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Cambiano le regole in tema di recesso dai contratti di telefonia, internet e pay tv

Cambiano le regole in tema di recesso dai contratti di telefonia, internet e pay tv

23 novembre 2018 |

Buone nuove per gli utenti di servizi di telefonia, televisivi e di comunicazione elettronica.

Con l’adozione delle nuove Linee Guida, pubblicate con la delibera n. 487/18, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha introdotto importanti novità in tema di recesso e/o passaggio dell’utenza ad altro operatore.

La prima novità riguarda la facoltà di recesso o di trasferimento delle utenze presso altro operatore, già riconosciuta dal c.d. Decreto Bersani (D.L. n. 7/2007): grazie alle nuove linee guida, l’utente non perde tale facoltà con il passare del tempo e potrà da oggi esercitarla in ogni momento, senza alcun limite temporale, fatto salvo l’obbligo di preavviso che non potrà però essere superiore a 30 giorni.

La seconda importante novità è rappresentata dall’applicazione dei principi di equità e di proporzionalità al regime delle spese che vengono addebitate agli utenti in caso di recesso e/o trasferimento ad altro operatore.

L’Autorità, infatti, pone un freno alla possibilità per gli operatori di innalzarle a dismisura, precisando che “le spese di recesso devono essere eque e proporzionate al valore del contratto e alla durata residua della promozione offerta” e anche nel caso in cui all’utente debbano essere addebitati gli sconti di cui ha beneficiato in sede di attivazione, questi dovranno essere commisurati al valore del contratto nonché essere equi e proporzionali alla durata residua dell’eventuale promozione.

Inoltre, le Linee Guida specificano che ogni operatore in fase di sottoscrizione del contratto, ha l’obbligo di rendere note verbalmente e attraverso idonea informativa – chiara e sintetica – da allegare al contratto, tutte le spese che l’utente dovrà sostenere in corrispondenza di ogni mese in cui il recesso potrebbe essere esercitato.

Infine, con riferimento al credito residuo presente sulla SIM in caso di trasferimento ad altro operatore, l’Autorità chiarisce che “a seguito dello scioglimento del rapporto contrattuale per qualsiasi causa il cliente ha diritto al riconoscimento dell’eventuale credito residuo”.

 

Dott.ssa Rossana Tirenna

Studio Legale Franzetta Dassano

– Riproduzione Riservata –

L’assistente sociale nello studio legale: perchè?

L’assistente sociale nello studio legale: perchè?

17 ottobre 2018 |

Attualmente, alcuni Studi Legali offrono svariati servizi non solo a carattere Legale bensì funzionali e strumentali a quella che è la professione Forense specifica. Il motivo di questa scelta è per essere sempre più vicini alla clientela ed offrire tutto ciò di cui questa abbia necessità.

Oggigiorno non è raro che alcuni Studi Legali collaborino con Psicologi, e questo è comprensibile, ma è quantomai sporadico che la collaborazione avvenga con un’ Assistente Sociale e quindi forse la domanda potrebbe nascere spontanea “Perché l’assistente sociale in uno studio legale?” Non nasce altrettanto spontanea la risposta, anche perché siamo abituati a riconoscere gli Assistenti Sociali all’interno della Pubblica Amministrazione come longa manus di questa. Tuttavia sfaterei questa idea per spiegare la molteplicità di sfaccettature e la duttilità della mia professione e quindi anche la grande opportunità in uno Studio Legale, esponendo in questo articolo i motivi e l’utilità della mia professione in ambito Legale e Giuridico, partendo dal presupposto che ritengo la collaborazione tra legali ed assistenti sociali una risorsa preziosa che permette di valutare i procedimenti giudiziari come un’occasione di crescita e confronto per le famiglie, diminuendo se non addirittura eliminando guerriglie tra partners, genitori e servizi sociali pubblici.

Oltre alla collaborazione per l’attivazione della pratica collaborativa nelle situazioni di separazione coniugale o definizione di accordi per l’affidamento dei figli di coppie di fatto (Consulenze tecniche di parte), l’Assistente Sociale nello Studio Legale si occupa di varie attività, che qui di seguito illustro:

  • consulenze sociali inerenti la tutela dei soggetti fragili (amministrazione di sostegno, tutela e curatela), nonché fornendo l’opportunità di ricoprire il ruolo di Amministratori di Sostegno, Tutori, Curatori;
  • consulenze familiari nelle situazioni di forte conflittualità tra i coniugi che non rende possibile la pratica collaborativa. E’ possibile attivare questa pratica solo con il consenso di entrambi i coniugi e degli avvocati di entrambi. Questa modalità, attivata tempestivamente può evitare il coinvolgimento da parte dell’Autorità Giudiziaria dei servizi sociali perchè in genere permette di lavorare attivamente sul conflitto attraverso decisioni concrete quotidiane e un monitoraggio della situazione costante;
  • accompagnamento socio-clinico di soggetti in carico ai servizi sociali che faticano a stabilire un rapporto collaborativo con questi ultimi, o che possono aver perso la fiducia nei professionisti dell’Ente pubblico per svariate motivazioni tra cui lentezza delle risposte dalla Pubblica Amministrazione oppure e anche per la loro percezione, di una situazione che non potrà mai cambiare. In questi casi le attività che normalmente svolgiamo quali Assistenti Sociali sono di vario tipo:
    • colloqui con questi per chiarire la loro posizione rispetto ai servizi sociali;
    • riunioni di confronto con i servizi sociali;
    • analisi delle possibilità di miglioramento nella relazione servizi sociali-singolo soggetto e definizione di strategie di soluzione;
    • possibile monitoraggio periodico della situazione di questi soggetti sia con questi ultimi sia con i servizi sociali;
    • redazione di relazioni per il Tribunale;
  • consulenza sociale per coloro con situazioni familiari complesse e che, non solo hanno necessità di consigli Legali su come procedere dal punto giuridico e non, ma hanno anche necessità dal punto di vista relazionale ed educativo (es. ‘come comunico al mio bambino che voglio separarmi?’, ‘cosa posso fare con mia figlia che ho scoperto che frequenta online uomini adulti?’, ‘mio marito mi picchia ma se denuncio ho paura di perdere i miei bambini’, ‘mio figlio è stato denunciato e non so cosa succederà’). La conoscenza dei servizi sociali e delle forze dell’ordine di molti territori permette alla mia categoria professionale un accesso privilegiato ai professionisti incaricati dagli Enti sia per avere informazioni circa le risorse attivabili sui diversi territori sia per le procedure specifiche da seguire per effettuare richieste di attivazione dei servizi;
  • accompagnamento socio clinico per genitori stranieri che non parlano italiano e che non trovano supporto da parte dei servizi sociali competenti per svariati motivi tra cui problematiche tanto linguistiche che culturali ovvero per mancanza di fiducia con l’Ente laddove i rapporti con questo si siano già logorati.
  • valutazioni socio-cliniche quale Perito di Parte in procedimenti Giudiziari o qualora ve ne sia la necessità.
  • redazioni relazioni per il Tribunale in tutti i casi sopra descritti in cui vi sia la necessità.

Quindi si capisce bene che l’Assistente Sociale, quale Libero Professionista, opera materialmente in vari ambiti e fornisce un’utile, se non addirittura indispensabile, apporto ad uno Studio Legale; il tutto a vantaggio di colui che viene ad averne necessità. Pertanto ora, quando sentirete dire o scoprirete che tra i componenti di uno Studio Legale vi sono anche gli assistenti sociali non vi chiederete più il “Perché?” bensì potrete esclamare “Finalmente!”.

Dott.ssa Chiara Moliterni

Studio Legale Franzetta Dassano

Riproduzione Riservata

Rieccoci

Rieccoci

9 ottobre 2018 | ,

Rieccoci, siamo ritornati dalle Vacanze estive ed abbiamo è vero tardato con il pubblicare dei nostri Articoli, ma siamo stati presi da svariate attività per offrire sempre un servizio migliore “al cittadino”.

Quali queste novità?

In prima battuta da oggi presso il Nostro Studio è attiva un’associzione di Consumatori, Consumitalia.

A breve sarà attivo un servizio di CAF e di Patronato, funzionale ai Cittadini ed allo Studio.

Inoltre è entrata a far parte dello Studio la Dottoressa Chiara Moliterni, Assistente sociale, ed a breve un suo articolo per descrivervi le attività specifiche degli Assistenti Sociali soprattutto in uno Studio Legale.

Da Gennaio inoltre sarà attiva una nostra nuova sede in Lombardia, a Monza, questo sempre per essere vicini a tutti Voi.

Saranno finite le novità?

No ovviamente, ma per sapere cosa “bolle in Pentola” dovrete aspettare ancora un poco, anche perchè quando facciamo qualcosa lo dobbiamo sempre fare bene, quindi stiamo perfezionando tutto prima di proporvelo.

Detto ciò non mi resta che augurarvi una buona lettura del nostro Blog, e…di quando in quando passate anche a dar un’occhiata al nostro Sito, poichè a breve….novità anche in quello!!!

A presto

Gianmarco Dassano

Studio Legale Franzetta Dassano

Fermo amministrativo dei veicoli registrati

Fermo amministrativo dei veicoli registrati

8 giugno 2018 |

Sarà capitato a tutti di sentire parlare di “fermo amministrativo dell’autoveicolo” e di chiedersi di cosa di tratti e di quali possano essere le conseguenze sul veicolo interessato.

Il fermo amministrativo dei beni mobili registrati altro non è che uno dei procedimenti formali attraverso cui i Concessionari della Riscossione, vale a dire quelle Società alle quali viene affidata la riscossione dei tributi, delle sanzioni amministrative, etc, mediante un’apposita concessione, possono attivare procedure a garanzia del credito degli Enti impositori.

A questo punto occorre precisare che i beni mobili registrati sono quei beni disciplinati dall’art.815 del Codice Civile; si tratta di beni che, per la loro importanza economica, quanto a determinati aspetti della disciplina giuridica, della forma e degli oneri di pubblicità, sono equiparati dal legislatore ai beni immobili e, pertanto, sono iscritti in pubblici registri: sono beni mobili registrati i beni di locomozione e di trasporto come le navi, gli aeromobili e gli autoveicoli.

Un bene gravato da fermo amministrativo non può circolare, non può essere venduto e non può essere radiato dal pubblico registro: pertanto, esso risulta essere, di fatto, inutilizzabile.

Infatti, qualora la Pubblica Autorità dovesse reperire in circolazione un mezzo gravato da fermo amministratore dovrebbe elevare una sanzione amministrativa all’utilizzatore (compresa tra € 714 e € 2.859), emettere disposizione di custodia forzata del bene ed avvisare l’Agente della Riscossione che ha materialmente iscritto il fermo di provvedere al pignoramento del bene.

Il procedimento di fermo amministrativo può essere attivato dall’agente incaricato della riscossione in caso di mancato pagamento di una cartella esattoriale entro 60 giorni dalla notifica della stessa.

Tale procedimento nella prassi si sostanzia nella verifica della titolarità del bene in capo al debitore e nella successiva notifica del c.d. “preavviso di fermo amministrativo”, un provvedimento amministrativo mediante il quale l’ente incaricato della riscossione comunica al debitore che, nel caso in cui non provvederà al pagamento del debito nel termine di 20 giorni, procederà all’iscrizione del fermo sul veicolo individuato.

La mancata comunicazione del preavviso di fermo è motivo di nullità del fermo stesso.

In tale atto dovranno essere riportati alcuni elementi, fra cui: la natura del debito, l’importo dovuto e l’anno di riferimento, il numero della cartella esattoriale e la prova della sua notifica, l’indicazione del responsabile amministrativo, dell’autorità amministrativa presso la quale ricorrere e dell’autorità giudiziaria competente.

In caso di mancato pagamento del debito nel termine indicato nel preavviso di fermo ovvero qualora non venga proposto ricorso avverso il suddetto provvedimento, l’ente potrà procedere con l’iscrizione del fermo sul veicolo nel pubblico registro pertinente (nel caso di un’automobile, ad esempio, il PRA).

Ovviamente anche avverso il provvedimento di fermo amministrativo, così come per il preavviso di fermo, è ammesso ricorso avverso la competente autorità giudiziaria: la giurisprudenza è oramai unanime nel ritenere che si applichino in materia le norme generali in tema di riparto di competenza per materia e per valore, pertanto, tutto dipenderà dalla natura del credito in virtù del quale viene iscritto il fermo.

A titolo del tutto esemplificativo e non esaustivo, nel caso in cui il debito origini dall’irrogazione di una sanzione amministrativa per violazione del Codice della Strada l’autorità giudiziaria competente sarà individuata nel Giudice di Pace, nel caso di debiti di natura tributaria, invece, nella Commissione Tributaria.

Nel caso di più ragioni eterogenee di credito dovranno essere adite le autorità giudiziarie competenti per ciascuna materia e per ciascun valore.

Quanto ai termini per proporre ricorso, anche essi variano in relazione alla natura del debito ed al tipo di vizio.

 

Avv. Raffaella D’Amico

Studio Legale Franzetta Dassano

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Verso la Sharing Economy Act

Verso la Sharing Economy Act

4 giugno 2018 |

A seguito delle problematiche legali emerse ed ai momenti di tensione verificatisi talvolta sfociati in violenti episodi di guerriglia urbana, pren­diamo esempio dal caso Uber in riferimento al quale, il Tribunale Civile di Milano con decorrenza maggio 2015 ha disposto il blocco su tutto il territo­rio nazionale della prestazione del servizio considerandone gli operatori  alla stregua di concorrenti sleali, valutandone anche la possibile aggravante dell’elusione fiscale. Vedi anche il caso Airbnb piattaforma telematica, il quale continua a subire attacchi da parte di albergatori e di Associazioni di Categoria.

Per motivi appena brevemente indicati, sembra una necessità impro­rogabile, l’adozione di un quadro normativo aggiornato, in grado di tenere in conside­razione e disciplinare i cambiamenti che le piattaforme on line stanno ap­portando giorno dopo giorno. Nonostante l’accreditamento de facto del fe­nomeno, risulta più che evidente l’assenza di regole chiare ed omoge­nee, in grado di regolare in modo univoco la materia.

E’ questo, dunque, un fenomeno talmente importante da avere attirato l’attenzione delle Istituzioni nazionali e sovranazionali. La Commissione Europea, nel giugno 2016, ha emesso due Comunicazioni COM (2016) 288 e COM (2016) 356, spingendo in tal modo i paesi membri a definire un in­sieme di regole volte ad eliminare le ambiguità o i vuoti normativi rispetto alle nuove situazioni e fattispecie che si sono create grazie al sempre mag­gior e repentino sviluppo dell’economia collaborativa.

La Commissione, si legge nel documento denominato An European agenda for the collaborative economy, ha apprezzato l’importanza della sharing economy ed ha ritenuto che questa, se promossa e sviluppata in modo responsabile, equilibrato e sostenibile, possa dare un contributo im­portante alla crescita e all’occupazione nell’Unione Europea.

Ciò può avvenire esclusivamente rispettando la normativa nazionale di riferimento. Ma è proprio su questo punto che nascono i primi dubbi. Innan­zitutto perché molti Stati membri non hanno ancora adottato una specifica normativa, secondariamente perché la sharing economy rende meno nette le distinzioni tra consumatore e prestatore di servizi, lavoratore subordinato e autonomo, prestazione di servizi a titolo professionale e non professionale. L’invito che la Commissione rivolge agli Stati membri è quello di riesami­nare la normativa nazionale vigente al fine di garantire che i requisiti di ac­cesso al mercato continuino ad essere giustificati da un obiettivo legittimo e siano anche necessari e proporzionati. Divieti assoluti, continua la Commis­sione, nonché restrizioni quantitative all’esercizio di un’attività costituiscono normalmente misure di ultima istanza che in generale dovrebbero essere ap­plicate solo se e laddove non sia possibile conseguire un legittimo obiettivo di interesse generale con una disposizione meno restrittiva. Gli Stati mem­bri, pertanto, devono agevolare e sostenere lo sviluppo della sharing eco­nomy evitando, laddove non sia del tutto indispensabile, di applicare restri­zioni o veti.

Ed è proprio grazie alla sharing economy che si è potuto assistere alla nascita e allo sviluppo delle cosiddette piattaforme di collaborazione, ossia intermediari che mettono in comunicazione, attraverso un marketplace, i prestatori e gli utenti ed agevolano le transazioni tra di essi. Negli ultimi anni si è registrata una notevole crescita di tali piattaforme. Ognuna di esse è specializzata in una specifica attività. Un primo e significativo passo in tale direzione è stato fatto con la proposta di legge italiana n. 3564 (attual­mente in corso di esame in commissione) presentata il 27 gennaio 2016 alla Camera dei deputati da un gruppo di parlamentari appartenenti all’ “Inter­gruppo innovazione tecnologica”, con il professato scopo di disciplinare le piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi.

Le sopracitate comunicazioni della Commissione è successiva alla ste­sura della proposta di legge n. 3564/2016, e di fatto contiene indicazioni, suggerimenti, ma non direttive e su alcuni aspetti evidenzia i rischi dei possibili divieti. La proposta di legge dovrebbe, quindi, tener conto ed adeguarsi per quanto necessario al contenuto delle Comunicazioni della Commissione.

La proposta di legge contiene anche alcune disposizioni per la promo­zione dell’economia della condivisione, ossia l’utilizzo comune di una ri­sorsa, come ad esempio beni di consumo, mezzi di trasporto, ma anche pro­dotti digitali, spazi ed immobili commerciali e non come la casa e l’ufficio, competenze e servizi di vario genere; inoltre, la proposta suddetta reca di­sposizioni riguardanti anche la relazione peer to peer (ossia il rapporto oriz­zontale tra i soggetti coinvolti che si distingue dalle forme tradizionali di rapporto tra produttore e consumatore, volto a rispondere a nuovi bisogni, tra cui, ad esempio, la crescente necessità di interagire negli scambi in una modalità più partecipativa) e la presenza di una piattaforma digitale che supporta tale relazione fungendo da market place, ovvero un luogo d’incon­tro virtuale in cui, sovente, è presente anche  un meccanismo di reputazione digitale e le transazioni avvengono tramite pagamento elettronico.

La proposta di legge n. 3564/2016 è preceduta da una corposa intro­duzione, prima nel suo genere in Europa e già ribattezzata Sharing Economy Act, abbreviato in SEA, condensata in 12 articoli che costituiscono soluzioni di “compromesso”  tra istanze corporativistiche, liberalismo economico e protezione dei consumatori. L’intento, come detto, è quello di trovare un compromesso in grado di gestire le nuove piattaforme digitali in una logica di integrazione con il mercato tradizionale.

Limitando questo elaborato all’analisi dei punti salienti, il disegno di legge prevede principalmente: l’obbligo di iscrizione delle piattaforme sha­ring ad un registro elettronico nazionale, previa presentazione di un docu­mento di policy aziendale attraverso cui esplicitare le condizioni contrattuali e la devoluzione all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) del compito di regolare e vigilare sull’attività delle piattaforme di­gitali dell’economia della condivisione. Infatti, attraverso l’istituzione di un registro elettronico, le piattaforme dovranno ottenere l’approvazione proprio dall’AGCM che, in sostanza, valuterà la sussistenza di incongruenze ed eventuali violazioni normative o concorrenza sleale nei confronti dei settori tradizionali. Inoltre, in materia fiscale, è prevista la denominazione del red­dito percepito da attività di sharing economy come «reddito da attività di economia della condivisione non professionale», con applicazione di un’imposta del 10% per redditi che non superino i diecimila euro. I redditi superiori a diecimila euro sono, invece, cumulati con i redditi da lavoro di­pendente o da lavoro autonomo e a essi si applica l’aliquota corrispondente. I gestori operano, in relazione ai redditi generati mediante le piattaforme di­gitali, in qualità di sostituti d’imposta degli utenti operatori.

Di notevole interesse l’articolo 4, che si sofferma su alcuni dettagli che servono a definire cosa rientri nel concetto di sharing economy e che cosa no. Per esempio, non rientrano in questa tipologia i servizi per i quali il ge­store stabilisce una tariffa fissa.

Anche altri paesi europei hanno varato o stanno discutendo normative di regolamentazione, promozione e monitoraggio del fenomeno. In Belgio è in vigore dall’1 luglio 2016 un trattamento fiscale di vantaggio per i redditi marginali dell’economia collaborativa, approvato con la Loi programme du 1 juillet  2016. In Francia, la legge sull’economia digitale in votazione il 27 settembre 2016 al Senato, comprende disposizioni sulla fiscalità degli individui che utilizzano le piattaforme collaborative oltre i 5000 euro.

Nel Regno Unito, il governo già a marzo 2015 ha formulato delle rac­comandazioni basate su un’analisi indipendente con implicazioni anche per la produzione di statistica ufficiale e favorito la condivisione degli immo­bili a Londra attraverso il Deregulation Act, mentre nella primavera 2016 ha incluso nella legge di bilancio uno “sconto” fiscale aggiuntivo per le atti­vità marginali basate sulle piattaforme digitali.

Dott.ssa Luana Tumbarello

Studio Legale Franzetta Dassano

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E se non pago l’assegno di mantenimento?

E se non pago l’assegno di mantenimento?

31 maggio 2018 |

Sempre più spesso succede che, in sede di separazione o divorzio, uno dei coniugi,
che viene obbligato a versare l’assegno di mantenimento all’altro, non vi adempie.
L’omesso pagamento dell’assegno di mantenimento può rappresentare per i
genitori, specialmente per i padri, che non riuscissero ad essere puntuali con il
versamento, un problema di carattere penale oltre che civile .
La tutela penale prevista dal nostro ordinamento si fonda, almeno fino a poco tempo
fa lo era, principalmente sull’articolo 570 c.p., “il quale punisce chiunque si sottrae
agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale e fa mancare i mezzi
di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero gli inabili al lavoro, agli
ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa”.
In realtà, l’articolo 570 c.p. non ha carattere sanzionatorio del mero provvedimento
civile. Si tratta di un reato che si configura, non in presenza di una semplice
omissione di pagamento dell’assegno stabilito dal giudice, ma quando l’omissione di
pagamento dell’assegno in favore del coniuge o dei figli sia preordinata a privarli dei
mezzi di sussistenza primaria.
Molteplici, infatti, sono le sentenze della Suprema Corte che affermano che il reato
di violazione dell’obbligo di assistenza familiare si configura solo in presenza di due
presupposti: l’effettivo stato di bisogno economico dell’avente diritto alla
somministrazione dei mezzi di sussistenza e la concreta capacità economica
dell’obbligato a fornirli. Quindi, anche in presenza di un provvedimento del giudice,
il soggetto obbligato, qualora fosse riuscito a dimostrare di versare in condizioni
precarie, ovviamente non dovute a sua colpa, e che l’avente diritto, invece, fosse
economicamente autosufficiente e riuscisse a far fronte alle esigenze primarie, poteva
restare impunito.
Dal sei aprile 2018, con l’entrata in vigore dell’art. 570bis, in attuazione del decreto
legislativo 01 marzo 2018 n. 21, così intitolato “ Violazione degli obblighi di
assistenza familiare in caso di separazione e scioglimento del matrimonio”, si apre un
nuovo scenario.
Il 570bis c.p., infatti, amplia le tutele previste dal 570 c.p., stabilendo che: “le pene
previste dall’articolo 570 c.p. si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di
corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di
cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero viola gli obblighi di
natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso”.
Come si nota, mentre l’articolo 570 limitava l’applicazione della pena al solo
genitore che faceva mancare i mezzi minimi di sostentamento ai propri figli, ora le
stesse pene possono essere applicate, grazie al 570bis, al coniuge che si sottrae
all’obbligo di corresponsione dell’assegno dovuto in caso di separazione, di divorzio,
e persino ai casi di annullamento del matrimonio.
Ad ogni modo, non sembrano mancare critiche sulla portata legislativa e
sull’applicabilità della norma.
Sembrerebbe che il legislatore, infatti, non abbia previsto nessuna tutela per coloro
che scelgono la convivenza di fatto, sia per le coppie omosessuali che etero,
dimenticandosi completamente di quei cittadini, che oramai stanno aumentando di
gran misura.
Nel caso delle unioni civili per le coppie omosessuali e i patti di convivenza per le
coppie eterosessuali che non scelgano il matrimonio, ma sanciscano la loro unione di
fronte ad un notaio e all’ufficiale di stato civile, il legislatore non ha previsto nulla.
Anche per le spese straordinarie, ossia quelle che riguardano la palestra o il medico,
il legislatore non chiarisce se il loro mancato pagamento integri o meno il reato de
quo.
Non si può fare altro che auspicare che il legislatore, colmi tale lacuna, e detti una
disciplina che consideri tutte le situazioni che ricomprednono tale obbligo

Avv. Giovanna Ventre

Studio Legale Franzetta Dassano

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Società cooperativa e società di capitali

Società cooperativa e società di capitali

30 maggio 2018 |

La crescente complessità del mercato del lavoro, porta sempre più spesso i lavoratori ad entrare in contatto, in modo più o meno diretto, con questo particolare tipo di società, senza tuttavia che se ne conoscano a pieno le caratteristiche. Perciò, per comprenderla adeguatamente è necessario partire dalla sua origine.

La prima cooperativa vede la propria origine durante la seconda rivoluzione industriale, con precisione a Londra, quando nel 1844 un gruppo di poveri tessitori, al fine di migliorare la propria condizione sociale, decise di associarsi e aprire una bottega di beni di prima necessità.

Questi, sin da subito, si vollero distaccare dal modello capitalista, non inseguendo perciò la massimizzazione del profitto bensì cercando di migliorare la condizione dei i propri soci, designandoli come  destinatari ultimi dei vantaggi derivanti dall’attività. Ragion per cui a fine esercizio, l’avanzo di gestione veniva in parte accantonato per investimenti futuri, in parte utilizzato per vantaggi collettivi e ciò che avanzava distribuito tra i soci, non in ragione del capitale investito come avviene normalmente nelle società di capitali, ma in base all’utilizzo di ciascun socio, dei servizi della cooperativa.

Vediamo ora da vicino quali siano oggi  gli elementi fondanti della società cooperativa.

Principio che unifica ogni tipo di cooperativa, e le separa dalle società di capitali, è lo scopo mutualistico: secondo cui, in base alla tipologia di cooperativa, assicura ai soci condizioni lavorative, beni di consumo o servizi a condizioni migliori di quelle che offrirebbe il libero mercato. Questo si distanzia nettamente dallo scopo di lucro, normalmente perseguito dalle società di capitali, che si concretizza nella divisione degli utili.

Altro corollario, già presente nella cooperativa di Rochdale,  che rimarca ulteriormente il distacco tra le cooperative e le società di capitali è il voto per teste: ogni socio ha infatti un voto all’interno dell’assemblea, indipendentemente dalla quota di capitale sociale posseduta; questo perché sin dagli albori la cooperativa ha voluto porre in risalto la figura del socio, cercando il più possibile una sua partecipazione attiva.

Rimane un’ultima caratteristica, sancita in Costituzione, ossia: la cooperativa senza fini di speculazione privata svolge una funzione sociale. In questa funzione trovano fondamento le agevolazioni fiscali per  la cooperativa che svolge la maggior parte della propria attività con i soci.

Ora, dopo questa breve introduzione sugli elementi essenziali, ci si domanda come sia possibile che questi principi, sulla carta virtuosi, si siano poi di fatto persi nella selva oscura che è la realtà di fatto.

Sicuramente ha contribuito a ciò il sorgere di numerosissime tipologie di cooperative, alcune molto distanti dall’originale (basti pensare alle cooperative di credito), altro argomento è la smisurata crescita che ha caratterizzato alcune cooperative, trasformandole in colossi dell’imprenditoria. Processo che da un lato attenuato fino a farli quasi sparire, principi cardine come la centralità del socio, dall’altro ha fatto emergere elementi tipici delle società di capitali, come l’emissione di obbligazioni o l’abuso della figura del socio finanziatore (come suggerito dal nome, è un socio non interessato allo scambio mutualistico ma ad un mero investimento).

In conclusione ci troviamo di fronte ad un processo di “capitalizzazione” della cooperativa, che senza un intervento del legislatore, non si potrà certamente essere invertito. Ciò che possiamo dunque auspicare, premesso che difficilmente vedremo uno spontaneo cambio di rotta degli imprenditori, è che vengano introdotti strumenti efficaci per limitarne la speculazione, che tanto avrebbe fatto rabbrividire i “Probi pionieri di Rochdale”.

Dott. Flavio Ruffinatti

Studio Legale Franzetta Dassano

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Shared Custody dei figli 29 maggio 2018

Shared Custody dei figli

Quando una coppia si separa sorge il problema, in presenza di figli, dell’affidamento degli stessi e del loro collocamento presso un dei genitori con la determinazione delle modalità di visita da parte dell’altro genitore. Con la Legge 54 del 2006 è stato introdotto l’affidamento condiviso, cioè i minori vengono affidati ad entrambi i genitori al […]

Benvenuti su “Il diritto intorno al cittadino” 28 maggio 2018

Benvenuti su “Il diritto intorno al cittadino”

Sappiamo che è così, ma spesso ce ne dimentichiamo e solo quando capita qualcosa che a noi non piace od è contraria alle nostre idee e pensieri, allora invochiamo il Diritto, ed in taluni casi ci rivolgiamo a Professionisti del settore per vedere tutelati quelli che sono i nostri Diritti. Il Diritto quindi è fondamentale […]