Scrivetevi, scrivetevi ancora.

Cara E.,
L’estate sta finendo e non solo un anno se ne va, non solo sto diventando molto grande (e la cosa mi va parecchio), ma accadono cose, di quelle cose che ti vien da dire: ma noi, noi umani, noi che ci dichiariamo tali e ci sentiamo figlie e figli della terra del tempo della vita, noi le potevamo immaginare tutte queste cose?

Mi riferisco al caldo atomico che ci ha accompagnato ininterrottamente a partire dal mese di maggio? Causando fatiche, insofferenza e disperazione in ogni attività quotidiana, inclusa il sonno, in quasi tutta la popolazione?
Quindi, mi riferisco a cascata a tutte situazioni annesse e connesse al cambiamento climatico, inondazioni, crolli di pareti montane, trombe d’acqua, scioglimento dei ghiacciai perenni, acqua marina, siccità e frutta a prezzi stellari, temperatura da brodo primordiale anche nelle chiare fresche dolci acque nostrane?

Oppure mi riferisco alle guerre che esplodono ovunque e continuano tra false promesse di tregue interrotte e ci tormentano l’anima il cuore la pelle i pensieri mentre giacciamo inerti nel nostro letto di sudore a pensare come combattere il caldo e come combattere sopportare reggere (o dimenticare?) l’orrore di figli figlie donne uomini insanguinati uccisi torturati scoppiati dispersi?
Forse invece mi riferisco alle destre che galoppano la loro danza nera sulle nostre teste immemori e urlano parole già dette e slogan già scritti e agiscono azioni già viste? Eppure…
No, forse parlo degli ennesimi innumerevoli orribili irrefrenabili femminicidi che costellano la cronaca e ungono di inutile rammarico chi pensa si dovrebbe agire prima e di stizza chi osa blaterare che non è che proprio se l’è cercata, ma insomma, quella gonna quel trucco quelle unghie, ecco beh dai, se dovessi consigliare a mio figlio una ragazza, ecco, forse magari gli direi, magari meno appariscente, magari meno minigonna, magari meno testa meno lingua meno spazio meno meno meno…

Cara E.,
Mi ribolle il sangue e mi scoppia il cervello nella mia inutilità e invocherei il giudizio universale o almeno un diluvio, riparatore del nostro essere umani così tanto da perderci il senno l’etica la morale dietro questa parola che si svuota di senso e dimentica da dove viene e dove va, nella sua radice terrena e umile.
Così, cerco sempre la parola, le parole che ci danno forma e creano il nostro mondo e ci permettono di navigare queste acque vitali, ondulate di eventi, momenti, tempi duri, parole come piccole zattere, lanterne nella notte a tentare una luce per trovar la via. E le scrivo, a te, a me, a chi amo e penso, a chi ricordo e non capisco, a chi…
Nel caldo afoso dell’estate le mie parole sono finite sulle cartoline del mare, rivolte a chi penso possa apprezzare la scoperta di un rigo pensato e scritto da lontano nella buca delle lettere che ormai porta solo bollette, multe o pubblicità. Ma. Un grande ma si è parato tra le mie parole e il loro obiettivo finale. Seppur i tabaccai e i negozi di souvenir pullulassero di cartoline in ogni formato e foggia, poi, mancavano gli altri ingredienti fondamentali per la ricetta: i francobolli e le buche delle lettere.
C’erano i francobolli per l’estero, avrei potuto decidere di cambiare destinatari e trovare degli sconosciuti a cui mandare le mie parole in qualche parte del mondo lontano. Ma volendo raggiungere la banale Italia, nessuno era in grado di fornire quanto necessario.
Quindi, dopo svariati e infruttuosi giri tra paesini sperduti alla Recherche, arrese, le cartoline sono tornate con me al mittente in attesa di essere spedite. Ma. Un nuovo grande ma si è parato davanti alla conclusione della battaglia: trovare una buca delle lettere attiva. Ce ne sono sì, ma la maggior parte di loro, seppur ancora appesa ai muri, colorata e decorata di graffiti e tag, è dismessa e inutilizzata. Finalmente, all’ennesimo giroingiro cittadino tra le vie e i tabaccai che alzano le spalle “ormai non si usa più”, eccola, una sparuta sopravvissuta al cambiamento: una buca delle lettere rossa, ludica, ancora operativa, vestigia resistente di quel tempo che fu, in cui le parole correvano ancora sulla carta e forse contribuivano al nostro essere umani, al nostro saper pensare, contare 10 volte prima di parlare, alimentare il nostro cuore e la nostra mente, anche in quei piccoli gesti che si facevano di volta in volta parole d’amore di rabbia di attesa di memoria.

Ecco una battaglia di senso, gente: scrivetevi, scrivetevi ancora.
#makepostgrateagain

C.

Autore: Redazione

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