Noi e l'ateneo abbiamo due modelli diversi

Continua la polemica fra Universita e Politecnico su La Stampa

Il giorno dopo è l’ora dei pompieri. Tutti a gettare acqua sul fuoco e stemperare la tensione che corre sull’asse Università-Politecnico. Scende in campo la diplomazia accademica. Si cerca di ricomporre, ridimensionare, minimizzare. Il Rettore del Poli, Francesco Profumo, è rientrato a Torino. Anche lui scansa le polemiche. Però fa chiarezza. E risponde indirettamente alle accuse lanciate dal «magnifico» di via Po.
Professor Profumo, l’Università vi accusa di scarsa collaborazione. Peggio, di perseguire logiche di concorrenza. Ha ragione?
«No. Sono sorpreso per quelle parole. Lunedì non ero presente, per cui non posso dare un giudizio approfondito. Però le parole del Rettore dell’Università mi hanno sorpreso».


Le ritiene eccessive?
«Dico soltanto che non vedo nessuna concorrenza tra i due atenei. Capirei se ci fossero sovrapposizioni, se offrissimo agli studenti corsi di laurea simili. Ma siamo mondi diversi. Mi sembrano discorsi strani. Avessimo, ad esempio, una facoltà di Lettere potrei capirlo. Ma non ce l’abbiamo. Dove sta la concorrenza, allora?».
E la collaborazione? Vi accusano di essere troppo individualisti.
«A me sembra che i rapporti siano sempre stati ottimi. Esistono molti progetti di reciproca cooperazione. Torino a livello di sistema universitario è considerata uno dei pochi sistemi in Italia dove tra i diversi atenei c’è una vera collaborazione. Cosa dovremmo dire della Lombardia, dove ci sono 13 università molto simili tra loro? Lì si fa concorrenza davvero».
Vi accusano di accaparrarvi tutte le risorse degli enti pubblici per stendere «trionfali tappeti di porpora per l’ingresso a Torino di multinazionali che ci usano come una sorta di Bangalore d’occidente per poi abbandonare al proprio destino forza lavoro qualificata al primo barlume di crisi». Che cosa risponde?
«Che non capisco. Proviamo a pensare a cosa sarebbe Torino oggi se non ci fosse stata la diversificazione produttiva e industriale degli anni scorsi. La crisi sarebbe ancora più forte».
È stato detto che la vostra è una politica di annunci a cui non seguono fatti concreti.
«Il centro Motorola, con i suoi 370 ricercatori, in un territorio dove le grandi aziende sono poche, mi sembra un fatto concreto. Quel centro era un polo di grandissima competenza, riconosciuto in tutto il mondo. Ci lavoravano giovani con altissimo livello di formazione e specializzazione. Non dimentichiamolo, lì sono stati progettati gli ultimi 25 modelli dei telefonini Motorola».
Non è bastato, visto com’è finita.
«Il problema non è stato Torino: Motorola ha chiuso le sue attività in tutta Europa. E, quindi, anche la piattaforma su cui gravitava Torino. Il mondo ha una dinamica che non possiamo controllare. Per me queste sono cose che possono succedere. L’importante è che il sistema non resti fermo ma riesca ad attrarre nuove realtà. A differenza delle fabbriche, i centri di ricerca hanno una mobilità culturale e intellettuale molto forte. Che secondo me, non fa male al territorio».
Come si spiega allora quanto detto da Pelizzetti?
«Probabilmente immaginiamo un modello diverso di sviluppo e di società. Del resto i modelli di università possono essere vari. È chiaro che gli atenei tecnologici, come il Politecnico, possono essere più semplici da gestire e hanno interazioni forse più strette e ramificate con il sistema socio-economico. Ma lo trovo naturale. Così come è fisiologico che il nostro sistema di relazioni nazionali e internazionali sia più aperto».