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NEGOZIAZIONE ASSISTITA – COME SEPARARSI IN TEMPO DI COVID 19

22 ottobre 2020 | ,

Questo anno 2020 che volge al termine passerà alla storia come l’anno del Covid 19 e del lockdown. Un anno in cui quasi tutti siamo stati costretti a rimanere a casa per lunghi periodi in una convivenza cui la vita moderna ci ha disabituati.
Noi avvocati siamo stati più volte richiesti di presentare ricorsi per separazione essendo divenuta la convivenza conflittuale al massimo.
Il Covid 19 ha portato con sé anche la chiusura di molti luoghi, anche di lavoro, molto frequentati e tra questi i Tribunali in cui le udienze, specie quelle di diritto civile, sono state effettuate da remoto o mediante il deposito di memorie. Ciò ha reso difficoltoso quel lavoro che, ante Covid, era svolto davanti al Giudice con la presenza delle parti e dei rispettivi avvocati.
In questa situazione come si può garantire ai coniugi che non vanno più d’accordo il diritto a separarsi? Nel 2014 il nostro legislatore ha previsto la possibilità di addivenire ugualmente alla separazione senza dover necessariamente trovarsi davanti al Presidente del Tribunale ma ricorrendo alla Negoziazione assistita che non è altro che l’accordo sulle condizioni che dovranno sovrintendere alla separazione preso con l’assistenza di un legale per parte e nello studio di uno di essi.
In pratica i coniugi si trovano nello studio di uno dei propri avvocati e, con il loro ausilio, si accordano sulle condizioni della separazione relative alla destinazione dei beni in comune, all’affidamento ed al diritto di visita dei figli ed all’eventuale assegno di mantenimento o contributo al mantenimento della prole. Una volta raggiunto l’accordo, su impulso di uno dei legali, viene portato al Pubblico Ministero che, se non ravvisa irregolarità, da il proprio nulla osta ottenuto il quale, uno dei due avvocati lo comunica all’Ufficiale dello Stato Civile per l’annotazione sull’atto di matrimonio.
La negoziazione assistita ha lo stesso valore e produce gli stessi effetti dell’omologazione della separazione consensuale fatta davanti al Presidente del Tribunale, ma ha tempi più brevi ed evita ai coniugi di doversi necessariamente recare in Tribunale con perdita di ore lavorative svolgendosi il tutto in uno studio legale.
Avv. Maria Franzetta
Studio Legale Franzetta Dassano

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Sfratti: fermi tutti fino alla fine di dicembre!

23 luglio 2020 | ,

Con una mossa a sorpresa il Parlamento, nel convertire in Legge il Decreto cosiddetto “Cura Italia” che, tra gli altri provvedimenti, per venire incontro alla popolazione colpita dalla pandemia, prevedeva la sospensione delle esecuzioni degli sfratti fino al 31 agosto 2020 in modo da consentire a chi fosse sfrattato di riuscire a reperire altra sistemazione, ha “prorogato la proroga” fino al 31 dicembre 2020.

Non è compito di chi scrive prendere posizione sulla giustezza del provvedimento o meno, cosa che lascio fare ai lettori, è mio compito spiegare in cosa consista questa proroga e come opera.

Innanzitutto v’è da fare un distinguo: una cosa è la convalida dello sfratto che è emessa dal Giudice ed ha la forza di una sentenza, altro è l’esecuzione della convalida che viene posta in essere dagli Ufficiali Giudiziari, una volta che il Giudice ha convalidato lo sfratto e lo ha dichiarato esecutivo e nel caso di diniego da parte dell’inquilino. Gli Ufficiali Giudiziari notificano a quest’ultimo il giorno in cui si recheranno presso l’immobile oggetto dello sfratto per provvedere a riconsegnarlo al proprietario.

La Legge 17 luglio 2020 n. 77, tra le altre norme, ha previsto che venga sospesa fino al 31 dicembre 2020 questa seconda fase dello sfratto quindi, anche se il Giudice ha emesso un provvedimento di rilascio e la data indicata dallo stesso giudice per l’esecuzione volontaria è già spirata, gli Ufficiali Giudiziari non potranno intervenire per eseguire forzatamente il provvedimento stesso.

La proroga delle esecuzioni, quindi, non sospende l’emissione dei provvedimenti di sfratto da parte del Giudice né impedisce che il proprietario dell’immobile possa proporre una causa di sfratto, impedisce unicamente l’intervento degli Ufficiali Giudiziari che, anche se avevano già fissato e comunicato allo sfrattato la data in cui sarebbero intervenuti, dovranno soprassedere alla stessa e rifissarla a partire dal 1 gennaio 2021.

Prima della Legge cosiddetta “equo canone” e per diversi anni successivamente alla stessa, era invalsa l’abitudine per i vari Governi che si succedevano a Palazzo Chigi di prorogare l’esecuzione degli sfratti pronunciati per finita locazione o per necessità mentre venivano eseguiti normalmente gli sfratti basati sulla morosità del conduttore. La Legge 77/2020 prevede che siano sospese le esecuzioni di tutti i provvedimenti di sfratto compresi quelli per morosità e riguarda tanto le locazioni abitative quanto quelle diverse dall’abitazione.

Una piccola notazione a margine di questa notizia: le proroghe precedenti cui ho appena accennato erano state oggetto di vari ricorsi alla Corte Costituzionale che, in più occasioni, ne aveva dichiarato l’illegittimità per essere contrarie al dettato della nostra Costituzione.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano  

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Assegno di mantenimento al tempo del coronavirus

17 giugno 2020 |

Ad impossibilia nemo tenetur dicevano i nostri avi latini per significare che nessuno è tenuto a fare ciò che gli è impossibile. Ma è proprio, sempre, vero?

Dalla fine di febbraio 2020 stiamo attraversando un periodo di pandemia dovuta al diffondersi del virus Covid 19 ed il nostro Governo è intervenuto a salvaguardia della salute degli italiani restringendone la libertà di spostamento, di aggregazione e, quindi, anche di lavoro. Ciò ha provocato la quasi paralisi dell’economia del nostro Paese che ha visto sospendere le attività in gran parte delle imprese commerciali, industriali, artigiane e professionali. I lavoratori dipendenti sono stati messi in cassa integrazione mentre gli autonomi hanno goduto unicamente di un assegno di 600 euro così come previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

In una situazione di assoluta precarietà economica il Governo ha previsto slittamenti del pagamento di tasse, bollette, affitti ma si è dimenticato di quello che è un contributo che molti italiani sono costretti ad aggiungere alle varie spese ricorrenti mensili che incidono sul loro reddito: Il contributo nel mantenimento dei figli e del coniuge nelle coppie separate.

Come può una persona versare l’assegno mensile al proprio ex coniuge se il suo reddito è stato decurtato nel caso di intervento della cassa integrazione o azzerato nel caso di lavoratore autonomo che ha dovuto tenere chiusa la propria attività?

I decreti emanati man mano che la pandemia avanzava nulla hanno previsto al proposito per cui l’obbligo di contribuire persiste nonostante tutto. E veniamo ai nostri avi: come fare se “ad impossibilia nemo tenetur?” il problema non è di facile soluzione. In tempi non “infetti”, di fronte a mutate condizioni economiche indipendentemente dalla volontà dell’obbligato, si potrebbe fare ricorso al Tribunale chiedendo la modifica delle condizioni della separazione o del divorzio. Ma la pandemia ha fatto in modo che venissero sospese anche le attività giudiziarie che riprenderanno il 30 giugno prossimo (fino a ieri la ripresa dell’attività dei Tribunali era fissata per il 30 luglio 2020) salvo le urgenze. Ma la modifica delle condizioni della separazione o divorzio non è classificata vertenza urgente! Vi sono opinioni contrarie cui, tuttavia, non mi sento di aderire conoscendo la situazione del Tribunale di Torino. Diverso sarebbe nel caso in cui gli ex coniugi fossero d’accordo sulla modifica che potrebbe avvenire mediante la negoziazione assistita nello studio di uno dei due avvocati (necessariamente uno per parte e non uno per entrambi come nel caso di separazione o modifica consensuale dinanzi al Tribunale) senza la necessità di doversi trovare davanti al Giudice.

Io ritengo che, in questo periodo, l’obbligato, che versi in condizioni economiche disagiate per l’effetto delle restrizioni dovute al coronavirus, possa versare una somma minore del dovuto, così come nelle sue possibilità, giustificandola con le ristrettezze economiche in cui è venuto a trovarsi e con la promessa di ripristino della somma originaria una volta che la situazione economica sarà ritornata ai livelli precedenti. Non ritengo, invece, che possa sottrarsi totalmente al contributo. Successivamente, quando la situazione di emergenza sarà rientrata, qualora le condizioni economiche dell’obbligato al contributo non dovessero migliorare, potrà fare ricorso al Tribunale per la modifica delle condizioni di separazione o divorzio.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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Videosorveglianza si o videosorveglianza no contro le intrusioni in alloggio?

14 maggio 2020 |

Mala tempora currunt! Dicevano i nostri avi in tempi difficili quali quelli attuali in cui affrontiamo una crisi economica mondiale  cui si è aggiunta una crisi sanitaria di dimensioni globali. In situazioni del genere anche l’onestà, la moralità ed il buon costume vengono spesso sovvertiti nell’intento di procurarsi  delle utilità in modo illegale anche violando la privacy e le abitazioni delle persone.

In questa situazione già da diverso tempo vediamo sui muri delle case o sulle recinzioni di giardini dei cartelli con disegnata una videocamera e con la scritta “zona video sorvegliata”, cartelli che stanno ad indicare che nei pressi è attiva una videosorveglianza. Ci  si chiede, tuttavia, se tali videocamere possano essere installate non solo a difesa delle case unifamiliari ma anche a difesa di alloggi privati in condominio.

Il Tribunale di Vicenza, con una sentenza dell’ottobre dello scorso anno ha stabilito che ben si può tutelare la propria abitazione mediante un sistema di videosorveglianza, tuttavia la telecamera deve essere posizionata in modo che “si limiti ad inquadrare le sole aree in proprietà esclusiva di colui che lo colloca, ed escluda pertanto la ripresa di aree condominiali (in assenza di delibera condominiale) e di aree in altrui proprietà”. Qualora, invece, le telecamere dovessero essere sistemate in maniera che anche parti comuni possano rientrare nel loro raggio d’azione, è necessaria la preventiva autorizzazione da parte dell’Assemblea condominiale che dovrà decidere con la maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno 500 millesimi.

La stessa maggioranza si dovrà avere per autorizzare, non più il singolo condomino, ma il Condominio ad installare un sistema di videosorveglianza nelle parti comuni quali il giardino condominiale o, più semplicemente, l’androne condominiale. Nel caso che sia il Condominio ad installare la videosorveglianza sarà obbligo dell’amministratore provvedere a tutti gli adempimenti richiesti dalla normativa sulla tutela dei dati personali (privacy).

Pertanto, se vi è il timore di intrusioni non desiderate nella propria abitazione, va bene installare le videocamere sul muro del pianerottolo, ma le stesse devono essere posizionate in modo da inquadrare unicamente la porta d’ingresso del singolo alloggio e non anche il restante ballatoio o la rampa di scale che vi accede.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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QUANDO IL WEEKEND DURA MESI

27 aprile 2020 | ,

Tempo di “coronavirus”, tutti a casa. La famiglia, come nei tempi passati quando uno stipendio solo bastava alle necessità familiari, si ritrova insieme organizzandosi una vita differente, meno frenetica, ritrovando il piacere del dialogo e della condivisione di compiti, gioie e dolori. Tuttavia, anche la vita in comune da mattina a sera, così come l’ospite ed il pesce, dopo tre giorni puzza, ed ecco che iniziano i primi screzi e le prime incomprensioni e ben presto si giunge all’esasperazione dovuta alla clausura forzata e, naturale conseguenza, a comportamenti  ingiuriosi e violenti .

Nella maggior parte dei casi è l’uomo che, non abituato alla ristrettezza delle mura domestiche, si lascia prendere dalla rabbia che sfocia nell’ira nei confronti di chi gli sta accanto, moglie o compagna di vita provocando gesti violenti ed inconsulti che, sovente, portano a gesti estremi.

Nel luglio 2019 è stata promulgata la L. 69/19 meglio nota come “Codice Rosso” che ha introdotto delle disposizioni in materia penale e di procedura penale a tutela delle vittime della violenza domestica. Tuttavia, non sempre, specie le donne, sono propense a denunciare chi, nel chiuso delle mura domestiche, si rende colpevole di atti violenti nei loro confronti o nei confronti dei figli (violenza su questi ultimi è anche quella di dover assistere alla violenza  sulla madre) per un qualche senso di pudore, per evitare che i figli possano un domani rimproverarle di avere fatto “andare in carcere” il padre o nella speranza che le cose volgano al meglio. In questi casi, sovvengono le previsioni del codice civile che agli artt. 342 bis e 342 ter  (introdotti con la L. 154/2001- misure contro la violenza nelle relazioni familiari) che  disciplina gli “ordini di protezione contro gli abusi familiari”. in particolare si afferma che “quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, il giudice, [qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio], su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui all’art. 342 ter”.

Quali sono questi provvedimenti?

Innanzitutto l’ordine di cessazione della condotta pregiudizievole, inoltre può disporre: l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, ove occorra l’intervento dei servizi sociali o di un centro di mediazione familiare, l’intervento di associazioni che sostengano le vittime (donne o minori) di abusi o maltrattamenti, il pagamento di un assegno periodico a favore delle persone conviventi che, a causa dell’allontanamento del congiunto, si trovino prive di mezzi di sostentamento.

L’ordine di protezione può avere durata fino ad un anno prorogabile per il tempo strettamente necessario qualora ne ricorrano gravi motivi.

Queste misure di protezione stabilite dalla legge civile non vanno ad intaccare quella che viene conosciuta come “fedina penale” del colpevole degli abusi e quindi non gli inibiscono di svolgere quei lavori che prevedono la condotta irreprensibile dal punto di vista penale o di partecipare a concorsi in cui è richiesto il certificato penale “pulito”, ma hanno la stessa forza coercitiva degli ordini emessi dal giudice in sede penale in quanto qualora dovessero essere disattesi scatterebbe la denuncia in quella sede.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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Fruizione del giardino condominiale in tempi di Corona virus

Fruizione del giardino condominiale in tempi di Corona virus

1 aprile 2020 |

Il giardino condominiale è proprietà comune ed in quanto tale è fruibile  indistintamente da tutti i condomini comproprietari in pari misura ( rilevando la quota condominiale solo ai fini della ripartizione delle spese di manutenzione del bene).

In linea di massima nei regolamenti condominiali sono previste regole e limiti alla fruizione del giardino condominiale e spetta all’amministratore farli rispettare.

L’emergenza Corona visus ha indubbiamente stravolto tale utilizzo.

In effetti le recenti urgenti misure adottate in situazione di emergenza virus come la chiusura dei parchi pubblici, delle aree giochi, delle riunioni in zone pubbliche e più in generale il divieto di assembramenti di persone e limitazioni di contatto e mantenimento delle distanze, di per sé non sono applicabili ai giardini condominiali.

Non vi è un espresso divieto alla fruizione del giardino condominiale, ma tale fruizione è subordinata al rispetto delle regole di emergenza in vigore.

In teoria è quindi ancora possibile frequentare il giardino condominiale, ma con l’obbligo di mantenersi distanziati ( è comunque consigliata una distanza tra le persone di più di un metro, meglio 4/5 metri di sicurezza) , opportunamente tutelati nella persona (quindi mascherine e guanti), con la ripetuta e costante sanificazione del luogo ( panchine, giochi dei bimbi ecc) da parte dell’amministratore  prima di ogni fruizione.

In pratica si dovrebbe stabilire una turnazione di un bambino per volta in giardino e subito dopo una sanificazione prima del successivo bambino controllato da un solo genitore, con il divieto di trattenersi comunque a lungo in più persone del condominio.

Avv. Marcella Conti

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Quando le coppie scoppiano

Quando le coppie scoppiano

27 marzo 2020 |

Sono ormai lontani i tempi in cui si festeggiava la legge 1 dicembre 1970 n. 898 come il regalo di Natale che il Parlamento aveva fatto a tutte quelle coppie che, oramai da tempo scoppiate, non potevano rifarsi una vita con chi avrebbero voluto avere legalmente al proprio fianco. Parlo della Legge che istituiva, anche in Italia, il divorzio.

All’epoca erano necessari 5 anni di separazione prima di poter ricorrere al Tribunale per sentire dichiarare la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con rito concordatario (quello officiato dal Sacerdote) o lo scioglimento del matrimonio contratto con rito civile. Inoltre il processo civile era lungo e necessitava di prove inconfutabili del naufragio del matrimonio che si voleva sciogliere.

Da quel primo dicembre del 1970 è passata molta acqua sotto i ponti e, passando da una soluzione intermedia che accorciava i tempi da cinque a tre anni e introduceva il “divorzio” congiunto o, come si suol dire, consensuale, quest’ultimo con tempistiche molto ridotte rispetto a quello in vigore fino a quel momento, si è giunti alla normativa attuale voluta dal legislatore del 2015, che, probabilmente rendendosi conto che è estremamente difficoltoso ricomporre perfettamente un vaso rotto, ha emanato la Legge 6 maggio 2015 n. 55 più nota come “Divorzio Breve” che riduce da 3 ad 1 anno il tempo necessario per poter instaurare, dopo la separazione, la causa di divorzio. Se la separazione precedente era stata “consensuale” il termine di un anno viene ridotto a sei mesi.

Questa importante legge era stata preceduta nel 2014 da un Decreto Legge intitolato “degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile” che ha snellito il procedimento tanto di separazione che di divorzio introducendo la “Negoziazione Assistita”.

Questa nuova forma di separazione e di divorzio è estremamente snella e veloce e si svolge nello studio dell’avvocato senza necessità per i separandi o divorziandi di recarsi in Tribunale. Condizione necessaria è che si raggiunga, con l’intervento obbligatorio di un legale per parte, un accordo sulle condizioni della separazione o del divorzio, accordo che verrà sottoscritto dalle parti e trasmesso da uno dei legali al Procuratore della Repubblica che, se non ravvisa irregolarità, concede il nullaosta per la trascrizione nei registri dello stato civile. Incombente quest’ultimo cui provvede uno degli avvocati nel termine di dieci giorni dal nullaosta.

Come si vede la procedura è molto veloce ed evita il patema d’animo di doversi trovare dinanzi ad un Giudice ma si svolge tutto nello studio di uno dei due avvocati difensori delle parti.

In caso di divorzio anche la trascrizione nel Registro dello Stato Civile per ottenere lo “stato libero” è veloce in quanto, grazie alla firma digitale ed alla PEC normalmente si adempie all’obbligo in tempo reale ed il Comune risponde nel giro di pochissimi giorni che tutto è a posto.

Prossimo passo: divorzio senza separazione (come nella maggior parte dei paesi esteri), ma quando? Per ora accontentiamoci di questi grandi passi fatti tra il 1970 ed il 2015.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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Quando il tradimento paga …. Il tradito

Quando il tradimento paga …. Il tradito

15 ottobre 2019 | ,

ora che siamo, finalmente, separati, sai che ti dico? Durante il matrimonio ti ho tradito con Giovanni!”

Inutile ripicca e magra consolazione per l’ex moglie e guai in vista per l’amante che potrebbe vedersi citare in giudizio e condannare al risarcimento dei danni a favore del marito tradito.

E’ quanto è avvenuto al Sig. Tizio che, in costanza di matrimonio della signora Nevia con il signor Caio, aveva avuto una relazione con Nevia che, una volta ottenuta la separazione da Caio ha pensato bene di fargli del male raccontandogli del tradimento e inducendo, di conseguenza, Caio a dubitare della sua paternità nei confronti del figlio nato nel periodo in cui Nevia intratteneva la tresca con Tizio. Caio, sentendosi leso negli affetti e nell’onore ha citato in giudizio Tizio per sentirlo condannare al risarcimento dei danni morali subiti a causa del comportamento di Tizio e Nevia.

La vertenza è giunta all’attenzione della suprema Corte di Cassazione che con sua ordinanza del marzo 2019 ha affermato che i doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione dei diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a questa preclusiva”.

La Suprema Corte ha sancito in tal modo la possibilità per il coniuge tradito di richiedere oltre all’addebito della separazione (come si diceva una volta “la separazione per colpa”) un risarcimento del danno laddove sia stato leso un suo diritto inviolabile quale, ad esempio, quello alla salute o all’onorabilità.

Pertanto, ai fini della richiesta di risarcimento del danno non è sufficiente allegare la condotta adulterina, ma è necessario che questa condotta, per lo sconvolgimento che provoca nell’atro coniuge, determini un pregiudizio alla salute o, comunque, un danno alla sua dignità personale.

Nel caso di specie la Corte di Cassazione ha affermato che, sebbene l’amante non sia soggetto all’obbligo di fedeltà coniugale, può configurarsi una sua responsabilità quando il diritto violato sia quello alla dignità ed all’onore.

Quando, cioè, dal modo con cui è stata condotta la relazione extraconiugale, l’amante abbia violato o concorso a violare la dignità e l’onore del coniuge tradito come, ad esempio, nel caso in cui l’amante si sia vantato della propria conquista con persone che conoscano il coniuge tradito o abbia diffuso immagini che mostrino gli amanti insieme.

Morale: Se tradimento ha da essere, che sia molto discreto!

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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Revocatoria!?! – Chi era costei?

Revocatoria!?! – Chi era costei?

28 giugno 2019 |

Ho mutuato una celebre frase dei Promessi Sposi, pronunciata da Don Abbondio a proposito del filosofo Carneide, per introdurre un istituto giuridico che non è conosciuto dai più e coloro che lo conoscono lo associano al fallimento dove è prevista la “revocatoria fallimentare” che è il potere concesso al Giudice di dichiarare invalidi gli atti di disposizione del patrimonio, tanto a titolo gratuito che oneroso, compiuti dal fallito nell’anno  o nei due anni precedenti la dichiarazione di fallimento.

Nel nostro Codice Civile, accanto alla revocatoria fallimentare è prevista la Revocatoria Ordinaria cioè l’azione volta a fare dichiarare inefficaci gli atti dispositivi del patrimonio del debitore da questi effettuati, tanto a titolo gratuito che oneroso, e che producono o potrebbero produrre la perdita della garanzia del credito. Essa non è altro, quindi, che un mezzo di conservazione della garanzia patrimoniale al fine di non pregiudicare le ragioni del creditore.

L’art. 2901 c.c. stabilisce, infatti, che “il creditore, anche se il credito è soggetto a condizione o a termine, può domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni.” Ed il successivo art. 2903 prevede che “l’azione revocatoria si prescrive in cinque anni dalla data dell’atto!.

Dall’esame dei due articoli sopra riportati risulta che se il debitore di Tizio vendesse un immobile di sua proprietà a Caio e non avesse un patrimonio residuo che possa garantire comunque a Tizio che il suo credito verrà pagato, questi potrebbe citare in giudizio il suo debitore e Caio per fare dichiarare inefficace l’atto di compravendita.

Tuttavia la legge tutela coloro che sono restati invischiati in certi maneggi messi in atto per evitare di pagare uno o più debiti concedendo loro la possibilità di provare che non erano a conoscenza della situazione debitoria del venditore, quindi di aver acquistato in buona fede. La presunzione di buona fede viene a cadere nel caso in cui il prezzo della compravendita sia sproporzionato in rapporto al valore del bene compravenduto come nel caso di acquisto di un immobile di pregio per poche decine di euro.

L’esempio fatto non deve trarre in inganno perché non solo le compravendite possono essere revocate, ma tutti gli atti dispositivi del patrimonio del debitore quali, ad esempio, la costituzione di un fondo patrimoniale per la famiglia, l’iscrizione di una garanzia reale su un immobile relativamente ad un debito già scaduto, il conferimento di beni o denaro in società di capitali, la rinunzia ad una eredità, e così via tutti quegli atti che possono portare ad una diminuzione del patrimonio del debitore, diminuzione immediata (compravendita) o probabile in futuro (ipoteca).

Pertanto, è opportuno, in presenza di debiti, evitare di ricorrere a “finte vendite” o altri éscamotage per evitare di essere assoggettati ad espropriazione immobiliare perché si potrebbe incorrere in un’azione revocatoria che si risolverebbe unicamente in un aggravio di spese.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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Interessante pronuncia in merito di occupazione del suolo pubblico per propaganda politica

Interessante pronuncia in merito di occupazione del suolo pubblico per propaganda politica

27 maggio 2019 |

Miei cari lettori, in questo periodo di elezioni Vi delizio con un’interessante pronuncia del nostro Illustrissimo Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte.

Premetto fin da subito che non è mio intento persuadere al sostegno di alcun credo politico, bensì valorizzare i diritti della nostra Carta Costituzionale.

Tutto origina dal ricorso presentato da un partito candidato alle prossime elezioni elettorali al fine di veder dichiarare l’annullamento del provvedimento amministrativo con il quale il Comune non  concedeva l’occupazione del suolo pubblico per propaganda politica.

Per l’Amministrazione la concessione del suolo pubblico è subordinata al rilascio di una dichiarazione di rispetto dei valori antifascisti sanciti dal nostro ordinamento Repubblicano.

In particolare, è espressamente richiesto di ripudiare il fascismo ed il nazismo, aderire ai valori dell’antifascismo posti alla base della Costituzione Repubblicana, ovvero i valori di libertà, di democrazia, di eguaglianza, di pace, di giustizia sociale e di rispetto di ogni diritto umano.

Sennonchè, il partito ricorrente allegava alla propria istanza una dichiarazione difforme dal modello-tipo stilato dalla Pubblica Amministrazione omettendo l’espresso ripudio del fascismo e l’adesione ai valori dell’antifascismo.

Tuttavia, i giudici amministrativi rigettavano il suddetto ricorso in quanto i valori dell’antifascismo e della Resistenza nonchè il ripudio dell’ideologia fascista sono valori fondanti la Costituzione e la loro conseguente omissione configura un tacito inneggiare al sostegno degli stessi ideali ormai decaduti.

Pertanto, quantunque valori come il diritto di eguaglianza, riunione, associazione, manifestazione del pensiero nonché di associazione in partiti politici parimenti tutelati dalla nostra Carta Costituzionale non consentano di subordinare l’esercizio dei diritti civili e politici a dichiarazioni di adesione ai valori dell’antifascismo, il T.a.r. Piemonte disponeva una netta limitazione dei medesimi.

Infatti, a sommesso parere di chi scrive, non possono essere coartati diritti costituzionali come quello politico attraverso l’obbligo di adesione a valori predeterminati.

Invero, il ripudio attinge alla sfera interna dell’individuo che non può essere coartata dall’Amministrazione in assenza di comportamenti e manifestazioni esteriori che si pongano in contrasto con le norme costituzionali e con le leggi dello Stato.

Ad ogni modo, speriamo che nei casi a venire i giudici amministrativi si discostino da tale pronuncia riscontrando nella medesima una strettissima limitazione dei diritti politici che ciascuno di noi ha la possibilità di esercitare liberamente.

Avv. Silvia Giovanna Martini

Studio Legale Franzetta Dassano

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