Che fine ha fatto l’esperanto o la speranza?

Cara C.,
sono di nuovo in coda al semaforo di corso D. e mi ritorni in mente bella più che mai.
Parole parole parole mi riportano ad ore ed ore di lezioni, dove tra i banchi scorreva la vita stravaccata sui libri ed oggi, mi ritorna in mente anche un libro che mi è capitato tra le mani qualche giorno fa, mentre stavo mettendo a posto la soffitta.

Tra i bauli dei cento traslochi fatti, ho ritrovato un libro con un codice Alf0010, appartenuto alla nostra biblioteca, riaperta dopo una delle prime autogestioni. Non so se ti ricordi che la Preside mi fece chiamare in quanto rappresentante d’Istituto, per darmi una delle mie prime lezioni di vita, intrisa di una lectio magistralis di semantica semiotica, a cui seguì l’incontro con la Digos ed una serie di atti punitivi da parte della famiglia di origine.

La donna, a capo della Caserma Alfieri, mi chiese come mai me ne andassi in giro per la scuola come una peripatetica. Peripatetica? Ma che lingua parla Queen, nostra madre superior? Pensando ingenuamente che facesse riferimento alle Accademie Filosofiche dell’Antica Grecia e avesse letto uno dei programmi dell’autogestione concordato democraticamente dal comitato per l’autogestione, presi fiato e risposi: “Sì, io sto cercando di portare la filosofia sotto il suo portico come Platone!”. Ah Ah Ah, sogghigna con il muso e il ghigno e fa faccia brutta. Riprendo fiato cercando di modulare il tono della risposta, ma la voce si ribella all’intenzione ed esce troppo stonata: “Stiamo facendo un esperimento di vita democratica come nell’Antica Polis Greca”. Ingenua, io.
La donna chiamò la Polizia davanti a me. Il dirigente delle forze dell’ordine rilevò che “non c’erano i termini per farci sospendere le lezioni gestite all’interno dei locali in quanto gli organi collegiali democratici che governavano la scuola avevano votato a favore delle “cinque giornate “.

Eh cara C., immagina la mia faccia goduta davanti alla Queen Margaretta Thacher che per poco non mi prese a stampellate (link). Si mise in mutua per qualche giorno e lasciò il governo al vice Preside, segretamente favorevole all’esperimento democratico in quanto ex sessantottino della prima ora.
In quei giorni tornai diverse volte in biblioteca, uno dei locali conquistati alla Regina Madre per fare spazio alla Kultura e trovai il libro ritrovato oggi negli scatoloni. Era “Introduzione all’Esperanto”.

Cara C. ma ti ricordi l’Esperanto? E con lui la speranza di una lingua neutra e facile, per evitare i conflitti tra gli stati, portando con sé quella speranza di comunicare con tutti e per tutti.
Bip di notifica di messaggio di mia figlia: “Ma, esco con i raga”. Per sentirmi meno generazione boomer le rispondo come una boomer, con le parole di Madame e Sfera e Basta che lei legge solo fino alla quarta riga:
Money Gang, Money Gang
Perché solo tu l’hai capito
Pure se mi vedi poco, tu mi hai capito
E pure se ti vedo poco, tutto ho capito
A furia di cercarti per il mondo
L’ho conosciuto a fondo e l’ho dato a te
Che hai capito
Pure se mi vedi poco, tu mi hai capito
E pure se ti vedo poco, tutto ho capito
A furia di cercarti per il mondo
L’ho conosciuto a fondo e l’ho dato a te

Mi manda uno snapchat dove ride e poi la sua malefica risata si autodistrugge dopo pochi secondi, come la mia autostima.
Vorrei fare un salto del tempo con la DeLorean di Ritorno al futuro per parlare con l’oculista polacco Ludwik Lejzer Zamenhof, inventore dell’Esperanto, ma le campane della chiesa battono le 13.00 ed io mi accorgo che ho creato una coda al semaforo. Riprendo il viaggio verso il tunnel di corso D. e penso che finché c’è vita c’è speranza, ma forse anche un po’ di Esperanto.

Elena

Cara E.,
vuoi ridere? Sai che un mio caro amico fa parte del direttivo di BEA un’associazione impegnata nello sviluppo di progetti europei che usano l’esperanto come lingua di comunicazione? Il giorno in cui l’ho scoperto mi si è aperto un mondo che non avevo mai lontanamente immaginato: esistono gruppi di persone che conoscono l’Esperanto sul serio? e lo parlano? tra loro? e si ritrovano per parlarlo e per scriverlo e per condividere cose e idee e progetti inerenti al tema? Una lingua globale che accolga e raccolga, unisca e capisca…

E’ stato come se mi avessero detto che la Terra di Mezzo era raggiungibile andando verso la seconda stella a destra e poi dritto, eccetera eccetera. Insomma, l’impossibile è possibile, il sogno è avverabile, basta crederci e tutte le cose, allora, non sono finzione motivazionale che raccontiamo a noi stessi e ai nostri vicini per tirare a campare. Una lingua universale, ma Babele insegna: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.» ed era finita male allora e a quanto pare, finisce male oggi, che nel DNA umano sembra vincere la diversità, il desiderio di differenziarsi, di distinguersi. Siamo tutti uguali, sì, ma tanto diversi, no?

Quindi, teniamo alte le bandiere dell’accoglienza, ma con cautela e numeri definiti. Riempiamoci la bocca di uguaglianza, ma in questa parte di mondo mangiamoci anche il pane e il companatico della parte più giù. Raccontiamoci la storia dell’inclusione e poi evitiamo con cura di mettere norme che prevedano aree di parcheggio obbligatorie per monopattini e bici elettriche, che se deve passare la carrozzina del disabile o il passeggino con la mamma e il mezzo è buttatto in mezzo alla strada che fa?

Facile a dirsi, difficile a farsi, anche se, lo diceva Rodari, meraviglioso poeta e interprete del mondo
È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi,
che si credono liberi.

Poesia tratta da Parole per giocare (1979), di Gianni Rodari, insegnante, poeta e scrittore per bambini.

Chiara

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