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I Blog di QP ora hanno la loro prima rivista

I Blog di QP ora hanno la loro prima rivista

9 giugno 2015 |

 Non so quanti conoscano Flipboard, ma si tratta di una delle realtà piú interessanti del panorama informativo internazionale.

Nato per essere un nuovo modo di consultare le notizie tramite i feed dei siti, come un comune newsreader, un integratore come fu a suo tempo Google Reader, ma con l’aspetto della rivista patinata, da un paio d’anni, con l’arrivo del secondo aggiornamento maggiore, ha introdotto la possibilità per gli utilizzatori di inventarsi dei propri Magazine e di curare le notizie con un taglio originale.

In breve è diventato forze il canale principale di un’attività ancora in via di sviluppo del panorama del web informativo e della conoscenza nota con l’anglismo malamente traducibile di “curation” (fra i principali colleghi di Flipboard ci sono nomi come Scoop.it o App.net, per citarne solo due).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per il momento invenzioni (ad esempio le riviste intensive monografiche usa e getta dedicate a temi virali dell’ultimo minuto) sono superiori ai veri e propri affari, ma l’ultimo keynote di Apple ha rinforzato l’interesse che da alcuni mesi sta crescendo fra i principali social, al punto che qualche giorno fa veniva segnalato un intenso interesse da parte di Twitter proprio per Flipboard, mentre Facebook non sembra aver avuto altrettanta fortuna con Paper che non è arrivato dalle nostre parti, per non parlare dei miseri tentativi dei motori a partire proprio da Google.

Nella mischia dei tentativi dei social media, si sono lanciati in sperimentazioni i titoli giornalistici tradizionali generando un facile canale secondario parallelo a quelli dominanti, anche perché Flipboard è diventato uno dei canali virali più efficaci per le condivisioni simultanee o selettive sui propri social (non a caso proprio Facebook si è dato intensamente da fare per arginare il fenomeno, mentre alcuni siti bloccano la possibilità di condividere e i più astuti fanno in modo da usarlo come “esca” per fare proseguire sul sito, proprio come si fa nelle condivisioni sui social media).

Ebbene, anche i blog di Quotidiano Piemontese avevano diritto ad una migliore visibilità e in attesa che nascano delle vere e proprie riviste di Novajo 😉 dedicate ad estendere la visibilità dell’interessante bacino di informazioni e dibattiti curati dai blogger della testata che ha conquistato un’importante posizione nel core business della cronaca regionale, quale occasione migliore che non avere un bel colpo d’occhio su quello che viene pubblicato nei blog proprio da una patinata rivista che, nata soltanto per iPad, si è nel tempo affermata in gran parte delle piattaforme mobili come iPhone, Android e Windows Phone, arrivando proprio negli ultimi mesi anche su Web?!

Bene, che abbiate l’app mobile o solo il browser potete partire da questo link per consultare la nuova rivista.

iPad: sintesi di un cambiamento annunciato

iPad: sintesi di un cambiamento annunciato

5 novembre 2013 |

Ebbene sì: ho ceduto alla mia Apple Addiction, come la chiama un collega filo-coreano e ho acquistato il nuovo iPad Air!
La notizia vera però non è questa. Ciò che ho da dire di interessante è che, di ritorno da Milano dove l’ho tenuto acceso indefessamente dalle 10 alle 17 consumando il 40-50% della batteria, sto scrivendo sul treno sfruttando la splendida tastiera della Logitech che ho pagato poco meno di 80€ e che compensa egregiamente i limiti delle dimensioni contenute di quella grafica e sono molto soddisfatto della sua praticità e delle leggerezza che ho sfruttato per tutto il giorno registrando, fotografando e annotando con lo splendido Audionote senza farmi neppure granché notare dagli altri partecipanti alla riunione. Questo nonostante la RAM sia solo di 512 MB, il processore sia ancora quello dell’iPad 2, lo schermo non sia quello Retina, il collegamento in rete non sia quello più potente… 

Come? 

Dici che mi sto sbagliando? 

Che è tutto il contrario? 

Che iPad Air tutte queste cose le ha? 

Nooo!… 

Ho solo dimenticato di dire che oggi non sono uscito con l’iPad Air, ma con il Mini. 

Sì quello vecchio, non quello nuovo che è appena arrivato. 

È un grande amore! 

…e l’Air, chiedi, che te ne fai? 

Sei pentito di averlo acquistato? 

No. Affatto: devi ben avere qualcosa in panchina per quando ti serve XL. 

Tuttavia, le dimensioni contano.
E “Piccolo è bello”!

Rifinito con l’ottimo Post per iPad

Il Bello degli Smarphone!

Il Bello degli Smarphone!

14 maggio 2013 | ,

Sì, lo so che è un argomento consumistico, ma è come una droga per me, proprio come quelli che non possono non dimostrare che è meglio un allenatore che un altro o che sbagliano tutti a far il tifo per quella squadra, tuttavia periodicamente rispunta questa mania del tifo per lo smartphone o il tablet del cuore.

Sul secondo per me allo stato attuale non c’è storia: a meno che non lo si compri per leggere, giochicchiare e altre attività basic per cui può bastare quello che costa meno, per l’uso “Pro” o sistematico, il solo oggetto con applicazioni e utilizzi diversi da quelli da Desktop si chiama iPad. Punto! (N.B.: solo chi ha almeno un Android, meglio un iOS, e possibilmente tablet può leggere il Magazine di aggiornamento UserFriendly per Flipboard, ad esempio)


I belli del momento

I belli del momento


Veicolare StarTacSul primo invece, la questione appena esposta si fa più sfumata. Accantoniamo il caso in cui ci si trovi a dover sfruttare i vantaggi di un ecosistema coerente (al momento attuale c’è solo Apple a proporlo, con iCloud, Mac, iOS e tutti i contenuti apparentati ad iTunes): rimangono da prendere in considerazioni le seguenti opzioni:
DynaTac

  1. Non siete in tanti, ma per nulla pochi quelli per cui lo smartphone serve solo per telefonare e al massimo – ma neppure troppo – per mandare qualche messaggino, perché l’informatica non ti serve, ci hai vissuto senza benissimo per un secolo e sogni di spegnerti senza venirne inquinato. Voi, Luois XVI, Moby Dick, inattuale perfetto… tenete duro: come le stilografiche avrete presto una rinascita. A patto di aver abbandonato il perfetto StarTac, il DynaTac o la valigetta del telefono mobile veicolare, un comune cellulare a tastiera rimane impagabile. Bassi consumi energetici e persino telefonici. Quindi carica infinita, risparmio, leggerezza, manutenzione nulla, dimensioni contenute, fonia perfetta… da invecchiarci felicemente insieme come un vecchio coniuge fedele
  2. Una parte di clientela se me sicuramente inferiore alla precedente, ma sicuramente non superiore sfrutta intensivamente lo smartphone perché ci fa le cose più disparate ovunque, in ogni momento – compreso carezzarlo e dargli i bacetti; persino assaggiarlo (non sto esagerando). Per costoro il problema non si pone: sanno benissimo quello che piace loro e gli piace quello che sanno, come cantavano i Genesis. E comunque molti di loro ne hanno in tasca più d’uno e finisce anche che li usano in parallelo (mi viene perfino la fantasia che talora li lascino vicini sperando che si parlino e si scambino i post, con poche speranze, però: uno parla solo americano e l’altro solo coreano!). Se poi non li conoscete potete vederli ripresi nel filmato dal matrimonio impossibile delle due principali famiglie (compreso terzo incomodo) riportato in fondo all’articolo.
  3. La seconda opzione è invece quella più diffusa: non importa se per moda o per praticità, tuttavia si appartiene a quella specie che non può evitare di prendere la sempre più prepotente e invasiva posta aziendale e di quando in quando aprire una pagina web o un PDF e magari anche un Word o un Excel. Non può evitare la fotina alla fidanzata o al nipotino, magari ha imparato a sostituire l’SMS con Whatsapp e simili amenità, fra le quali qualche Angry Birds o Solitario.

È proprio quest’ultima la famiglia a cui mi rivolgo per questa semplice considerazione senza tante prove o motivazioni:

iPhone iOS, Android, Windows (Nokia) e BlackBerry 10 (terrei assolutamente fuori i cellulari Java e non considererei ancora i neonati) sono le famiglie da cui scegliere. Sulla prima e l’ultima non c’è grande scelta: più nuovo o meno nuovo, un po’ di memoria in più o in meno, con o senza tastiera, il modello è quello. I due di mezzo hanno una possibilità di scelta esagerata e confusiva (il primo) ridotta, ma anch’essa poco chiara (il secondo). Se pensi che a) è un oggetto a cui tieni b) vuoi farlo durare almeno 3-4 anni o più, vuol dire che sei fra quelli che – potendo – faranno bene a spenderci almeno 3-400€, prendendo l’offerta migliore. Le macchine sono tutte buone e i sistemi operativi sono diventati tutti ottimi, ma se non hai l’anima del geek o del nerd – per farla semplice, dello “smanettone” – e pensi di dovere almeno in parte rincorrere gli aggiornamenti, personalmente pensaci bene prima di imboccare la discontinuità tutta informatica di Android che, alla faccia di Stallman, di certo 1) aperto non è 2) ha molti degli svantaggi degli apparecchi aperti che sono come le automobili che puoi aggiustarti da solo perché non sono sigillate, ma che per poterlo fare devi essere a) laureato in meccanica b) disporre di un’officina c) amare le mani sporche, l’odore di grasso e d) essere disposto a correre il rischio di scoprire che sopra un certo numero di bestemmie poi non ti si spalanchino davvero le porte dell’inferno. So che ti hanno detto che è il più diffuso, ma lo è soprattutto grazie alle numerose offerte sottocosto e ai bundle delle compagnie telefoniche che riescono a piazzare quelle macchinette per dummies. Per uno smartphone Android serio difficilmente puoi scendere oltre un sottocosto da 200€ perché fuori mercato.
Sta di fatto che al momento, stando fra i 400 e i 700 € (a seconda dei requisiti che servono a te – perché non sei così vorace come pensi) gli smartphone sul mercato sono diventati tutti belli e già da un po’ di tempo non c’è timore di farsi mancare un gran che.
Allora, per concludere, ottimi l’ultraclassico iPhone, i consolidati Galaxy, il fantastico HTC One e persino le imitazioni cinesi di entrambi; ma, anche se il management di Microsoft è più derelitto dei mostri di Lovercraft incrociati con i burocrati di Kaffka, Windows Phone è più che buono e così pure i telefoni che lo montano e personalmente ho sempre fatto tifo per lui (persino quando si chiamava CE e aveva il difetto intollerabile di essere un clone dei desktop). Le app più usate ce le ha quasi tutte più o meno belle e lo stesso vale per BlackBerry.

Tuttavia, non fidatevi più di tanto dei fanatici recensori come il sottoscritto stesso, provate ad andare in un negozio della Wind dove trovate esposti i nuovi BlackBerry Z10 in prova su un espositore apposito (senza contare che ora li si trova in notevole promozione nei banchi delle principali catene e nei negozi on Lin

e). Confesso che se non appartenessi a quelli che della seconda famiglia non possono fare a meno di una certa cultura operativa legata a quell’ecosistema, oggi ne sono così innamorato da far fatica a rinunciarvi. La mia è una malattia, lo ammetto, ma non diversa – e sicuramente meno costosa – da quella di quanti trovano “belle” le automobili o le motociclette. Questo vuol anche dire: dimentichiamo tante prove tecniche e, in queste cose, prendiamoli in mano, studiamone il design, vediamo se rispondono ai nostri gesti (non comprare se possibile qualcosa su cui non riesci a mettere le mani – da acceso!). E, in ultima, non stiamo a guardare neppure troppo il prezzo, se nei range che dicevo, e compriamo solo quello che esteticamente e praticamente ci piace: il bello è sempre meno sbagliato del dato tecnico ed ha sempre due forme, l’espressione esterna (il design – io, ad esempio, adoro metallo e cristallo) e l’anima (per me un’applicazione felice è un’opera d’arte e dell’ingegno inestimabile).

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I Tablet Android

I Tablet Android

14 aprile 2013 |

Facciamo un bilancio dei risultati di Android nel comparto Tablet, è lo spirito che ha portato quelli di Androidworld a tracciare un editoriale-inchiesta sul quale mi sono sentito di intervenire e ho cercato di farlo in spirito non partigiano, né di tifoso come sono convinto siano gran parte dei nuovi clienti di questo comparto. Dubito che le tifoserie dell’uno e dell’altro schieramento condividano: per loro la squadra del cuore è la migliore in tutto. Spero invece che gli sparuti lettori che condividono lo spirito di Userfriendly possano trarre spunti utili.

Tablet a confronto

Tablet a confronto

Eccolo:

Premesso che da 30 anni sono un appassionato ricercatore del mondo mobile dove è innegabile che Apple è stata la prima a crederci, ad investire seriamente e a generare prodotti, poi imitati anche brillantemente da altri come Palm poi scomparsi (la lista degli illustri caduti sul campo sarebbe così lunga… PSION fino ai NetBook, Olivetti e il Quaderno, iPaq e i Windows CE, con i Jupiter Journada e NEC…). Questo conferma che pensare il Mobile è qualcosa di più complesso che non fare del buon hardware e adattare un OS per PC a macchine piccole. Bisogna anzitutto dimenticare il PC e PENSARE MOBILE. Non amo i monopoli e credo che la concorrenza faccia bene a tutti, ma quanti hanno lavorato seriamente, con investimenti importanti e credendoci veramente? Mi viene in mente il primo EEE PC e la sua interfaccia Xandros… un tentativo timido e nel senso giusto, subito virato sul più banale modello desktop. Dimentichiamo un attimo il dualismo Android vs. IOS e prendiamo Windows Phone. Per me è l’unico OS mobile che ragiona come un iOS, ma portato avanti da mosche bianche a Redmond, subito ammazzate da burocrati coatti che non ci credono e si preoccupano stupidamente di difendere il consolidato PC delle imprese clienti, senza rendersi conto che anche l’ufficio tradizionale è un mondo in drammatica trasformazione, restio a cambiare macchine e software che costano e non danno nulla in più. E così quando hanno tirato fuori Surface hanno abortito una tavoletta-PC, lo stesso che i falliti tablet PC di Gates 15 anni prima. Il fatto è che questa gente non ha capito nulla. Jobs ha indicato la luna e tutti si concentrano a imitare e persino a potenziare il dito. Il migliore lavoro fatto nel mondo POSIX secondo me è quello di BlackBerry 10, e per quello i cinesi cercano di comprarlo. È presto per pensarlo su un tablet, ma il materiale c’è. Mi rifiuto di credere che nessuno possa replicare il successo di Apple, ma finora non è stato fatto. Molto dipende dai clienti: gli utilizzatori del Mobile Android sono utenti di PC per i quali il mobile è un ripiego. Quelli che usano iPad sono per 2/3 clienti passivi (lettura e browsing), ma per circa 1/3 attivi, e questo conta molto e spinge gli sviluppatori, vera punta di diamante per Cupertino, a fare meglio. Per il resto, la kill app di iPad è soprattutto il rapporto fra agilità e leggerezza, al punto che il mercato ha premiato una macchina vecchia come iPad 2 di cui il Mini non è che la copia più leggera e portabile, penalizzando i prodotti più potenti. Un esempio di downgrade sostenibile, perché mentre gli Android con il doppio di RAM e di clock per funzionare hanno dovuto raddoppiare tutte le risorse, questa macchina è più efficiente con metà risorse di quelle che Android usava 3 anni fa. Conclusione: chi usa prevalentemente tablet (una popolazione in crescita verticale) per FARE non ha altra alternativa ad iPad, mentre chi legge, gioca, va su Facebook magari con Home e messaggia potrà apprezzare Android, risparmiando qualcosa, non così tanto, a meno che non ami i prodotti migliori, come gli ultimi modelli di Note che però costano certo molto più degli iPad Mini.

Scommettiamo che Facebook…

Scommettiamo che Facebook…

4 aprile 2013 |

La notizia tanto attesa per oggi è relativa all'uscita di uno Smartphone Facebook. Dietro a questo progetto bisogna dire che l'impronta evidente più che quella del gruppo di Zuckerberg è quella di HTC. Famosa già da quando ha saputo cambiar faccia ad un prodotto esteticamente tanto brutto quanto tecnicamente tanto valido come il vecchio Windows Mobile, la società orientale spicca per la capacità di creare dei concept-phone il cui punto di forza è l'interfaccia e la spiccata personalizzazione sul destinatario.

 

 

Dopo un lungo periodo limbico, ha recuperato da poco tempo questo suo stile, prima reinterpretando Android con il nuovo HTC One, e ora riproponendo, dopo numerosi e infiniti tentativi di decine di costruttori, il telefono sociale, ma non a 360º, bensì focalizzato su Facebook. In fondo l'idea è la stessa: metti sotto un Android ma non per farci qualunque cosa (fatto che ovviamente sarà più o meno possibile), ma per fare sì che coloro che – com'è vero per la maggior parte dei casi – lo usano dal 70% al 90% solo per quello (avere un colpo d'occhio sulle proprie comunicazioni/informazioni, il primo, e stare in contatto con il proprio mondo, il secondo) possano farlo velocemente e con il massimo confort e potenza.

Facebook Phone è proprio questo: una rivoluzione copernicana. Non più dall'hardware al software, ma neppure il contrario: piuttosto lo spinotto per fare tutto con l'ambiente in questo momento più popolato al mondo.

 

Si tratta evidentemente di quel FaceBook che ha iniziato con il dare un nome a delle facce, poi passare dal nome alla conversazione, successivamente a far diventare le e-mail dei messaggi e i siti altrettante pagine e gruppi e che aveva già iniziato a collegare i telefoni dentro il suo villaggio globale al punto che ora da dentro va a sembrare che si chiami fuori, solo che questo dentro non è più la tua casa ma la comunità e il fuori non è più la simulazione ma la greve notte della realtà.

 

Com'è fatto non farete fatica a trovarlo e anche come si pensa che verrà introdotto, nello stesso modo in cui ne sentirete dire di tutti i colori anche se soprattutto a sfavore.

Tuttavia, personalmente ho ragione di ritenere che a vincere non sarà la tecnologia, ma l'appartenenza, così come non saranno i device factotum, ma quelli che fidelizzeranno la clientela. L'aveva compreso per primo Jobs e molti decenni prima di iPhone, ma ora il Facebook phone sarà l'apripista per un mercato degli ambienti nomadi, un piccolo tele-trasporto ubiquitario che ci rende tanti piccoli Spock sempre in presa diretta con il nostro Vulcano.

 

 

Fra quanto il TwittPhone, il Baiduphone e così via? Sta di fatto che sarà difficile non esserci e non appartenere. Per alcuni, come me che scrivo, lui che pubblica e forse tu che leggi difficilmente sarà il nostro smartphone di riferimento, ma per tuo zio, la collega, il vicino di casa o anche la nonna, sei sicuro che non si tratti di un modo molto pratico per entrare in un futuro difficile dal quale, anche se ora stai storcendo il naso, ti verrà difficile, nel bene o nel male, non far parte?

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P.S.: Se disponi di uno Smartphone, ma soprattutto un Tablet o un Phablet compatibile con Flipboard, da Aprile potrai anche leggere il Magazine Digest Userfriendly .

 

Flipboard 2.0 reinventa i Tablet

Flipboard 2.0 reinventa i Tablet

3 aprile 2013 |

La metafora della rivista non è nuova per social network, blog, RSS ecc… ma fra i primi a realizzare un prodotto di qualità ci sono stati quelli di Flipboard.

Flipboard 2.0 Home

Al momento il mio Flipboard si apre così

Lo staff che ha realizzato questa App originariamente per iOS e poi anche per Android ha saputo comprendere in anticipo le caratteristiche che avrebbero reso i Tablet innanzitutto e gli Smartphone di conseguenza delle kill application e con questa seconda versione, ricca di importanti e decisive novità, ricambia la cortesia e crea, in tempi di febbre da social network, una motivazione destinata a diffondersi con prepotenza per diffondere alla grande massa l'utilizzo dei Tablet.

knowledge sharing

Knowledge Sharing: una nuova rivista per Flipboard in italiano

Rispetto alle versioni precedenti, Flipboard 2.0 introduce diverse novità tali da trasformarlo da interprete editoriale evoluto degli RSS a costruttore di riviste da condividere. Laddove Twitter è divenuto una babele telegrafica di link a fiumi e Facebook una commodity da elenco telefonico avanzato, Flipboard, usando gli stessi social network, accanto a blog e siti, come fonti estende sia l'idea di blog che quella di pagina sociale per farli diventare dei veri e propri “magazine”.

Il Magazine personale

Il Magazine personale

E il primo magazine che l'utente è costretto a creare è la sua rivista personale: non è obbligatorio creare una rivista, ma ogni registrazione implicitamente lo è e, una volta che collega i propri profili sociali, automaticamente genera diffusione delle condivisioni.

Condivisioni Sociali su Flipboard

Condivisioni Sociali su Flipboard

Flipboard 2.0 è uscito durante la giornata di giovedì ad aggiornare un patrimonio vertiginoso di 50 milioni di utenti registrati e nelle prime 24 ore erano ben 100 mila le nuove riviste create.

Quello che è interessante è lo sviluppo del modello delle Interesting Communities: lo spazio del “cazzeggio” imperante un po' ovunque nei principali social potrebbe essere contenuto e comunque ricondotto ai propri canali evitando la contaminazione generata dalle amicizie.

È presto per dire che cosa sarà di questa App (che per ora dà il suo meglio con i tablet ed in particolare negli iPad), ma se il mio intuito di vecchio socialcomunardo della prima ora non m'inganna, le sorprese e i rivolgimenti potrebbero essere sorprendenti.

Una rivista Flipboard (1)

Una rivista Flipboard (1)

Una rivista Flipboard (2)

Una rivista Flipboard (2)

Una rivista Flipboard (3)

Una rivista Flipboard (3)

Una rivista Flipboard (4)

Una rivista Flipboard (4)

Una rivista Flipboard (5)

Una rivista Flipboard (5)

Una rivista Flipboard (6)

Una rivista Flipboard (6)

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Samsung Galaxy S4: lo stallo degli smartphone

18 marzo 2013 | ,

Sembra che anche le tecnologie stiano sentendo la crisi di valori. Non che se ne facciano un cruccio, ma anche i grandi produttori più ottusi annusano l'aria e sembrano accorgersi di alcuni fattori, sebbene in ritardo, come quello della familiarità e dell'amichevolezza, in due parole della “semplicità efficace” dei loro prodotti.

I tre modelli di punta del momento: Galaxy S, HTC One e iPhone

 

L'altra notte – ora italiana – Samsung ha presentato il “nuovo” Galaxy della serie S. Di che cosa si tratta… Come abbiamo avuto modo di commentare nella Pagina Facebook di Userfriendly (che invito tutti gli interessati agli aggiornamenti rapidi a visitare in quanto commenti e notizie veloci vengono riportate lì per riservare questo spazio alle riflessioni più articolate) altro non è che il solito adeguamento del modello alle novità del periodo.

Ogni produttore sta caratterizzandosi sempre più per alcune caratteristiche distintive. In questo momento, accanto ad alcuni marchi storici come Nokia che punta molto sull'immagine oltre che sulla quasi-esclusiva del sistema operativo di Microsoft e Sony che spicca per scelte estetiche, quello che distingue i modelli di punta degli Smartphone principali in commercio è, oltre al sistema operativo adottato (bisogna ricordarlo, in tutti i casi derivato da UNIX-POSIX e, euro più, euro meno. tutti attorno ai 700€ almeno di listino – che per alcuni con il passare dei mesi diventano decisamente più flessibili alle offerte in stock), è l'approccio al cliente. In questo momento i più interessanti oltre al classico di riferimento di Apple sono indubbiamente lo One di HTC che si conferma un punto di riferimento della reingegnerizzazione dell'esperienza utente e l'esordio ancora acerbo ma decisamente ripartito al massimo di Blackberry.

Quello di Samsung si conferma tutto muscolare. Alta tecnologia, alta potenza. A questo “tutto-più”, occorre dirlo, non corrispondono spesso gli stessi risultati. I processori molto più potenti della coreana è l'alta quantità di RAM non impediscono che poi la memoria libera sia inferiore a quella del più ridotto smartphone di Apple che finisce per offrire un ritorno di efficacia più rapido con un motore meno esasperato ed un consumo di batteria più ragionevole di quello del più muscoloso Galaxy con tanto di programmi aggiuntivi volti a inibire proprio i tanti servizi di cui il telefono si fa forte. Prova ne sia che probabilmente i prossimi Note (e immagino non solo) abbandoneranno il display Super Amoled per monitor più semplici e reattivi allo stilo, ma anche meno affamati di energia.

Le innovazioni introdotte nel nuovo Galaxy sono tante, ma quante ci servono veramente?

Ad esempio, con lo Smart Scroll, per fare scorrere le immagini sullo schermo non occorrerà più toccarlo: basterà scimmiottarne il gesto a una certa distanza. Ma quanto distante e soprattutto quanti gesti incidentali dovrà imparare ad evitare, visto che sono già spesso a litigare con i miei Galaxy proprio perché “prendono” dei comandi involontari proprio a causa degli eccessivi pulsanti e funzioni dello schermo?

Poi, a farci sospettare della privacy si aggiunge un altra funzione, la “S Health” che monitora il nostro stato fisiologico per favorire la nostra indole all'ipocondria – come se non ce ne fosse già abbastanza.

Ancora, “S Translator” consente la traduzione istantanea di testi o messaggi vocali in e-mail, sms e ChatOn, ma qui conta poco il telefono visto che tutti i traduttori attingono a motori on line ben lungi dalla perfezione, visto che quando provo ad utilizzarli con il mio massaggiatore cinese, lui non capisce nulla di quello che dico io e io mi ritrovo delle espressioni surreali decisamente grottesche e prive di significato per quel che dice lui.

Infine abbiamo la chiacchieratissima Samsung Smart Pause in grado di rilevare le espressioni del viso, la voce e i movimenti: lo schermo si muove con gli occhi e va in stand-by nel momento in cui lo sguardo si allontana. Personalmente sento già echeggiare reazioni adirate degli utenti simili a quelle rivolte frequentemente ai GPS nelle auto: «Ma chi ti ha detto di fare così: fatti i c**** tuoi!».

Tutti giocattoli che faranno la felicità di quelli che inventeranno i software per escluderli.

Sul fronte hardware, sarà sempre più difficile distinguerlo con il modello precedente, non fosse per quello 0,2 pollici di differenza dello schermo, il mezzo millimetro di spessore in meno e i 3 grammi di leggerezza in più e il vetro Gorilla giunto alla terza versione.

Potremo divertirci ad avere sullo stesso spazio l'immagine della telecamera davanti e di quella di dietro (che raggiungono i venerabili – e affamatissimi – 2,5 e 13 megapixel di definizione full HD) o condividere la musica – che ascoltiamo sempre meno – in wi-fi.

Venderà questo Galaxy? Lo farà, certo, almeno quello che serve per compensare il record storico di spesa in pubblicità (401 milioni di dollari nei soli USA contro i sempre rispettabili 333 milioni di dollari investiti da Apple) e i 150 milioni di euro spesi per il solo lancio di questo modello.

Blackberry Z10

 

A quelli come me che resistono senza il benché minimo sforzo con dei “vecchi” e sempre gagliardi prodotti che si rifiutano di tradirci perché noi li rispettiamo evitando di inquinarli con fesserie infantili che cosa ci cambierà questo Samsung Galaxy S 4: probabilmente la conseguenza di essere costretti a subirci l'illustrazione di tutte le sue meraviglie da parte del solito amico che non ne poteva fare a meno e nulla più. A quelli che invece sono costretti per una ragione o per l'altra a comprare o a cambiare Smartphone in un momento di transizione come questo (probabilmente per degli Smarphone “maturi” e diversi dagli attuali occorrerà aspettare almeno un annetto), forse delle buone offerte sui modelli più vecchi, ma se dovessi comprarne uno di nuovo forse aspetterei l'uscita definitiva di HTC One mentre troverei il coraggio per sperimentare Blackberry Z10. Forse. …ma meno male che non ne ho bisogno 😉

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HTC con One reinventa Android attraverso i Widget

4 marzo 2013 | , ,

HTC reinventa Android attraverso il terzo strato. Il primo strato, quello delle App è nascosto e scarsamente utilizzato; poi c'è il secondo, quello della home con gli alias e le cartelle che è quello che finora tutti considerano il principale. Infine c'è il terzo, quello dei widget. HTC lo sta trasformando nel primario del suo nuovo e splendido smartphone HTC One presentato al MWC di Barcellona.

HTC BlinkFeed è la nuova interfaccia dello One e per la prima volta sembra fornire ad Android una via originale. Qualcosa che gli altri non hanno, neppure quelli che i widget li avevano inventati nei computer, ovvero Apple.

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Il lavoro dello scrittore

11 febbraio 2013 |

Molti autori di libri o articoli complessi utilizzano prodotti di Apple soprattutto per il rapporto fra ricchezza, versatilità e immediatezza d'uso.

Particolarmente pratici i nuovi iPad sono molto interessanti per integrare in mobilità i lavori che sono messi a punto con la tastiera di un MacBook o di un iMac. Ci sono diverse applicazioni che consentono di condividere i due strumenti, ma poche di queste hanno le caratteristiche ideali per organizzarsi il lavoro dello scrittore.

Chi usa il PC difficilmente pensa di ricorrere a qualcosa di meglio di un wordprocessor come MS Word, ad esempio; questo sia perché ci sono pochi prodotti di quel tipo (WinJournal, ad esempio, va anche d'accordo con MacJournal per iPad), sia perché si tratta di utilizzatori abitudinari che finiscono sempre per ricorrere a qualcun altro per farsi mettere a posto il lavoro.

Lo stesso in realtà capita ai Mac Users, specie quelli che sono nati con il Word per Mac (che occorre ricordare esser nato quasi un decennio prima di quello per Windows, almeno in una versione lontanamente paragonabile). I più evoluti lavorano con Scrivener, un programma potente ma anche impegnativo. Da poco è uscita una versione 1.0 anche per Windows, anche se, come si diceva, non appartiene molto ai Win Users la versatilità creativa di prodotti simili.

(altro…)

I nuovi Blackberry

9 febbraio 2013 | , ,

In questo periodo non ci sono state grandi novità per questo il vostro hi-tech Lucignolo sarà alquanto sintetico (anche perché sto scrivendo con una non troppo indicata tastiera di smartphone – perché proprio di questo tipo di oggetto vi voglio parlare.

È stato reso disponibile, per ora solo in Nord-America e in Regno Unito il nuovo BlackBerry Z10. Si tratta di uno smartphone touch screen cui è stata affiancata una versione con tastiera per i nostalgici di Perls e Bold.

Il telefono in sé è carino, dal look molto vicino a quello dell’iPhone, e ha tutto quello che serve “baiterz” in più o in meno.

Quello che colpisce infatti non è la costruzione, ma il sistema operativo. Chi scrive è fra quelli che non ci avrebbero messo un centesimo sulla ripresa di RIM e sull’ennesimo OS generato dal solito Open Source. Qui, a dire il vero, è stata scelta QNX, una distribuzione molto originale che chi ha smanettato un po’ con le distro simil-UNIX ha potuto apprezzare per le doti essenziali di sobrietà, potenza, velocità ed economia di risorse anche prima che fosse acquisita da RIM due anni e mezzo fa.

I miei dubbi nascevano soprattutto da una certa insoddisfazione nei confronti della discontinuità e della solita abborracciatura dei Linux-derivati come Android.
Qui bisogna dire che tutto inclina per essere diverso. RIM ha lavorato veramente bene, soprattutto per avere avuto a che fare con una prima release che fin da subito si presenta per qualità dopo iOS e Windows Phone con persino buone opportunità di concorrere con il tempo per le prime posizioni. I ritocchi attesi sono ancora molti, soprattutto nel browsing, ma molto migliori delle prime versioni di tutti gli altri. La grande carenza al momento e nonostante le promesse è la disponibilità di App di valore e soprattutto curate. Anche qui non si potevano fare miracoli prima che il prodotto fosse rilasciato. Determinante sarà il prezzo di promozione, perché ci vuole sempre un certo coraggio ad acquistare un qualsiasi prodotto nuovo e inedito.

Il nuovo CEO della casa canadese, il coraggioso Thorsten Heins, ha dimostrato di avere idee chiare ed efficaci e di essere la persona che lavora in maniera più vicina per originalità e determinazione a Steve Jobs.

Per i dettagli sul prodotto non ho inserito volutamente neppure una foto preferendo rimandarvi alla perfetta come al solito videorecensione di Andrea Galeazzi su Telefonino.net, prodiga di dettagli e test.

Presto sarà interessante vedere le proposte del nostro mercato che non dovrebbero risultare altro che aggressive, specie dal canto di Wind e di 3.

Molte sono infatti le imprese che, diversamente dall’amministrazione australiana passata a iOS, non hanno abbandonato le piattaforme server di BB, anche in ragione delle spending review aziendali, e i canadesi possono essere in tempo per recuperare ancora una buona fetta di clientela (anche se ormai non più il monopolio di cui godevano prima di iPhone).

Particolarmente interessante il pensiero che stanno facendo di liberarsi del settore hardware, anche se mi viene fatto di immaginare che, più che un abbandono possa trattarsi di una concessione di produzione a terze parti, più in stile Microsoft che in quello Google, e già la Lenovo di Gianfranco Lanci ha mostrato segnali di interesse. Tutto lascia alla fine pensare che RIM punti a diventare, più che un costruttore di prodotti, una società di software per il business e con il nuovo OS far gola ad altri grandi fornitori di servizi, primo fra tutti IBM.

Ai posteri l’ardua sentenza!

Prima di lasciarvi vi ricordo che in questa rubrica troverete solo i miei commenti del periodo, mentre se siete interessati a tutti gli aggiornamenti a caldo vi toccherà consultare la pagina Facebook di Userfriendly.

Approfitto per dare un abbraccio virtuale ai tanti amici che la seguono dimostrando interesse e affetto completamente ricambiato dal sottoscritto.

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La lenta agonia degli SMS

La lenta agonia degli SMS

27 gennaio 2013 | , , ,

Le alternative all’SMS sono talmente tante, oramai, e lo stesso vale per l’offerta Internet degli operatori mobili, che non si riuscirebbe a capire come faccia a sopravvivere ancora quel servizio preistorico di comunicazione.
iMessage su iPhone
Il fatto che ci sia ancora gente – e mica poca – che insiste a pagare e a farti pagare per scrivere gli SMS è comunque un indice di quanto poco siano diffusi gli smartphone e di quanto poco siano compresi.
Probabilmente è proprio l’oggetto-smartphone ad essere in questione: la sua usabilità, per quanto abbia fatto con iPhone passi da gigante rispetto al passato, non è ancora diventata abbastanza elementare da soddisfare i consumatori di base, quelli che oggi come oggi fanno poco mercato, essendo il più delle volte attaccati a qualche residuato bellico che svolge si direbbe meglio di prodotti più moderni il suo lavoro principale che consiste nel soddisfare il bisogno di parlarsi.

Forse servirebbero degli smartphone basilari, senza touchscreen e senza attrazioni superiori al solo testo, magari limitato al T9. D’altro canto, sussiste il dubbio che il target potenziale di un prodotto simile non sia poi così appetibile. Quindi, meglio fare come all’epoca dei cellulari ETAC, rapidamente soppiantati dai GSM, e lasciare che i dinosauri si estinguano senza far rumore.
Di certo, fa specie che dei giovani, quasi tutti con telefonini all’ultimo grido, insistano ad essere attratti dalle formule delle tribù varie condizionando tutti ad avere lo spesso operatore per pagare meno i messaggini.
Da questo punto di vista l’Italia, e più in generale l’Europa mediterranea, hanno ancora molto da imparare, se nei paesi del nord e negli USA ormai sono pochissimi ad usare gli SMS.

Le due piattaforme mobili più diffuse, iOS di Apple e Android nell’offerta Samsung hanno un loro servizio che consente a chi dispone dello stesso tipo di cellulare di scambiare i messaggi sfruttando gratuitamente la connessione Internet domestica o quella mobile a forfait.
Dei due però ad essere veramente sfruttato è essenzialmente iMessage di Apple, che oltretutto consente lo scambio anche con i computer Apple – solo però quelli con l’ultimo sistema operativo (Mountain Lion).
L’Amministratore Delegato della Mela, Tim Cook, ha recentemente dichiarato che con iMessage «sono stati inviati complessivamente ben 450 miliardi messaggi, e ogni giorno ne vengono trasmessi più di 2 miliardi. Rispetto allo scorso giugno, la soglia giornaliera è raddoppiata, mentre quella complessiva è triplicata: infatti sei mesi fa venivano inviati 1 miliardo di messaggi al giorno e complessivamente “solo” 150 miliardi».

Resta il fatto che l’appartenenza alla stessa “tribù telefonica” spinge alla sopravvivenza paradossalmente proprio l’odiato SMS: usi lo stesso programma per scrivere gratuitamente ad altri iPhoner e a pagamento al resto del mondo.

Per tale ragione i più scaltri utilizzano prodotti che fra l’altro, oltre ad essere disponibili per la maggior parte degli smartphone, funzionano anche su computer e tablet. Si tratta dei messenger che esistono ormai da quasi due decenni, perfezionandosi sempre più. Da poco il diffusissimo Windows Live Messenger di Microsoft è confluito in Skype e il 15 marzo si spegnerà definitivamente, a meno di qualche compromesso dell’ultima ora. A rimanere in piedi saranno soprattutto, appunto, Microsoft Skype e Google Talk che consentono anche chiamate e videochiamate, ma a subentrare con sempre maggior determinazione è Facebook, grazie ad suo Messenger che presto offrirà anche lui un servizio telefonico. In coda restano Twitter e decisamente più indietro Yahoo! Messenger. Di fatto la scelta non è neppure obbligatoria, in quanto applicazioni mobili e per computer come l’ottimo IMO, il diffusissimo IM+ e lo storico Trillian, anche grazie alla risorsa dei Gruppi consentono di scavalcare le appartenenze.

Whatsapp

L’universalità di Whatsapp

Ma altri servizi si sono affermati in concorrenza della telefonia. Si tratta di Viber che sta espandendosi sempre più, e il più recente Yuliop, ma ad aver tenuto nella storia essendosi ormai affermato su quasi tutti i sistemi operativi dei cellulari internet – ma non dei computer e neppure dei tablet! – è indubbiamente Whatsapp che quasi tutti dovrebbero avere, compreso i cellulari Symbian di Nokia.
Il sistema Whatsapp è talmente diffuso da aver battuto il 31 dicembre scorso l’onorevole record degli 11 miliardi di messaggi in una sola giornata. Non male, vero?!
Restano soltanto i divertenti animaletti di Outfit, primo fra tutti il celeberrimo gatto Talking Tom, che rappresentano un modo originale per comunicare messaggi vocali in allegato ad altri programmi, dal solito SMS alla posta e così via.

Se chi legge li usa magari poco i messaggini, è possibile che lo facciano i loro figli o i nipoti: insegnando loro di smettere di usare gli SMS e di non rispondere agli amici che lo fanno, preferendo piuttosto la chiamata, forse riusciremo a fare crescere anche i nostri ragazzi e a spingerli ad un uso più smart delle tecnologie.

Il Netbook è morto. Viva il Netbook!

4 gennaio 2013 |

Lo abbiamo ribadito per l’ennesima volta pochi giorni fa che il settore dei netbook era definitivamente morto. Sono anni che giacciono invenduti nei bancali degli ipermercati come stracci nei banchi di scampoli del mercato e l’ultima notizia è che i due maggiori produttori del genere, Asus e Acer, hanno definitivamente chiuso la linea produttiva.

Se ai vostri figli avanza l’argent de poche fra poco li troveranno sbattuti nei cesti al prezzo delle caramelle. E, alla faccia della crisi, non li vorrà nessuno, quando invece per certi versi non sono peggiori di molti notebook a basso costo, oltre ad essere comodi da portare a scuola e per la “rivoluzione digitale” del governo, evitando il rischio di ricomprarli sotto forma di tasse per qualche altro felice “affare” dei nostri amministratori.

Adesso c’è chi dice “aveva ragione Jobs“. Aveva ragione anche Ennio, entusiasta della primissima ora che ne conserva ancora due nella sua collezione (il primo EEEPC e il Wind, esordio dei 10″ targato MSI con tanto di batteria rinforzata, oltre all’unico autentico Netbook, quello di PSION), ma che solo pochi mesi dopo con Vittorio Pasteris alla FNAC affermava che i notebook avrebbero imitato i netbook su due versanti: prezzi e dimensioni.

E poi Jobs aveva buon gioco ad azzeccarci, con iPad nel cassetto da un decennio. Tuttavia se non ci fossero stati i Netbook niente di tutto questo si sarebbe verificato. Per comprenderne la ragione occorre tornare indietro a cinque anni fa, quando nell’autunno del 2007 Asus usciva con il suo EEE PC, un nome impronunciabile che doveva significare PC 3 volte semplice: “Easy to learn, Easy to work, Easy to play” o “Easy, Excellent and Exciting“.

Ne si sentiva vagheggiare da mesi e c’era chi se lo fece spedire dall’Oriente pagandolo anche piuttosto caro. Perché che che se ne dica oggi, il vero primo vantaggio dell’oggetto erano le dimensioni. Per la prima volta si poteva avere una macchina sotto il chilo che stava nella tasca ad un prezzo inferiore ai 1500-2000 euro. Non che non ne esistessero: poche ma c’erano, ma rigorosamente di fascia altissima, così come sarà di lì a poco per la prima generazione dei Macbook Air rivelatasi una vera bufala tanto per prezzo che per qualità del prodotto. Al contrario, quando vennero riveduti entrambi i parametri diventò un gioiellino, che però andava ad incidere sulla fascia alta preesistente e non sui Netbook. In un dopo-keynote Jobs fu letteralmente assediato dalle domande su quando Apple si sarebbe adeguata a queste tendenze e lui rispondeva che non avrebbero mai realizzato prodotti a basso costo, salvo smentire il tutto di lì a qualche mese tirando fuori dal cilindro un 10″ allineato agli stessi prezzi dei Netbook, ma a forma di tavoletta e questa volta veramente Easy facile per imparare, lavorare e giocare e persino Eccellente ed Eccitante.
Jobs non era solo uno che ideava in fretta: era soprattutto uno che coglieva in fretta e sapeva realizzare quello che gli altri a malapena avevano intravisto. Il Mac lo avevano inventato anni prima i ricercatori allo Xerox PARC, ma era un giocattolo per smanettoni più brutto dei primi Linux, mentre Mac era un capolavoro di perfezione con solo due difetti che costarono a Steve il posto: nello spasimo perfezionistico uscì troppo avanti, quando i costi di ricerca diventavano insostenibili e per questo arrivò a costare troppo per diventare l’oggetto di massa che lui auspicava. L’EEE costrinse l’iCEO ad evitare di ricadere negli stessi errori. Intanto preparò la gente al bisogno, quello che gli faceva tenere l’oggetto nel cassetto per aspettare il momento giusto; poi gli permise un’estensione di prezzo dal più economico a quello dei Macbook; infine lo spinse a vincere le sue manie di perfezionismo e scendere sulla piazza più in fretta.
Sbagliano quelli che sostengono che gli ultrabook siano il sostituto dei netbook. Se esiste, questo è l’iPad e le sue imitazioni. Per comprenderne la ragione bisogna risalire allo spirito di quel primo 7″ di Asus. Solo lui è stato il vero rivoluzionario. Intanto perché ha reso Linux per la prima volta veramente di massa, quando a conoscerlo erano un pugno di tecnici e qualche tedesco. Una varietà di Linux, però del tutto speciale, questo Xandros. Scompariva infatti il desktop al quale ci avevano abituato decenni di Mac, Windows e Linux e apparivano i pulsantoni che fecero il loro esordio con Mac OS 8 (non quello che non è ancora uscito, ma il classic che non tutti ricorderanno). Questa volta ben posizionati e organizzati per schede organizzate in base al tipo di finalità: gioco, lavoro, apprendimento, ecc… Il target non era il tecnico, ma lo studente, il ragazzo, il nonno.
L’idea era talmente buona che si poteva perdonare ad Asus certe grossolanità dell’esordio e l’oggetto andò letteralmente a ruba gettando i produttori che all’epoca vendevano dei bauletti di plastica e ferramenta dalle prestazioni simili al triplo o al quadruplo di quell’oggettino che non mancava di fare il suo dovere.
A distruggerlo fu ancora una volta lo scarso investimento in intelligenza che è seguito – o che non è seguito.
Intanto, il ghetto di quel processore Atom al quale Intel seppe inchiodarlo; poi l’escursione dei prezzi che arrivò a superare quello dei notebook. Ma soprattutto l’abbandono della ricerca dell’idea della semplicità e il ritorno all’insensato desktop, irragionevole in un prodotto di quelle dimensioni e per quel target.
Il mio blog all’epoca cercava di evidenziare proprio questa originalità. Invece è arrivata Microsoft che con i soliti metodi si è imposta ai produttori come sempre privi di intraprendenza e intelligenza e timorosi di perdere un’alleanza strategica ed è stato l’inizio della fine. Qualche timido tentativo di Acer (Asus aveva già seppellito Xandros) e il computer per ragazzi, mamme e nonni, ovvero per l’autentico consumer, era finito prima ancora di cominciare. Fu l’era dei Netbook, termine prima utilizzato solo da PSION che a ragione ne reclamava i diritti, e scippato da Wintel. Cose inutili e brutte, ma soprattutto senza un’idea sotto.
Per fortuna le idee c’erano da qualche altra parte e anche ben sviluppate e si chiamavano iOS e iPad.
Per questo ora mi viene da ridere quando sento valutare queste idee sulla bilancia delle componenti assemblate e dire che altri sistemi operativi fanno lo stesso o di più solo a saperli usare.
Quei produttori che non seppero dire di no a Wintel né ebbero il coraggio di portare avanti qualcosa di originale per timore anche di perdere l’alleanza dominante oggi stanno abbandonando i Netbook soprattutto perché sono prossime a chiudere i battenti non riuscendo più a vendere computer in genere. Il mondo è nella stessa situazione dell’Europa di 20 anni fa, quando di decine di produttori di computer esistenti all’epoca non ne rimase in vita più nessuno. Guardavano ai tecnici e alle aziende e non alle persone, alla produzione e non all’anima, all’automazione e non alla creatività, allo sviluppo personale e al piacere: la ricetta originale di quelle 3E.

Guerra dei Tablet: la Caporetto natalizia

2 gennaio 2013 | ,

Una ricerca spiega perché iPad Mini, contrariamente alle aspettative dela stessa Apple, sta cambiando un mondo finora dominato dai PC Windows e perché anche Samsung, come Google e tutto il mondo Android devono uscire dal ghetto device-centrico dove Microsoft rischia di fare affondare un mondo produttivo a corto di ricerca e immaginazione: quello dei computer! Così la pensa perfino lo stessoChief Strategy Officer di Samsung, l’azienda che sta affermandosi per il potere della democratizzazione dello smartphone, un oggetto che ha superato da pocola diffusione delle altre forme di telefoni e che popolarizzerà le risorse in rete, dai contenuti al cloud, destinati a diventare invisibili per il consumatore. Pur senza cannibalizzarlo, iPad Mini ha surclassato le vendite del primogenito a 10″. Quel che è più interessante, tuttavia, è che queste vendite non si farebbero a scapito del modello originale come si tenderebbe ad immaginare in seguito ad una comune logica di upgrade, bensì seguendo una logica di sostituzione (e spesso di rinuncia) del comune PC. Sembra infatti che il 47% delle persone che hanno acquistato un iPad mini infatti non possedesse alcun prodotto Apple, così come il 56% delle persone che hanno acquistato un iPad da 9.7 pollici. Il numero di iPad sembra rimasto invariato al 50%, nonostante l’arrivo di un 12% di tablet Microsoft Surface, mentre i piccoli tablet come il Kindle Fire di Amazon, sarebbero scesi dal 21% al 16%, e  dal 24% al 5% quelli delle marche economiche e poco note.

Lo stavamo aspettando dall’estate questo Natale, e ora potremmo dire che ci siamo.

Il figlio più rappresentativo della modernità ad una quarantina d’anni mal contati è arrivato alla crisi della mezza età, proprio come la generazione del rock e quella della disco.

Stiamo parlando del “computer personale” i cui parametri, se avessero dovuto esserci dubbi in proposito, sono drammaticamente cambiati. Sta avvenendo qualcosa di simile a quando nell’elettronica domestica arrivarono gli apparecchi giapponesi, dalla radionina a transistor al mangiadischi o il Walkman. Quello che avvenne alle lame con l’avvento degli usa e getta, prima di Gillette e poi di Bic. Per certi versi, il passaggio dalla calcolatrice da tavolo ai gadget da fustino di detersivo. Per i nonni o i genitori tutto questo fu un impoverimento tecnologico, mentre per figli e nipoti non fu altro che la normalità e la pop-tech.

Smartphone e Tablet non sono altro che il compimento del passaggio dall’età del Personal Computer e dell’informatica distribuita (mi piace dire virulenta o contaminativa) invece di quella centralizzata, a quella del PDC. Il termine PDA fu coniato dallo staff del tanto vituperato nemico di Jobs, Sculley, che all’inizio degli anni ’90 chiamò il Newton, progenitore di tutti gli Smarphone e Tablet, Communicator (spostando l’asse semantico dal calcolo alla comunicazione) e Personal Digital Assistant, sintetizzando quello che si sarebbe visto di lì a 20-30 anni. Ovvero, un supporto alle funzioni logiche di accesso ai dati, alla comunicazione e al calcolo che consentisse di avere sempre con sé un’intelligenza ubicuitaria (la banca o la biblioteca sul vater della nonna: oggi è normale per qualsiasi studente, ma quando lui era nato era pura fantascienza).

La mia accezione dell’acronimo PDC è quella di Pop-Digital Companion, premesso che altri hanno brillantemente chiamato companion informatico quegli oggetti autonomi solo all’apparenza in quanto poggiano su altre risorse domestiche o remote, dove stresserei soprattutto il termine “Pop”: un device popolare, come il Walkman o il telefono (che, anche se oggi sembra impossibile, al loro esordio costavano un autentico patrimonio).

Una rivoluzione digital-popolare

A questo proposito bisogna subito guardare agli Smartphone che rappresentano, non tanto l’ibrido, quanto il superamento del concetto stesso di telefono e di computer.

Per capire di cosa stiamo parlando non biogna subito guardare all’iPhone, che sta allo smartphone come il Newton stava al palmare, ma agli smartphone economici che in parte si trovano anche nel listino Windows Mobile, ma soprattutto nel mare magnum dei “mini”, dell’offerta popolare, in gran parte Android, ma anche Bada e Nokia OS più qualche Java. Per il geek ch’è in noaltri sono pure bestemmie e quando si guarda al mercato e si sente dire che Android è l’OS mobile (e non solo) più diffuso si pensa subito alla guerra fra iPhone e Galaxy S, ed è normale stupirsi dell’affermazione tanti sono gli iPhone che vediamo in giro in rapporto agli Android di fascia alta. Il fatto è che, fra offerte gratuite degli operatori e sconti dei supermercati, ad essere venduti come il pane sono le decine e decine di modelli economici con cui soprattutto Samsung, ma anche LG o HTC (che, guarda caso, si è appena chiamata fuori dalla produzione di phablet e high level phone), ha invaso il mondo.

E il mondo non è fatto di chi sta leggendo questo articolo che negli anni ’80 avrebbe sicuramente guardato ad una calcolatrice scientifica Texas Instrument, ma di quelli che usavano quella del fustino come quando ero ragazzo io. E quelli che ieri compravano la TI 81 o successive non erano tutti dei geni: molti dovevano solo fare i cosidetti “conti della serva” esattamente come oggi molti guardano alla densità dello schermo, ai megapixel della fotocamera o al quadriprocessore e poi mandano SMS o telefonano alla fidanzata. Tutti gli altri ne hanno fin troppo della calcolatrice da fustino di detersivo di cui non capiranno mai, tanto più ora che hanno i capelli bianchi, l’utilità dei tasti M+, M- e C o CE.

Per questa ragione, da un lato le calcolatrici scientifiche continuano ad avere un mercato enhanced, anche ora che tutti hanno fogli elettronici e Wolfram. Lo stesso sarà per iPhone, ma il pop sarà altrove.

Come un bigrigio

Lo scenario oggi è ancora parzialmente scomposto, nonostante l’integrazione radicale sia dietro l’angolo.

Si percepiscono ancora chiaramente dispositivi diversi: computer, tablet e smartphone, ma anche hard disk, mouse, casse, fotocamere, docking station, ecc…; contenuti differenti: negozi di formati spesso proprietari di musica, libri, app, film…; e servizi diversi: operatori telefonici, big data, motori di ricerca. Tutto questo, ben lungi dallo scomparire, è destinato a diventare rapidamente molto meno visibile al consumatore che sarà anche molto più flottante, ovvero meno fidelizzato (in maniera simile, negli anni ’60-’70 quello che oggi è Apple poteva essere Philips, mentre dagli anni ’80 in poi la grande massa cercava il prodotto più diffuso, quello più economico, pratico, vicino, di moda… seguendo criteri ben diversi dai geek dell’epoca).

Fino a ieri si può dire che il computer era un oggetto aziendale. L’azienda era l’acquirente più attento all’innovazione che maggiormente investiva nella tecnologia. Da circa un decennio la situazione si è ribaltata e la tecnologia più d’avanguardia viene acquistata nei supermercati o su Internet dai piccolo-medi consumatori. Per questo, prima IBM e poi Microsoft fino a ieri rappresentavano il modello che i salariati tendevano ad imitare anche negli acquisti domestici. Ma oggi che le grandi aziende non fanno più scuola in gran parte delle cose della vita compreso le tecnologie, la gente incomincia a guardarsi attorno e a pensare di imitare altri modelli.

La morte di Steve Jobs che ha coinvolto le prime pagine di tutti i giornali e i telegiornali di tutto il mondo ha fatto comprendere che un personaggio come lui, ignoto ai più fino a poco tempo prima, avesse una fama paragonabile ad un pontefice o ai presidenti delle più grandi Nazioni del mondo. La gente guarda i telefilm e i film dove i computer dei buoni sono Mac e quelli dei cattivi spesso Windows, come quelli degli smanettoni hanno grafica UNIX-like. L’uomo della strada si fa domande che solo 5 o 10 anni fa non solo non si sarebbe mai posto, ma non avrebbe nemmeno compreso.

Il grande cambiamento snobbato dai produttori di telefonia come faceva la volpe con l’uva fu ovviamente l’iPhone (evoluzione del fenomeno iPod), ma quello che fu significativo avvenne a metà strada fra l’iPhone e l’iPad e fu lo sviluppo di un ecosistema preconizzato dallo stesso Jobs nel 2000 con l’idea del Digital Hub: musica, film, libri, radio… tutti questi contenuti sarebbero stati nulla senza il mercato delle applicazioni (e pensare che il primo iPhone le bandiva al punto che i primi jailbreak, il crack dell’iPhone, non fu introdotto per piratare il software, ma per consentire di introdurlo a dispetto della proibizione di Apple). L’iPad Apple lo inventò un decennio prima della sua commercializzazione e lo fece per tradurre a modo suo qualcosa che Microsoft aveva messo in commercio: il Tablet-PC. Perché allora non venne pagata l’azienda di Gates? Lo vediamo oggi. Quello di allora era un notebook un po’ diverso, mentrel’iPad rappresenta l’anello mancante nell’evoluzione dal PC al PDC.

Nonostante la pesantezza burocratica del suo board, anche Microsoft è arrivata a comprenderlo. Da tempo ci erano andati vicino: prima con Windows CE per poi, quasi per sbaglio, introdurre, dalle ceneri di quello, un software straordinario come Windows Phone 7. Alla fine, come l’asino di Buridano che incerto su quale dei due mucchi di fieno mangiare per primo, finì per morire di fame, Ballmer e soci non hanno saputo accettare di essere ad un capolinea e di dovere affrontare una transizione in cui non erano più leader, nonostante l’attuale capillare diffusione dei loro prodotti per circa l’80% dei computer. Il mondo dal giorno alla notte non sarà dei computer più di quanto la telefonia sia oggi delegata agli apparecchi da muro o al bigrigio (che scomparve in meno di un decannio dove prima non esisteva neppure l’opportunità della scelta).

Natale 2012

Ive vs. Forstall (Gizmodo)

Che cosa è accaduto di così significativo questo Natale (al quale già questa estate il vostro amichevole vicino di casa vi invitava a guardare prima di scegliere). Gli eventi significativi sono due:

  • l’introduzione dei nuovi iPad e soprattutto dell’iPad 7″ detto “Mini”, bestia nera per Steve Jobs, inizio dell’era di Jony Ive
  • la debacle di Windows 8 e il licenziamento del suo responsabile, Steven Sinofsky

La scomparsa di Jobs ha lasciato tuttora Apple allo sbando nonostante fosse un lutto annunciato. In quella situazione il delfino spirituale del Grande Visionario, quel Jonathan Ive a cui si deve almeno un terzo del successo del ritorno di Apple, aveva mostrato da tempo disinteresse e dubbi sulla sua permanenza a Cupertino, con il desiderio espresso più volte di tornare in patria britannica a fare altro con il titolo di baronetto di cui la Regina stessa l’aveva insignito. Mi viene da pensare che la perdita del padre spirituale lo abbia gettato in depressione. In questa situazione, mentre Tim Cock, il mago dei processi produttivi messo a capo del CDA dallo stesso Jobs, dimostrava ottime capacità di gestione quanto fragilità carismatica, il responsabile dello sviluppo dei sistemi, Scott Forstall, l’unico a mostrare carattere fin troppo energico ereditando dal “profeta” solo il lato arrogante, veniva estromesso, ufficialmente per la mal gestione del programma delle mappe e del rapporto con Google, ma soprattutto per le fratture che aveva prodotto negli altri membri del board, primo fra tutti proprio Ive che senza di lui ha segnato l’ennesimo successo.

Pur senza cannibalizzarlo, iPad Mini ha surclassato le vendite del primogenito a 10″. Quel che è più interessante, tuttavia, è che queste vendite non si farebbero a scapito del modello originale come si tenderebbe ad immaginare in seguito ad una comune logica di upgrade, bensì seguendo una logica di sostituzione (e spesso di rinuncia) del comune PC. Sembra infatti che il 47% delle persone che hanno acquistato un iPad mini infatti non possedesse alcun prodotto Apple, così come il 56% delle persone che hanno acquistato un iPad da 9.7 pollici. Il numero di iPad sembra rimasto invariato al 50%, nonostante l’arrivo di un 12% di tablet Microsoft Surface, mentre i piccoli tablet come il Kindle Fire di Amazon, sarebbero scesi dal 21% al 16%, e  dal 24% al 5% quelli delle marche economiche e poco note.

Reuters è andata ad intervistare i clienti Apple è ha scoperto logiche note che fino a ieri però erano di nicchia, mentre oggi sembrano aver conquistato il grande consumo anche al di là della marca (che tuttavia al momento sembra essere l’unica ad offrirle: facilità d’uso, eleganza e semplicità.

“I clienti hanno citato le attuali librerie musicali e video di iTunes oltre alle tradizionali virtù di Apple quali semplicità e facilità d’uso come ragioni per restare con iPhone e iPad.“Ho appena insegnato alla mia nonna persiana come utilizzare il suo nuovo iPhone. Ha 77 anni e non parla inglese” ha detto Soheil Arzang, uno studente di legge di 27 anni di Palo Alto, California. “Con un PC Windows ci sono troppi pulsanti che confondono. Ho ufficialmente convertito i miei genitori agli iPhone, Mac ed iPad di Apple.” (tr. Melablog)

Sono andato personalmente in diversi ipermercati dell’elettronica che trattavassero tutte le marche a chiedere quali tablet mi consigliassero e, mentre ho trovato alcuni che sponsorizzavano gli Android, nessuno mi ha consigliato i tablet Windows. La più esplicita mi ha chiesto: «Perché li vuole provare?». Alla mia risposta che volevo rendermi conto di persona quanto l’interfaccia fosse chiara e coerente, pur senza propormi alcuna alternativa mi ha replicato: «Allora può anche risparmiare il tempo, perché se dubita che siano confusivi e complicati troverebbe solo conferme su tutta la linea».

D’altronde anche le argomentazioni addotte dai sostenitori dei tablet Android (a dire il vero in hard discount che non trattavano Apple) erano comunque antitetiche a quelle che qualificano la clientela Apple: adatte più a smanettoni che a veri consumers. Fra le altre quella che grava su acquirenti come il sottoscritto è l’investimento in App: sia per il loro valore qualitativo che – soprattutto sul versante professionale – sono ineguagliate dalla concorrenza, sia per il loro valore economico, perché chi come me ha cominciato con iPod Touch 5 anni fa e poi ha proseguito con iPad e iPhone, ha investito un autentico capitale, superiore addirittura ai device in software, al quale farà sempre più fatica a rinunciare per ricominciare la spesa da capo (e le software house non danno segni di comprendere le ragioni di questa clientela meticcia aperta al consumo e poco integralista – come chi scrive – destinata ad allargarsi sempre più).

Microsoft, dopo aver fatto un ottimo lavoro con l’OS di Windows Phone non ha saputo prendere le distanze dall’indotto del PC e con Windows 8 ha tenuto i piedi su due scarpe rischiando di precipitare assieme al suo ecosistema. Windows RT è lontano mille miglia dal modello ideato dallo staff di Jobs e Ive e la gente che vuole prendere le distanze dalle tente difficoltà tecniche del PC difficilmente accetterà di tornare sui suoi passi, specie se ha speso cifre esorbitanti per acquistare i tablet Windows Pro per poi ritrovarsi fra le mani un neo-tablet-PC dalla concezione vecchia di una dozzina d’anni.

Questo lo stanno capendo anche gli Orientali come Samsung, nonostante la loro concezione componentistico-centrica. Per questo finalmente stanno investendo sempre più in ricerca ed intelligenza e, nonostante le guerre legali a tutti note, non rifiutano di manifestarsi anche clienti Apple, come il Chief Strategy Officer di Samsung -Young Sohn- che sottolinea il valore dell’ecosistema nell’intera architettura:

A casa in realtà uso un Mac. Ho sempre usato Mac, ho un iPhone e un iPad. Ho anche un Galaxy. Per cui sono un esempio di quel che dico. Se guardi ai punti di forza di Apple, in un certo senso non è il prodotto per sé. È che i clienti amano il loro ecosistema, come ad esempio iCloud. Mi piace che la mia famiglia a 6.000 miglia di distanza di Corea sia in grado di guardare i miei impegni, i miei contatti e le foto. Dà assuefazione, ma è un’architettura proprietaria.

E per questo auspica che Samsung abbandoni la il modello “dispositivo-centrico” in favore di un ecosistema aperto condiviso coi partner, contrastando Apple proprio nel suo punto debole, il fatto di essere una bella gabbia dorata che offre una ridotta libertà di scelta. E sono questi ragionamenti, non certo quelli del vecchio headquarter di Redmond, la chiave su cui si costruirà la competizione del futuro che, al di là delle marche, partirà dalla Caporetto del PC, destinata a lasciare sul terreno milioni di caduti: non solo imprese e dipendenti dell’enorme indotto hardware e software, ma servizi, settori informatici, competenze legate al mondo PC-centrico, destinato a fare un tonfo di gran lunga più roboante di quello dei mainframe di vent’anni fa. Il giorno del Black Friday il Mediaword vicino a casa mia scontava del 25% tutte le macchine con Windows 7, ma i bancali erano disertati dagli acquirenti e tali sono rimasti, lasciando a prendere polvere Ultrabook, Notebook e soprattutto Netbook con un quasi-invenduto di centinaia di migliaia di euro.

Come i mainframe, oggi sostituiti dai big data e dalle server farm dei Cloud, neppure i notebook scompariranno del tutto, ma si assottiglieranno con la stessa velocità con cui si è passati a perdere di vista i tower dei cosiddetti desktop o “PC fissi”. Nelle case e nelle imprese è finita l’epoca del “Computer” come quella del “Cervello Elettronico”: è cominciata l’era del consumo ancora in gran parte da scrivere.

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iPad, iPhone, Android, Tablet o Smartphone nuovi per Natale? Attenti a quello che fate e soprattutto che NON fate!

iPad, iPhone, Android, Tablet o Smartphone nuovi per Natale? Attenti a quello che fate e soprattutto che NON fate!

27 dicembre 2012 | , ,

Qui tanti consigli in inglese per usare bene il nuovo regalo quando si tratta di iPad.

A questi ne aggiungo uno di mio, essendo in questi giorni assalito da chi ingenuamente compie questo errore che vado a spiegare.

Anche perché chi cambia iPad, Android o smarphone vari spesso dà il suo a qualcun altro compiendo la leggerezza di pensare di passare con l’oggetto software e contenuti acquistati: non lo fate!

Generereste un circolo vizioso di confusione senza fine trovandovi in mano una matassa ingarbugliatissima che finirà per farvi perdere cose a cui tenete.

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L’operazione è semplice: prima di passarlo, andate nelle impostazioni trovateik comando di ripristino portando tutto allo stato di fabbrica.

Se poi lo comprate nuovo, magari regalandolo al figliolo smanettone, non usate il vostro account preesistente pensando di risparmiare sugli acquisti. Oltre a trovarvi entrambi con le cose indesiderate l’uno dell’altro, mettereste in gioco ogni forma di privacy arrivando alla fine alla situazione esasperata e disperata cui si accennava prima per la quale non ci sarà alcuna soluzione che non sia dolorosa.

I Test della Banda Larga

22 novembre 2012 | , ,

Proemio

QP ha proposto un test per controllare la velocità della banda. Personalmente ho avuto problemi a realizzarlo: ma si sa, ormai non c’è un Java uguale all’altro.

Visto che nel frattempo sto avendo pesanti disservizi con l’operatore domestico attuale (Vodafone Station 2) dopo una procedura lunga un giorno (in seguito alla quale erano probabilmente anche mutate le condizioni della rete) ho conferito con l’assistenza tecnica che mi ha suggerito di utilizzare un sito tramite il quale misurare le prestazioni della rete. Queste si sono rivelate alquanto lusinghiere (6-7 Mbps in download) e io mi sono dato pace. Subito dopo la situazione è tornata disastrosa e così ho riprovato. Visto che mi sono trovato ad utilizzare la rete 3G dell’operatore mobile (H3G) per riuscire a portare avanti il mio lavoro, ho confrontato le prestazioni dei due. Per farlo ho usato perima delle App per iOS e poi il corrispettivo per Mac OS X, prima in Wi-Fi e poi in 3G con entrambi i dispositivi (un iPhone 4 e un Macbook Air i7) tutti utilizzanti gli stessi DNS. I risultati mi sembrano quantomeno interessanti.

Conclusioni

Quello che ho scoperto è che gli operatori ti invitano ad usare questi siti che di default scelgono il server del carrier utilizzato (nel nostro caso Vodafone e H3G). Tuttavia, visto che Internet la usiamo per accedere a siti di tutto il mondo, specie statunitensi, e che il protocollo IP4 – quello più usato – non è un cavo comunicante per direttissima ma un complesso sistema di scambi particolarmente sensibile agli accessi concomitanti e al routing della catena di sant’Antonio dei fornitori coinvolti, questo metodo serve a poco.

Molto meglio usare un sistema certificato dalla FCC del governo statunitense. In questo caso, i risultati tendono a peggiorare dalle 3 alle 14 volte rispetto ai metodi utilizzati.

Del degrado di Internet non si possono accusare solo gli ISP, ovvero gli operatori di telefonia: una buona fetta di colpa, forse la maggiore, ce l’hanno le infrastrutture per i privati gestite sempre da TelecomItalia. Tuttavia, quando un venditore ci viene a proporre di cambiare contratto ci ripeterà alla noia che le loro linee non dipendono dall’ultimo miglio e che se è venuto da noi è perché è appena arrivata fresca-fresca la rete che deve vendere.

Le cose non stanno così: di fornitori finora ne ho cambiati quattro: TelecomItalia, Wind Infostrada, Fastweb e ora Vodafone. Ognuno con i suoi difetti (ad esempio, non è ragionevole che Fastweb contrabbandi ancora dei router di standard quasi arcaici rispetto a quelli attualmente in commercio e poi voglia convincerci di essere all’avanguardia dell’innovazione), ma nessuno con un vero pregio. Questo perché il valore sta nel manico e il resto è solo qualità o meno del servizio di assistenza). A parità di assistenza, quindi, l’unica logica che ci resta da seguire è quella del costo.

Io sono in piena Torino, nel quartiere di Regio Parco e non in una sperduta cascina di qualche alpe o di un’isola deserta e a guardare le offerte dei principali operatori, praticamente tutti mi garantiscono un qualche pacchetto da 20 milioni di bit per secondo (20 Mbps). Il risultato migliore – ma praticamente inutile e irreale – è tre volte e mezzo inferiore; il valore reale attuale è circa quaranta volte inferiore.

Dimenticate le pubblicità! …e, se volete i dettagli, guardate qua:

Tra il dire è il fare…

Ecco un po’ di confronti. Per i più sbrigativi, guardate lo scarto fra la mia velocità e quella che rappresenta la media statistica: 0,6 a 12,5

Ecco invece i risultati che si ottengono seguendo le istruzioni dell’assistenza per testare la velocità della connessione. Il fatto è che questo software propone al cliente il server con il migliore rendimento in termini di tempo di risposta (ping). Nell’immagine successiva invece si trovano descritti i risultati ottenuti collegandosi con il server dell’operatore (Vodafone) a Milano

Basso anche questo, ma potremmo dire comunque accettabile per i nostri standard da terzo mondo.

Proviamo però, con lo stesso prodotto, per rimanere sempre in Europa a spostarci in una delle zone calde dell’informatica del vecchio continente: Dublino. Ed ecco che le cose spaventosamente cambiano:

Io poi mi accanisco e provo a cercare qualcosa la cui attendibilità sia più dimostrabile e così mi tocca attraversare l’Oceano e vedere cosa ne pensa il FCC, ovvero qualcosa come il nostro Garante delle Comunicazioni a stelle e strisce. Ecco che cosa ne esce su due istituti di misura differenti (MLAB e Ookla – quest’ultimo è lo stesso usato per i precedenti test europei):

Tutto questo avveniva attorno alle 17:30 del 22/11 con un ultrabook (Macbook Air) in rete wi-fi. Sì, perché gli operatori si riservano di dire che, seppure tu devi usare i loro apparecchi certificati, se il wi-fi non funziona sono fatti tuoi perché comunque loro hanno solo l’obbligo di darti Internet e quindi anche solo con il cavo di rete va bene lo stesso. Poco importa che ormai sempre più gente naviga con smartphone e tablet e che i migliori portatili, gli ultrabook non abbiano neppure più la porta Ethernet.

Prima di questi risultati, questa mattina mi ero divertito a scaricare qualche programmino sempre della stessa casa produttrice del test utilizzato dall’operatore per scoprire che cosa succedeva. Il primo era marchiato 3 Danimarca e puntava allo stesso servente del mio operatore mobile (solito discorso); il secondo puntava al servente più performante, mentre il terzo alla FCC su diversi serventi sparsi nel territorio statunitense. Ecco i risultati.

Nella prima fila i serventi sono H3G Danimarca, Vodafone Milano, H3G Milano e MEDIACTIVE di Parigi su rete Wi-Fi Vodafone Station 2 con iPhone 4 iOS 6.0.1

La seconda fila rappresenta la stessa situazione con collegamento 3G fornito da H3G (3 Italia) al posto del Wi-Fi:

Ed ecco, infine, un raffronto di quello che succede a collegarsi oltre oceano (con Washington, Chicago e San Francisco) utilizzando il Wi-Fi ADSL (i tre valori in basso) e la linea cellulare 3G (i 3 valori più alti):

Ce n’è di che disilludersi, miei cari. Non guardiamo né i cartelloni sull’LTE ultraveloce, né le pubblicità delle sciantose che inchiodano dispositivi alle pareti: l’unica cosa in comune è il chiodo!

Quello che attacca il cartellone, quello che appende il dispositivo e la velocità della rete italiana: un chiodo, appunto!

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