corsi sono anche fatti bene, ma semplicemente non esiste una domanda per certe figure professionali, mentre magari esisterebbe per altre.

Abbiamo bisogno di una Regione che fornisca chiare
informazioni agli utenti con delle chiare classifiche
che mostrino quali sono i centri e le societa` che in passato
sono davvero state capaci di aiutare i disoccupati a
trovare lavoro.

Gustavo Rinaldi

Quanti aeroporti in Piemonte?

21 gennaio 2006 | , , , ,

Bene hanno fatto la Regione Piemonte, la Provincia di Cuneo e vari comuni cunesi ad occuparsi di migliorare i collegamenti aerei della Provincia Granda. Sembra pero’ che abbiano usato lo strumento sbagliato quando hanno speso il denaro ( piu’ di 400 milioni di euro) per trasformare un rispettabile aeroporto turistico in un fallimentare aeroporto di linea.

Se un privato o un aereoclub desiderano dotarsi di un aeroporto e’ solo un problema di pianificazione urbanistica. Se pero’ ci sono di mezzo denari pubblici e` il caso di chiedersi: quanti aeroporti ci possono essere in Piemonte?
Per le provincie del VCO, di Biella , di Novara e di Vercelli l’attrazione di Malpensa e’ forte e logica.
Malpensa e’ un aeroporto con  quasi tutti i collegamenti che si possano desiderare, da li’ si puo’ direttamente volare nei cinque continenti senza necessita’ di aeroporti di transito.

L’aeroporto di Nizza presenta simili vantaggi per Cuneo . E` molto ben servito e non troppo lontano (2 ore in macchina, 3 e qualcosa in treno).

Ecco cosi’ che dei 4.3 milioni di abitanti di Piemonte e Valle d’Aosta restano la valle d’Aosta (legittimamente tentata da Ginevra,  1 ora e 50 minuti di viaggio), e le provincie di Torino, Asti, Alessandria ed in parte Cuneo. Si tratta di circa 3 milioni di persone o poco piu’.

Esiste un aeroporto di Torino Caselle di cui sono anche azionisti il Comune e la Provincia di Torino e la Regione Piemonte.  Caselle ha pochi voli,  raramente piu’ di sessanta  in una giornata. Questo e’ meno del numero dei voli  in un ora in partenza da Londra Heathrow. Cio’ lo rende scarsamente efficiente e caro.

Non ha nessun senso che la Regione ed altri enti pubblici spendano denaro per sovvenzionare Levaldigi. Se si vuole migliorare i collegamenti aerei della provincia di Cuneo si spenda denaro per migliorare la ferrovia Cuneo- Torino – Caselle   e Cuneo-Nizza.
Mi rendo conto che chiudendo i voli di linea a Levaldigici ci sarebbero piu’ di 40 dipendenti  che andrebbero a  spasso: eventualmente li si trasferisca a Trenitalia, garantendo il loro salario.

I soldi disponibili sono pochi, non possiamo permetterci di spenderli in progetti senza speranza.

Richiesta agli scioperanti

17 gennaio 2006 | , ,

Cari lavoratori in sciopero,
In generale fare blocchi della circolazione non e` un modo per attirarsi la simpatia del grande pubblico, e` un segno di estrema debolezza e disperazione e puo’ causare conseguenze penali,  quindi ve lo sconsiglio; comunque cari lavoratori in sciopero, se proprio dovete bloccare qualcosa, bloccate strade ed autostrade non le ferrovie. Grazie

Best practice: tenere conto di cosa fanno gli altri.

28 dicembre 2005 | ,

In tutte le amministrazioni pubbliche e private dovrebbe divenire pratica comune guardare a come un certo problema viene attualmente trattato e magari risolto in altre città ed in altri paesi, non solo europei ma anche extraeuropei. Si può utilmente imparare dalle migliori soluzioni trovate altrove, la così detta “best practice”.  In molti casi si tratterà di esperienze di pubbliche amministrazioni in altri casi si tratterà di esperienze di aziende private.Tante volte non è necessario scoprire la ruota, si tratta piuttosto di adattare al nostro contesto le soluzioni già identificate altrove.

Guardare cosa si fa altrove dovrebbe divenire una routine obbligatoria. Ogni amministrazione, quando presenta la soluzione che intende dare ad un certo problema dovrebbe essere tenuta a mostrare che ha fatto un’indagine sulle situazioni trovate altrove, presentandone i risultati. In molti casi si eviterebbe di ripetere tanti errori.

In alcuni casi saranno sì necessari viaggi all’estero, ma essi andranno fatti solo dopo un approfondito studio su libri, giornali ed internet.Per fare queste indagini sulla “best practice” non è sempre necessario fare viaggi. In molti casi e’ sufficiente un’indagine su internet  ed un po’ di telefonate con i colleghi di altri paesi.  Le telefonate potranno essere a costo zero se si utilizzerà la telefonia via internet e se si saprà coltivare una buona rete di contatti. In certi casi un’indagine potrà anche partire da segnalazioni fatte dai cittadini.

(da un’idea del dott. Nicolas Nervegna).