Fino al 10 gennaio le auliche sale di Palazzo Falletti di Barolo ospitano la mostra «Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong».
Prodotta da Ares in collaborazione con Blue Lotus Gallery (Hong Kong), si tratta della prima antologica dedicata in Italia al fotografo cinese, soprannominato il «Cartier-Bresson dell’Oriente» per la sua abilità nel cogliere la vita quotidiana.

Curata da Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, la rassegna si compone di oltre cento fotografie, che ripercorrono la carriera di Fan Ho (Shanghai, 1931-San José, 2016), che, coniugando rigore formale e sensibilità poetica e attraverso una ricerca estetica in bilico tra realismo e astrazione, ha rappresentato lo scenario e la vita urbana di Hong Kong negli anni Cinquanta e Sessanta, una città in profonda trasformazione.

Nato a Shanghai nel 1931, ma trasferitosi a Hong Kong con la sua famiglia all’età di 18 anni, Fan Ho diventa ben presto una figura spicco della comunità fotografica locale. Con la sua Rolleiflex immortala stretti vicoli fumosi, mercati, ripide scale, carretti e risciò, facchini, venditori ambulanti, bambini che giocano scalzi tra le strade, passanti impegnati nelle loro attività quotidiane: un teatro fatto di luci, ombre e geometrie, non semplici documenti storici ma memorie visive di una comunità. Nel 1958 Fan Ho conquista il primo posto nella classifica della Photographic Society of America dei dieci migliori fotografi al mondo. Nonostante l’apprezzamento internazionale del suo lavoro fotografico, Fan Ho sceglie la carriera di attore e di regista, e solo negli anni Novanta si riavvicina alla fotografia rimettendo mano al suo archivio di negativi e stampe.

Nonostante fosse considerato un maestro della “street photography”, Fan Ho non si affidava alla spontaneità di un incontro accidentale ma costruiva le proprie fotografie attraverso un paziente lavoro di osservazione e anticipazione, trasformando gli elementi architettonici in trame astratte, in un gioco di luci e ombre sapientemente orchestrato. Il fotografo operava sul doppio binario della “composizione di prima mano”, quella realizzata al momento dello scatto, e della “composizione di seconda mano”, ovvero in camera oscura, attraverso il fotoritocco e in particolare il ritaglio del negativo o la combinazione di elementi provenienti da negativi diversi. Lo dimostra uno dei suoi scatti più famosi, “Approaching Shadow” (L’ombra che avanza, 1954): una donna è appoggiata contro un muro mentre una grande ombra diagonale sembra avanzare verso di lei. Un effetto costruito in camera oscura per simboleggiare l’inevitabile svanire della giovinezza.

«Per Fan Ho lo scatto era solo il primo passo di un processo creativo in cui il fotoritocco in camera oscura rivestiva un ruolo cruciale. Si occupava personalmente dello sviluppo e della stampa delle sue fotografie, regolandone i rapporti tonali e variando contrasti e luminosità per enfatizzarne l’atmosfera drammatica, o alterandone gli elementi costitutivi tramite l’assemblaggio di negativi diversi. In questo processo il ritaglio assumeva un’importanza decisiva, in quanto contribuiva a definire composizioni equilibrate e di forte impatto visivo. La manipolazione del negativo era dunque parte integrante di una pratica di creazione dell’immagine che non si basava sulla riproduzione fedele della realtà, ma sulla precisa restituzione in immagini di una visione interiore» (Elisa Maupas).

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Emanuele Rebuffini
