«È materia delicata». L’arte di Gregorio Botta

«Pratico un’arte del togliere, del poco, del meno, sperando di arrivare a un’arte del niente». Lastre di piombo segnate da ferite-sorgenti da cui sgorga acqua. Diafani alabastri che lasciano trasparire dall’interno foglie d’oro. Tracce di sangue impresse su carte giapponesi insieme a cera e frammenti vegetali, come in Noli me tangere, omaggio al Beato Angelico. Una campana tibetana sospesa nel vuoto, muta, incapace di suonare. Quella di Gregorio Botta è una ricerca di radicale essenzialità sia negli elementi sia nelle forme. Opere rarefatte, composizioni minimali di elementi materiali e immateriali, forme elementari e stilizzate (il cerchio) che richiamano un universo culturale antico.

courtesy of Galleria Peola Simondi

Fino al 14 novembre la Galleria Peola Simondi ospita «È materia delicata», 15 lavori di Gregorio Botta, reduce da un’importante personale alla Galleria Nazionale di Roma (Just measuring unconsciousness). Nato a Napoli nel 1953 ma romano d’adozione, con un passato giornalistico a L’Unità e Repubblica, Gregorio Botta è un artista che, in un’epoca sempre più smaterializzata, digitale e virtuale, predilige il rapporto con la fisicità, con la materia.

courtesy of Galleria Peola Simondi

«Ma la materia deve essere trattata con delicatezza, così essa stessa diventa delicata, passando dalla pesantezza ad una condizione quasi aerea. Cerco di fare opere leggere come l’aria. È materia delicata è un bellissimo modo di dire, allude a un argomento che deve essere trattato con attenzione, cautela, consapevolezza. L’arte in sé è materia delicata deve essere avvicinata senza fretta e senza superficialità, con cura, rispetto e persino circospezione».

courtesy of Galleria Peola Simondi

Nel realizzare i suoi lavori Gregorio Botta opera per sottrazione, creando strutture sospese e vibranti. Lievi, provvisorie, sembrano parlarci delle nostre fragilità. Dominano i contrasti: pesantezza e leggerezza (« per sentire la leggerezza, hai bisogno di percepire la gravità»), pieno e vuoto, dolore e bellezza. Un’arte minimale, eppure lirica e meditativa. «I suoi lavori hanno bisogno di una dilatazione temporale-scrive Lea Mattarella-Chiedono sguardi prolungati e attenti, non hanno fretta di essere consumati».

courtesy of Galleria Peola Simondi

Predilige materiali che abbiano una memoria, una storia antica. Opere fatte di vetro, di piombo, di ceramica, di fuoco, di luce, di resina, di nerofumo, d’acqua e di scrittura, di trasparenza e di silenzio. E di cera, la preferita tra le materie, scoperta durante una ricerca sull’encausto. «La cera è simile alla pelle del corpo, è recettiva, accoglie e trattiene il colore. È protettiva e duttile. Conserva la memoria dei segni, che si trasformano in ferite, cicatrici, tracce del proprio vissuto. Grazie alla cera ho poi scoperto l’alabastro. Gli alabastri e le cere sono come animati da un soffio interno, che preme sulla superficie: intravedi delle forme, dei colori racchiusi al loro interno».

http://www.peolasimondi.com

Emanuele Rebuffini

courtesy of Galleria Peola Simondi