Gemellaggio Chivasso-Ventotene

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Venerdì 19 dicembre ho partecipato alle celabrazioni per il gemellaggio tra i Comuni di Chivasso e di Ventotene. Potrebbe sembrare una manifestazione di routine, ma in realtà è stata una cerimonia densa di significato per tutti i federalisti e gli europeisti convinti come me.

Chivasso e Ventotene sono infatti i luoghi dove sono state firmate due importanti carte che hanno dato il via al processo che ha formato l’attuale Europa, un processo certo incompiuto, ma su cui tutti dobbiamo costantemente lavorare.

Negli anni bui della Seconda guerra Mondiale, un gruppo di prigionieri politici, reclusi nella piccola isola di Ventotene si ritrovava di nascosto nelle grotte per dare vita a quello che allora appariva poco più di un sogno: un’Europa libera e unita, una federazione europea dotata di un Parlamento e di un governo con intenti comuni nell’economia e nella politica estera, dove gli Stati appartenenti non sarebbero più stati in guerra gli uni con gli altri.

La Dichiarazione di Chivasso, o Dichiarazione dei Rappresentanti delle Popolazioni Alpine , venne firmata nella cittadina piemontese nel ’43 dai rappresentati della resistenza valdese e della resistenza valdostana. Si tratta di un documento che da una parte rivendica una forte autonomia delle vallate alpine, ma punta anche a un impegno per l’unificazione federale dell’Europa.

Non possiamo quindi che ringraziare quei visionari che buttarono le fondamenta per una casa di pace.

Continua la lotta ai cambiamenti climatici

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Dopo una lunga notte di negoziati è stato approvato a Lima, presso la conferenza Onu sui cambiamenti climatici, un documento per combattere i cambiamenti climatici.

Si tratta di un documento ancora rozzo, che dovrà essere sicuramente migliorato in vista della conferenza di Parigi del prossimo anno, ma si tratta comunque di un importante passo in avanti. Sulla base dell’accordo infatti, i 196 Paesi che l’hanno sottoscritto, dovranno presentare entro il prossimo ottobre impegni concreti e precisi pre ridurre le emissioni dei gas serra, producendo una serie dettagliata di azioni che intendono mettere in atto in questa battaglia.

Ovviamente il tempo che abbiamo a disposizione è limitato perchè il clima del pianeta si sta rapidamente surriscaldando e se non si agirà in fretta verrà raggiunto un punto di non ritorno per il pianeta.

La conferenza di Lima è stata pperò molto importante perchè per la prima volta ad impegnarsi sono stati anche i cosidetti Paesi emergenti, che fino all’altro giorno non volevano affrontare il problema, lasciandolo da gestire solamente nelle mani dei Paesi industrializzati, causa dell’inquinamento. Finalmente è stato messo in chiaro che questa è una battglia globale, che può essere vinta solo se affrontata insieme.

Il prossimo step adesso è a marzo, quando finalmente sapremo quante emissioni di Co2 ogni Stato è disposto a tagliare.

 

 

Servizio civile europeo

Logo-presidenza L’Italia durante il suo semestre di presidenza dell’Unione europea ha presentato una proposta formale per istituire il Servizio Civile europeo, un utile percorso pensato per i giovani, che consentirà loro di svolgere un esercizio di cittadinanza attiva non solo nel proprio paese di origine, ma in tutta Europa.

Attualmente la Commissione europea si è dimostrata interessata al progetto, per cui è stato finanziato un primo progetto pilota affidato ai governi di Italia, Francia e Germania, con la partecipazione di quattro Stati osservatori (Repubblica Ceca, Lettonia, Regno Unito e Lussemburgo ). Il progetto prevede la partecipazione dei primi 600 ragazzi, che resteranno in servizio per un periodo variabile che va dai 6 mesi all’anno.

Si tratta a mio avviso di un passo importante per creare finalmente dei cittadini europei e non solo persone legate solamente da una moneta unica

 

Settimana della Sicurezza sul lavoro

Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre di sette anni fa si consumava la tragedia del rogo della ThyssenKrupp, che sconvolgeva non solo Torino, ma l’Italia intera. A quella tragedia seguiva il processo, non ancora terminato, ma la cui decisione in Corte d’Assise d’Appello ha impresso una svolta epocale per quanto riguarda le responsabilità penali nell’ambito degli infortuni sui lavori. settimana della sicurezza

Purtroppo da allora abbiamo assistito ad altre – troppe – tragedie sul lavoro (come l’esplosione del Molino Cordero di Fossano avvenuta poco dopo il rogo Thyssen), a cui si aggiungono tutti quei morti, non solo lavoratori, di Casale Monferrato o dell’Ilva di Taranto e coloro che sono colpiti da malattie professionali.

Di lavoro non si deve morire e il pretendere norme adeguate di sicurezza sul lavoro non può diventare un alibi per delocalizzare le fabbriche. Infatti accade ed è accaduto che i proprietari di multinazionali si siano trasferiti negli Stati dove le norme per la sicurezza sul lavoro erano più elastiche, anche perchè in un momento di grave crisi economica si rischia che ancora di più la salute e la tutela dei lavoratori vengano messi in pericolo.

Ben venga quindi il nuovo “Piano strategico sulla salute e sicurezza sul lavoro” che la Commissione europea ha presentato a giugno di quest’anno e che individua le sfide e gli obiettivi strategici principali per la sicurezza sul lavoro.

Tre sono i macro filoni su cui il quadro strategico si concentra: migliorare l’attuazione delle norme in materia di salute e sicurezza eistenti, in particolare rafforzando la capacità delle microimprese e delle piccole imprese di mettere in atto misure di prevenzione dei rischi efficaci ed efficienti; migliorare la prevenzione delle malattie professionali affrontando i rischi nuovi ed emergenti senza trascurare quelli già esistenti; far fronte al cambiamento demografico

Quello su cui l’Unione europea deve puntare è l’uniformità delle norme per creare condizioni di concorrenza eque per tutte le imprese del mercato unico e nel momento in cui si affronta il tema di apertura ai mercato extra UE imporre il tema nel piano delle trattative agli altri Paesi.

Alcune riflessioni sul Piano Juncker

Il Presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha presentato nelle scorse settimane il suo piano di investimenti per i prossimi tre anni. untitled2

Si tratta di un piano complesso, che presenta elementi di estrema novità. Certamente non si tratta di una soluzione a tutti i problemi dell’Unione europea, ma di un primo passo avanti.

Il piano prevede la nascita di un Fondo europeo per gli investimenti strategici di 21 miliardi a garanzia degli investimenti che i privati e gli Stati vorranno fare. La Bei (Banca europea degli investimenti) concederà prestiti pari a 3 volte il capitale e questo consentirà il coinvolgimento di privati e Stati (la Germania ha già manifestato l’intenzione di voler investire) moltiplicando il valore per 5, così da arrivare alla cifra di 315 miliardi.

Grazie al gruppo Socialisti e Democratici, di cui faccio parte, si è ottenuto che i soldi usati per gli investimenti non vadano calcolati nel patto di stabilità e crescita. Il gruppo SeD aveva anche chiesto di creare un fondo di investimenti che fosse pari ad almeno 100 miliardi di denaro pubblico 300 di privato per far ripartire l’economia con 800 miliardi di progetti finanziati, infatti è palese a tutti che se non rilanciamo gli investimenti non può ripartire l’economia e se l’Europa non mantiene gli investimenti perderà competitività.

Per arrivare ad ottenere i fondi dei privati credo che gli Stati dovrebbero detassare i fondi che i cittadini investono nei progetti europei. I cittadini avrebbero così una resa sicura (grazie al fondo di garanzia) e detassata e in più contribuirebbero con i loro fondi a generare sviluppo nel proprio territorio.

Al bando le borse di plastica inquinanti

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L’Unione europea viene spesso vista dai cittadini come un ente lontano, che nulla ha a che vedere con le persone, ma essa spesso influenza le vite degli europei con decisioni assunte dal Parlamento.

Per inaugurare questo mio spazio su Quotidiano Piemontese ho deciso di parlarvi dei sacchetti di plastica, non biodegradabili, quelli che vengono utilizzati al supermercato per riporre la spesa e di cui l’Unione europea ha deciso di limitarne il consumo, portandoli a un massimo di 90 l’anno per persona.

Ho scelto questo esempio perchè si tratta di una decisione che avrà effetti concreti sulla salvaguardia dell’ambiente e perchè mette in luce una buona pratica italiana.

I sacchetti di plastica sono infatti estremamente inquinanti, difficili da smaltire e si trasformano in killer nei fiumi, mari e oceani e vengono utilizzati in quantità spropositate, basti pensare che ogni anno in Europa sono più di 8 miliardi le borse di plastica che si trasformano in immondizia.

Tra i cittadini europei esiste una forte disparità nel consumo di questi sacchetti, si va dalla virtuosissima Danimarca, in cui il consumo pro-capite annuo è di 4, alla Polonia dove se ne consumano più di 400 a testa. Ma in questo campo l’Italia si è dimostrata da tempo virtuosa ed è stata capofila in questa iniziativa, premendo affinchè anche gli altri Paesi si adeguassero.

A nulla sono valsi i tentativi di Germania e Inghilterra di rimandare la decisione, in particolare la Germania riteneva che sarebbe stato penalizzato il suo indotto ricavato dal riciclo dei rifiuti a favore del settore dei sacchetti biodegradabili, dove l’Italia si distingue.

Non utilizzare le buste di plastica è conveniente (si possono comprare delle buste di tela e riutilizzarle tantissime volte) e fa bene all’ambiente.