Buchi, tagli e spirali. La formidabile avventura dello Spazialismo

“Faremo apparire nel cielo forme artificiali, arcobaleni di meraviglia, scritte luminose”. Il 18 marzo del 1948, in una Milano post-bellica, esce il secondo manifesto dello Spazialismo. A redigerlo, insieme ad un gruppo di artisti, è Lucio Fontana, universalmente riconosciuto quale fondatore e perno della poetica spaziale. L’anno prima era rientrato in Italia dall’Argentina, e nel 1946 aveva redatto il “Manifesto Bianco”. A quasi ottant’anni dalla sua nascita, la Fondazione Accorsi-Ometto rende omaggio alla formidabile avventura del Movimento spazialista con la mostra «Da Fontana a Crippa a Tancredi» (fino al 15 febbraio).

Lucio Fontana
Concetto spaziale, 1961
Olio e taglio su tela, stesura dorata su
campitura nera, cm. 73×60
Milano, Fondazione Pomara Scibetta – Arte
Bellezza Cultura. Courtesy Galleria Mattia De
Luca, Roma
© Fondazione Lucio Fontana, Milano

Curata da Nicoletta Colombo, Serena Redaelli, Giuliana Godio, con la consulenza scientifica di Luca Massimo Barbero, la mostra, che raccoglie 24 artisti rappresentati da circa 50 opere, ricostruisce le vicende salienti di un’arte nuova, fondata sui segni-base e i fenomeni primari, ossia “la materia, il colore e il suono in movimento”. Si afferma una nuova concezione dello spazio e del tempo, superando la pittura, la scultura e i limiti stessi dell’opera come superficie da contemplare od oggetto chiuso.

Lucio Fontana
Concetto Spaziale. Attese, 1964
Idropittura su tela, tagli, cm. 81×100
Milano, Fondazione Lucio Fontana, inv. 64 T 164
© Fondazione Lucio Fontana, Milano

Una mostra che ha tre principali meriti: riunire un gruppo di straordinari capolavori di Lucio Fontana (1899-1968), facendo comprendere al pubblico che buchi e tagli sono prima di tutto idee, architetture del pensiero (“tutti hanno creduto che volessi distruggere: ma non è vero, io ho costruito”); consentendo di riscoprire la figura e l’opera del pittore-aviatore Roberto Crippa (1921-1972), artista oggi ingiustamente trascurato, le cui “spirali” sono state tra le più celebri iconografie dello Spazialismo; infine, evidenziando il ruolo fondamentale del collezionista, editore e illuminato mercante d’arte Carlo Cardazzo (1908-1963), titolare delle gallerie del Cavallino di Venezia e del Naviglio di Milano, quando le gallerie d’arte erano luoghi di pensiero e non solo di commercio.

Tancredi Parmeggiani
Senza titolo (Composizione grande),
1953
Tecniche miste su carta intelata,
cm. 70×100
Vicenza, Museo Civico di Palazzo
Chiericati, inv. A1083

Lo Spazialismo coinvolge l’interesse di intellettuali, letterati, scrittori, poeti, che riconoscono in Lucio Fontana un leader provocatore e rivoluzionario: ideatore delle sperimentazioni sui buchi, costellati da innesti materici (pietre, sabbie, vetri colorati) in cui il vuoto diventa elemento costruttivo di un nuovo cosmo. «A partire dal 1949 l’intuizione spaziale di Fontana si condensa in un gesto essenziale e radicale che travalica la pittura e mette in crisi l’intera storia della superficie: il buco. Lontani da ogni connotazione distruttiva o provocatoria, i primi fori sono atti fondativi, gesti di apertura e di superamento. Non vi è colore e non vi è segno. Le tele si presentano come schermi bianchi e silenziosi, attraversati da una moltitudine di piccoli fori disposti secondo un moto vorticoso, come se l’artista avesse voluto tradurre l’energia cosmica in una forma elementare e definitiva. La superficie non è più un luogo della rappresentazione, ma un diaframma, una soglia sottile che si apre su uno spazio ulteriore, non figurabile e prospettico, ma cosmico. In queste prime tele ogni foro appare come un punto critico, un’apertura mentale e un’epifania» (Luca Massimo Barbero). Dopo il 1958 Lucio Fontana prosegue la sua ricerca con i tagli, noti come “Concetti spaziali-Attese”, ricchissimi di varianti, realizzati con l’intento di introdurre fisicamente la tridimensionalità in pittura. In mostra è esposta “Concetto spaziale. Attese” del 1964, una serie di tagli netti, obliqui, che attraversano una superficie chiara, che emana una luce fredda e uniforme.

Roberto Crippa
Concetto spaziale, 1951
Olio su tela, cm. 70×90
Collezione privata
© Roberto Crippa by SIAE

Una sala è dedicata a Roberto Crippa e alle sue formule vorticose, spiraliformi e dinamiche, riflessi del personale vitalismo e della passione per il volo acrobatico, con escursioni nel riferimento al surrealismo e al primitivismo totemico. Il percorso espositivo esplora le poetiche dei principali protagonisti dello Spazialismo milanese, con opere di Gianni Dova, Cesare Peverelli, Emilio Scanavino, Ettore Sottsass, Beniamino Joppolo, Aldo Bergolli e Gian Carozzi, e dello Spazialismo veneziano come Virgilio Guidi (“Cielo antico” del 1953), Tancredi Parmeggiani, Mario Deluigi, Edmondo Bacci, Vinicio Vianello, Gino Morandis, Bruna Gasparini, Ennio Finzi, Saverio Rampin e Bruno De Toffoli, protagonisti delle dirompenti novità verificate dalla pittura astratta degli anni cinquanta, con una sensibilizzazione squisitamente veneta alla luce, al colore e a un linguaggio transitato da scansioni spaziali in tramature astratte, al fascino del vuoto palpitante di segni e di deflagrazioni cromatiche. Non mancano anche alcune temporanee presenze “spazialiste”, in particolare quella di Giuseppe Capogrossi (“Superficie 141” del 1955). 

Tutti artisti a cui va riconosciuto il merito di aver praticato un’apertura verso l’infinito.

http://www.fondazioneaccorsi-ometto.it 

Emanuele Rebuffini

Virgilio Guidi
Cielo antico, 1953
Olio su tela, cm. 242×205
Proprietà privata. In comodato a
Fondazione Musei Civici di Venezia –
Galleria
Internazionale
Moderna di Ca’ Pesaro