Da alcuni anni il Castello di Miradolo è diventato uno dei poli espositivi più interessanti. Merito della Fondazione Cosso e del lavoro di curatela di Roberto Galimberti e Paola Eynard, che propongono mostre mai scontate e costruite con sapienza. Lo conferma «Grazia Toderi. Teatro Terra»: oltre sessanta opere, dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, molte delle quali inedite, in un percorso espositivo che intreccia materia, luce, spazio e visione. dialogando con gli spazi architettonici del Castello, ottocentesca dimora della nobildonna e pittrice Sofia Cacherano di Bricherasio, che qui riuniva il suo cenacolo artistico.

variabili. Grazia Toderi, We Mark (#0, #24), 2023, Acetato, smalto, argilla cotta, terra. Foto:
Nicola Gnesi.
“Terra” e “Teatro” sono le due coordinate lungo cui Grazia Toderi ha costruito un progetto in cui la dimensione intima della sua ricerca incontra quella collettiva del luogo, conducendoci progressivamente verso la vastità del cosmo: la Terra intesa come materia concreta, da plasmare, e come pianeta osservato dallo sguardo solitario dei satelliti; il Teatro come spazio della visione e della rappresentazione, dal greco théatron, il “luogo da cui si osserva”.

loop, suono, dimensioni variabili. Foto: Nicola Gnesi.
Proiezioni video, disegni, fotografie, argille crude, terrecotte smaltate, installazioni di luce, mappe, mirini, sistemi di misurazione, goniometri e rimandi a trasmissioni televisive e satellitari: opere che invadono stanze e corridoi, proiettate sulle porte, sulle tende e sui vetri, alcune visibili solo da particolari punti, chiedono al visitatore di cercare un punto di vista inusuale, di mettere a fuoco e di ritrovare un’attenzione all’osservazione.

Zuppa dell’eternità e luce improvvisa, 1994, Proiezione video, colore, senza audio, loop,
dimensioni variabili. Foto: Nicola Gnesi.
Grazia Toderi nasce a Padova, nel 1963, ma da anni vive a Torino. Ha partecipato a tre edizioni della Biennale di Venezia, nel 1993, nel 1999 (vincendo il Leone d’Oro) e nel 2009. «Le sue opere, fatte di luce, immagini e materia, entrano negli spazi del Castello senza limitarsi a occuparli: li attraversano, li trasformano e ne fanno parte. Il progetto espositivo nasce dall’incontro con l’architettura e con la storia del luogo, mettendo in relazione opere appartenenti a momenti diversi della ricerca dell’artista e costruendo un percorso pensato appositamente per il Castello» (Paola Eynard, vice presidente della Fondazione Cosso).

Nicola Gnesi.
We Mark ora sono proiezioni video, nate dai dialoghi con il fratello Marco Toderi, agronomo, in cui troviamo una mappatura e una stratigrafia in trasformazione che evoca superfici terrestri o di altri pianeti, profondità del cosmo o meandri nascosti del corpo; ora sono piccole ceramiche rossastre che appaiono come una costellazione di terra iridescente e cangiante su un grande tavolo di legno. In Zuppa dell’eternità e luce improvvisa (1994) l’artista tenta di camminare e aprire un ombrello sott’acqua, sperimentando una dimensione priva di gravità, mentre Protractor (2026), disegnato sul vetro di una finestra, si anima seguendo lo sguardo del visitatore. Red Dance (2026) sono «impronte di gioia luminose che brillano al nostro passaggio», Semper Eadem è una proiezione video realizzata nel 2004 per la riapertura del Teatro La Fenice di Venezia, Il miracolo della peste è un arazzo realizzato per il Duomo di Cosenza nel 2022. In Rosso Babele (2006), emerge una materia di luce rossastra dalla quale prende forma, si sgretola e sprofonda una torre evanescente, costruita dalla sovrapposizione di centinaia di livelli di trasparenza e riprese di lontane città.

variabili, Collezione Roberto de Silva e Diana Bracco. Foto: Nicola Gnesi.
«Le mie opere nascono dal disegno, che si sviluppa con la luce in fotografia e si anima con l’energia nel video. Per poi riapparire ancora come disegno in trasformazione proiettato su una superficie. Siamo energia e tempo. E anche la materia del video è costituita di energia e tempo. Cerco, con la luce, di creare immagini che restituiscano il tempo per una possibile riflessione sulla complessità, e su ciò che non si vede» (Grazia Toderi).
La mostra è curata da Roberto Galimberti, con il coordinamento generale di Paola Eynard e la consulenza iconografica di Enrica Melossi.
Fino all’8 dicembre.
http://www.fondazionecosso.com
Emanuele Rebuffini
