Cara E.,
9 gennaio 2026, eccoci al riavvio!
Dopo la pausa NataleCapodanno, con le sue sembianze di pace e tempi lenti in realtà vestiti di cioccolata calda in tazza intorno al caminetto virtuale di YouTube, regali da rateizzare, famiglie da riassemblare, team Panettone o Pandoro? 3-2-1 buon anno! riparte la vera giostra.
Tu sai che fosse per me, con questo gelo nell’aria riaffacciato dopo un decennio, opterei per un lungo letargo fino a nuovo tepore, ma facendo parte del genere umano-animale che nell’evoluzione ha superato questa meravigliosa abitudine, costretta a questo nuovo giro intorno al mondo in quattro stagioni, ti propongo un gioco mentre ovunque sembra si accendano fuochi e dolori: guardare il panorama, vicino e lontano, e provare a vedere per noi, per tutti, cinque parole che siano lati buoni, carte vincenti, prospettive, speranze, risate allegre, magari un non so che, che faccia un po’ di differenza.
Vita: la fortuna di essere vivi, sempre, per prima.
Pace: un paese in pace, non poca cosa di questi tempi.
Scegliere: la possibilità di scegliere da che parte stare, ancora.
Leggere: la lettura, con il suo carico di immagini, parole, sogni, risate che salvano, guidano, rialzano.
Stare: la capacità di stare e rilanciare, e non mollare, nelle cose di ogni giorno, nelle amicizie, negli amori, nei progetti.
E tu, E., quali sono le tue cinque parole per questo nuovo anno che ci attende?
Cara C,
considerato il freddo gelo che gennaio ci ha gettato in faccia, accolgo con piacere il tuo invito a restare ferme sul divano con la tazza di tè o cioccolata in mano, come in letargo e accolgo la sfida della ricerca delle cinque parole per il nuovo anno.
La mia prima parola scende nelle trincee e si affaccia sugli scenari internazionali confusi e accesi su fronti politici spezzati dalla morte.
Bandiera: possibilmente bianca con l’augurio che diventi un aquilone leggero e inviti ad alzare le mani di fronte agli scenari di guerra e divisione, riportando alla saggezza atavica dei bimbi. Non bandiere ma aquiloni.
La seconda parola mi è salita in gola come urlo disperato di fronte alle immagini e all’immaginario collettivo in cui una festa si è trasformata in una carneficina.
Sicurezza: di poter dormire sonni tranquilli a casa, recarsi sul posto lavoro e poter svolgere il proprio lavoro certi di non rischiare la vita. Poter pensare i propri figli gioiosi in luoghi sicuri dove il bene comune non si sacrifica per il profitto.
La terza è cultura, non come culto o sfoggio di saperi ma come amore per la conoscenza che prenda il gusto della saggezza. Tornare ai libri, alle fonti, alle storie per imparare a vivere di nuovo insieme.
Mi immagino il nostro anno pieno di questa parola, con l’augurio di riempire di cultura i cuori e non solo la bocca.
La quarta parola è sale, che in questi tempi bui non si metta sulla ferite ma in zucca per dare gusto a nuove visioni con prospettive di intesa su larga scala, ispirati dal mare. Una bacinella piena di sale in cui si trova il gusto della vita e di ampi orizzonti e non naufragi.
La quinta parola è albero, l’antenato vegetale archetipo del filosofo. Con il suo paziente esempio ci insegna a non spezzarci per una raffica di vento ma neppure con un tornado. Ci spinge a chiederci continuamente e con grazia, da dove arriviamo e dove andiamo.
Le radici, nella terra, ci ricordano che siamo connessi a tutto il mondo di sotto ed i rami spiegati verso il cielo ci ricordano che siamo collegati a tutto il mondo di sopra.
La quercia secolare nel bosco di mio padre l’ho chiamata D’Artagnan, a ricordare che siamo qui al mondo “Uno per tutti e tutti per uno.”