Quantcast
Interessante pronuncia in merito di occupazione del suolo pubblico per propaganda politica

Interessante pronuncia in merito di occupazione del suolo pubblico per propaganda politica

27 maggio 2019 |

Miei cari lettori, in questo periodo di elezioni Vi delizio con un’interessante pronuncia del nostro Illustrissimo Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte.

Premetto fin da subito che non è mio intento persuadere al sostegno di alcun credo politico, bensì valorizzare i diritti della nostra Carta Costituzionale.

Tutto origina dal ricorso presentato da un partito candidato alle prossime elezioni elettorali al fine di veder dichiarare l’annullamento del provvedimento amministrativo con il quale il Comune non  concedeva l’occupazione del suolo pubblico per propaganda politica.

Per l’Amministrazione la concessione del suolo pubblico è subordinata al rilascio di una dichiarazione di rispetto dei valori antifascisti sanciti dal nostro ordinamento Repubblicano.

In particolare, è espressamente richiesto di ripudiare il fascismo ed il nazismo, aderire ai valori dell’antifascismo posti alla base della Costituzione Repubblicana, ovvero i valori di libertà, di democrazia, di eguaglianza, di pace, di giustizia sociale e di rispetto di ogni diritto umano.

Sennonchè, il partito ricorrente allegava alla propria istanza una dichiarazione difforme dal modello-tipo stilato dalla Pubblica Amministrazione omettendo l’espresso ripudio del fascismo e l’adesione ai valori dell’antifascismo.

Tuttavia, i giudici amministrativi rigettavano il suddetto ricorso in quanto i valori dell’antifascismo e della Resistenza nonchè il ripudio dell’ideologia fascista sono valori fondanti la Costituzione e la loro conseguente omissione configura un tacito inneggiare al sostegno degli stessi ideali ormai decaduti.

Pertanto, quantunque valori come il diritto di eguaglianza, riunione, associazione, manifestazione del pensiero nonché di associazione in partiti politici parimenti tutelati dalla nostra Carta Costituzionale non consentano di subordinare l’esercizio dei diritti civili e politici a dichiarazioni di adesione ai valori dell’antifascismo, il T.a.r. Piemonte disponeva una netta limitazione dei medesimi.

Infatti, a sommesso parere di chi scrive, non possono essere coartati diritti costituzionali come quello politico attraverso l’obbligo di adesione a valori predeterminati.

Invero, il ripudio attinge alla sfera interna dell’individuo che non può essere coartata dall’Amministrazione in assenza di comportamenti e manifestazioni esteriori che si pongano in contrasto con le norme costituzionali e con le leggi dello Stato.

Ad ogni modo, speriamo che nei casi a venire i giudici amministrativi si discostino da tale pronuncia riscontrando nella medesima una strettissima limitazione dei diritti politici che ciascuno di noi ha la possibilità di esercitare liberamente.

Avv. Silvia Giovanna Martini

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione Riservata

Decreto flusso di immigrazione per l’anno 2019

Decreto flusso di immigrazione per l’anno 2019

11 aprile 2019 |

Il 9 aprile 2019 è stato pubblicato il decreto n. 84/2019 del Presidente del Consiglio dei Ministri sulla transitoria dei flussi d’ingresso dei lavoratori extracomunitari nel territorio dello Stato Italiano per l’anno 2019.

L’art 1 del decreto prevede che sono ammessi in Italia per motivi di lavoro subordinato stagionale e non stagionale e di lavoro autonomo i cittadini extracomunitari entro una quota complessiva di 30,850 unità. Stabilendo le quote massime di stranieri non comunitari che possono fare ingresso in Italia come lavoratori subordinati, il decreto flussi svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dei flussi migratori. Siccome nel 2018 non sono state utilizzate le quote a disposizione, nel 2019 un aumento di quote non è programmato. Si parla comunque di numeri molto inferiori di quelli degli anni precedenti.

Nell’ambito della quota massima indicata  sono ammessi in Italia per motivi di lavoro subordinato i cittadini non comunitari entro una quota di 12, 850 unità. Invece nell’ambito del lavoro stagionale sono ammessi in Italia 500 cittadini stranieri non comunitari residenti all’estero che abbiano completato i programmi di formazione ed istruzione nei paesi di origine. Inoltre è autorizzata la conversione di 4750  permessi di soggiorno per  lavoro stagionale, 3500 permessi di soggiorno per studio o formazione professionale e 800 permessi di soggiorno UE per soggiornati di lungo periodo.

E’ consentito l’ingresso in Italia per motivi di lavoro autonomo i cittadini non comunitari residenti all’estero, appartenenti alle seguenti categorie:

  • imprenditori che intendono attuare un piano di investimento di interesse per l’economia italiana;
  • liberi professionisti che intendono esercitare professioni regolamentate o vigilate, oppure non regolamentate ma rappresentate a livello nazionale da associazioni iscritte in elenchi tenuti da pubbliche amministrazioni;
  • titolari di cariche societarie di amministrazione e di controllo;
  • artisti di chiara fama o di alta e nota qualificazione professionale.

I termini per la presentazione delle domande decorrono per le categorie dei lavoratori non comunitari dalle ore 9:00 del 16 aprile 2019 e per le categorie dei lavoratori non comunitari dalle ore 9:00 del 24 aprile 2019.  Il termine ultimo per presentare le domande è il 31 dicembre 2019.

Le quote per lavoro subordinato, stagionale e non stagionale previste dal presente decreto se non utilizzate possono essere suddivise sulla base delle effettive necessità riscontrate nel mercato del lavoro.

I  datori di lavoro che intendono assumere mediante il decreto flussi  devono fare domanda online sul sito del Ministero dell’interno al seguente indirizzo https://nullaostalavoro.dlci.interno.it. Gli utenti devono autenticarsi tempestivamente sul portale rispetto alle date previste per l’invio delle domande accedendo esclusivamente con credenziali SPID.

Dott.ssa Elena Hoxha

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione riservata

Consulenza familiare dell’Assistente sociale e Mediazione familiare

Consulenza familiare dell’Assistente sociale e Mediazione familiare

19 marzo 2019 |

La figura professionale dell’Assistente sociale, tutelata dall’Albo di appartenenza, e la figura del Mediatore Familiare rivestono due ruoli con modalità operative, formazione, strumenti tecnici spesso diversi. Tuttavia si pongono obiettivi comuni come: l’accompagnamento delle famiglie nelle controversie verso un percorso durante il quale ognuno potrà sentirsi riconosciuto dall’altro, nei propri bisogni, paure, ansie ed aspettative.
La consulenza familiare condotta dall’Assistente sociale ha come obiettivo principale quello di fronteggiare al meglio problematiche socio-familiari, mediante:
– strategie socio legali con l’avvocato che ha in carico i soggetti-attori (coppie/famiglie);
– rapporto con eventuali servizi sociali coinvolti;
– orientamento sociale in caso di separazione conflittuale, demandando ad altri servizi (quali il mediatore familiare stesso o lo psicologo, ad esempio) ove si ravvede la necessità.

Il ruolo dell’Assistente Sociale è quindi più complesso e ha confini meno limitati. Sovente l’incarico parte su segnalazione del giudice, dell’avvocato o di altri organi quali la scuola o altri componenti della famiglia. L’attività svolta è principalmente di tipo valutativo in quanto vi è la necessità di relazionare alla Procura o al Tribunale per i Minorenni e per questo sono indispensabili strumenti di cui dispone questo professionista quali il colloquio e la visita domiciliare.
L’Assistente Sociale ha una duplice funzione: d’aiuto e di controllo. Sebbene i due interventi non sempre coesistono, è opportuno immaginarle come due azioni che a volte viaggiano parallele, che di tanto in tanto si intersecano e a tratti si sovrappongono per poi distanziarsi nuovamente, mai dimenticando la centralità della persona, unica ed irripetibile oltre che titolare di diritti e di infinite risorse.
Concludendo, appare necessario evidenziare l’importanza di entrambi i ruoli come strumenti di promozione di una cultura in cui il conflitto, familiare e non, non viene ignorato, ma affrontato e trasformato in un’occasione di riflessione, crescita e conoscenza reciproca.

Dott.ssa Chiara Moliterni

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione Riservata

SEPARIAMOCI…… MA FUFY E FIDO CON CHI STANNO?

SEPARIAMOCI…… MA FUFY E FIDO CON CHI STANNO?

12 marzo 2019 |

Oramai è diventato normale, per una famiglia, detenere uno o più animali domestici che, notoriamente, contribuiscono al benessere psichico dell’animale Uomo e sono amici, fratelli e psicologi dei nostri figli. Sui libretti sanitari dei nostri cani e gatti viene inserito il nominativo della persona del nucleo familiare che ne è responsabile per cui il Fido della famiglia Rossi è indicato come Fido di Mario Rossi. Notiamo, quindi, che non vi sono differenze tra gli animali da affezione e le persone legate da vincoli affettivi e familiari.

Come le sorti della famiglia si ripercuotono sui membri umani della stessa così si ripercuotono sui nostri amici a quattro zampe (a volte anche a due) per cui viene da chiedersi cosa capita quando il nucleo familiare si scioglie a causa di una separazione. Come sappiamo i figli sono assoggettati al regime di affidamento condiviso con prescritte modalità di visita e di contribuzione a carico dei genitori separati, ma quale è la sorte riservata al cane o al gatto di famiglia?

Ricordo che diversi anni or sono una famiglia che abitava nel mio quartiere ed era proprietaria di un magnifico gattone nero ebbe la necessità di addivenire alla separazione dei coniugi che provvidero su tutto tranne che sulla sorte del micione nero che, da quell’infausto giorno, fu costretto a vagabondare per le strade del quartiere dipendendo, per il suo sostentamento, dagli uccellini che, imprudentemente, gli capitavano a tiro e sui bocconcini che la “gattara” del quartiere gli lasciava vicino al portone di quella che fu la sua casa.

Storie come quella del micione nero ce ne sono state tante perché la legge non prevede nulla in ordine agli animali da affezione in caso di separazione dei coniugi loro proprietari, i nostri piccoli amici vengono trattati alla stregua delle cose e solo l’accordo delle parti può decidere della loro sorte mentre il Giudice si occupa unicamente della prole tanto in punto affidamento quanto in punto contributo al suo mantenimento.

Contro corrente il Tribunale di Sciacca che con sua decisione del 19 febbraio 2019 ha assegnato il gatto al Marito in via esclusiva a causa di un’allergia della moglie mentre il cane è stato affidato ad entrambi i coniugi che lo potranno tenere presso ciascuno di loro a settimane alterne provvedendo al suo mantenimento. Decisione che ci auguriamo venga seguita da altre Corti di Merito in attesa che venga discusso in Parlamento un progetto di modifica del Codice Civile in tema di separazioni che regolamenta anche l’affidamento degli animali da affezione prevedendo che il Tribunale, dopo una breve istruttoria, debba decidere anche sull’affidamento esclusivo o condiviso degli animali domestici tenendo conto del benessere degli stessi.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione riservata

La Professione Forense

La Professione Forense

6 marzo 2019 |

La professione forense si trova da tempo in una situazione di difficoltà.

E’ un periodo in cui viene messa a dura prova la carriera forense.

Le aspettative iniziali dopo il conseguimento della laurea in giurisprudenza e la realtà successiva dell’esercizio della professione sono diverse.

L’avvocato dovrebbe essere una persona disponibile con la quale si può parlare, della quale ci si può fidare, prima di essere soltanto un tecnico del diritto.

La tutela del cliente è il traguardo di ogni incarico legale.

L’abilità in questo lavoro consiste nell’ascoltare, nel suggerire, nel consigliare, nel preparare la difesa.

L’avvocato deve amare il diritto, la propria professione, essere appassionato delle problematiche umane. Essere avvocati significa credere che la professione richiede sacrifici di ogni genere.

Il punto dolente è che la professione forense si è preoccupata di adeguarsi ai mutamenti sociali, culturali, e soprattutto economici che hanno influenzato la necessità di esistere nel tempo.

La professione si sta adeguando alle richieste del mercato legale oggi, poiché siamo in un mercato, anche se di servizi legali, siamo pur sempre dentro il circolo della domanda e dell’offerta. Pertanto chi ha successo oggi è chi meglio degli altri e prima degli altri riesce a proporre un’offerta anche in sproporzione con le modalità, i tempi e i costi.

Per la professione legale si suggerisce sempre un lavoro di team dove il singolo individuo venga valorizzato, una sorta di modello di studio legale in collaborazione. E’ necessario uno specialista che sappia gestire una specifica questione piuttosto che un avvocato generalista come un tempo.

Tutto ciò porta gli studi legali ad organizzarsi in una forma di associazione. L’avvocato, inoltre, oggi deve avere una mentalità manageriale, diventare manager di se stesso, della propria organizzazione e delle relazioni con i clienti. Alla fine uno studio legale è una azienda composta di varie figure, avvocati, manager per gestire i collaboratori, una figura che si occupa di gestire le riunioni, una figura responsabile delle Risorse Umane.

L’avvocato dovrà sviluppare doti imprenditoriali per sapere gestire le relazioni con i clienti, mantenere un network di contatti. La logica aziendale deve guidare uno studio legale per potere essere parte di un mercato e competere con le regole dettate dallo stesso. Inoltre deve essere mantenuta una qualità di servizi, la preparazione dei professionisti, la conservazione delle relazioni umane con il cliente.

I liberi professionisti in generale, e specialmente gli avvocati devono sapere gestire la professione con la diligenza richiesta, secondo le regole del codice deontologico e le norme di etica. L’etica professionale richiede un comportamento adeguato alle circostanze.

Gli avvocati che si comportano da piccoli commercianti, che vendono servizi online e offline a basso costo influenzano in modo negativo la professione forense. Se stiamo a vedere la fatica e gli anni di studio che impiega questa professione si capisce che non può essere trattata con modalità cosi “cheap”.

Inoltre non si deve dimenticare la passione che ognuno di noi mette nel suo lavoro non sempre retribuito come si deve. Tuttavia, come in ogni altra professione, le cose veramente importanti sono l’ integrità, la dignità, la lealtà e la correttezza, sapere fare il proprio dovere, sapere la valenza pubblica di quello che realmente si fa per aiutare le persone che si trovano nella necessità di richiedere un aiuto per ottenere quello che gli spetta di diritto.

Deve essere cambiata, modificata, mutata l’idea che la figura dell’avvocato non ha mai riscosso grande simpatia tra le persone, come diceva Marziale in uno dei suoi epigrami ammonia “petit patronus, saluas, censeo sexte creditori” meglio pagare il creditore che  dare il proprio denaro all’avvocato. Per questa professione serve una lunga esperienza, una conoscienza da professionista e una riflessione prima di dare un parere, serve assumere una grande responsibilità nei confronti del cliente. La collaborazione efficace tra gli attori legali è molto importante .

Avete presente i chicchi della melagrana, rossi e perfetti, coperti dalla buccia forte e resistente, cosi deve essere intesa una associazione di professionisti. Tutti siamo parte di uno team, siamo artisti di questa antica professione, artisti per risolvere le problematiche, per trovare una soluzione, per soddisfare ogni richiesta , per essere sempre laddove c’è necessità, sempre in prima linea, sempre in dibattimento, in rispetto della magia del contraddittorio, come avversari e nello stesso tempo colleghi che difendono il diritto.

La professione forense significa serietà, dedizione, passione, giustizia, rispetto dei diritti altrui, protezione dei diritti, umanità , tutti valori che non possano mai essere equiparati alla verità materiale che viviamo . La materia prima di questa professione è l’aiuto che diamo ai meno fortunati di noi, una missione piuttosto che una professione.

Dott.ssa Elena Hoxha

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione Riservata

Se mamma e papà si fossero impegnati a farmi nascere più alta…!!!

Se mamma e papà si fossero impegnati a farmi nascere più alta…!!!

22 febbraio 2019 |

Quante volte avremmo voluto misurare anche solo qualche centimetro in più…si donne…in particolare scrivo proprio a voi…magari per sentirci più attraenti senza sopportare il dolore di vertiginosi tacchi.

Purtroppo, ad una di noi, il desiderio di essere più alta di 160 cm. non è stato animato da una così futile ragione bensì dall’esigenza di ottenere un posto di lavoro che le permettesse di sostentarsi.

Questo è il caso di una donna candidata alla procedura di assunzione di personale con qualifica di Capo Servizio Treno a seguito di un bando emesso dall’azienda Trenitalia, tuttavia esclusa per deficit staturale.

Giunti in Cassazione, il giudice di legittimità non ha potuto far altro che confermare quanto già deciso in grado d’appello.

Infatti la Suprema Corte ha disposto che il limite staturale di 160 cm., indicato quale requisito indispensabile nella suddetta procedura di assunzione del personale, costituisca una discriminazione indiretta, in quanto “non oggettivamente giustificato né comprovato nella sua pertinenza e proporzionalità alle mansioni” di Capo Servizio Treno.

Pertanto, la summenzionata discriminazione indiretta è semplicemente fondata sul sesso e, purtroppo, noi donne siamo consapevoli che gli uomini molto spesso superano con “facilità innata” quel limite di altezza che molte di noi a stento riescono a raggiungere a piedi nudi.

Infatti la Corte, a sostegno di quanto suesposto, ha inoltre evidenziato che
allorquando una norma secondaria preveda una statura minima identica per uomini e donne in quanto presupponga la non sussistenza della diversità di statura riscontrabile, ictu oculi, tra i due sessi comportando, per l’effetto, una discriminazione indiretta a sfavore di queste ultime; il giudice ordinario incidentalmente ne apprezza la legittimità ai fini della disapplicazione valutando la funzionalità del requisito richiesto rispetto alle mansioni da doversi svolgere.

Tanto più che, nel caso di specie, l’azienda non ha assolto il proprio onere probatorio dimostrando la rigorosa rispondenza del limite staturale alla funzionalità ed alla sicurezza del servizio da svolgere avallando la necessità di una congrua giustificazione della statura minima in riferimento alle mansioni comportate dalla succitata qualifica.

Quindi donne, è ad oggi chiaro anche grazie all’intervento della nostra Suprema Corte come non sia necessario misurare 160 cm. (al pari dei nostri uomini) per poter assolvere al meglio le mansioni di Capo Servizio Treno.

Cosa servirebbero tanti centimetri in più per perlustrare il treno prima della partenza, disporre la chiusura delle porte e segnalare il via libera al macchinista del treno, controllare il possesso e la regolarità dei biglietti da parte dei passeggeri, timbrare i biglietti, fornire informazioni sugli orari ai passeggeri, disporre l’accensione e regolare le luci, il riscaldamento e l’aria condizionata, compilare rapporti sull’andamento del viaggio e sull’affollamento del treno, intervenire nel caso di comportamenti inopportuni da parte dei viaggiatori e segnalarli alla polizia ferroviaria nei casi più gravi…tutto fattibile anche con un’altezza di 158 cm..

Dott.ssa Silvia Giovanna Martini

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione riservata

AVVOCATO E OPERATORE LEGALE NEI PROCESSI PER I RICHIEDENTI ASILO

AVVOCATO E OPERATORE LEGALE NEI PROCESSI PER I RICHIEDENTI ASILO

19 febbraio 2019 |

Le associazioni e le società sono ammesse a presentare proposte progettuali per quel che riguarda la questione dell’ accoglienza dei profughi. Gli enti locali proponenti si impegnano ad attivare servizi finalizzati all’accoglienza per raggiungere i seguenti obiettivi ai sensi dell’art 3 D.M 27/04/2015.

Per prima cosa devono fare collocamento in un luogo sicuro delle persone, devono avere supporto di mediatori linguistico – culturali, devono dare assistenza socio-psicologica e devono dare un orientamento legale. Infatti il manuale SPRAR stabilisce che gli enti locali (associazioni o società) che si occupano dei servizi di accoglienza devono avere a disposizione un operatore legale che sia un professionista del diritto che seguirà le procedure dinanzi alla Commissione di valutazione delle domande dei richiedenti asilo.

In tale fase non è necessario essere assistiti da un avvocato.

L’art 30 del D.M 10/08/2016 stabilisce che i servizi di accoglienza dello SPRAR hanno come obiettivo principale la conquista dell’autonomia individuale dei richiedenti protezione internazionale.

In effetti l’accoglienza integrata è costituita dai servizi garantiti obbligatori come l’orientamento e l’accompagnamento legale. L’operatore legale che può essere un avvocato o un professionista di diritto deve garantire l’orientamento e l’informazione legale sulla normativa italiana e europea in materia d’asilo.

Quello che sembra essere il punto più importante è garantire anche l’informazione sui programmi di rimpatrio assistito o volontario in caso di esito negativo della procedura legale per ottenere lo status di rifugiato. In tale caso è ritenuto possibile l’eventuale presentazione del ricorso avverso la decisione della commissione.

Se si fa riferimento alla Convenzione di Ginevra del 28/07/1951 ratificata da Italia con legge 24/07/1994 n.722 lo status di rifugiato deve essere riconosciuto qualora lo straniero abbia subito la violazione dei diritti umani fondamentali o abbia il fondato timore di essere personalmente perseguitato nel paese di origine.

In tale ottica chi intende chiedere il riconoscimento del predetto status deve provare il pericolo cui andrebbe incontro con il rimpatrio non essendo sufficienti le dichiarazioni dell’interessato.

In virtù di tale presupposto si deve ritenere che la figura legale che deve affiancare il richiedente nel suo percorso debba necessariamente essere quella di un avvocato preferibilmente con esperienza già maturata in diritto dell’ immigrazione e non un semplice operatore legale.

Il diritto di asilo deve intendersi non tanto come un diritto alla permanenza e alla protezione nel territorio dello Stato quanto piuttosto come diritto dello straniero di accedere allo status di rifugiato politico. Il ricorso dello straniero avverso il provvedimento di diniego all’ asilo politico emesso dalla Commissione necessita della presenza di un avvocato.

Inoltre le controversie che riguardano il diritto di asilo rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario trattandosi di diritti soggettivi. In tale evenienza il richiedente asilo non può stare in giudizio senza essere rappresentato da un Avvocato.

La disciplina sullo status di rifugiato, invece, espressamente prevede la giurisdizione del giudice amministrativo. Per le questioni presentate alla Commissione Amministrativa è sufficiente la figura dell’operatore legale cosi previsto dallo SPRAR.

Dott.ssa Elena Hoxha

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione riservata

“La botte piena e la moglie ubriaca”

“La botte piena e la moglie ubriaca”

15 febbraio 2019 |

Da qualche tempo anche nel Nord Italia si assiste al proliferare di Terrazze a livello, i cosiddetti Attici, nelle costruzioni signorili. Gli attici sono tipici dell’Italia centro meridionale dove, per la mitezza del clima, corrono meno rischi di danneggiarsi.

E’ tanto bello crogiolarsi al sole mentre si sorseggia una bibita sul terrazzo della propria abitazione all’ultimo piano di un condominio e contemporaneamente godere della vista di un bel panorama quale quello che si può ammirare a Torino dalla terrazza di un amico di chi scrive e da dove sembra di toccare la Mole, i Cappuccini e la Basilica di Superga.

Bello, si. Ma stiamo attenti che ogni medaglia ha due facce, la prima ed il suo verso. La bellezza del panorama, il piacere di prendere il sole sulla terrazza della propria abitazione hanno come contropartita l’obbligo di mantenerla in efficienza quando la terrazza stessa rappresenta la copertura degli alloggi ad essa sottostanti.

Ci troviamo al cospetto di due previsioni di legge in materia di Condominio e precisamente all’art. 1122 ed all’art. 1126 c.c.

L’art. 1122 c.c. prende in esame la situazione che si viene a creare quando delle parti che sono destinate all’uso comune dei condomini siano state attribuite in proprietà o in uso ad uno di essi. Ad esempio, appunto, la terrazza a livello prospiciente l’alloggio dell’ultimo piano cui serve e che è attribuito, di norma, in proprietà.

Ora, secondo quanto stabilisce quella norma, il proprietario o, comunque, chi utilizza in modo esclusivo tale terrazza non vi può fare costruzioni o lavori in genere che rechino pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o, anche solo, al decoro architettonico dell’edificio.

Questa norma limita fortemente quella che è l’essenza del diritto di proprietà e cioè l’assolutezza dello stesso, normalmente si dice “è casa mia e faccio quello che mi pare”; ma quando casa nostra è anche una parte importante della casa degli altri condomini, come nel caso che stiamo esaminando, il tetto, allora non si può fare più ciò che si vuole, ma bisogna evitare che ciò che si fa rechi danno agli altri.

Parimenti, l’art. 1126 c.c., sempre nell’ottica che la terrazza a livello, pur essendo di proprietà o di uso esclusivo di un solo condomino, serve da copertura agli alloggi sottostanti stabilisce che le spese per la riparazione o ricostruzione delle stesse vanno suddivise per un terzo a carico del proprietario dell’alloggio cui ineriscono e per i restanti due terzi a carico di tutto l’edificio o della parte di esso cui la terrazza a livello serve.

Proprio relativamente alle spese per la riparazione della terrazza a livello la Corte di Cassazione, con una sua recentissima ordinanza (gennaio 2019), nell’affermare il principio che il proprietario della terrazza è tenuto alla manutenzione della stessa e che le spese vanno suddivise tra egli ed i condomini cui la terrazza serve, ha anche esonerato il proprietario da tale responsabilità nel caso in cui i lavori di riparazione vengano osteggiati dagli altri condomini.

Nel caso di cui si è occupata la Cassazione, il proprietario dell’alloggio cui ineriva la terrazza a livello aveva posto in essere un’attività rivolta al restauro della stessa al fine di impedire infiltrazioni di umidità nell’alloggio sottostante, tuttavia proprio il proprietario dell’alloggio coperto dalla terrazza aveva fatto in modo che tali lavori non proseguissero giungendo a sollecitare dal Comune dei provvedimenti che impedissero l’effettuazione delle opere necessarie alla manutenzione della terrazza stessa.

La Suprema corte ha dato ragione al proprietario della terrazza che si era adoperato per evitare i danni che poi si erano verificati in quanto tale sua diligente attività era stata fermata proprio da chi, poi, ha subito i danni che avevano portato alla vertenza.

La Cassazione ha, infatti, stabilito che tutti i condomini sono tenuti ad effettuare le opere di manutenzione della terrazza a livello secondo quanto stabilito dall’art, 1126 c.c. il proprietario può esimersi dalla responsabilità solo qualora ricorra un caso fortuito, la forza maggiore o la colpa di un terzo che, nel caso che ci occupa è consistita nell’opposizione colpevole del condomino alla diligente attività del proprietario della terrazza.

Avv. Maria Franzetta

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione riservata

“Da oggi lei è trasferito, questo è un ordine…non le devo alcuna spiegazione!”.

“Da oggi lei è trasferito, questo è un ordine…non le devo alcuna spiegazione!”.

12 febbraio 2019 |

Forse per alcuni di noi la carriera militare è un lontano miraggio ovvero una meta mai predeterminata, tuttavia da ora i nostri valorosi militari saranno trasferiti tout cuort senza ottenere alcuna spiegazione.

Questo è quanto stabilito da una recente pronuncia del Tribunale Amministrativo per la Regione Lazio, la quale definisce i trasferimenti di autorità dei militari come ordini che, per l’effetto, non richiedono specifica motivazione o la partecipazione dell’interessato.

Tale disposizione trae origine dalla proposizione del ricorso amministrativo ad istanza di un   militare trasferito per ragioni di incompatibilità ambientale in quanto coinvolto in un procedimento penale per gravi reati.

Segnatamente i provvedimenti di trasferimento dei militari emessi per ragioni di incompatibilità ambientale, come nel caso di specie ma lo stesso vale per i più generali provvedimenti con la quale l’Amministrazione dispone il trasferimento degli stessi, prevedono un’attenuazione delle garanzie procedimentali per il sottoposto.

Pertanto, vengono eluse le garanzie di partecipazione preventiva proprie di qualsivoglia procedimento in ossequio al principio del contraddittorio il quale, “volgarmente” per chi non è operatore del diritto, permette di esprimere le proprie ragioni e difendersi come, d’altronde, prevede anche la nostra Carta Costituzionale.

Tanto più che, i nostri valorosi combattenti non godono della possibilità di venire a conoscenza della motivazione che ha condotto al proprio trasferimento.

Con l’ardire di spingersi oltre, è forse questa la nota dolente della summenzionata pronuncia del Collegio amministrativo.

Tuttavia il suddetto provvedimento di trasferimento non rappresenta, ictu oculi, una misura di carattere sanzionatorio ovvero punitivo in quanto mira semplicemente ad assicurare che la Pubblica Amministrazione possa godere della fiducia dei destinatari della sua azione nonchè possa continuare ad assolvere ai propri compiti in maniera proficua.

Infatti la ragione della sopraccitata disposizione o, per meglio intendersi, del suddetto ordine si  rinviene nella tutela dell’interesse pubblico senza la necessità di procedere ad ulteriori accertamenti sulla sussistenza della responsabilità del sottoposto.

Pertanto, l’adozione del provvedimento di trasferimento risulta avulsa in toto dalle indagini sull’origine della situazione venutasi a creare a discapito del militare.

Anzi tale ordine viene emesso, altresì, nei casi di semplice messa in pericolo del bene giuridico che il medesimo  tutela.

Nel caso che ci occupa, tale bene è rappresentato dal corretto funzionamento dell’ufficio nonché dal relativo prestigio e non dalla permanenza del militare presso una determinata sede di servizio, la quale ultima costituisce una semplice modalità di svolgimento del medesimo.

Ebbene si, cari e valorosi militari, prestate il vostro zelante servizio ma tenete sempre pronta la valigia nell’armadio… non avrete tempo di chiedere alcuna spiegazione che dovrete già partire per altra destinazione.

Dott.ssa Silvia Giovanna Martini

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione Riservata

Diventare cittadini Italiani

Diventare cittadini Italiani

7 febbraio 2019 |

La legge italiana prevede il termine di 10 anni di residenza come requisito per l’acquisto della cittadinanza. A mente dell’art 17/ter della legge n.91 del 5/02/1992, il diritto al riconoscimento della cittadinanza italiana è esercitato dagli interessati mediante la presentazione di una istanza all’autorità comunale italiana competente per territorio in relazione alla residenza dell’istante. L’istanza deve essere trasmessa al Ministero dell’Interno entro 30 giorni dalla data della presentazione. Prima del decreto legge Salvini i tempi di conclusione delle pratiche per la cittadinanza erano di 24 mesi, ai sensi dell’art 9 della legge 91/1992.

La recente riforma prolunga da 24 mesi a 48 mesi il termine per la conclusione dei procedimenti. Il termine cosi prolungato ha la stessa valenza sia per i procedimenti di concessione della cittadinanza per residenza sia per quelli di cittadinanza per matrimonio. In precedenza la cittadinanza per matrimonio contratto con cittadino italiano non potevano essere rifiutate trascorsi 2 anni della presentazione della domanda. Con la recente riforma le stesse potranno sempre essere rigettate anche con il decorso del termine massimo di 4 anni.

L’allungamento a 4 anni del termine per la Pubblica Amministrazione di definire il procedimento di cittadinanza è ritenuto da alcuni eccessivo. Anche se in conseguenza del continuo aumento delle istanze di riconoscimento e concessione della cittadinanza i tempi di attesa oltrepasseranno la soglia prefissata di 4 anni. Da questo si deve comunque tenere conto che la fase dell’istruttoria richiede la massima attenzione in quanto si riscontrano fenomeni di contraffazione dei documenti provenienti dai paesi di origine dei richiedenti. Si è vista cosi la necessità di allungare i tempi della cittadinanza de iure e de facto fino a 14 anni. A tale proposito per diventare cittadino italiano e allo stesso tempo europeo sarà una procedura sia più lunga che costosa anche per gli stranieri in possesso del permesso di soggiorno a lunga durata.

Per quel che riguarda i figli nati in Italia da genitori non cittadini la legge esclude l’acquisizione della cittadinanza subito dopo la nascita. Tuttavia è concesso a questi ultimi di presentare richiesta di cittadinanza dopo il raggiungimento della maggiore età.

La legge, inoltre, stabilisce che il requisito della residenza è necessario per acquistare la cittadinanza. Il domiciliato non può avere la stessa valenza anche quando si tratta di studenti universitari in possesso di permesso di soggiorno per motivi di studio per i quali può essere facilmente provata la presenza nel territorio per il periodo di 10 anni richiesta dalla legge.

Le altre ragioni per le quali si è arrivato alla nuova riforma sono principalmente legate ai fenomeni di terrorismo, in modo da evitare l’acquisizione della cittadinanza italiana ed europea ai potenziali terroristi oppure ai ricercati della giustizia.

Dott.ssa Elena Hoxha

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione Riservata