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Mini, Note e Apps: i riferimenti nel Mobile Pro

Mobilità professionale: Smartphone, Ultrabook, Tablet

Che il mondo dell’informatica si stia sempre più rivolgendo al Mobile conferma un indirizzo che ci era chiaro già dai primi anni ’90 con l’EPOC di PSION e soprattutto con Newton Message Pad di Apple (partorito dalla gestione di quello Sculley che fu padre del termine Personal Digital Assistant o PDA che segnava la nascita della categoria oltre che causa principale del risentimento di Jobs) dalle cui idee tuttavia si sarebbe sviluppato, oltre al più commerciale Palm Pilot, un sistema operativo che in seguito, ibridato con il più evoluto Mac OS X, è stato utilizzato dal team dello stesso Jobs costituendo il sostrato culturale per iOS e quindi tutti i moderni mobile OS.

È tuttavia solo attorno al 2000 che ha cominciato a svilupparsi con diffuso interesse il comparto dell’ITC Mobile. Non voglio certo annoiarvi con complesse retrospettive. Mi basta arrivare a dire che l’obiettivo di portare la rete telefonica e soprattutto dati che in quegli anni sembrava un traguardo impossibile (pur avendo come capostipiti il Nokia Communicator, Treo di Handspring e RIM BlackBerry) è diventato ormai un settore praticamente maturo.

E, se la scelta di uno Smartphone è oggi alquanto ricca in funzione delle risorse economiche a disposizione (ne approfitto per spezzare una lancia a favore degli LG Nexus 4 e soprattutto per il prossimo bellissimo Optimus G, accanto a quello che si rivela il successo del momento, ovvero il Nokia 920), quello che è meno evidente è il futuro della mobilità per le necessità più avanzate, soprattutto per usi professionali.

Lo Smartphone, sull’onda dell’esperienza dei BlackBerry, è diventato la strumento preferenziale per manager e molti professional, specie di profilo commerciale, per comunicare oltre che come navigatore di viaggio improvvisato e non solo. Questo perché, non solo in condizioni di viaggio, ma più spesso durante le continue riunioni, è impraticabile l’uso del computer.

Di fatto la tastiera è un grande vantaggio che rende particolarmente interessante il ricorso agli Ultrabook come il MacBook Air, ma anche a macchine più impegnative come i MacBook Pro con i dischi SSD. Tuttavia, a parte le situazioni standard, dalla poltrona di casa all’ufficio, questi strumenti sono un riferimento per chi lavora sui mezzi di trasporto come treno o aereo, dove insomma ci sia la possibilità di poggiarli su una superficie comoda.

D’altro canto i Tablet ci hanno fatto scoprire che si può vivere benissimo anche senza tastiera – se non virtuale – e che si può usare il computer con una comodità fino ad allora sconosciuta. E, se questo è particolarmente chiaro alla maggior parte dei clienti che li ha acquistati per leggere libri e riviste, magari sfruttando le interessanti proposte di Amazon, Google e simili, per l’uso professionale c’è bisogno di qualcosa di meglio, sia come software che come prodotto in sé.

Microsoft ci ha provato con Windows Surface RT e soprattutto Pro con risultati che molti, oltre al sottoscritto, hanno reputato decisamente deludenti. Cercando di tenere i piedi in più scarpe hanno messo sul mercato un prodotto indeciso fra computer e mobile, in grado di generare una confusione senza precedenti nell’utilizzatore, riuscendo a far perdere energia al sistema operativo personalmente molto convincente costituito da Windows Phone.

Non resta che rivolgersi ad Apple iOS e ad Android di Google, dove se il primo è vincolato a doppia mandata alla piattaforma tecnologica di Cupertino, il secondo beneficia di una concorrenza maggiore del tutto apparente in quanto al momento fortemente monopolizzata da Samsung. Questa, dopo tante cause con Apple sembra aver compreso che la differenza non la fa tanto la componentistica su cui i coreani vanno indubbiamente forte, ma le applicazioni, i contenuti e i servizi. Sui contenuti pochi sembrano potere scalzare Amazon dai privilegi di un primato tenuto stretto con forza e competenza e sulle applicazioni è la clientela di Android, decisamente più occasionale e distratta per cercare altro da quello compreso nel prezzo a tagliare fuori i più esigenti che non possono far altro che rivolgersi all’ecosistema di Apple le cui App sono un punto di forza tale da far addirittura passare la voglia di PC.

iPad Mini e Galaxy Note

In definitiva, oltre agli Smartphone con tutti i loro limiti dovuti alla loro stessa “natura” di telefono e agli Ultrabook che rimangono comunque dei computer, un vero e proprio oggetto che rappresenti la soluzione professionale per la mobilità non era ancora pronto.

Certo l’iPad era quanto poteva maggiormente approssimarvisi, ma gli mancava una certa praticità per essere mobile e non aveva ancora preso del tutti le distanze dal punto di vista hardware dal Tablet PC. Samsung aveva intuito che la dimensione dei 7″ che caratterizzava la piccola rivoluzione dei Netbook (handicappati dal compromesso con le forme del notebook) non era una strada sbagliata, ma il suo primo Galaxy Tab Android da 7″ mancava drammaticamente di software, penalizzato com’era dall’ambiente Android, lo spazio utilizzabile era scarso e l’usabilità critica, mentre il prezzo era irragionevolmente alto per il fatto che si credeva che le componenti di alto valore bastassero a giustificarlo.

A colpire nel segno fu però il terzo tentativo di Samsung, il Galaxy Note da 5″. Si tratta dell’unico Android veramente amato anche dal mondo Apple, forse per il fatto che assomigliava troppo all’evoluzione a 20 anni di distanza del loro Newton.

Il formato da taschino che ricorda veramente un blocco notes, con la possibilità di prendere appunti a mano libera e fare firmare i clienti grazie alla penna e alla fotocamera in grado di acquisire documenti e passare allo scanner i codici a barre, inserire foto e filmati e lavorarli con la stilo quasi si avesse a disposizione la tavoletta grafica sono un modello di riferimento unico nel panorama dei gadget professionali.

Non che non si potesse fare lo stesso con un iPhone o con un iPad, ma l’uno è un telefono e funziona bene per quello e l’altro è invece troppo cospicuo per essere preso come oggetto di lavoro. Per la prima volta la casa coreana capisce che deve fare funzionare anche l’intelligenza e non solo i saldatori e produce software per usare meglio questa penna, al punto da sincronizzare gli appunti (non certo con la qualità di Punultimate, ma con un’ottima praticità), di disegnare e di sfruttare, oltre alla tastiera virtuale e al testo grafico, anche il riconoscimento caratteri con risultati soddisfacenti che gli fanno occupare il posto dell’erede del programma Graphiti. Oltre al carattere riconosce il testo vocale, così come può fingere di essere un telefono in caso di bisogno (per ambire ad apparire tale anche per praticità è decisamente grosso!) e le sue fotocamere ne fanno anche una buona macchina per Skype e parenti.

Le vendite altissime del prodotto ed il successo nel mercato business hanno fatto del Note un serio concorrente per iPad. E se Apple non ha mai amato i compromessi sulle dimensioni, l’uso della fonia sui tablet e persino il ritorno alla protesi del pennino, sicuramente ha costituito l’unica alternativa che avesse un senso. Con la versione 2 sono state corrette le asperità, intanto della durata della batteria e della dimensione della RAM, ma anche nell’usabilità e nella stabilità, complici anche le migliorie introdotte dalla nuova versione di Android. È poi di questi giorni la notizia che Samsung ha imitato Apple nel rendere disponibile un SDK gratuito, ovvero un tool per gli sviluppatori che vogliano cimentarsi nella realizzazione di applicazioni che sappiano sfruttare al massimo le caratteristiche innovative che il pennino offre.

Dalla sua, invece, iPad poteva comunque contare su programmi straordinari sul versante Pro, a partire dalle App di tipo Office di una qualità eccezionale; c’era poi un “signor” sistema operativo, una coerenza stilistica e una qualità maniacale sotto il profilo stilistico. A questo punto arriva Jonatan Ive, il padre di tutte le linee dell’ultima Apple di Jobs, che ha il coraggio di ripensare l’iPad. Intanto cambiano i materiali, belli e robusti, senza rinunciare a praticità e leggerezza; poi arrivano le dimensioni che per una macchina dalle stesse caratteristiche dell’iPad 2, possono essere ridimensionate in ragione di una più elevata definizione dello schermo; infine la praticità che deriva dalla rinuncia a quello schermo Retina che, nel momento in cui rende più elevate le esigenze appesantisce l’oggetto.

iPad Mini è tutto questo ed altro in un 7 pollici da tasca e dall’ingombro che rasenta un’inconsistenza miracolosa, sottile e leggero com’è. Rispetto al Note c’è da dire che, specifiche inutili a parte, non telefona e non ha il pennino, ma vanta numerose altre qualità. Ad esempio non espone ingenuità costruttive come la contrapposizione del tasto volume con quello dell’accensione in una posizione tipica per stringere il dispositivo e soprattutto è stato oggetto di studio caparbio per evitare ogni forma di tocco occasionale che chi possiede un Galaxy Note sa quanto sia noioso e frequente.

In definitiva, si tratta di due oggetti perfetti per l’utenza professionale al punto da mettere in difficoltà chi dovesse consigliare quale scegliere. Forse entrambi potrebbe essere la risposta più adeguata: l’uno da portarsi dietro in situazioni “pratiche” mordi e fuggi, e l’altro per sostituire in tutto e per tutto il computer, per proporre demo ai clienti, per leggere e guardare i film senza anchilosare il braccio e così via.

Di certo si è imboccata una strada nuova e si è compreso quale sia il tipo di oggetto per viaggiatori che vogliono sapere il meno possibile di informatica, ma non sanno rinunciare ad un’elettronica che non richieda uno studio avanzato per usarla, ma piuttosto che si mette a disposizione del cliente per interpretare i suoi comportamenti pensando come lui, invece del contrario.

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