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Vista lago con delitto

Vista lago con delitto

11 gennaio 2013 |
Marco Polillo, Il pontile sul lago

Marco Polillo, Il pontile sul lago

Un giallo e un poliziesco ma anche un’indagine sui sentimenti è Il pontile sul lago di Marco Polillo, edito da Rizzoli nel 2011.

L’autore, già direttore generale di Mondadori e di Rizzoli, ha fondato nel 1995 la casa editrice che porta il suo nome. Appassionato da sempre di gialli, ha pubblicato Testimone invisibile (1997) ed ha dato inizio con Corpo morto, del 2009, alla trilogia che ruota intorno al commissario Enea Zottìa, proseguita con Il pontile sul lago e poi con Villa Tre Pini del 2012.

L’ambientazione rievoca l’atmosfera del paese che da il nome al lago d’Orta, a cui si riferisce il titolo. Una storia millenaria, una bellezza elegante e romantica per un luogo appartato rispetto al Maggiore ma molto frequentato da turisti e da «habitué, quelli che ogni venerdì sera, d’estate come d’inverno, arrivano in automobile da Milano, Novara, Torino o altre città, grandi o piccole, per passare lì il fine settimana» (p. 88).

Ben presto dalla narrazione emergono i ritmi e le regole non scritte di una piccola comunità: la vicenda si svolge in appena quattro giorni tra molti luoghi reali del comune lacustre, in primis il caffè dove quattro «compagni d’aperitivo» (p. 14) si ritrovano ogni giorno per questo rito, nel «tranquillo ron ron del vecchio borgo medioevale» (p. 155).

Tancredi Vallesi, reso claudicante da un incidente, «come si ostinava a chiamarlo» (p. 13), il radiologo in pensione Stefano Garavini, «un misantropo solitario» (p. 26), Mario Giombelli «festoso, sorridente, eccessivo, ingombrante» (p. 18), ma pure per altri «una boccata d’aria fresca» (p. 19). E il grande assente.

Gennaro Vattuone, «il Professore, quello con le iniziali maiuscole, il terrore della scuola, “Vaff’uone”, come lo chiamavano tutti» (p. 10), la cui uccisione da il via all’inchiesta dei carabinieri del luogo, guidati dal Maresciallo Danova, a cui viene in aiuto il vicecommissario Enea Zottìa della Questura di Milano, chiamato dal figlio della vittima.

Il medico del paese Emanuele Tibiletti, l’avvocato Giacomo Favinio e alcuni rilevanti personaggi femminili emergeranno con le loro scelte una volta che il lettore si sarà inoltrato nella storia.

Speculare alla figura del padre Gennaro, autoritario e spregiudicato, è quella del figlio, il notaio Fabio Massimo, che scopriamo nella dolcezza e sensibilità del suo carattere e nelle pieghe del controverso rapporto con il genitore.

La materia del giallo si fonde con l’analisi dell’interiorità dei personaggi, sia nel suo risvolto tanto oscuro da portare a ideare o commettere un omicidio, sia in quello che si dipana lungo le linee dell’amore.

Mentre sboccia un tenero sentimento tra i giovani Chicca e Graziano, Enea Zottìa si rivela non solo l’acuto inquirente che troverà chi ha compiuto l’assassinio del pur ripugnante Vattuone, ma anche il protagonista di un intreccio che lo vede marito di Enza e innamorato invece di Serena, con “inseguimenti”, riavvicinamenti e colpi di scena tra Milano ed Orta. Il sottile investigatore è anche un uomo sensibile, con molte fragilità e indecisioni.

Dal canto loro, Chicca e Graziano contrastano fortemente con l’ipocrisia della società incarnata dalla generazione dei loro padri, ma quasi senza accorgersene, con l’assoluta normalità delle loro vite fatte di lavoro in albergo o nello studio legale, amicizie vere e incontri che fanno battere il cuore, mentre la figlia dell’avvocato Favinio, Cristiana, sentirà la necessità di allontanarsene anche fisicamente.

«Ho vissuto sempre ad Orta, non si può dire che conosca il mondo. Cosa potevo fare in un posto come questo? Niente. E io volevo cambiare, vedere il mondo, andare a vivere in una grande città, avere esperienze, diverse, conoscere gente. La vita della provincia, della piccolissima provincia, a me va stretta […]. Lei non può immaginare come sia difficile vivere in un paese come questo. Soprattutto quando si è nati qui. Vuol dire conoscere tutti, e se c’è qualcuno che ti piace vuol dire portarselo con sé tutta la vita, anche quando si tratta di un macroscopico errore» (p. 199).

Un ruolo preponderante in questo romanzo hanno infatti il “paese” e la “città”. Le caratteristiche positive e negative dell’uno e dell’altra tornano in più punti ad incidere nelle vite e nei modi di pensare dei protagonisti.

Due pensieri di Enea Zottìa agli inizi e al termine del libro riassumono bene questo eterno rapporto dialettico: «Come potevano pensare in quel paesino di riuscire a scovare il colpevole di un omicidio in un modo così poco professionale? Gli venne in mente Positano. Anche lì era stato fatto tutto in maniera dilettantesca. Forse nei piccoli paesi si faceva ancora così» (p. 51), ma poi: «Quel piccolo microcosmo nel quale aveva vissuto per meno di settanta ore se l’era sentito amico, una sensazione che di rado provava nel suo mestiere, e non poteva dirsi contento di tornare a casa, nella grande e anonima Milano» (p. 257).