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Il Bello degli Smarphone!

Il Bello degli Smarphone!

14 maggio 2013 | ,

Sì, lo so che è un argomento consumistico, ma è come una droga per me, proprio come quelli che non possono non dimostrare che è meglio un allenatore che un altro o che sbagliano tutti a far il tifo per quella squadra, tuttavia periodicamente rispunta questa mania del tifo per lo smartphone o il tablet del cuore.

Sul secondo per me allo stato attuale non c’è storia: a meno che non lo si compri per leggere, giochicchiare e altre attività basic per cui può bastare quello che costa meno, per l’uso “Pro” o sistematico, il solo oggetto con applicazioni e utilizzi diversi da quelli da Desktop si chiama iPad. Punto! (N.B.: solo chi ha almeno un Android, meglio un iOS, e possibilmente tablet può leggere il Magazine di aggiornamento UserFriendly per Flipboard, ad esempio)


I belli del momento

I belli del momento


Veicolare StarTacSul primo invece, la questione appena esposta si fa più sfumata. Accantoniamo il caso in cui ci si trovi a dover sfruttare i vantaggi di un ecosistema coerente (al momento attuale c’è solo Apple a proporlo, con iCloud, Mac, iOS e tutti i contenuti apparentati ad iTunes): rimangono da prendere in considerazioni le seguenti opzioni:
DynaTac

  1. Non siete in tanti, ma per nulla pochi quelli per cui lo smartphone serve solo per telefonare e al massimo – ma neppure troppo – per mandare qualche messaggino, perché l’informatica non ti serve, ci hai vissuto senza benissimo per un secolo e sogni di spegnerti senza venirne inquinato. Voi, Luois XVI, Moby Dick, inattuale perfetto… tenete duro: come le stilografiche avrete presto una rinascita. A patto di aver abbandonato il perfetto StarTac, il DynaTac o la valigetta del telefono mobile veicolare, un comune cellulare a tastiera rimane impagabile. Bassi consumi energetici e persino telefonici. Quindi carica infinita, risparmio, leggerezza, manutenzione nulla, dimensioni contenute, fonia perfetta… da invecchiarci felicemente insieme come un vecchio coniuge fedele
  2. Una parte di clientela se me sicuramente inferiore alla precedente, ma sicuramente non superiore sfrutta intensivamente lo smartphone perché ci fa le cose più disparate ovunque, in ogni momento – compreso carezzarlo e dargli i bacetti; persino assaggiarlo (non sto esagerando). Per costoro il problema non si pone: sanno benissimo quello che piace loro e gli piace quello che sanno, come cantavano i Genesis. E comunque molti di loro ne hanno in tasca più d’uno e finisce anche che li usano in parallelo (mi viene perfino la fantasia che talora li lascino vicini sperando che si parlino e si scambino i post, con poche speranze, però: uno parla solo americano e l’altro solo coreano!). Se poi non li conoscete potete vederli ripresi nel filmato dal matrimonio impossibile delle due principali famiglie (compreso terzo incomodo) riportato in fondo all’articolo.
  3. La seconda opzione è invece quella più diffusa: non importa se per moda o per praticità, tuttavia si appartiene a quella specie che non può evitare di prendere la sempre più prepotente e invasiva posta aziendale e di quando in quando aprire una pagina web o un PDF e magari anche un Word o un Excel. Non può evitare la fotina alla fidanzata o al nipotino, magari ha imparato a sostituire l’SMS con Whatsapp e simili amenità, fra le quali qualche Angry Birds o Solitario.

È proprio quest’ultima la famiglia a cui mi rivolgo per questa semplice considerazione senza tante prove o motivazioni:

iPhone iOS, Android, Windows (Nokia) e BlackBerry 10 (terrei assolutamente fuori i cellulari Java e non considererei ancora i neonati) sono le famiglie da cui scegliere. Sulla prima e l’ultima non c’è grande scelta: più nuovo o meno nuovo, un po’ di memoria in più o in meno, con o senza tastiera, il modello è quello. I due di mezzo hanno una possibilità di scelta esagerata e confusiva (il primo) ridotta, ma anch’essa poco chiara (il secondo). Se pensi che a) è un oggetto a cui tieni b) vuoi farlo durare almeno 3-4 anni o più, vuol dire che sei fra quelli che – potendo – faranno bene a spenderci almeno 3-400€, prendendo l’offerta migliore. Le macchine sono tutte buone e i sistemi operativi sono diventati tutti ottimi, ma se non hai l’anima del geek o del nerd – per farla semplice, dello “smanettone” – e pensi di dovere almeno in parte rincorrere gli aggiornamenti, personalmente pensaci bene prima di imboccare la discontinuità tutta informatica di Android che, alla faccia di Stallman, di certo 1) aperto non è 2) ha molti degli svantaggi degli apparecchi aperti che sono come le automobili che puoi aggiustarti da solo perché non sono sigillate, ma che per poterlo fare devi essere a) laureato in meccanica b) disporre di un’officina c) amare le mani sporche, l’odore di grasso e d) essere disposto a correre il rischio di scoprire che sopra un certo numero di bestemmie poi non ti si spalanchino davvero le porte dell’inferno. So che ti hanno detto che è il più diffuso, ma lo è soprattutto grazie alle numerose offerte sottocosto e ai bundle delle compagnie telefoniche che riescono a piazzare quelle macchinette per dummies. Per uno smartphone Android serio difficilmente puoi scendere oltre un sottocosto da 200€ perché fuori mercato.
Sta di fatto che al momento, stando fra i 400 e i 700 € (a seconda dei requisiti che servono a te – perché non sei così vorace come pensi) gli smartphone sul mercato sono diventati tutti belli e già da un po’ di tempo non c’è timore di farsi mancare un gran che.
Allora, per concludere, ottimi l’ultraclassico iPhone, i consolidati Galaxy, il fantastico HTC One e persino le imitazioni cinesi di entrambi; ma, anche se il management di Microsoft è più derelitto dei mostri di Lovercraft incrociati con i burocrati di Kaffka, Windows Phone è più che buono e così pure i telefoni che lo montano e personalmente ho sempre fatto tifo per lui (persino quando si chiamava CE e aveva il difetto intollerabile di essere un clone dei desktop). Le app più usate ce le ha quasi tutte più o meno belle e lo stesso vale per BlackBerry.

Tuttavia, non fidatevi più di tanto dei fanatici recensori come il sottoscritto stesso, provate ad andare in un negozio della Wind dove trovate esposti i nuovi BlackBerry Z10 in prova su un espositore apposito (senza contare che ora li si trova in notevole promozione nei banchi delle principali catene e nei negozi on Lin

e). Confesso che se non appartenessi a quelli che della seconda famiglia non possono fare a meno di una certa cultura operativa legata a quell’ecosistema, oggi ne sono così innamorato da far fatica a rinunciarvi. La mia è una malattia, lo ammetto, ma non diversa – e sicuramente meno costosa – da quella di quanti trovano “belle” le automobili o le motociclette. Questo vuol anche dire: dimentichiamo tante prove tecniche e, in queste cose, prendiamoli in mano, studiamone il design, vediamo se rispondono ai nostri gesti (non comprare se possibile qualcosa su cui non riesci a mettere le mani – da acceso!). E, in ultima, non stiamo a guardare neppure troppo il prezzo, se nei range che dicevo, e compriamo solo quello che esteticamente e praticamente ci piace: il bello è sempre meno sbagliato del dato tecnico ed ha sempre due forme, l’espressione esterna (il design – io, ad esempio, adoro metallo e cristallo) e l’anima (per me un’applicazione felice è un’opera d’arte e dell’ingegno inestimabile).

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Samsung Galaxy S4: lo stallo degli smartphone

18 marzo 2013 | ,

Sembra che anche le tecnologie stiano sentendo la crisi di valori. Non che se ne facciano un cruccio, ma anche i grandi produttori più ottusi annusano l'aria e sembrano accorgersi di alcuni fattori, sebbene in ritardo, come quello della familiarità e dell'amichevolezza, in due parole della “semplicità efficace” dei loro prodotti.

I tre modelli di punta del momento: Galaxy S, HTC One e iPhone

 

L'altra notte – ora italiana – Samsung ha presentato il “nuovo” Galaxy della serie S. Di che cosa si tratta… Come abbiamo avuto modo di commentare nella Pagina Facebook di Userfriendly (che invito tutti gli interessati agli aggiornamenti rapidi a visitare in quanto commenti e notizie veloci vengono riportate lì per riservare questo spazio alle riflessioni più articolate) altro non è che il solito adeguamento del modello alle novità del periodo.

Ogni produttore sta caratterizzandosi sempre più per alcune caratteristiche distintive. In questo momento, accanto ad alcuni marchi storici come Nokia che punta molto sull'immagine oltre che sulla quasi-esclusiva del sistema operativo di Microsoft e Sony che spicca per scelte estetiche, quello che distingue i modelli di punta degli Smartphone principali in commercio è, oltre al sistema operativo adottato (bisogna ricordarlo, in tutti i casi derivato da UNIX-POSIX e, euro più, euro meno. tutti attorno ai 700€ almeno di listino – che per alcuni con il passare dei mesi diventano decisamente più flessibili alle offerte in stock), è l'approccio al cliente. In questo momento i più interessanti oltre al classico di riferimento di Apple sono indubbiamente lo One di HTC che si conferma un punto di riferimento della reingegnerizzazione dell'esperienza utente e l'esordio ancora acerbo ma decisamente ripartito al massimo di Blackberry.

Quello di Samsung si conferma tutto muscolare. Alta tecnologia, alta potenza. A questo “tutto-più”, occorre dirlo, non corrispondono spesso gli stessi risultati. I processori molto più potenti della coreana è l'alta quantità di RAM non impediscono che poi la memoria libera sia inferiore a quella del più ridotto smartphone di Apple che finisce per offrire un ritorno di efficacia più rapido con un motore meno esasperato ed un consumo di batteria più ragionevole di quello del più muscoloso Galaxy con tanto di programmi aggiuntivi volti a inibire proprio i tanti servizi di cui il telefono si fa forte. Prova ne sia che probabilmente i prossimi Note (e immagino non solo) abbandoneranno il display Super Amoled per monitor più semplici e reattivi allo stilo, ma anche meno affamati di energia.

Le innovazioni introdotte nel nuovo Galaxy sono tante, ma quante ci servono veramente?

Ad esempio, con lo Smart Scroll, per fare scorrere le immagini sullo schermo non occorrerà più toccarlo: basterà scimmiottarne il gesto a una certa distanza. Ma quanto distante e soprattutto quanti gesti incidentali dovrà imparare ad evitare, visto che sono già spesso a litigare con i miei Galaxy proprio perché “prendono” dei comandi involontari proprio a causa degli eccessivi pulsanti e funzioni dello schermo?

Poi, a farci sospettare della privacy si aggiunge un altra funzione, la “S Health” che monitora il nostro stato fisiologico per favorire la nostra indole all'ipocondria – come se non ce ne fosse già abbastanza.

Ancora, “S Translator” consente la traduzione istantanea di testi o messaggi vocali in e-mail, sms e ChatOn, ma qui conta poco il telefono visto che tutti i traduttori attingono a motori on line ben lungi dalla perfezione, visto che quando provo ad utilizzarli con il mio massaggiatore cinese, lui non capisce nulla di quello che dico io e io mi ritrovo delle espressioni surreali decisamente grottesche e prive di significato per quel che dice lui.

Infine abbiamo la chiacchieratissima Samsung Smart Pause in grado di rilevare le espressioni del viso, la voce e i movimenti: lo schermo si muove con gli occhi e va in stand-by nel momento in cui lo sguardo si allontana. Personalmente sento già echeggiare reazioni adirate degli utenti simili a quelle rivolte frequentemente ai GPS nelle auto: «Ma chi ti ha detto di fare così: fatti i c**** tuoi!».

Tutti giocattoli che faranno la felicità di quelli che inventeranno i software per escluderli.

Sul fronte hardware, sarà sempre più difficile distinguerlo con il modello precedente, non fosse per quello 0,2 pollici di differenza dello schermo, il mezzo millimetro di spessore in meno e i 3 grammi di leggerezza in più e il vetro Gorilla giunto alla terza versione.

Potremo divertirci ad avere sullo stesso spazio l'immagine della telecamera davanti e di quella di dietro (che raggiungono i venerabili – e affamatissimi – 2,5 e 13 megapixel di definizione full HD) o condividere la musica – che ascoltiamo sempre meno – in wi-fi.

Venderà questo Galaxy? Lo farà, certo, almeno quello che serve per compensare il record storico di spesa in pubblicità (401 milioni di dollari nei soli USA contro i sempre rispettabili 333 milioni di dollari investiti da Apple) e i 150 milioni di euro spesi per il solo lancio di questo modello.

Blackberry Z10

 

A quelli come me che resistono senza il benché minimo sforzo con dei “vecchi” e sempre gagliardi prodotti che si rifiutano di tradirci perché noi li rispettiamo evitando di inquinarli con fesserie infantili che cosa ci cambierà questo Samsung Galaxy S 4: probabilmente la conseguenza di essere costretti a subirci l'illustrazione di tutte le sue meraviglie da parte del solito amico che non ne poteva fare a meno e nulla più. A quelli che invece sono costretti per una ragione o per l'altra a comprare o a cambiare Smartphone in un momento di transizione come questo (probabilmente per degli Smarphone “maturi” e diversi dagli attuali occorrerà aspettare almeno un annetto), forse delle buone offerte sui modelli più vecchi, ma se dovessi comprarne uno di nuovo forse aspetterei l'uscita definitiva di HTC One mentre troverei il coraggio per sperimentare Blackberry Z10. Forse. …ma meno male che non ne ho bisogno 😉

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P.S.: Se disponi di uno Smartphone, ma soprattutto un Tablet o un Phablet compatibile con Flipboard, da Aprile potrai anche leggere il Magazine Digest Userfriendly .

HTC con One reinventa Android attraverso i Widget

4 marzo 2013 | , ,

HTC reinventa Android attraverso il terzo strato. Il primo strato, quello delle App è nascosto e scarsamente utilizzato; poi c'è il secondo, quello della home con gli alias e le cartelle che è quello che finora tutti considerano il principale. Infine c'è il terzo, quello dei widget. HTC lo sta trasformando nel primario del suo nuovo e splendido smartphone HTC One presentato al MWC di Barcellona.

HTC BlinkFeed è la nuova interfaccia dello One e per la prima volta sembra fornire ad Android una via originale. Qualcosa che gli altri non hanno, neppure quelli che i widget li avevano inventati nei computer, ovvero Apple.

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I nuovi Blackberry

9 febbraio 2013 | , ,

In questo periodo non ci sono state grandi novità per questo il vostro hi-tech Lucignolo sarà alquanto sintetico (anche perché sto scrivendo con una non troppo indicata tastiera di smartphone – perché proprio di questo tipo di oggetto vi voglio parlare.

È stato reso disponibile, per ora solo in Nord-America e in Regno Unito il nuovo BlackBerry Z10. Si tratta di uno smartphone touch screen cui è stata affiancata una versione con tastiera per i nostalgici di Perls e Bold.

Il telefono in sé è carino, dal look molto vicino a quello dell’iPhone, e ha tutto quello che serve “baiterz” in più o in meno.

Quello che colpisce infatti non è la costruzione, ma il sistema operativo. Chi scrive è fra quelli che non ci avrebbero messo un centesimo sulla ripresa di RIM e sull’ennesimo OS generato dal solito Open Source. Qui, a dire il vero, è stata scelta QNX, una distribuzione molto originale che chi ha smanettato un po’ con le distro simil-UNIX ha potuto apprezzare per le doti essenziali di sobrietà, potenza, velocità ed economia di risorse anche prima che fosse acquisita da RIM due anni e mezzo fa.

I miei dubbi nascevano soprattutto da una certa insoddisfazione nei confronti della discontinuità e della solita abborracciatura dei Linux-derivati come Android.
Qui bisogna dire che tutto inclina per essere diverso. RIM ha lavorato veramente bene, soprattutto per avere avuto a che fare con una prima release che fin da subito si presenta per qualità dopo iOS e Windows Phone con persino buone opportunità di concorrere con il tempo per le prime posizioni. I ritocchi attesi sono ancora molti, soprattutto nel browsing, ma molto migliori delle prime versioni di tutti gli altri. La grande carenza al momento e nonostante le promesse è la disponibilità di App di valore e soprattutto curate. Anche qui non si potevano fare miracoli prima che il prodotto fosse rilasciato. Determinante sarà il prezzo di promozione, perché ci vuole sempre un certo coraggio ad acquistare un qualsiasi prodotto nuovo e inedito.

Il nuovo CEO della casa canadese, il coraggioso Thorsten Heins, ha dimostrato di avere idee chiare ed efficaci e di essere la persona che lavora in maniera più vicina per originalità e determinazione a Steve Jobs.

Per i dettagli sul prodotto non ho inserito volutamente neppure una foto preferendo rimandarvi alla perfetta come al solito videorecensione di Andrea Galeazzi su Telefonino.net, prodiga di dettagli e test.

Presto sarà interessante vedere le proposte del nostro mercato che non dovrebbero risultare altro che aggressive, specie dal canto di Wind e di 3.

Molte sono infatti le imprese che, diversamente dall’amministrazione australiana passata a iOS, non hanno abbandonato le piattaforme server di BB, anche in ragione delle spending review aziendali, e i canadesi possono essere in tempo per recuperare ancora una buona fetta di clientela (anche se ormai non più il monopolio di cui godevano prima di iPhone).

Particolarmente interessante il pensiero che stanno facendo di liberarsi del settore hardware, anche se mi viene fatto di immaginare che, più che un abbandono possa trattarsi di una concessione di produzione a terze parti, più in stile Microsoft che in quello Google, e già la Lenovo di Gianfranco Lanci ha mostrato segnali di interesse. Tutto lascia alla fine pensare che RIM punti a diventare, più che un costruttore di prodotti, una società di software per il business e con il nuovo OS far gola ad altri grandi fornitori di servizi, primo fra tutti IBM.

Ai posteri l’ardua sentenza!

Prima di lasciarvi vi ricordo che in questa rubrica troverete solo i miei commenti del periodo, mentre se siete interessati a tutti gli aggiornamenti a caldo vi toccherà consultare la pagina Facebook di Userfriendly.

Approfitto per dare un abbraccio virtuale ai tanti amici che la seguono dimostrando interesse e affetto completamente ricambiato dal sottoscritto.

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La lenta agonia degli SMS

La lenta agonia degli SMS

27 gennaio 2013 | , , ,

Le alternative all’SMS sono talmente tante, oramai, e lo stesso vale per l’offerta Internet degli operatori mobili, che non si riuscirebbe a capire come faccia a sopravvivere ancora quel servizio preistorico di comunicazione.
iMessage su iPhone
Il fatto che ci sia ancora gente – e mica poca – che insiste a pagare e a farti pagare per scrivere gli SMS è comunque un indice di quanto poco siano diffusi gli smartphone e di quanto poco siano compresi.
Probabilmente è proprio l’oggetto-smartphone ad essere in questione: la sua usabilità, per quanto abbia fatto con iPhone passi da gigante rispetto al passato, non è ancora diventata abbastanza elementare da soddisfare i consumatori di base, quelli che oggi come oggi fanno poco mercato, essendo il più delle volte attaccati a qualche residuato bellico che svolge si direbbe meglio di prodotti più moderni il suo lavoro principale che consiste nel soddisfare il bisogno di parlarsi.

Forse servirebbero degli smartphone basilari, senza touchscreen e senza attrazioni superiori al solo testo, magari limitato al T9. D’altro canto, sussiste il dubbio che il target potenziale di un prodotto simile non sia poi così appetibile. Quindi, meglio fare come all’epoca dei cellulari ETAC, rapidamente soppiantati dai GSM, e lasciare che i dinosauri si estinguano senza far rumore.
Di certo, fa specie che dei giovani, quasi tutti con telefonini all’ultimo grido, insistano ad essere attratti dalle formule delle tribù varie condizionando tutti ad avere lo spesso operatore per pagare meno i messaggini.
Da questo punto di vista l’Italia, e più in generale l’Europa mediterranea, hanno ancora molto da imparare, se nei paesi del nord e negli USA ormai sono pochissimi ad usare gli SMS.

Le due piattaforme mobili più diffuse, iOS di Apple e Android nell’offerta Samsung hanno un loro servizio che consente a chi dispone dello stesso tipo di cellulare di scambiare i messaggi sfruttando gratuitamente la connessione Internet domestica o quella mobile a forfait.
Dei due però ad essere veramente sfruttato è essenzialmente iMessage di Apple, che oltretutto consente lo scambio anche con i computer Apple – solo però quelli con l’ultimo sistema operativo (Mountain Lion).
L’Amministratore Delegato della Mela, Tim Cook, ha recentemente dichiarato che con iMessage «sono stati inviati complessivamente ben 450 miliardi messaggi, e ogni giorno ne vengono trasmessi più di 2 miliardi. Rispetto allo scorso giugno, la soglia giornaliera è raddoppiata, mentre quella complessiva è triplicata: infatti sei mesi fa venivano inviati 1 miliardo di messaggi al giorno e complessivamente “solo” 150 miliardi».

Resta il fatto che l’appartenenza alla stessa “tribù telefonica” spinge alla sopravvivenza paradossalmente proprio l’odiato SMS: usi lo stesso programma per scrivere gratuitamente ad altri iPhoner e a pagamento al resto del mondo.

Per tale ragione i più scaltri utilizzano prodotti che fra l’altro, oltre ad essere disponibili per la maggior parte degli smartphone, funzionano anche su computer e tablet. Si tratta dei messenger che esistono ormai da quasi due decenni, perfezionandosi sempre più. Da poco il diffusissimo Windows Live Messenger di Microsoft è confluito in Skype e il 15 marzo si spegnerà definitivamente, a meno di qualche compromesso dell’ultima ora. A rimanere in piedi saranno soprattutto, appunto, Microsoft Skype e Google Talk che consentono anche chiamate e videochiamate, ma a subentrare con sempre maggior determinazione è Facebook, grazie ad suo Messenger che presto offrirà anche lui un servizio telefonico. In coda restano Twitter e decisamente più indietro Yahoo! Messenger. Di fatto la scelta non è neppure obbligatoria, in quanto applicazioni mobili e per computer come l’ottimo IMO, il diffusissimo IM+ e lo storico Trillian, anche grazie alla risorsa dei Gruppi consentono di scavalcare le appartenenze.

Whatsapp

L’universalità di Whatsapp

Ma altri servizi si sono affermati in concorrenza della telefonia. Si tratta di Viber che sta espandendosi sempre più, e il più recente Yuliop, ma ad aver tenuto nella storia essendosi ormai affermato su quasi tutti i sistemi operativi dei cellulari internet – ma non dei computer e neppure dei tablet! – è indubbiamente Whatsapp che quasi tutti dovrebbero avere, compreso i cellulari Symbian di Nokia.
Il sistema Whatsapp è talmente diffuso da aver battuto il 31 dicembre scorso l’onorevole record degli 11 miliardi di messaggi in una sola giornata. Non male, vero?!
Restano soltanto i divertenti animaletti di Outfit, primo fra tutti il celeberrimo gatto Talking Tom, che rappresentano un modo originale per comunicare messaggi vocali in allegato ad altri programmi, dal solito SMS alla posta e così via.

Se chi legge li usa magari poco i messaggini, è possibile che lo facciano i loro figli o i nipoti: insegnando loro di smettere di usare gli SMS e di non rispondere agli amici che lo fanno, preferendo piuttosto la chiamata, forse riusciremo a fare crescere anche i nostri ragazzi e a spingerli ad un uso più smart delle tecnologie.

Vine: arriva il TG-Tweet?

Vine: arriva il TG-Tweet?

26 gennaio 2013 | ,

Vine è la nuova piattaforma di Twitter per inserire brevissimi filmati al posto del testo.
Come i Tweet devono stare in 20 caratteri in meno di un SMS, ovvero 140, anche per i clip di Vine la durata è misuratissima: 6 secondi e devi farteli bastare! Una bella sfida.
Naturalmente per ora non ci si trova ancora tantissimo e si tratta essenzialmente di “divertissement”. Tuttavia, il legame con Twitter potrebbe sfidare i social nell’uso per comunicazioni brevi come i Tweet, evitando la fatica di scrivere e di leggere.
Stiamo a vedere… anche youtube all’inizio suscitò perplessità riguardo al fatto che gli internauti si trasformassero improvvisamente in tanti registi, invece le cose andarono diversamente e nei modi più disparati.

Il prodotto ha la costituzione innata per il mobile e quindi per gli smartphone anche se, essendo appena uscito, per il momento è disponibile solo per iOS (in versione iPhone – iPad compatibile). Prestissimo arriveranno anche le corrispettive per Android e probabilmente per gli altri Mobile OS.
Ecco un esempio…

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Guerra dei Tablet: la Caporetto natalizia

2 gennaio 2013 | ,

Una ricerca spiega perché iPad Mini, contrariamente alle aspettative dela stessa Apple, sta cambiando un mondo finora dominato dai PC Windows e perché anche Samsung, come Google e tutto il mondo Android devono uscire dal ghetto device-centrico dove Microsoft rischia di fare affondare un mondo produttivo a corto di ricerca e immaginazione: quello dei computer! Così la pensa perfino lo stessoChief Strategy Officer di Samsung, l’azienda che sta affermandosi per il potere della democratizzazione dello smartphone, un oggetto che ha superato da pocola diffusione delle altre forme di telefoni e che popolarizzerà le risorse in rete, dai contenuti al cloud, destinati a diventare invisibili per il consumatore. Pur senza cannibalizzarlo, iPad Mini ha surclassato le vendite del primogenito a 10″. Quel che è più interessante, tuttavia, è che queste vendite non si farebbero a scapito del modello originale come si tenderebbe ad immaginare in seguito ad una comune logica di upgrade, bensì seguendo una logica di sostituzione (e spesso di rinuncia) del comune PC. Sembra infatti che il 47% delle persone che hanno acquistato un iPad mini infatti non possedesse alcun prodotto Apple, così come il 56% delle persone che hanno acquistato un iPad da 9.7 pollici. Il numero di iPad sembra rimasto invariato al 50%, nonostante l’arrivo di un 12% di tablet Microsoft Surface, mentre i piccoli tablet come il Kindle Fire di Amazon, sarebbero scesi dal 21% al 16%, e  dal 24% al 5% quelli delle marche economiche e poco note.

Lo stavamo aspettando dall’estate questo Natale, e ora potremmo dire che ci siamo.

Il figlio più rappresentativo della modernità ad una quarantina d’anni mal contati è arrivato alla crisi della mezza età, proprio come la generazione del rock e quella della disco.

Stiamo parlando del “computer personale” i cui parametri, se avessero dovuto esserci dubbi in proposito, sono drammaticamente cambiati. Sta avvenendo qualcosa di simile a quando nell’elettronica domestica arrivarono gli apparecchi giapponesi, dalla radionina a transistor al mangiadischi o il Walkman. Quello che avvenne alle lame con l’avvento degli usa e getta, prima di Gillette e poi di Bic. Per certi versi, il passaggio dalla calcolatrice da tavolo ai gadget da fustino di detersivo. Per i nonni o i genitori tutto questo fu un impoverimento tecnologico, mentre per figli e nipoti non fu altro che la normalità e la pop-tech.

Smartphone e Tablet non sono altro che il compimento del passaggio dall’età del Personal Computer e dell’informatica distribuita (mi piace dire virulenta o contaminativa) invece di quella centralizzata, a quella del PDC. Il termine PDA fu coniato dallo staff del tanto vituperato nemico di Jobs, Sculley, che all’inizio degli anni ’90 chiamò il Newton, progenitore di tutti gli Smarphone e Tablet, Communicator (spostando l’asse semantico dal calcolo alla comunicazione) e Personal Digital Assistant, sintetizzando quello che si sarebbe visto di lì a 20-30 anni. Ovvero, un supporto alle funzioni logiche di accesso ai dati, alla comunicazione e al calcolo che consentisse di avere sempre con sé un’intelligenza ubicuitaria (la banca o la biblioteca sul vater della nonna: oggi è normale per qualsiasi studente, ma quando lui era nato era pura fantascienza).

La mia accezione dell’acronimo PDC è quella di Pop-Digital Companion, premesso che altri hanno brillantemente chiamato companion informatico quegli oggetti autonomi solo all’apparenza in quanto poggiano su altre risorse domestiche o remote, dove stresserei soprattutto il termine “Pop”: un device popolare, come il Walkman o il telefono (che, anche se oggi sembra impossibile, al loro esordio costavano un autentico patrimonio).

Una rivoluzione digital-popolare

A questo proposito bisogna subito guardare agli Smartphone che rappresentano, non tanto l’ibrido, quanto il superamento del concetto stesso di telefono e di computer.

Per capire di cosa stiamo parlando non biogna subito guardare all’iPhone, che sta allo smartphone come il Newton stava al palmare, ma agli smartphone economici che in parte si trovano anche nel listino Windows Mobile, ma soprattutto nel mare magnum dei “mini”, dell’offerta popolare, in gran parte Android, ma anche Bada e Nokia OS più qualche Java. Per il geek ch’è in noaltri sono pure bestemmie e quando si guarda al mercato e si sente dire che Android è l’OS mobile (e non solo) più diffuso si pensa subito alla guerra fra iPhone e Galaxy S, ed è normale stupirsi dell’affermazione tanti sono gli iPhone che vediamo in giro in rapporto agli Android di fascia alta. Il fatto è che, fra offerte gratuite degli operatori e sconti dei supermercati, ad essere venduti come il pane sono le decine e decine di modelli economici con cui soprattutto Samsung, ma anche LG o HTC (che, guarda caso, si è appena chiamata fuori dalla produzione di phablet e high level phone), ha invaso il mondo.

E il mondo non è fatto di chi sta leggendo questo articolo che negli anni ’80 avrebbe sicuramente guardato ad una calcolatrice scientifica Texas Instrument, ma di quelli che usavano quella del fustino come quando ero ragazzo io. E quelli che ieri compravano la TI 81 o successive non erano tutti dei geni: molti dovevano solo fare i cosidetti “conti della serva” esattamente come oggi molti guardano alla densità dello schermo, ai megapixel della fotocamera o al quadriprocessore e poi mandano SMS o telefonano alla fidanzata. Tutti gli altri ne hanno fin troppo della calcolatrice da fustino di detersivo di cui non capiranno mai, tanto più ora che hanno i capelli bianchi, l’utilità dei tasti M+, M- e C o CE.

Per questa ragione, da un lato le calcolatrici scientifiche continuano ad avere un mercato enhanced, anche ora che tutti hanno fogli elettronici e Wolfram. Lo stesso sarà per iPhone, ma il pop sarà altrove.

Come un bigrigio

Lo scenario oggi è ancora parzialmente scomposto, nonostante l’integrazione radicale sia dietro l’angolo.

Si percepiscono ancora chiaramente dispositivi diversi: computer, tablet e smartphone, ma anche hard disk, mouse, casse, fotocamere, docking station, ecc…; contenuti differenti: negozi di formati spesso proprietari di musica, libri, app, film…; e servizi diversi: operatori telefonici, big data, motori di ricerca. Tutto questo, ben lungi dallo scomparire, è destinato a diventare rapidamente molto meno visibile al consumatore che sarà anche molto più flottante, ovvero meno fidelizzato (in maniera simile, negli anni ’60-’70 quello che oggi è Apple poteva essere Philips, mentre dagli anni ’80 in poi la grande massa cercava il prodotto più diffuso, quello più economico, pratico, vicino, di moda… seguendo criteri ben diversi dai geek dell’epoca).

Fino a ieri si può dire che il computer era un oggetto aziendale. L’azienda era l’acquirente più attento all’innovazione che maggiormente investiva nella tecnologia. Da circa un decennio la situazione si è ribaltata e la tecnologia più d’avanguardia viene acquistata nei supermercati o su Internet dai piccolo-medi consumatori. Per questo, prima IBM e poi Microsoft fino a ieri rappresentavano il modello che i salariati tendevano ad imitare anche negli acquisti domestici. Ma oggi che le grandi aziende non fanno più scuola in gran parte delle cose della vita compreso le tecnologie, la gente incomincia a guardarsi attorno e a pensare di imitare altri modelli.

La morte di Steve Jobs che ha coinvolto le prime pagine di tutti i giornali e i telegiornali di tutto il mondo ha fatto comprendere che un personaggio come lui, ignoto ai più fino a poco tempo prima, avesse una fama paragonabile ad un pontefice o ai presidenti delle più grandi Nazioni del mondo. La gente guarda i telefilm e i film dove i computer dei buoni sono Mac e quelli dei cattivi spesso Windows, come quelli degli smanettoni hanno grafica UNIX-like. L’uomo della strada si fa domande che solo 5 o 10 anni fa non solo non si sarebbe mai posto, ma non avrebbe nemmeno compreso.

Il grande cambiamento snobbato dai produttori di telefonia come faceva la volpe con l’uva fu ovviamente l’iPhone (evoluzione del fenomeno iPod), ma quello che fu significativo avvenne a metà strada fra l’iPhone e l’iPad e fu lo sviluppo di un ecosistema preconizzato dallo stesso Jobs nel 2000 con l’idea del Digital Hub: musica, film, libri, radio… tutti questi contenuti sarebbero stati nulla senza il mercato delle applicazioni (e pensare che il primo iPhone le bandiva al punto che i primi jailbreak, il crack dell’iPhone, non fu introdotto per piratare il software, ma per consentire di introdurlo a dispetto della proibizione di Apple). L’iPad Apple lo inventò un decennio prima della sua commercializzazione e lo fece per tradurre a modo suo qualcosa che Microsoft aveva messo in commercio: il Tablet-PC. Perché allora non venne pagata l’azienda di Gates? Lo vediamo oggi. Quello di allora era un notebook un po’ diverso, mentrel’iPad rappresenta l’anello mancante nell’evoluzione dal PC al PDC.

Nonostante la pesantezza burocratica del suo board, anche Microsoft è arrivata a comprenderlo. Da tempo ci erano andati vicino: prima con Windows CE per poi, quasi per sbaglio, introdurre, dalle ceneri di quello, un software straordinario come Windows Phone 7. Alla fine, come l’asino di Buridano che incerto su quale dei due mucchi di fieno mangiare per primo, finì per morire di fame, Ballmer e soci non hanno saputo accettare di essere ad un capolinea e di dovere affrontare una transizione in cui non erano più leader, nonostante l’attuale capillare diffusione dei loro prodotti per circa l’80% dei computer. Il mondo dal giorno alla notte non sarà dei computer più di quanto la telefonia sia oggi delegata agli apparecchi da muro o al bigrigio (che scomparve in meno di un decannio dove prima non esisteva neppure l’opportunità della scelta).

Natale 2012

Ive vs. Forstall (Gizmodo)

Che cosa è accaduto di così significativo questo Natale (al quale già questa estate il vostro amichevole vicino di casa vi invitava a guardare prima di scegliere). Gli eventi significativi sono due:

  • l’introduzione dei nuovi iPad e soprattutto dell’iPad 7″ detto “Mini”, bestia nera per Steve Jobs, inizio dell’era di Jony Ive
  • la debacle di Windows 8 e il licenziamento del suo responsabile, Steven Sinofsky

La scomparsa di Jobs ha lasciato tuttora Apple allo sbando nonostante fosse un lutto annunciato. In quella situazione il delfino spirituale del Grande Visionario, quel Jonathan Ive a cui si deve almeno un terzo del successo del ritorno di Apple, aveva mostrato da tempo disinteresse e dubbi sulla sua permanenza a Cupertino, con il desiderio espresso più volte di tornare in patria britannica a fare altro con il titolo di baronetto di cui la Regina stessa l’aveva insignito. Mi viene da pensare che la perdita del padre spirituale lo abbia gettato in depressione. In questa situazione, mentre Tim Cock, il mago dei processi produttivi messo a capo del CDA dallo stesso Jobs, dimostrava ottime capacità di gestione quanto fragilità carismatica, il responsabile dello sviluppo dei sistemi, Scott Forstall, l’unico a mostrare carattere fin troppo energico ereditando dal “profeta” solo il lato arrogante, veniva estromesso, ufficialmente per la mal gestione del programma delle mappe e del rapporto con Google, ma soprattutto per le fratture che aveva prodotto negli altri membri del board, primo fra tutti proprio Ive che senza di lui ha segnato l’ennesimo successo.

Pur senza cannibalizzarlo, iPad Mini ha surclassato le vendite del primogenito a 10″. Quel che è più interessante, tuttavia, è che queste vendite non si farebbero a scapito del modello originale come si tenderebbe ad immaginare in seguito ad una comune logica di upgrade, bensì seguendo una logica di sostituzione (e spesso di rinuncia) del comune PC. Sembra infatti che il 47% delle persone che hanno acquistato un iPad mini infatti non possedesse alcun prodotto Apple, così come il 56% delle persone che hanno acquistato un iPad da 9.7 pollici. Il numero di iPad sembra rimasto invariato al 50%, nonostante l’arrivo di un 12% di tablet Microsoft Surface, mentre i piccoli tablet come il Kindle Fire di Amazon, sarebbero scesi dal 21% al 16%, e  dal 24% al 5% quelli delle marche economiche e poco note.

Reuters è andata ad intervistare i clienti Apple è ha scoperto logiche note che fino a ieri però erano di nicchia, mentre oggi sembrano aver conquistato il grande consumo anche al di là della marca (che tuttavia al momento sembra essere l’unica ad offrirle: facilità d’uso, eleganza e semplicità.

“I clienti hanno citato le attuali librerie musicali e video di iTunes oltre alle tradizionali virtù di Apple quali semplicità e facilità d’uso come ragioni per restare con iPhone e iPad.“Ho appena insegnato alla mia nonna persiana come utilizzare il suo nuovo iPhone. Ha 77 anni e non parla inglese” ha detto Soheil Arzang, uno studente di legge di 27 anni di Palo Alto, California. “Con un PC Windows ci sono troppi pulsanti che confondono. Ho ufficialmente convertito i miei genitori agli iPhone, Mac ed iPad di Apple.” (tr. Melablog)

Sono andato personalmente in diversi ipermercati dell’elettronica che trattavassero tutte le marche a chiedere quali tablet mi consigliassero e, mentre ho trovato alcuni che sponsorizzavano gli Android, nessuno mi ha consigliato i tablet Windows. La più esplicita mi ha chiesto: «Perché li vuole provare?». Alla mia risposta che volevo rendermi conto di persona quanto l’interfaccia fosse chiara e coerente, pur senza propormi alcuna alternativa mi ha replicato: «Allora può anche risparmiare il tempo, perché se dubita che siano confusivi e complicati troverebbe solo conferme su tutta la linea».

D’altronde anche le argomentazioni addotte dai sostenitori dei tablet Android (a dire il vero in hard discount che non trattavano Apple) erano comunque antitetiche a quelle che qualificano la clientela Apple: adatte più a smanettoni che a veri consumers. Fra le altre quella che grava su acquirenti come il sottoscritto è l’investimento in App: sia per il loro valore qualitativo che – soprattutto sul versante professionale – sono ineguagliate dalla concorrenza, sia per il loro valore economico, perché chi come me ha cominciato con iPod Touch 5 anni fa e poi ha proseguito con iPad e iPhone, ha investito un autentico capitale, superiore addirittura ai device in software, al quale farà sempre più fatica a rinunciare per ricominciare la spesa da capo (e le software house non danno segni di comprendere le ragioni di questa clientela meticcia aperta al consumo e poco integralista – come chi scrive – destinata ad allargarsi sempre più).

Microsoft, dopo aver fatto un ottimo lavoro con l’OS di Windows Phone non ha saputo prendere le distanze dall’indotto del PC e con Windows 8 ha tenuto i piedi su due scarpe rischiando di precipitare assieme al suo ecosistema. Windows RT è lontano mille miglia dal modello ideato dallo staff di Jobs e Ive e la gente che vuole prendere le distanze dalle tente difficoltà tecniche del PC difficilmente accetterà di tornare sui suoi passi, specie se ha speso cifre esorbitanti per acquistare i tablet Windows Pro per poi ritrovarsi fra le mani un neo-tablet-PC dalla concezione vecchia di una dozzina d’anni.

Questo lo stanno capendo anche gli Orientali come Samsung, nonostante la loro concezione componentistico-centrica. Per questo finalmente stanno investendo sempre più in ricerca ed intelligenza e, nonostante le guerre legali a tutti note, non rifiutano di manifestarsi anche clienti Apple, come il Chief Strategy Officer di Samsung -Young Sohn- che sottolinea il valore dell’ecosistema nell’intera architettura:

A casa in realtà uso un Mac. Ho sempre usato Mac, ho un iPhone e un iPad. Ho anche un Galaxy. Per cui sono un esempio di quel che dico. Se guardi ai punti di forza di Apple, in un certo senso non è il prodotto per sé. È che i clienti amano il loro ecosistema, come ad esempio iCloud. Mi piace che la mia famiglia a 6.000 miglia di distanza di Corea sia in grado di guardare i miei impegni, i miei contatti e le foto. Dà assuefazione, ma è un’architettura proprietaria.

E per questo auspica che Samsung abbandoni la il modello “dispositivo-centrico” in favore di un ecosistema aperto condiviso coi partner, contrastando Apple proprio nel suo punto debole, il fatto di essere una bella gabbia dorata che offre una ridotta libertà di scelta. E sono questi ragionamenti, non certo quelli del vecchio headquarter di Redmond, la chiave su cui si costruirà la competizione del futuro che, al di là delle marche, partirà dalla Caporetto del PC, destinata a lasciare sul terreno milioni di caduti: non solo imprese e dipendenti dell’enorme indotto hardware e software, ma servizi, settori informatici, competenze legate al mondo PC-centrico, destinato a fare un tonfo di gran lunga più roboante di quello dei mainframe di vent’anni fa. Il giorno del Black Friday il Mediaword vicino a casa mia scontava del 25% tutte le macchine con Windows 7, ma i bancali erano disertati dagli acquirenti e tali sono rimasti, lasciando a prendere polvere Ultrabook, Notebook e soprattutto Netbook con un quasi-invenduto di centinaia di migliaia di euro.

Come i mainframe, oggi sostituiti dai big data e dalle server farm dei Cloud, neppure i notebook scompariranno del tutto, ma si assottiglieranno con la stessa velocità con cui si è passati a perdere di vista i tower dei cosiddetti desktop o “PC fissi”. Nelle case e nelle imprese è finita l’epoca del “Computer” come quella del “Cervello Elettronico”: è cominciata l’era del consumo ancora in gran parte da scrivere.

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iPad Mini di prima mano

27 dicembre 2012 |

Non è una novità. Non lo è neppure per me:mio figlio ce l’ha dalla prima ora e anche alcuni amici e da tutti loro lo avevo provato, così come avevo fatto anche delle prove comparative all’Apple Store confrontandolo con l’ultimo iPad 10″ per scoprire che in termini di velocità la differenza non esiste.

Ora che l’ho comprato, con le mie applicazioni e per i miei scopi, oltre che con i miei comportamenti sono in grado di comunicare quelli che per me sono i pro e contro definitivi dell’iPad Mini, almeno per uno della mia età e con il mio utilizzo.

Pro

  • Ovviamente, la leggerezza! Non ha niente da invidiare ad uno Smartphone.
  • Subito dopo, le dimensioni. Sta dovunque, ne più né meno di un Galaxy Note
  • La qualità costruttiva e l’eleganza oscurano la concorrenza; primo fra tutti l’iPad stesso
  • Lo schermo: è ottimo per queste dimensioni e non sento la mancanza di una densità maggiore di punti, specie se questa si fa a spese di altre risorse come memoria, temperatura del processore e soprattutto batteria, quest’ultima superiore di quella già miracolosa del fratello maggiorw
  • La tastiera: si scrive molto meglio dei cugini Android e senza rinunce a confronto con il 10″. Come sempre, per i più esigenti ci sono ottime tastiere bluetooth a circa 40€

Contro

  • La vista. Per chi ha meno di 40 anni o è più fortunato il problema non si pone, ma la maggiore risoluzione si fa a spese dei presbiti. E, se per molte applicazioni il problema non si pone perché sono più adattabili, come ad esempio negli e-book reader, nel browser diventa molto pesante e al momento non sembra risolvibile altrimenti che mettendo gli occhiali con più diottrie
  • Il tocco (da non confondere con la tastiera). Per certe attività è diventato molto meno preciso e, se ad essere penalizzati sono quelli dalle dita anche solo poco meno asciutte e ossute, per più o meno tutti la calibrazione è più approssimativa che non nel 10″ e persino nell’iPhone. Come al solito, ad essere più penalizzato è Safari, dove è facile sbagliare mira e colpire il link vicino e rischia di diventare impossibile in molti casi usare certi menu a tendina e certi CRM come molti Nuke
  • La precisione dei dettagli di alcune App. Anche se l’iOS si direbbe perfettamente adattato alla resa sul Mini, non mancano taluni sbavi, anche se questa è proprio un’osservazione molto marginale e vera per chi casualmente finisce per imbattercisi.
iPad, iPhone, Android, Tablet o Smartphone nuovi per Natale? Attenti a quello che fate e soprattutto che NON fate!

iPad, iPhone, Android, Tablet o Smartphone nuovi per Natale? Attenti a quello che fate e soprattutto che NON fate!

27 dicembre 2012 | , ,

Qui tanti consigli in inglese per usare bene il nuovo regalo quando si tratta di iPad.

A questi ne aggiungo uno di mio, essendo in questi giorni assalito da chi ingenuamente compie questo errore che vado a spiegare.

Anche perché chi cambia iPad, Android o smarphone vari spesso dà il suo a qualcun altro compiendo la leggerezza di pensare di passare con l’oggetto software e contenuti acquistati: non lo fate!

Generereste un circolo vizioso di confusione senza fine trovandovi in mano una matassa ingarbugliatissima che finirà per farvi perdere cose a cui tenete.

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L’operazione è semplice: prima di passarlo, andate nelle impostazioni trovateik comando di ripristino portando tutto allo stato di fabbrica.

Se poi lo comprate nuovo, magari regalandolo al figliolo smanettone, non usate il vostro account preesistente pensando di risparmiare sugli acquisti. Oltre a trovarvi entrambi con le cose indesiderate l’uno dell’altro, mettereste in gioco ogni forma di privacy arrivando alla fine alla situazione esasperata e disperata cui si accennava prima per la quale non ci sarà alcuna soluzione che non sia dolorosa.

Mini, Note e Apps: i riferimenti nel Mobile Pro

Mini, Note e Apps: i riferimenti nel Mobile Pro

19 novembre 2012 | ,

Mobilità professionale: Smartphone, Ultrabook, Tablet

Che il mondo dell’informatica si stia sempre più rivolgendo al Mobile conferma un indirizzo che ci era chiaro già dai primi anni ’90 con l’EPOC di PSION e soprattutto con Newton Message Pad di Apple (partorito dalla gestione di quello Sculley che fu padre del termine Personal Digital Assistant o PDA che segnava la nascita della categoria oltre che causa principale del risentimento di Jobs) dalle cui idee tuttavia si sarebbe sviluppato, oltre al più commerciale Palm Pilot, un sistema operativo che in seguito, ibridato con il più evoluto Mac OS X, è stato utilizzato dal team dello stesso Jobs costituendo il sostrato culturale per iOS e quindi tutti i moderni mobile OS.

È tuttavia solo attorno al 2000 che ha cominciato a svilupparsi con diffuso interesse il comparto dell’ITC Mobile. Non voglio certo annoiarvi con complesse retrospettive. Mi basta arrivare a dire che l’obiettivo di portare la rete telefonica e soprattutto dati che in quegli anni sembrava un traguardo impossibile (pur avendo come capostipiti il Nokia Communicator, Treo di Handspring e RIM BlackBerry) è diventato ormai un settore praticamente maturo.

E, se la scelta di uno Smartphone è oggi alquanto ricca in funzione delle risorse economiche a disposizione (ne approfitto per spezzare una lancia a favore degli LG Nexus 4 e soprattutto per il prossimo bellissimo Optimus G, accanto a quello che si rivela il successo del momento, ovvero il Nokia 920), quello che è meno evidente è il futuro della mobilità per le necessità più avanzate, soprattutto per usi professionali.

Lo Smartphone, sull’onda dell’esperienza dei BlackBerry, è diventato la strumento preferenziale per manager e molti professional, specie di profilo commerciale, per comunicare oltre che come navigatore di viaggio improvvisato e non solo. Questo perché, non solo in condizioni di viaggio, ma più spesso durante le continue riunioni, è impraticabile l’uso del computer.

Di fatto la tastiera è un grande vantaggio che rende particolarmente interessante il ricorso agli Ultrabook come il MacBook Air, ma anche a macchine più impegnative come i MacBook Pro con i dischi SSD. Tuttavia, a parte le situazioni standard, dalla poltrona di casa all’ufficio, questi strumenti sono un riferimento per chi lavora sui mezzi di trasporto come treno o aereo, dove insomma ci sia la possibilità di poggiarli su una superficie comoda.

D’altro canto i Tablet ci hanno fatto scoprire che si può vivere benissimo anche senza tastiera – se non virtuale – e che si può usare il computer con una comodità fino ad allora sconosciuta. E, se questo è particolarmente chiaro alla maggior parte dei clienti che li ha acquistati per leggere libri e riviste, magari sfruttando le interessanti proposte di Amazon, Google e simili, per l’uso professionale c’è bisogno di qualcosa di meglio, sia come software che come prodotto in sé.

Microsoft ci ha provato con Windows Surface RT e soprattutto Pro con risultati che molti, oltre al sottoscritto, hanno reputato decisamente deludenti. Cercando di tenere i piedi in più scarpe hanno messo sul mercato un prodotto indeciso fra computer e mobile, in grado di generare una confusione senza precedenti nell’utilizzatore, riuscendo a far perdere energia al sistema operativo personalmente molto convincente costituito da Windows Phone.

Non resta che rivolgersi ad Apple iOS e ad Android di Google, dove se il primo è vincolato a doppia mandata alla piattaforma tecnologica di Cupertino, il secondo beneficia di una concorrenza maggiore del tutto apparente in quanto al momento fortemente monopolizzata da Samsung. Questa, dopo tante cause con Apple sembra aver compreso che la differenza non la fa tanto la componentistica su cui i coreani vanno indubbiamente forte, ma le applicazioni, i contenuti e i servizi. Sui contenuti pochi sembrano potere scalzare Amazon dai privilegi di un primato tenuto stretto con forza e competenza e sulle applicazioni è la clientela di Android, decisamente più occasionale e distratta per cercare altro da quello compreso nel prezzo a tagliare fuori i più esigenti che non possono far altro che rivolgersi all’ecosistema di Apple le cui App sono un punto di forza tale da far addirittura passare la voglia di PC.

iPad Mini e Galaxy Note

In definitiva, oltre agli Smartphone con tutti i loro limiti dovuti alla loro stessa “natura” di telefono e agli Ultrabook che rimangono comunque dei computer, un vero e proprio oggetto che rappresenti la soluzione professionale per la mobilità non era ancora pronto.

Certo l’iPad era quanto poteva maggiormente approssimarvisi, ma gli mancava una certa praticità per essere mobile e non aveva ancora preso del tutti le distanze dal punto di vista hardware dal Tablet PC. Samsung aveva intuito che la dimensione dei 7″ che caratterizzava la piccola rivoluzione dei Netbook (handicappati dal compromesso con le forme del notebook) non era una strada sbagliata, ma il suo primo Galaxy Tab Android da 7″ mancava drammaticamente di software, penalizzato com’era dall’ambiente Android, lo spazio utilizzabile era scarso e l’usabilità critica, mentre il prezzo era irragionevolmente alto per il fatto che si credeva che le componenti di alto valore bastassero a giustificarlo.

A colpire nel segno fu però il terzo tentativo di Samsung, il Galaxy Note da 5″. Si tratta dell’unico Android veramente amato anche dal mondo Apple, forse per il fatto che assomigliava troppo all’evoluzione a 20 anni di distanza del loro Newton.

Il formato da taschino che ricorda veramente un blocco notes, con la possibilità di prendere appunti a mano libera e fare firmare i clienti grazie alla penna e alla fotocamera in grado di acquisire documenti e passare allo scanner i codici a barre, inserire foto e filmati e lavorarli con la stilo quasi si avesse a disposizione la tavoletta grafica sono un modello di riferimento unico nel panorama dei gadget professionali.

Non che non si potesse fare lo stesso con un iPhone o con un iPad, ma l’uno è un telefono e funziona bene per quello e l’altro è invece troppo cospicuo per essere preso come oggetto di lavoro. Per la prima volta la casa coreana capisce che deve fare funzionare anche l’intelligenza e non solo i saldatori e produce software per usare meglio questa penna, al punto da sincronizzare gli appunti (non certo con la qualità di Punultimate, ma con un’ottima praticità), di disegnare e di sfruttare, oltre alla tastiera virtuale e al testo grafico, anche il riconoscimento caratteri con risultati soddisfacenti che gli fanno occupare il posto dell’erede del programma Graphiti. Oltre al carattere riconosce il testo vocale, così come può fingere di essere un telefono in caso di bisogno (per ambire ad apparire tale anche per praticità è decisamente grosso!) e le sue fotocamere ne fanno anche una buona macchina per Skype e parenti.

Le vendite altissime del prodotto ed il successo nel mercato business hanno fatto del Note un serio concorrente per iPad. E se Apple non ha mai amato i compromessi sulle dimensioni, l’uso della fonia sui tablet e persino il ritorno alla protesi del pennino, sicuramente ha costituito l’unica alternativa che avesse un senso. Con la versione 2 sono state corrette le asperità, intanto della durata della batteria e della dimensione della RAM, ma anche nell’usabilità e nella stabilità, complici anche le migliorie introdotte dalla nuova versione di Android. È poi di questi giorni la notizia che Samsung ha imitato Apple nel rendere disponibile un SDK gratuito, ovvero un tool per gli sviluppatori che vogliano cimentarsi nella realizzazione di applicazioni che sappiano sfruttare al massimo le caratteristiche innovative che il pennino offre.

Dalla sua, invece, iPad poteva comunque contare su programmi straordinari sul versante Pro, a partire dalle App di tipo Office di una qualità eccezionale; c’era poi un “signor” sistema operativo, una coerenza stilistica e una qualità maniacale sotto il profilo stilistico. A questo punto arriva Jonatan Ive, il padre di tutte le linee dell’ultima Apple di Jobs, che ha il coraggio di ripensare l’iPad. Intanto cambiano i materiali, belli e robusti, senza rinunciare a praticità e leggerezza; poi arrivano le dimensioni che per una macchina dalle stesse caratteristiche dell’iPad 2, possono essere ridimensionate in ragione di una più elevata definizione dello schermo; infine la praticità che deriva dalla rinuncia a quello schermo Retina che, nel momento in cui rende più elevate le esigenze appesantisce l’oggetto.

iPad Mini è tutto questo ed altro in un 7 pollici da tasca e dall’ingombro che rasenta un’inconsistenza miracolosa, sottile e leggero com’è. Rispetto al Note c’è da dire che, specifiche inutili a parte, non telefona e non ha il pennino, ma vanta numerose altre qualità. Ad esempio non espone ingenuità costruttive come la contrapposizione del tasto volume con quello dell’accensione in una posizione tipica per stringere il dispositivo e soprattutto è stato oggetto di studio caparbio per evitare ogni forma di tocco occasionale che chi possiede un Galaxy Note sa quanto sia noioso e frequente.

In definitiva, si tratta di due oggetti perfetti per l’utenza professionale al punto da mettere in difficoltà chi dovesse consigliare quale scegliere. Forse entrambi potrebbe essere la risposta più adeguata: l’uno da portarsi dietro in situazioni “pratiche” mordi e fuggi, e l’altro per sostituire in tutto e per tutto il computer, per proporre demo ai clienti, per leggere e guardare i film senza anchilosare il braccio e così via.

Di certo si è imboccata una strada nuova e si è compreso quale sia il tipo di oggetto per viaggiatori che vogliono sapere il meno possibile di informatica, ma non sanno rinunciare ad un’elettronica che non richieda uno studio avanzato per usarla, ma piuttosto che si mette a disposizione del cliente per interpretare i suoi comportamenti pensando come lui, invece del contrario.

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Nuovi Apple: prime impressioni

23 ottobre 2012 | , ,

Che cosa hanno mostrato in California questa sera?

Potetevate già leggere sui siti specializzati articoli analitici finiti mentre ancora stavano parlando e domani ne saranno pieni tutti i giornali.

Che senso hanno queste poche righe?

Intanto molti dettagli annoiano la maggior parte di amici e lettori quasi quanto a me le discussioni del dopo partita.

Poi in questi casi vale tirare dei giudizi secchi e telegrafici, anche se possono risultare pregiudizievoli.

 

MacBook 13″ Retina

Molto bello. Ovviamente caro. Leggero, sottile, con disco flash simile al Macbook Air e disco magnetico da 1 a 3 terabyte. Hanno venduto come loro novità il disco ibrido che esiste da circa 3 anni, ma la soluzione per distribuire le risorse sui diversi storage è molto elegante. Cannibalizzerà il MacBook Air e questo che cosa diventerà? L’iPad con tastiera come il Surface Pro?

 

Nuovi iMac

Di un’eleganza ammirevole: 5 mm di spessore per 21 e 27 pollici!!! Sensazione di fragilità. Carissimi: ce li si può permettere sempre meno! Il driver ottico esterno rovina tutto l’equilibrio estetico. D’altronde, ha senso un desktop senza DVD?

 

IPad di 4ª generazione

Dopo la fregatura di quelli precedenti la sospensione di giudizio è d’obbligo. Diciamo che sono quelli che ci si aspettava la primavera scorsa. Processore 2 volte più potente, non solo nominalmente come la 3ª gen. Il Wi-Fi Dual Band visto l’uso sempre più Cloud di tutto lo rende più ambito degli stessi computer. Il resto è uguale al 3, prezzi compresi, ma questa volta si direbbe davvero, non come la durata della batteria dell’altro. Oggetto di riferimento per power user da divano (blogger, autori, consulenti, giornalisti…). Se avessi acquistato iPad in primavera avrei chiuso con Apple vita natural durante. Il 3ª gen. Lo hanno anche soppresso dai cataloghi, pur lasciando ancora il 2 a prezzo inalterato! Da domani occhio alle svendite, ma sono sicuro che sarà più intelligente acquistare un Mini iPad.

 

Mini iPad

Decisamente bello. Classico esempio della genialità dello staff di Ive: pochi cambiamenti estetici, quasi invisibili ma che conferiscono all’oggetto un’eleganza sportiva quasi ineffabile. Peso extra-piuma, spessore zen, con queste dimensioni ottimo per le foto; peccato per la fotocamera deboluccia. Una questione fondamentale mi è sfuggita: la versione cellular telefona? Bella la cornice di profilo e la mela con l’ombra dietro, ma il capolavoro è la fruibilità dello schermo: la cornice, nonostante lo spessore esiguo, è ai minimi termini e come sempre elegante. Avevo scommesso che Apple non avrebbe cannibalizzato iPhone – almeno per il momento, con la salma ancora tiepida. Per tutto il resto equivale alle caratteristiche dell’iPad 2 in scala ridotta. Anche nel prezzo: fra un Kindle HD e un Google Nexus entrambi a 260€ e un Mini iPad di base a 100€ in più ma con molta tecnologia i più e quella meraviglia di parco App il confronto non si pone neppure. Molto bello e spietato il confronto sullo spazio utile fra Mini iPad e Tablet 7″ Android: 62% in più nel primo (per esperienza è vero!).

Infine fra 9,7″ del modello esteso e 7,9″ di quello Mini, quel pollice e mezzo pesa solo nel guardare i film e per il mio astigmatismo – tanto comunque gli occhiali devo mettermeli comunque con entrambi!… Ideale per managerini da corsa e studenti, oltre che innamorati e collezionisti.

Si possono prenotare fra qualche giorno e i primi sono disponibili dopo Ognissanti. Un consiglio? Aspettate di prenderli in mano, provarli per bene e magari anche lasciarli provare agli altri prima di trovare sorprese come nel passato. Infine, con il mio iPad 1 quasi inutilizzabile dopo tre anni e pagato come un computer di lusso sto rassegnandomi all’idea dell’upgrade, ma devo dire che sono molto indeciso.

Un’idea per gli acquisti? Pensare ad un Mini Cellular 16 o 32 GB: almeno è una soluzione diversa e lasciarsi aperta l’opzione di un 4ª gen, anche Wi-Fi primo prezzo.

 

iPad: Apple “ha ancora qualcosina da mostrarci”…

23 ottobre 2012 | ,

O almeno così dice nell’invito che ha diffuso ai giornalisti per l’evento previsto martedì prossimo, 23 ottobre 2012 al California Theatre di San Jose, vicino San Francisco (il giorno prima, alle 21:00, BBC Knowledge trasmetterà un interessante documentario su Steve Jobs, il miliardario hippy).

We've got a little more to show you

We’ve got a little more to show you

La frase fa il verso ad un’altra celebre con cui Steve Jobs si riservava il suo coup de théâtre al termine dei keynote. La gente pensava di aver visto tutto, in quanto erano state passate in rassegna le innovazioni che più o meno ci si aspettava, e si preparava ad andarsene quando con una simulata e sorniona distrazione se ne usciva con “ah… ci sarebbe un’altra cosetta”, One more thing e sollevava il velo su una qualche stupefacente e imprevista novità. Poi, quando la gente si era abituata ad aspettarsi la sua “One more thing…” lui smise di inserirla per riservarsi di inviarla qualche giorno dopo ai giornalisti con una cartolina come quella qui sotto:

One More Thing

Direi però che questo We’ve got a little more to show you non somiglia affatto al colpo di scena di Jobs. Dopo la delusione mostrata dalla maggioranza degli osservatori nei confronti dell’innovatività degli ultimi prodotti di Cupertino, Tim Cook e compagni sembrano voler far cambiare idea, ma viene difficile pensare che per quella data ci possano essere riservate grandi sorprese.

Anche grazie al malcontento espresso dalle aziende manifatturiere orientali per la complessità che il design dei nuovi prodotti, con diseconomie nei processi di montaggio, si sono sempre più frequentemente diffuse indiscrezioni molto dettagliate sulle componenti e fughe di notizie hanno anticipato anche i prezzi del dispositivo che con ogni probabilità costituirà la sorpresa di martedì prossimo: il mini-iPad o, come preferisco chiamarlo io, il maxi-iPhone, un tablet da 7″ in grado di telefonare nelle sue versioni 3G (sembra che la connessione LTE o pre-4G sia riservata agli iPhone di ultima generazione, ma non agli iPad, ma questo lo scopriremo presto).

Si tratta del prodotto che Steve Jobs non avrebbe mai voluto realizzare perché non sapeva di carne né di pollo, e il generale insuccesso dei 7″ di altre aziende come Samsung (che invece ha trovato grande seguito con il maxi-telefono o phablet Galaxy Note da 5.5″) e anche Google sembra avergli dato ragione, anche se i Kindle, con tutte altre finalità e proposte commerciali hanno ribaltato i risultati, spingendo anche Apple ad entrare in lizza per difendere il proprio mercato di contenuti dalla concorrenza spietata di Amazon che con i nuovi modelli si prepara a sbancare per l’ennesimo Natale. Ma Amazon, diversamente da Apple e per ora anche da Google, è interessata, non a vendere dispositivi, ma contenuti per il maggior numero di piattaforme – e più ce n’è, meglio è – per garantirsi i risultati migliori sul proprio settore di mercato. Per questo ha solo un tipo di offerta commerciale, quella economica, e non mostra alcun interesse alle proposte tecnologiche che non servano a consumare la propria offerta.

iPad Mini

Non è certo così per gli altri, come Samsung e come Apple, destinate a confrontarsi sempre per le eccessive somiglianze di marketing, prima che di tecnologie. La combinazione delle proposte del nuovo Mini non sarebbero più fantasiose del suo aspetto. si partirebbe dai 249$ che per l’Italia, fra importazione e tasse dovrebbero tradursi, non certo in 169€, ma in 260€, per arrivare a colpi di centoni fino a 699€, con un aumento di 110€ dalla versione wi-fi a quella cellulare e di altri 100€ per ogni salto di dimensioni dello storage che parte da una base di 8 GB per arrivare ai 64 GB dopo avere attraversato i 16 e i 32 GB. Lo vedremo presto se fosse vera la previsione della sua commercializzazione dopo Halloween e per il 9 novembre nel nostro paese.

In definitiva il dispositivo entry level non costerebbe più dei modelli maggiori dei “tablettini” di Amazon e di Google pur avendo requisiti indubbiamente migliori, ma chi compra un iPad lo fa per avere il meglio e se 8 GB possono bastare per libri e un po’ di multimedialità (Amazon ne offre 2), ma non certo per sfruttare le tecnologie come la fotocamera che gli altri non hanno, o l’offerta di app, film e musica su cui potrebbe puntare Apple, in particolare dopo la constatazione che nei soli ultimi 6 mesi il software per iOS è passato ad occupare da un minimo del 16 ad un massimo del 42% in più!

Le indiscrezioni che circolano annoverano anche l’anticipazione di un “iPad 4″, anche se la ritengo poco verosimile, mentre più fondata sembra l’uscita di quello che caricaturalmente già viene definito il New-New iPad. Finora infatti è stata minimizzata la lamentela dei clienti più smaliziati che il nuovo iPad non fosse all’altezza delle migliorie tecnologiche apportate. In pratica, grazie anche alla sua maggiore semplicità, iPad 2, con un processore ed altre risorse prima delle quali la RAM molto inferiori, risulta più veloce, meno vorace di energia del New oltre che privo dei surriscaldamenti che affliggerebbero certe sue zone.

Questi problemi nascono perché il tablet è passato dall’essere un dispositivo per tutti a rappresentare l’ennesimo oggetto di escalation tecno-economica spesso senza ragione rispetto alle richieste dei clienti. L’iPad 10” “Nuovo-Nuovo” potrà fare piacere a molti, ma certo non a quelli che hanno comprato il “Nuovo” solo una stagione e mezza fa o ancor meno. Chi ha comprato il primo modello ha imparato suo malgrado la lezione: quella di chi ha pagato un prodotto per il target popolare ad un prezzo da computer di alto livello per poi scoprirlo inutilizzabile nell’arco di un anno e mezzo.

Ritengo che in questa confusione di proposte (esattamente il contrario di quello che caratterizzò il ritorno di Seve Jobs) possa esserci anche una buona notizia per noi clienti smart. Per Natale, come ho avuto modo di sottolineare altrove, l’inflazione di tablet in un contesto di estrema competizione (complici nuovi modelli Android, da Asus ad Amazon e magari ancora Google, e l’entrata a piedi uniti di Microsoft con i tablet Windows 8), anche Apple dovrà “rottamare” qualcosa perché fra 8 tipi di Mini-iPad, 6 di iPad “Nuovi-Nuovi” e 6 di iPad “Nuovi” non si sa che fine faranno i 6 modelli di  iPad 2. 26 modelli di iPad sono troppi anche per gli aficionados, oltre ad abbassare l’immagine esclusivista che Cupertino vorrebbe confermare per la propria haute couture.

Non è più un paese per vecchi, ed i nuovi faranno bene a considerare il fatto che elettronica ed informatica sono ormai un comparto troppo maturo per esigere una clientela schiava alle loro condizioni capestro.

Buon Natale!

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Kindle Paperwhite: alla ricerca dell’e-book reader definitivo

Kindle Paperwhite: alla ricerca dell’e-book reader definitivo

18 ottobre 2012 | , ,

Penso che il libro di carta sia ancora la tecnologia più versatile per essere consumata ovunque, tuttavia è innegabile che, moda a parte, l'arco del libro elettronico abbia molte frecce nella sua faretra che non varrebbe neppure la pena citare non fosse che questa questione oziosa rappresenta per molti un deterrente spesso superstizioso. Lo spazio che occupa, la facile fruibilità dei contenuti, la leggerezza e le potenzialità multimediali (che pur essendo state mostrate da Apple hanno dei costi rispetto alla domanda che non facilitano lo sviluppo in questa direzione) sono alcuni dei suoi atout. Ciononostante il libro cartaceo, ad esempio, finisce per costare di meno nel momento in cui può essere passato di mano in mano e facilmente condiviso, non ha bisogno di batterie cariche e può essere letto ovunque senza stancare gli occhi.

Se fino ad ora a rendere complicato l'uso dell'e-book poteva entrare in ballo la scarsa leggibilità del tablet all'aperto e la poca attrattiva di quello a matrice monocromatica passiva, il modello che sta per essere introdotto anche nel nostro paese da Amazon ha trovato una tale conferma da parte dei nostri lettori da poter permettere la soddisfazione degli ordini solo poco prima di Natale. Il paese che sembra leggere di meno in Europa sembra avere dalla sua i più innovativi fra i lettori e quindi Amazon ha deciso di annoverarlo fra quelli per cui una macchina così raffinata come il Kindle Paperwhite meritano di poterla ricevere per primi.

Innanzitutto fermiamo l'attenzione sul nome che dice già di per sé tutto quello che c'è da dire: un e-book reader dotato di pagine bianche smaglianti e luminose.

Tuttavia la tecnologia che adotta consente di

  • leggerlo altrettanto bene all'interno come all'esterno
  • senza che all'interno appaia sbiadito e neppure che all'esterno venga oscurato dalla luce
  • grazie al fatto che riceve la luce dall'alto al basso pur essendo di per sé luminoso, senza aggredire gli occhi

Come possiamo notare dalle immagini qua sotto, Amazon ha fatto un lavoro straordinario per il suo nuovo Kindle il cui principale valore sta tutto nel brevetto.

Kindle Paperwhite

Tecnologia del Kindle Paperwhite

 

Infatti questo e-book reader non è destinato ai lettori mordi e fuggi per cui i reader si prestano particolarmente, come i consumatori di manualistica o riviste.

Neppure è fatto per gli utilizzatori eclettici, che fanno bene ad orientarsi verso tablet iPad o Android, come pure i prossimi Windows, oppure verso un phablet come il Galaxy Note a me particolarmente caro per questo tipo di utilizzo.

Paperwhite non ha un processore particolarmente veloce, la memoria è ridotta a 2 GB, non ha l'audio, non è leggerissimo anche se pesa la metà di un tablet e a parte leggere libri e un browser rudimentale non offre nulla di più di un'ottima visione (anche grazie alla sua particolare densità) in tutte le situazioni che non pesa minimamente per chi lo usa per leggere ore e ore.

Se osserviamo questa immagine che lo paragona con un Kindle tradizionale, oltre alla differenza di prezzo, non può non saltarci agli occhi la diversa qualità dello schermo.

Amazon spinge sempre di più sul modello del Cloud come soluzione per l'archiviazione che supera l'idea di mantenere il maggior numero di libri sulla macchina, risultando facilmente fruibili per essere scaricati dal negozio senza spenderci più niente in qualunque momento.

In definitiva, non è il reader per consumatori di musica o di videogiochi che potranno trovarsi a loro agio con il Kindle Fire HD o magari con il prossimo iPad Mini in procinto di essere messo in vendita da Apple a partire da 250€ con una ricca alta tecnologia e maggiore archiviabilità per questi scopi.

Tuttavia è il prodotto ideale per conciliare il trauma della separazione dal libro di carta. Un prodotto che non potrà non essere amato dai lettori classicisti, dagli amanti della pagina e dell'inchiostro a cui potrà mancare solo più la pur importante parte olfattiva e quella tattile. Un'altra buona idea di Bezos & co. che sicuramente avrà successo fra quelli che amano sprofondare nei propri romanzi e passarci le notti o i fine settimana.

“Just another service provided by your friendly neighborhood UserFriendly!”

 

Preparativi all’apertura dell’Apple Store di Torino Centro

Preparativi all’apertura dell’Apple Store di Torino Centro

12 ottobre 2012 |

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Locale con ampio parcheggio interno

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Si sviluppa anche al primo piano

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Quando ero bambino per queste scale si saliva in uno degli ambienti più esclusivi della città: il Salone de La Stampa. Oggi è in coabitazione lungo la ferrovia.

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A poche decine di metri in un locale decisamente meno affollato ma molto accogliente c’è del personale gentile e molto preparato che ha tempo da dedicare anche a chi è meno “in” e decisamente più “out” [da tutto ciò]

P.P.S.: Per la cronaca, da [email protected] ho comprato i nuovi auticolari (o cuffie in-ear) che ritengo il più interessante dei prodotti Apple degli ultimi mesi. Le proverò con calma.

Come al solito il saluto dal vostro vicino di casa UserFriendly

Quello che mi serve lo cercherò qui dove festeggiarono un tempo mentre ora hanno problemi molto più seri.

Preparativi all’apertura dell’Apple Store di Torino Centro

Preparativi all’apertura dell’Apple Store di Torino Centro

12 ottobre 2012 | ,

Riti tribali di giovani eletti (Vedi Filmato) 🙂

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C’era addirittura un’anima candida piena di lustrini della mela più di un aborigeno degli Ammutinati del Bounty che ti rampognava se ti avvicinavi al vetro peggio di un Boy Scout che ti sorprendesse a soffiarti il naso con la Sindone

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Coda per entrata ad inviti dove se chiedevi che cosa succedeva ti prendevano in giro rispondendoti “un evento qualsiasi” dando per implicito “povero fesso: che vuoi capire tu che sei out”, con un americano che aggiungeva in un inglese indifferente alla tua capacità di comprensione di toglierti dai piedi e di metterti in coda.

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