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“La botte piena e la moglie ubriaca”

“La botte piena e la moglie ubriaca”

15 febbraio 2019 |

Da qualche tempo anche nel Nord Italia si assiste al proliferare di Terrazze a livello, i cosiddetti Attici, nelle costruzioni signorili. Gli attici sono tipici dell’Italia centro meridionale dove, per la mitezza del clima, corrono meno rischi di danneggiarsi.

E’ tanto bello crogiolarsi al sole mentre si sorseggia una bibita sul terrazzo della propria abitazione all’ultimo piano di un condominio e contemporaneamente godere della vista di un bel panorama quale quello che si può ammirare a Torino dalla terrazza di un amico di chi scrive e da dove sembra di toccare la Mole, i Cappuccini e la Basilica di Superga.

Bello, si. Ma stiamo attenti che ogni medaglia ha due facce, la prima ed il suo verso. La bellezza del panorama, il piacere di prendere il sole sulla terrazza della propria abitazione hanno come contropartita l’obbligo di mantenerla in efficienza quando la terrazza stessa rappresenta la copertura degli alloggi ad essa sottostanti.

Ci troviamo al cospetto di due previsioni di legge in materia di Condominio e precisamente all’art. 1122 ed all’art. 1126 c.c.

L’art. 1122 c.c. prende in esame la situazione che si viene a creare quando delle parti che sono destinate all’uso comune dei condomini siano state attribuite in proprietà o in uso ad uno di essi. Ad esempio, appunto, la terrazza a livello prospiciente l’alloggio dell’ultimo piano cui serve e che è attribuito, di norma, in proprietà.

Ora, secondo quanto stabilisce quella norma, il proprietario o, comunque, chi utilizza in modo esclusivo tale terrazza non vi può fare costruzioni o lavori in genere che rechino pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o, anche solo, al decoro architettonico dell’edificio.

Questa norma limita fortemente quella che è l’essenza del diritto di proprietà e cioè l’assolutezza dello stesso, normalmente si dice “è casa mia e faccio quello che mi pare”; ma quando casa nostra è anche una parte importante della casa degli altri condomini, come nel caso che stiamo esaminando, il tetto, allora non si può fare più ciò che si vuole, ma bisogna evitare che ciò che si fa rechi danno agli altri.

Parimenti, l’art. 1126 c.c., sempre nell’ottica che la terrazza a livello, pur essendo di proprietà o di uso esclusivo di un solo condomino, serve da copertura agli alloggi sottostanti stabilisce che le spese per la riparazione o ricostruzione delle stesse vanno suddivise per un terzo a carico del proprietario dell’alloggio cui ineriscono e per i restanti due terzi a carico di tutto l’edificio o della parte di esso cui la terrazza a livello serve.

Proprio relativamente alle spese per la riparazione della terrazza a livello la Corte di Cassazione, con una sua recentissima ordinanza (gennaio 2019), nell’affermare il principio che il proprietario della terrazza è tenuto alla manutenzione della stessa e che le spese vanno suddivise tra egli ed i condomini cui la terrazza serve, ha anche esonerato il proprietario da tale responsabilità nel caso in cui i lavori di riparazione vengano osteggiati dagli altri condomini.

Nel caso di cui si è occupata la Cassazione, il proprietario dell’alloggio cui ineriva la terrazza a livello aveva posto in essere un’attività rivolta al restauro della stessa al fine di impedire infiltrazioni di umidità nell’alloggio sottostante, tuttavia proprio il proprietario dell’alloggio coperto dalla terrazza aveva fatto in modo che tali lavori non proseguissero giungendo a sollecitare dal Comune dei provvedimenti che impedissero l’effettuazione delle opere necessarie alla manutenzione della terrazza stessa.

La Suprema corte ha dato ragione al proprietario della terrazza che si era adoperato per evitare i danni che poi si erano verificati in quanto tale sua diligente attività era stata fermata proprio da chi, poi, ha subito i danni che avevano portato alla vertenza.

La Cassazione ha, infatti, stabilito che tutti i condomini sono tenuti ad effettuare le opere di manutenzione della terrazza a livello secondo quanto stabilito dall’art, 1126 c.c. il proprietario può esimersi dalla responsabilità solo qualora ricorra un caso fortuito, la forza maggiore o la colpa di un terzo che, nel caso che ci occupa è consistita nell’opposizione colpevole del condomino alla diligente attività del proprietario della terrazza.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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“Da oggi lei è trasferito, questo è un ordine…non le devo alcuna spiegazione!”.

“Da oggi lei è trasferito, questo è un ordine…non le devo alcuna spiegazione!”.

12 febbraio 2019 |

Forse per alcuni di noi la carriera militare è un lontano miraggio ovvero una meta mai predeterminata, tuttavia da ora i nostri valorosi militari saranno trasferiti tout cuort senza ottenere alcuna spiegazione.

Questo è quanto stabilito da una recente pronuncia del Tribunale Amministrativo per la Regione Lazio, la quale definisce i trasferimenti di autorità dei militari come ordini che, per l’effetto, non richiedono specifica motivazione o la partecipazione dell’interessato.

Tale disposizione trae origine dalla proposizione del ricorso amministrativo ad istanza di un   militare trasferito per ragioni di incompatibilità ambientale in quanto coinvolto in un procedimento penale per gravi reati.

Segnatamente i provvedimenti di trasferimento dei militari emessi per ragioni di incompatibilità ambientale, come nel caso di specie ma lo stesso vale per i più generali provvedimenti con la quale l’Amministrazione dispone il trasferimento degli stessi, prevedono un’attenuazione delle garanzie procedimentali per il sottoposto.

Pertanto, vengono eluse le garanzie di partecipazione preventiva proprie di qualsivoglia procedimento in ossequio al principio del contraddittorio il quale, “volgarmente” per chi non è operatore del diritto, permette di esprimere le proprie ragioni e difendersi come, d’altronde, prevede anche la nostra Carta Costituzionale.

Tanto più che, i nostri valorosi combattenti non godono della possibilità di venire a conoscenza della motivazione che ha condotto al proprio trasferimento.

Con l’ardire di spingersi oltre, è forse questa la nota dolente della summenzionata pronuncia del Collegio amministrativo.

Tuttavia il suddetto provvedimento di trasferimento non rappresenta, ictu oculi, una misura di carattere sanzionatorio ovvero punitivo in quanto mira semplicemente ad assicurare che la Pubblica Amministrazione possa godere della fiducia dei destinatari della sua azione nonchè possa continuare ad assolvere ai propri compiti in maniera proficua.

Infatti la ragione della sopraccitata disposizione o, per meglio intendersi, del suddetto ordine si  rinviene nella tutela dell’interesse pubblico senza la necessità di procedere ad ulteriori accertamenti sulla sussistenza della responsabilità del sottoposto.

Pertanto, l’adozione del provvedimento di trasferimento risulta avulsa in toto dalle indagini sull’origine della situazione venutasi a creare a discapito del militare.

Anzi tale ordine viene emesso, altresì, nei casi di semplice messa in pericolo del bene giuridico che il medesimo  tutela.

Nel caso che ci occupa, tale bene è rappresentato dal corretto funzionamento dell’ufficio nonché dal relativo prestigio e non dalla permanenza del militare presso una determinata sede di servizio, la quale ultima costituisce una semplice modalità di svolgimento del medesimo.

Ebbene si, cari e valorosi militari, prestate il vostro zelante servizio ma tenete sempre pronta la valigia nell’armadio… non avrete tempo di chiedere alcuna spiegazione che dovrete già partire per altra destinazione.

Dott.ssa Silvia Giovanna Martini

Studio Legale Franzetta Dassano

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Diventare cittadini Italiani

Diventare cittadini Italiani

7 febbraio 2019 |

La legge italiana prevede il termine di 10 anni di residenza come requisito per l’acquisto della cittadinanza. A mente dell’art 17/ter della legge n.91 del 5/02/1992, il diritto al riconoscimento della cittadinanza italiana è esercitato dagli interessati mediante la presentazione di una istanza all’autorità comunale italiana competente per territorio in relazione alla residenza dell’istante. L’istanza deve essere trasmessa al Ministero dell’Interno entro 30 giorni dalla data della presentazione. Prima del decreto legge Salvini i tempi di conclusione delle pratiche per la cittadinanza erano di 24 mesi, ai sensi dell’art 9 della legge 91/1992.

La recente riforma prolunga da 24 mesi a 48 mesi il termine per la conclusione dei procedimenti. Il termine cosi prolungato ha la stessa valenza sia per i procedimenti di concessione della cittadinanza per residenza sia per quelli di cittadinanza per matrimonio. In precedenza la cittadinanza per matrimonio contratto con cittadino italiano non potevano essere rifiutate trascorsi 2 anni della presentazione della domanda. Con la recente riforma le stesse potranno sempre essere rigettate anche con il decorso del termine massimo di 4 anni.

L’allungamento a 4 anni del termine per la Pubblica Amministrazione di definire il procedimento di cittadinanza è ritenuto da alcuni eccessivo. Anche se in conseguenza del continuo aumento delle istanze di riconoscimento e concessione della cittadinanza i tempi di attesa oltrepasseranno la soglia prefissata di 4 anni. Da questo si deve comunque tenere conto che la fase dell’istruttoria richiede la massima attenzione in quanto si riscontrano fenomeni di contraffazione dei documenti provenienti dai paesi di origine dei richiedenti. Si è vista cosi la necessità di allungare i tempi della cittadinanza de iure e de facto fino a 14 anni. A tale proposito per diventare cittadino italiano e allo stesso tempo europeo sarà una procedura sia più lunga che costosa anche per gli stranieri in possesso del permesso di soggiorno a lunga durata.

Per quel che riguarda i figli nati in Italia da genitori non cittadini la legge esclude l’acquisizione della cittadinanza subito dopo la nascita. Tuttavia è concesso a questi ultimi di presentare richiesta di cittadinanza dopo il raggiungimento della maggiore età.

La legge, inoltre, stabilisce che il requisito della residenza è necessario per acquistare la cittadinanza. Il domiciliato non può avere la stessa valenza anche quando si tratta di studenti universitari in possesso di permesso di soggiorno per motivi di studio per i quali può essere facilmente provata la presenza nel territorio per il periodo di 10 anni richiesta dalla legge.

Le altre ragioni per le quali si è arrivato alla nuova riforma sono principalmente legate ai fenomeni di terrorismo, in modo da evitare l’acquisizione della cittadinanza italiana ed europea ai potenziali terroristi oppure ai ricercati della giustizia.

Dott.ssa Elena Hoxha

Studio Legale Franzetta Dassano

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Piccioni: Colombe della pace o untori?

Piccioni: Colombe della pace o untori?

10 gennaio 2019 |

L’immaginario collettivo identifica i piccioni con la “colomba della pace” oppure con i “due cuori ed una capanna”, tuttavia il proliferare di questi volatili nelle nostre città porta notevoli problemi oltre che all’arredo urbano ed ai monumenti, anche e soprattutto alla salute delle persone, infatti si stimano in oltre 60 le malattie trasmissibili all’uomo da parte dei piccioni.

A tale proposito è di questi giorni la notizia che il Tribunale di La Spezia ha condannato una sessantenne, abituata a dare da mangiare ai piccioni che per tale motivo affollavano il suo balcone e quelli dei vicini, ad un anno e due mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena subordinata al pagamento del risarcimento alla parte civile, quantificato dal giudice in 5 mila euro. La parte civile era rappresentata da una signora, vicina di casa, che aveva contratto una malattia portata da un parassita dei piccioni. La stessa sessantenne era già stata sanzionata in precedenza per aver fatto in modo che nel cortile del condominio in cui abita (e da cui per altro dovrà allontanarsi entro 60 giorni) stazionassero numerosi volatili molti dei quali vistosamente insani ed ammalati.

Per evitare il proliferare dei piccioni molti Comuni italiani hanno emanato diverse ordinanze che oltre a vietare di “pasturare” i volatili impongono ai condomini di porre in essere tutti quegli accorgimenti volti a tenerli lontani dagli abitanti quali l’apposizione di strisce d’aghi o di cavi elettrici a basso voltaggio oppure dissuasori ad ultrasuoni, mentre le amministrazioni comunali provvedono alla somministrazione agli stessi di antifecondativi. Un Comune aveva avviato una campagna di abbattimento dei dannosi volatili, campagna subito annullata per le ovvie rimostranze degli animalisti.

Ora, viene da chiederci come possa difendersi da eventuali malattie un condomino che, anche in assenza di chi dia mangiare ai piccioni, si senta minacciato nella propria salute dal gran numero di volatili che annidano nel proprio condominio. Egli potrà chiedere all’Amministratore di mettere lo specifico punto all’ordine del giorno dell’assemblea che dovrà deliberare con la maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno 500 millesimi e ciò in quanto si tratta di un intervento volto a migliorare la sicurezza e la salubrità degli edifici (art. 1136, 2° c., c.c. in relazione all’art. 1120, 2° c. n. 2, c.c.).

In conclusione: se non si vuole “finire dentro” per far vivere e proliferare i piccioni “fuori”, evitiamo di renderci complici di una proliferazione indiscriminata di quei volatili che potrebbe essere nociva alla salute di tutti.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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NEVE E GHIACCIO SUI MARCIAPIEDI?

NEVE E GHIACCIO SUI MARCIAPIEDI?

19 dicembre 2018 |

E’ inverno: tempo di neve! A chi non è capitato di dover affrontare la neve in città nei propri spostamenti da casa al lavoro? E specie quando si ha fretta gli scivoloni sono in agguato e non è raro vedere qualche persona, specie se “diversamente giovane”, venire portata con l’autoambulanza in ospedale per la riduzione di eventuali fratture o, comunque, essere curata per i traumi seguenti all’impatto con la “bianca coltre”.in questi casi i malcapitati possono richiedere il risarcimento dei danni subiti? E a chi?

Normalmente chi ha l’obbligo della manutenzione delle strade, dei marciapiedi e, in ogni caso, dei luoghi comuni deve adoperarsi affinchè siano puliti e sgomberi da qualsiasi elemento che possa procurare danno agli utenti del luogo stesso. Il codice civile, infatti, dichiara la responsabilità di chi ha in custodia dei beni per il danno cagionato dagli stessi salvo che provi il caso fortuito.

E’ di pochi giorni fa una decisione della Corte di Cassazione che era stata chiamata a decidere sulla responsabilità o meno del condominio in ordine alla caduta di un anziano che percorreva una stradina interna al condominio stesso che era coperta di neve e di fogliame che la rendevano viscida. La Suprema Corte, preso atto delle risultanze istruttorie dei primi due gradi di giudizio, ha ritenuto non applicabile al caso di specie la norma sopra richiamata avendo ritenuto che la caduta della persona anziana si era verificata per il comportamento incauto della stessa che si era avventurata su una strada leggermente in salita coperta di neve (l’istruttoria aveva escluso la presenza di fogliame non rimosso); in questo comportamento la Corte ravvisava quel caso fortuito che è sufficiente ad escludere il nesso causale tra l’incidente occorso e la responsabilità del condominio per la sua causazione.

Morale: in questi giorni di freddo intenso che favorisce la presenza di ghiaccio sulle strade tanto pubbliche che private, stiamo attenti perché potremmo trovarci a subire un danno e a non poterne chiedere il risarcimento.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

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Cambiano le regole in tema di recesso dai contratti di telefonia, internet e pay tv

Cambiano le regole in tema di recesso dai contratti di telefonia, internet e pay tv

23 novembre 2018 |

Buone nuove per gli utenti di servizi di telefonia, televisivi e di comunicazione elettronica.

Con l’adozione delle nuove Linee Guida, pubblicate con la delibera n. 487/18, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha introdotto importanti novità in tema di recesso e/o passaggio dell’utenza ad altro operatore.

La prima novità riguarda la facoltà di recesso o di trasferimento delle utenze presso altro operatore, già riconosciuta dal c.d. Decreto Bersani (D.L. n. 7/2007): grazie alle nuove linee guida, l’utente non perde tale facoltà con il passare del tempo e potrà da oggi esercitarla in ogni momento, senza alcun limite temporale, fatto salvo l’obbligo di preavviso che non potrà però essere superiore a 30 giorni.

La seconda importante novità è rappresentata dall’applicazione dei principi di equità e di proporzionalità al regime delle spese che vengono addebitate agli utenti in caso di recesso e/o trasferimento ad altro operatore.

L’Autorità, infatti, pone un freno alla possibilità per gli operatori di innalzarle a dismisura, precisando che “le spese di recesso devono essere eque e proporzionate al valore del contratto e alla durata residua della promozione offerta” e anche nel caso in cui all’utente debbano essere addebitati gli sconti di cui ha beneficiato in sede di attivazione, questi dovranno essere commisurati al valore del contratto nonché essere equi e proporzionali alla durata residua dell’eventuale promozione.

Inoltre, le Linee Guida specificano che ogni operatore in fase di sottoscrizione del contratto, ha l’obbligo di rendere note verbalmente e attraverso idonea informativa – chiara e sintetica – da allegare al contratto, tutte le spese che l’utente dovrà sostenere in corrispondenza di ogni mese in cui il recesso potrebbe essere esercitato.

Infine, con riferimento al credito residuo presente sulla SIM in caso di trasferimento ad altro operatore, l’Autorità chiarisce che “a seguito dello scioglimento del rapporto contrattuale per qualsiasi causa il cliente ha diritto al riconoscimento dell’eventuale credito residuo”.

 

Dott.ssa Rossana Tirenna

Studio Legale Franzetta Dassano

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L’assistente sociale nello studio legale: perchè?

L’assistente sociale nello studio legale: perchè?

17 ottobre 2018 |

Attualmente, alcuni Studi Legali offrono svariati servizi non solo a carattere Legale bensì funzionali e strumentali a quella che è la professione Forense specifica. Il motivo di questa scelta è per essere sempre più vicini alla clientela ed offrire tutto ciò di cui questa abbia necessità.

Oggigiorno non è raro che alcuni Studi Legali collaborino con Psicologi, e questo è comprensibile, ma è quantomai sporadico che la collaborazione avvenga con un’ Assistente Sociale e quindi forse la domanda potrebbe nascere spontanea “Perché l’assistente sociale in uno studio legale?” Non nasce altrettanto spontanea la risposta, anche perché siamo abituati a riconoscere gli Assistenti Sociali all’interno della Pubblica Amministrazione come longa manus di questa. Tuttavia sfaterei questa idea per spiegare la molteplicità di sfaccettature e la duttilità della mia professione e quindi anche la grande opportunità in uno Studio Legale, esponendo in questo articolo i motivi e l’utilità della mia professione in ambito Legale e Giuridico, partendo dal presupposto che ritengo la collaborazione tra legali ed assistenti sociali una risorsa preziosa che permette di valutare i procedimenti giudiziari come un’occasione di crescita e confronto per le famiglie, diminuendo se non addirittura eliminando guerriglie tra partners, genitori e servizi sociali pubblici.

Oltre alla collaborazione per l’attivazione della pratica collaborativa nelle situazioni di separazione coniugale o definizione di accordi per l’affidamento dei figli di coppie di fatto (Consulenze tecniche di parte), l’Assistente Sociale nello Studio Legale si occupa di varie attività, che qui di seguito illustro:

  • consulenze sociali inerenti la tutela dei soggetti fragili (amministrazione di sostegno, tutela e curatela), nonché fornendo l’opportunità di ricoprire il ruolo di Amministratori di Sostegno, Tutori, Curatori;
  • consulenze familiari nelle situazioni di forte conflittualità tra i coniugi che non rende possibile la pratica collaborativa. E’ possibile attivare questa pratica solo con il consenso di entrambi i coniugi e degli avvocati di entrambi. Questa modalità, attivata tempestivamente può evitare il coinvolgimento da parte dell’Autorità Giudiziaria dei servizi sociali perchè in genere permette di lavorare attivamente sul conflitto attraverso decisioni concrete quotidiane e un monitoraggio della situazione costante;
  • accompagnamento socio-clinico di soggetti in carico ai servizi sociali che faticano a stabilire un rapporto collaborativo con questi ultimi, o che possono aver perso la fiducia nei professionisti dell’Ente pubblico per svariate motivazioni tra cui lentezza delle risposte dalla Pubblica Amministrazione oppure e anche per la loro percezione, di una situazione che non potrà mai cambiare. In questi casi le attività che normalmente svolgiamo quali Assistenti Sociali sono di vario tipo:
    • colloqui con questi per chiarire la loro posizione rispetto ai servizi sociali;
    • riunioni di confronto con i servizi sociali;
    • analisi delle possibilità di miglioramento nella relazione servizi sociali-singolo soggetto e definizione di strategie di soluzione;
    • possibile monitoraggio periodico della situazione di questi soggetti sia con questi ultimi sia con i servizi sociali;
    • redazione di relazioni per il Tribunale;
  • consulenza sociale per coloro con situazioni familiari complesse e che, non solo hanno necessità di consigli Legali su come procedere dal punto giuridico e non, ma hanno anche necessità dal punto di vista relazionale ed educativo (es. ‘come comunico al mio bambino che voglio separarmi?’, ‘cosa posso fare con mia figlia che ho scoperto che frequenta online uomini adulti?’, ‘mio marito mi picchia ma se denuncio ho paura di perdere i miei bambini’, ‘mio figlio è stato denunciato e non so cosa succederà’). La conoscenza dei servizi sociali e delle forze dell’ordine di molti territori permette alla mia categoria professionale un accesso privilegiato ai professionisti incaricati dagli Enti sia per avere informazioni circa le risorse attivabili sui diversi territori sia per le procedure specifiche da seguire per effettuare richieste di attivazione dei servizi;
  • accompagnamento socio clinico per genitori stranieri che non parlano italiano e che non trovano supporto da parte dei servizi sociali competenti per svariati motivi tra cui problematiche tanto linguistiche che culturali ovvero per mancanza di fiducia con l’Ente laddove i rapporti con questo si siano già logorati.
  • valutazioni socio-cliniche quale Perito di Parte in procedimenti Giudiziari o qualora ve ne sia la necessità.
  • redazioni relazioni per il Tribunale in tutti i casi sopra descritti in cui vi sia la necessità.

Quindi si capisce bene che l’Assistente Sociale, quale Libero Professionista, opera materialmente in vari ambiti e fornisce un’utile, se non addirittura indispensabile, apporto ad uno Studio Legale; il tutto a vantaggio di colui che viene ad averne necessità. Pertanto ora, quando sentirete dire o scoprirete che tra i componenti di uno Studio Legale vi sono anche gli assistenti sociali non vi chiederete più il “Perché?” bensì potrete esclamare “Finalmente!”.

Dott.ssa Chiara Moliterni

Studio Legale Franzetta Dassano

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Rieccoci

Rieccoci

9 ottobre 2018 | ,

Rieccoci, siamo ritornati dalle Vacanze estive ed abbiamo è vero tardato con il pubblicare dei nostri Articoli, ma siamo stati presi da svariate attività per offrire sempre un servizio migliore “al cittadino”.

Quali queste novità?

In prima battuta da oggi presso il Nostro Studio è attiva un’associzione di Consumatori, Consumitalia.

A breve sarà attivo un servizio di CAF e di Patronato, funzionale ai Cittadini ed allo Studio.

Inoltre è entrata a far parte dello Studio la Dottoressa Chiara Moliterni, Assistente sociale, ed a breve un suo articolo per descrivervi le attività specifiche degli Assistenti Sociali soprattutto in uno Studio Legale.

Da Gennaio inoltre sarà attiva una nostra nuova sede in Lombardia, a Monza, questo sempre per essere vicini a tutti Voi.

Saranno finite le novità?

No ovviamente, ma per sapere cosa “bolle in Pentola” dovrete aspettare ancora un poco, anche perchè quando facciamo qualcosa lo dobbiamo sempre fare bene, quindi stiamo perfezionando tutto prima di proporvelo.

Detto ciò non mi resta che augurarvi una buona lettura del nostro Blog, e…di quando in quando passate anche a dar un’occhiata al nostro Sito, poichè a breve….novità anche in quello!!!

A presto

Gianmarco Dassano

Studio Legale Franzetta Dassano

Fermo amministrativo dei veicoli registrati

Fermo amministrativo dei veicoli registrati

8 giugno 2018 |

Sarà capitato a tutti di sentire parlare di “fermo amministrativo dell’autoveicolo” e di chiedersi di cosa di tratti e di quali possano essere le conseguenze sul veicolo interessato.

Il fermo amministrativo dei beni mobili registrati altro non è che uno dei procedimenti formali attraverso cui i Concessionari della Riscossione, vale a dire quelle Società alle quali viene affidata la riscossione dei tributi, delle sanzioni amministrative, etc, mediante un’apposita concessione, possono attivare procedure a garanzia del credito degli Enti impositori.

A questo punto occorre precisare che i beni mobili registrati sono quei beni disciplinati dall’art.815 del Codice Civile; si tratta di beni che, per la loro importanza economica, quanto a determinati aspetti della disciplina giuridica, della forma e degli oneri di pubblicità, sono equiparati dal legislatore ai beni immobili e, pertanto, sono iscritti in pubblici registri: sono beni mobili registrati i beni di locomozione e di trasporto come le navi, gli aeromobili e gli autoveicoli.

Un bene gravato da fermo amministrativo non può circolare, non può essere venduto e non può essere radiato dal pubblico registro: pertanto, esso risulta essere, di fatto, inutilizzabile.

Infatti, qualora la Pubblica Autorità dovesse reperire in circolazione un mezzo gravato da fermo amministratore dovrebbe elevare una sanzione amministrativa all’utilizzatore (compresa tra € 714 e € 2.859), emettere disposizione di custodia forzata del bene ed avvisare l’Agente della Riscossione che ha materialmente iscritto il fermo di provvedere al pignoramento del bene.

Il procedimento di fermo amministrativo può essere attivato dall’agente incaricato della riscossione in caso di mancato pagamento di una cartella esattoriale entro 60 giorni dalla notifica della stessa.

Tale procedimento nella prassi si sostanzia nella verifica della titolarità del bene in capo al debitore e nella successiva notifica del c.d. “preavviso di fermo amministrativo”, un provvedimento amministrativo mediante il quale l’ente incaricato della riscossione comunica al debitore che, nel caso in cui non provvederà al pagamento del debito nel termine di 20 giorni, procederà all’iscrizione del fermo sul veicolo individuato.

La mancata comunicazione del preavviso di fermo è motivo di nullità del fermo stesso.

In tale atto dovranno essere riportati alcuni elementi, fra cui: la natura del debito, l’importo dovuto e l’anno di riferimento, il numero della cartella esattoriale e la prova della sua notifica, l’indicazione del responsabile amministrativo, dell’autorità amministrativa presso la quale ricorrere e dell’autorità giudiziaria competente.

In caso di mancato pagamento del debito nel termine indicato nel preavviso di fermo ovvero qualora non venga proposto ricorso avverso il suddetto provvedimento, l’ente potrà procedere con l’iscrizione del fermo sul veicolo nel pubblico registro pertinente (nel caso di un’automobile, ad esempio, il PRA).

Ovviamente anche avverso il provvedimento di fermo amministrativo, così come per il preavviso di fermo, è ammesso ricorso avverso la competente autorità giudiziaria: la giurisprudenza è oramai unanime nel ritenere che si applichino in materia le norme generali in tema di riparto di competenza per materia e per valore, pertanto, tutto dipenderà dalla natura del credito in virtù del quale viene iscritto il fermo.

A titolo del tutto esemplificativo e non esaustivo, nel caso in cui il debito origini dall’irrogazione di una sanzione amministrativa per violazione del Codice della Strada l’autorità giudiziaria competente sarà individuata nel Giudice di Pace, nel caso di debiti di natura tributaria, invece, nella Commissione Tributaria.

Nel caso di più ragioni eterogenee di credito dovranno essere adite le autorità giudiziarie competenti per ciascuna materia e per ciascun valore.

Quanto ai termini per proporre ricorso, anche essi variano in relazione alla natura del debito ed al tipo di vizio.

 

Avv. Raffaella D’Amico

Studio Legale Franzetta Dassano

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Verso la Sharing Economy Act

Verso la Sharing Economy Act

4 giugno 2018 |

A seguito delle problematiche legali emerse ed ai momenti di tensione verificatisi talvolta sfociati in violenti episodi di guerriglia urbana, pren­diamo esempio dal caso Uber in riferimento al quale, il Tribunale Civile di Milano con decorrenza maggio 2015 ha disposto il blocco su tutto il territo­rio nazionale della prestazione del servizio considerandone gli operatori  alla stregua di concorrenti sleali, valutandone anche la possibile aggravante dell’elusione fiscale. Vedi anche il caso Airbnb piattaforma telematica, il quale continua a subire attacchi da parte di albergatori e di Associazioni di Categoria.

Per motivi appena brevemente indicati, sembra una necessità impro­rogabile, l’adozione di un quadro normativo aggiornato, in grado di tenere in conside­razione e disciplinare i cambiamenti che le piattaforme on line stanno ap­portando giorno dopo giorno. Nonostante l’accreditamento de facto del fe­nomeno, risulta più che evidente l’assenza di regole chiare ed omoge­nee, in grado di regolare in modo univoco la materia.

E’ questo, dunque, un fenomeno talmente importante da avere attirato l’attenzione delle Istituzioni nazionali e sovranazionali. La Commissione Europea, nel giugno 2016, ha emesso due Comunicazioni COM (2016) 288 e COM (2016) 356, spingendo in tal modo i paesi membri a definire un in­sieme di regole volte ad eliminare le ambiguità o i vuoti normativi rispetto alle nuove situazioni e fattispecie che si sono create grazie al sempre mag­gior e repentino sviluppo dell’economia collaborativa.

La Commissione, si legge nel documento denominato An European agenda for the collaborative economy, ha apprezzato l’importanza della sharing economy ed ha ritenuto che questa, se promossa e sviluppata in modo responsabile, equilibrato e sostenibile, possa dare un contributo im­portante alla crescita e all’occupazione nell’Unione Europea.

Ciò può avvenire esclusivamente rispettando la normativa nazionale di riferimento. Ma è proprio su questo punto che nascono i primi dubbi. Innan­zitutto perché molti Stati membri non hanno ancora adottato una specifica normativa, secondariamente perché la sharing economy rende meno nette le distinzioni tra consumatore e prestatore di servizi, lavoratore subordinato e autonomo, prestazione di servizi a titolo professionale e non professionale. L’invito che la Commissione rivolge agli Stati membri è quello di riesami­nare la normativa nazionale vigente al fine di garantire che i requisiti di ac­cesso al mercato continuino ad essere giustificati da un obiettivo legittimo e siano anche necessari e proporzionati. Divieti assoluti, continua la Commis­sione, nonché restrizioni quantitative all’esercizio di un’attività costituiscono normalmente misure di ultima istanza che in generale dovrebbero essere ap­plicate solo se e laddove non sia possibile conseguire un legittimo obiettivo di interesse generale con una disposizione meno restrittiva. Gli Stati mem­bri, pertanto, devono agevolare e sostenere lo sviluppo della sharing eco­nomy evitando, laddove non sia del tutto indispensabile, di applicare restri­zioni o veti.

Ed è proprio grazie alla sharing economy che si è potuto assistere alla nascita e allo sviluppo delle cosiddette piattaforme di collaborazione, ossia intermediari che mettono in comunicazione, attraverso un marketplace, i prestatori e gli utenti ed agevolano le transazioni tra di essi. Negli ultimi anni si è registrata una notevole crescita di tali piattaforme. Ognuna di esse è specializzata in una specifica attività. Un primo e significativo passo in tale direzione è stato fatto con la proposta di legge italiana n. 3564 (attual­mente in corso di esame in commissione) presentata il 27 gennaio 2016 alla Camera dei deputati da un gruppo di parlamentari appartenenti all’ “Inter­gruppo innovazione tecnologica”, con il professato scopo di disciplinare le piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi.

Le sopracitate comunicazioni della Commissione è successiva alla ste­sura della proposta di legge n. 3564/2016, e di fatto contiene indicazioni, suggerimenti, ma non direttive e su alcuni aspetti evidenzia i rischi dei possibili divieti. La proposta di legge dovrebbe, quindi, tener conto ed adeguarsi per quanto necessario al contenuto delle Comunicazioni della Commissione.

La proposta di legge contiene anche alcune disposizioni per la promo­zione dell’economia della condivisione, ossia l’utilizzo comune di una ri­sorsa, come ad esempio beni di consumo, mezzi di trasporto, ma anche pro­dotti digitali, spazi ed immobili commerciali e non come la casa e l’ufficio, competenze e servizi di vario genere; inoltre, la proposta suddetta reca di­sposizioni riguardanti anche la relazione peer to peer (ossia il rapporto oriz­zontale tra i soggetti coinvolti che si distingue dalle forme tradizionali di rapporto tra produttore e consumatore, volto a rispondere a nuovi bisogni, tra cui, ad esempio, la crescente necessità di interagire negli scambi in una modalità più partecipativa) e la presenza di una piattaforma digitale che supporta tale relazione fungendo da market place, ovvero un luogo d’incon­tro virtuale in cui, sovente, è presente anche  un meccanismo di reputazione digitale e le transazioni avvengono tramite pagamento elettronico.

La proposta di legge n. 3564/2016 è preceduta da una corposa intro­duzione, prima nel suo genere in Europa e già ribattezzata Sharing Economy Act, abbreviato in SEA, condensata in 12 articoli che costituiscono soluzioni di “compromesso”  tra istanze corporativistiche, liberalismo economico e protezione dei consumatori. L’intento, come detto, è quello di trovare un compromesso in grado di gestire le nuove piattaforme digitali in una logica di integrazione con il mercato tradizionale.

Limitando questo elaborato all’analisi dei punti salienti, il disegno di legge prevede principalmente: l’obbligo di iscrizione delle piattaforme sha­ring ad un registro elettronico nazionale, previa presentazione di un docu­mento di policy aziendale attraverso cui esplicitare le condizioni contrattuali e la devoluzione all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) del compito di regolare e vigilare sull’attività delle piattaforme di­gitali dell’economia della condivisione. Infatti, attraverso l’istituzione di un registro elettronico, le piattaforme dovranno ottenere l’approvazione proprio dall’AGCM che, in sostanza, valuterà la sussistenza di incongruenze ed eventuali violazioni normative o concorrenza sleale nei confronti dei settori tradizionali. Inoltre, in materia fiscale, è prevista la denominazione del red­dito percepito da attività di sharing economy come «reddito da attività di economia della condivisione non professionale», con applicazione di un’imposta del 10% per redditi che non superino i diecimila euro. I redditi superiori a diecimila euro sono, invece, cumulati con i redditi da lavoro di­pendente o da lavoro autonomo e a essi si applica l’aliquota corrispondente. I gestori operano, in relazione ai redditi generati mediante le piattaforme di­gitali, in qualità di sostituti d’imposta degli utenti operatori.

Di notevole interesse l’articolo 4, che si sofferma su alcuni dettagli che servono a definire cosa rientri nel concetto di sharing economy e che cosa no. Per esempio, non rientrano in questa tipologia i servizi per i quali il ge­store stabilisce una tariffa fissa.

Anche altri paesi europei hanno varato o stanno discutendo normative di regolamentazione, promozione e monitoraggio del fenomeno. In Belgio è in vigore dall’1 luglio 2016 un trattamento fiscale di vantaggio per i redditi marginali dell’economia collaborativa, approvato con la Loi programme du 1 juillet  2016. In Francia, la legge sull’economia digitale in votazione il 27 settembre 2016 al Senato, comprende disposizioni sulla fiscalità degli individui che utilizzano le piattaforme collaborative oltre i 5000 euro.

Nel Regno Unito, il governo già a marzo 2015 ha formulato delle rac­comandazioni basate su un’analisi indipendente con implicazioni anche per la produzione di statistica ufficiale e favorito la condivisione degli immo­bili a Londra attraverso il Deregulation Act, mentre nella primavera 2016 ha incluso nella legge di bilancio uno “sconto” fiscale aggiuntivo per le atti­vità marginali basate sulle piattaforme digitali.

Dott.ssa Luana Tumbarello

Studio Legale Franzetta Dassano

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