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#Closer Venerdì 29 settembre 2017 la notte europea dei ricercatori in Piemonte e Valle d’Aosta

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17 agosto 2017 | , , ,

Venerdì 29 settembre 2017 in 52 città italiane e in tutta Europa si svolge anche quest’anno  la notte europea dei ricercatori.  (altro…)

Verbania Innova il 26 e 27 maggio al Centro Eventi Il Maggiore

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22 maggio 2017 | , ,

Verbania Innova è un convegno organizzato dall’assessorato all’Innovazione Tecnologica del Comune di Verbania il 26 e 27 maggio al Centro Eventi Il Maggiore, in via San Bernardino, 49 (altro…)

Assegnati a Torino i  Premi GiovedìScienza

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13 maggio 2017 | , , ,

Francesco Segreto, un ricercatore dell’Università Campus Biomedico di Roma ha vinto il Premio GiovedìScienza , il concorso lanciato dall’associazione Centroscienza Onlus, giunto alla sesta (altro…)

Boosting Social Innovation presenta i risultati di Torino Social Innovation e promuove le prime due misure del PON Metro

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4 aprile 2017 | , ,

Mercoledì 5 aprile  dalle ore 15.30 presso Open Incet parte Boosting Social Innovation  un evento dell’Open Innovation Summit per presentare i risultati di Torino Social Innovation, programma della (altro…)

Presentata la strategia della Torino Smart City del futuro: i cittadini al centro nella Torino 4.0

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8 marzo 2017 | , , , , ,

Il 7 marzo presso il Collegio Carlo Alberto di Torino si è tenuta una giornata seminariale sul tema Smart City. Ricerca e innovazione per la Città di Torino. L’Università di Torino, il (altro…)

Lo startupper torinese di 60 anni che salverà la nostra privacy. Intervista a Pietro di eMemory

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7 marzo 2017 | , , , ,

Si chiama Pietro Jarre e ha fondato eMemory. Puoi visitare il sito e iscriverti gratis, per iniziare a salvare la tua vita in digitale. Sono quasi andato in collina, per capire di cosa parliamo quando si parla di eMemory (altro…)

47th Lunch Seminar al Nexa Center. Vi racconto del copyright e di Yeerida

47th Lunch Seminar al Nexa Center. Vi racconto del copyright e di Yeerida

23 gennaio 2017 | ,

Ci siamo conosciuti in novembre, io e il Nexa Center. Un centro di studio e ricerca rivolto all’Internet & Society a me pareva un italico sogno, fino a sei mesi fa. Quando conobbi il centro Nexa, e i ragazzi del Nexa, mi sentì in effetti entusiasta allo stesso modo di un bambino nerd che incontra altri bambini nerd.
Bullizzati per una vita da tutti, ora insieme parlano e giocano.
Soprattutto, ero sorpreso positivamente dal fatto che molti fossero gli incontri organizzati dal Nexa e molte le tematiche d’avanguardia che erano state sviscerate (in toto o in parte) dai relatori e dai nexa’s fellow.
Il solo fatto poi, che siano Juan Carlos de Martin e il mio ex professore di diritto d’autore Ricolfi i capi del centro, ha scosso in me un forte senso di appartenenza e tensione emotiva (intellettuale?), sicché sono fan sfegatato del primo e orgoglioso allievo del terzo.

Francesco Ruggiero mi propose così di intervenire, come facente parte di questo processo di evoluzione e cambiamento che è in auge, quando si parla di copyright.
“Parla di contenuti intellettuali, di copyright. Di com’è che voi siete il primo sito che autorizza la lettura di testi out e under copyright” mi disse.
Fu così che Francesco, responsabile della comunicazione del centro Nexa, mi invitò a fare da relatore in occasione del 47th Lunch Seminar presso il Nexa, chiedendomi di parlare di Yeerida e di come secondo me sta cambiando il diritto d’autore.

Io ho colto la palla al balzo e mi sono sentito anche un po’ lusingato.

Di seguito trovate i link dell’evento su Eventbrite: http://lunch47.eventbrite.com/

Riporto qui la presentazione dell’evento, a cura del Nexa Center.

” Il terzo millennio ha portato grandi cambiamenti nelle nostre abitudini e nei nostri gesti quotidiani, cambiando il nostro modo di intendere cose che prima sembravano semplici.
Nel caso del copyright dei contenuti intellettuali, eravamo abituati a proiettare la nostra idea di contenuto nel corpo fisico del media che lo avrebbe diffuso. Un testo letterario veniva visto come un libro, una composizione come un cd, un articolo come un foglio di giornale, un corto o lungo-metraggio come una pellicola.
Le moderne tecnologie di diffusione di contenuti come lo streaming e il web 2.0 ci costringono a fare lo sforzo di separare queste due entità che abbiamo sempre tenuto insieme, intendendo l’informazione intellettuale come assoluta e indipendente, rispetto al suo (facoltativo) supporto fisico.
Tutto ciò ci costringe a pensare a nuove strutture del diritto d’autore e dei diritti connessi che guardi non più, prevalentemente, al possesso dell’oggetto fisico che distribuisce l’informazione, bensì all’utilizzo o la semplice fruizione dell’informazione stessa. ”

Biografie:

Federico José Bottino ha 24 anni e si occupa di comunicazione digitale e scrittura creativa. Dopo essersi diplomato presso il liceo classico di Susa, ha studiato Giurisprudenza, collaborando con lo studio legale Ciurcina-Tita. Pubblica una raccolta di racconti nel 2013, da allora è autore per diverse testate online, curando blog su cultura, spettacolo e innovazione. Nel 2015 ha ideato e fondato Yeerida, la prima piattaforma di free streaming letterario, a oggi ricopre il ruolo di CEO di Yeerida Italia s.r.l.
Nel 2015 abbandona giurisprudenza per studiare ICT.

Letture consigliate:

  • A. Cogo, I contratti di diritto d’autore nell’era digitale, Giappicchelli Editore, Torino 2011.
  • A. Ross, Il nostro futuro: Come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni. Feltrinelli, Milano 2016.
  • A. Giddens, Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Milano 1994.
Un crowdfunding su Eppela per le borgate dal vivo.

Un crowdfunding su Eppela per le borgate dal vivo.

20 dicembre 2016 | , ,

Lo abbiamo seguito durante tutta la scorsa estate, lungo le valli segusine della provincia di Torino, e ce ne siamo innamorati. Stiamo parlando di Borgate dal Vivo, il primo festival letterario delle borgate alpine.
La prima edizione ha raccolto gli entusiasmi dei comuni e degli autori coinvolti (in entrambi i casi più di 20), portando un pubblico di un migliaio di persone a trascorrere almeno due ore di cultura in una delle bellissime borgate alpine.

La seconda edizione di Borgate dal vivo si espanderà fino a toccare tre regioni: Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, coinvolgendo quasi 30 comuni, due dozzine di scrittori e decine di associazioni culturali sul territorio. Borgate dal Vivo infatti mira a creare una rete di associazioni e iniziative culturali che rendono le borgate alpine protagoniste, per combattere questa ultima tendenza per la quale le borgate stanno subendo un forte spopolamento. A farne le spese sono le tradizioni locali e gli insediamenti antichi, che faticano a trovare nelle nuove generazioni un futuro.
Per lanciare la seconda edizione al meglio, Borgate dal vivo ha lanciato una campagna crowdfunding su Eppela, invitando gli appassionati della montagna e dei libri a sostenere e partecipare alla campagna. Il motto è “Insieme possiamo cambiare la montagna”.

Chi c’è dietro Borgate dal Vivo?

Borgate dal vivo Milesi

ph: F. Piperis

Borgate dal Vivo è promosso da Revejo, un’associazione culturale della provincia di Torino diretta da Alberto Milesi. Ed è infatti proprio Alberto a raccontarci di come inizia la storia di Borgate dal Vivo e di Revejo.

La storia di “Revejo” comincia come ogni storia che si rispetti.
In un giorno di neve, Alberto Milesi e Stefano Faure si ritrovano in un garage di Beaulard (cittadina a 1175 metri sul livello del mare, in provincia di Torino), per realizzare qualcosa di nuovo, innovativo, mai visto.
Non essendo però in grado nemmeno di assemblare un tostapane, optano per una scelta meno tecnologica del previsto, ma certamente più ardua: creare un’associazione culturale.
Per non smentire la tradizione che li aveva visti da sempre occuparsi di cose nelle quali non erano assolutamente esperti, i due scelgono un nome che in italiano non aveva nessun significato. O almeno non lo aveva mai avuto, fino ad allora.
Prima di noi “Revejo” era solo un termine portoghese, il cui vero significato sfugge persino al dizionario. Da febbraio del 2011 “Revejo”, per noi, ha un significato: risveglio.
Il nostro risveglio, ma non solo. Attraverso la cultura e le nostre attività puntiamo a risvegliare il tessuto sociale che ci circonda, a dare una scossa all’ambiente!

Insieme a Revejo collabora Yeerida, la prima piattaforma di lettura gratuita.

Clicca qui per guardare il video di Borgate dal Vivo!

Facebook e il pulsante antibufala. Post-verità o post-editoria?

Facebook e il pulsante antibufala. Post-verità o post-editoria?

18 dicembre 2016 | ,

Leggi l’articolo sul Blog di Federico José Bottino.

Ha pochi giorni la notizia secondo la quale Facebook ha annunciato guerra alle bufale, inserendo un pulsante adibito alla segnalazione delle notizie dubbie.
Il contenuto segnalato verrebbe, secondo M.Z. controllato da una società terza di fact checking. Se individuato come bufaloso sarà quindi impossibile sponsorizzarlo per raggiungere utenti in forma massiva, altresì gli algoritmi di selezione contenuti dovrebbero far sì che il contenuto falso compaia molto meno sui feed degli utenti. Una censura soft che smaschera la reale identità del gruppo di Mark Zuckemberg: un editore.

Leggevo oggi su Linkiesta Andrea Coccia che fa un’arringa in favore del sacro ruolo del giornalista e di come Facebook non debba prendere il posto del The Guardian, definendo negativamente l’ontologia di Facebook come un “non editore”. Andrea cita la metafora del bar e parla di Facebook come una grande piazza in cui tutti si scambiano informazioni.
Nella forma in qui si pensa a Facebook come un servizio web che giova dalla larga (e contemporanea) presenza di più utenti che si scambiano informazioni, questa, la metafora del bar, non sembra una cosa così stupida.
Se invece si pensa Facebook come una 4.0 industry che non appartiene alle categorie tradizionali, sulle quali si dannano (ancora) certi giornalisti e certi opinionisti del mondo del business, sì evincerà facilmente come The Social Network sia quello che io appello con preoccupazione post-editore.
Vai tra’. Ora ti spiego.

Cos’è un post editore?

Iniziamo dalle basi. Cos’è un editore. Ovvero un editore è un soggetto che opera nel settore dei contenuti testuali, audio, visivi o multimediali. Sceglie, seleziona, edita, distribuisce, promuove e infine monetizza i suoi contenuti. E sottolineo l’aggettivo – ora pronome – “suoi”, poiché verrà poi ripreso nel ragionamento per ragioni facilmente già intuibili di copyright.
La rete di contenuti di Facebook si poggia e si alimenta su tre concetti fondamentali, uno più tradizionale, uno moderno, uno davvero contemporaneo: interesse sociale, (free) self publishing, sensazionalismo e capacità di ingaggio.
Facebook che è di base un content provider, ha da sempre settato i suoi algoritmi per favorire i fenomeni di viralità. La viralità è spesso data dall’interesse sociale e di attualità di un determinato contenuto e dalla capacità di un set di keyword (parole chiave e parole correlate) di diventare un hot trend, ovvero un contenuto che scala l’utenza in mediamente poco tempo. Da sempre l’editoria, per incrementare le vendite punta a produrre contenuti rivolti a trend che sappiano attirare l’utenza. Fin qui…
Allo stesso tempo, Facebook è una piattaforma che ha come motore del suo traffico l’UGC (User Generated Content), sfruttando un’opzione che dal 1931 a oggi è diventato sempre più socialmente accettato: il self publishing.
Su Facebook, ogni utente è al tempo stesso un autore di contenuti oltre che un fruitore di contenuti. Questo rende a tutti gli effetti Facebook al tempo stesso sia un editore che un media.
Se però un editore tradizionale ha come obiettivo (in teoria!) quello di creare contenuti di presunta qualità, sfruttando un trend per attirare un bacino critico, Facebook fa il contrario: parte dal presupposto di stimolare il bacino più grande possibile di utenti e solo successivamente si chiede che tipo di contenuto è riuscito a farlo.
Per Facebook, ciò che è fondamentale in un contenuto è la capacità sensazionalistica di ingaggiare il più persone possibili e provocare in loro una reazione. Di per sé, questo reazioni sono analizzabili e scalabili (diciamolo pure) e danno la possibilità agli algoritmi di selezione di favorire (o sfavorire) certi o altri contenuti.
La dichiarazione di Mark lascia intendere che la metodologia rimarrà immutata e verrà inoltre applicata a contenuti informativi come appunto le notizie, coinvolgendo una struttura terza eletta dall’imperatore Mark per praticare fact-checking.
Questo rende a tutti gli effetti Facebook un vero e proprio editore che, nonostante distribuisca e promuova materiale editoriale approvigionato da utenti volontari, non pratica un controllo, un editing o una metodologia di selezione per avere quella che gli utenti potrebbero identificare come una linea editoriale. La linea editoriale di Facebook è dettata dagli stessi autori che, non subendo una selezione hanno le dita libere di correre sulla tastiera e diffondere qualsivoglia contenuto, purché raggiunga il numero maggiore di utenti possibili, e possibilmente, che li intrattenga per più tempo possibile. Il copyright di questi contenuti tuttavia viene co-gestito da facebook al momento della pubblicazione.
Inoltre la capacità di un contenuto di intrattenere e attirare gli utenti si trasla per le casse di facebook in potere economico e capacità di alzare i prezzi dei propri contenuti pubblicitari, senza retrocedere alcunché agli utenti.
Ed è proprio questo che rende Facebook un post editore: la condizione di monetizzare contenuti auto-pubblicati, senza retrocedere nulla al proprio autore che vede la propria condizione di autore soddisfatta non dall’autorevolezza riconosciutagli (anche per mezzo di pecunia) ma dalla capacità di scuotere emotivamente i lettori e accumulare punti engagement.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità.
Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati (non raggiunti, ingaggiati. Engagement, quella roba lì). Inteso questo narcisistico meccanismo che da Travaglio in poi ha segnato ogni volto che figuriamo nel pensare a un giornalista, Facebook, per mezzo di una finissima strategia editoriale e comunicativa, se li è inculati di brutto.
Innanzitutto li ha tranquillizzati. Quegli altri e i loro capi.
Facebook ha assicurato loro di non essere un editore e non volerlo mai diventare. Lo ha fatto perché quando iniziavano a chiederglielo, c’aveva gli Istant Articles in sviluppo (o in fase test, chessoio) e doveva convincere i giornalisti e gli editori che sarebbe stato bellissimo essere tutti inglobati dalla grande infrastruttura che è Facebook, dando la possiblità agli utenti di accedere ai contenuti giornalistici direttamente dalla piattaforma di Mark.
I giornalisti, noti cervelli fini e analisti impeccabili, ci sono cascati con tutte le scarpe e dopo aver consegnato il loro spazio informativo al social network – non solo con gli instant article: se andate a vedere le fonti di traffico dei più grandi giornali scoprirete che Facebook ha anni fa superato Twitter (e google) per quanto riguarda la provenienza del traffico sulle news. – e ora che il potere dell’informazione sociale rivendicano la loro cosiddetta autorevolezza. L’autorevolezza dei giornalisti. Fa ridere solo a scriverlo. Rivendicano questa loro autorevolezza senza chiedersi però dove fosse questo sacro valore quando Mosca Tse-Tse e PiovegovernoLadro fondavano le basi comunicative e editoriali per quello che sarebbe stato 7 anni dopo il secondo partito della politica italiana, visto che poco più di un lustro fa illustri giornalisti parlavano di internet come uno spazio lontano dall’editoria.
Chissà che fra qualche anno non si parlerà di Facebook appunto come editoria 3.0.
O post editoria.

 

Se ti è piaciuto l’articolo, ne trovi altri sul blog di Federico José Bottino.

Core Values. Il Vaticano che sfida la complessità del web

Core Values. Il Vaticano che sfida la complessità del web

27 novembre 2016 | , ,

Siamo a Roma io e Jacopo Maria Vassallo, quel 4 di novembre. Ci siamo alzati presto, per recarci a Core Values. Dopo una non proprio breve passeggiata e una colazione, un po’ troppo repentina per essere chiamata “colazione”, eccoci finire i resti di un croissant, con le schiene appoggiati a mura non più Italiane. I nostri sguardi si arrampicano sull’obelisco di Piazza San Giovanni in Laterano. Ci circonda il rumore di mercedes e audi nere che fanno il giro della piazza e si fermano solo per scaricare top manager e chairman da tutto il mondo. Noi, che siamo arrivati a piedi, ce ne saremo poi andati con un normalissimo taxi bianco.
Ci mettiamo in fila e conosciamo un professore dell’Università di Perugia che si occupa di complessità. Gli stiamo simpatici, decide di sedersi vicino a noi. Con lui avremmo poi commentato una parte della conferenza e ci saremmo dunque fatti una minima idea di quanto ardua sia la sfida lanciata dal Vaticano, raccolta dai padroni della comunicazione digitale internazionale: la trasmissione dei valori nell’era tecnologica del digitale.

 

Cos’è Core Values

Core Values è un’iniziativa promossa e patrocinata dalla Segreteria per le Comunicazioni della Santa Sede, recentemente inaugurata da Papa Francesco, dalla Pontificia Università Lateranense e dalla Tela Digitale. Lo scopo dell’iniziativa e far sorgere, alimentare e dunque promuovere una riflessione sulla necessarietà di infondere valori nelle comunicazione digitali, al fine di dare i giusti strumenti etici alle nuove generazioni.
Le menti del Vaticano propongono una ben ampia domanda: “quali sono le trasformazioni che la rivoluzione digitale porta con sé, quali i valori che ci devono sostenere?”.
Non penso di fare nessuno spoiler, se vi dico che nessuno fra i big presenti ha saputo fornire una risposta anche solo lontanamente soddisfacente.
L’incontro si è svolto nell’ Aula Magna Benedetto XVI ,

con di fronte alla platea, la cattedra con il grande mosaico da cui il Divino Maestro pronuncia la sua Parola, attorniato dalle mistiche pecorelle e contornato in alto dai simboli degli Evangelisti con la scritta: “Magister vester unus est Christus”.

Il grande Cristo in Mandorla mosaicato, che guarda le spalle ai signori di Google, di Dentsu, di Vice e di CandyCrush (sì, c’era pure il capo della software house che ha ideato il giochino delle palline colorate), ci fisserà tutti, vigile, per l’intera durata della conferenza. E sarà stata la suggestione o il poco sonno ma il Suo sguardo in certi momenti mi sembrava terso, come se stesse percependo la difficoltà di infondere strutture assiologiche come i Valori nel flusso dirompente, disordinato e discontinuo, che è il web.

I relatori di Core Values

Valori nell'era digitale Core Values

La conferenza è stata suddivisa in tre fasi: Comunicazione, Advertising, Tecnologia.
A seconda della loro specificità, competenza o agiatezza nel parlare, i relatori erano stati assegnati a una di queste fasi e insieme formavano un panel di alto livello che per un’ora e quarantacinque avrebbe provato a snocciolare il discorso dei Valori nel web dal loro prestigioso punto di vista.

Advertisting | Moderator: Philip Larrey, Pontifical Lateran University;  Vatican City

Communications | Moderator: David Willey, Vatican Corrispondent for BBC;  Vatican City

New digital technologies | Moderator: Delia Gallagher, Vatican Correspondent for CNN;  Vatican City

Eric Schmidt, Executive Chairman of Alphabet;  USA,  fa la suo comparsa solo in digitale, appunto, tramite un video-messaggio, lasciando l’onere dell’argomentazione a Carlo D’asaro Biondo. Questo un po’ ci è spiaciuto perché l’opportunità di conoscere l’artefice del nuovo assetto societario di big G, sarebbe stato elettrizzante. Ma abbiamo ascoltato tutti gli interventi con interesse e curiosità, senza però avere una reale idea di come rispondere alla domanda posta dagli organizzatori del Vaticano.
I relatori hanno spiegato come si possono sfruttare le nuove tecnologie per indurre gli utenti ad assumere atteggiamenti responsabili. Hanno fatto ad esempio vedere il prototipo di una chiave d’accensione di un’automobile che funziona solo se il tasso alcolico del guidatore è a norma di legge.
Hanno parlato di come il digitale può dare nuova rilevanza e nuove analisi a problemi sociologici che affliggono la nostra società. Hanno discorso su come la comunicazione attraverso mezzi digitali sia una potente occasione per incanalare messaggi in un sistema media many to many. Si è citato l’importantissimo ruolo del carattere multimediale dei contenuti e quindi di nuove forme di narrazione e comunicazione interattiva. In certi casi di comunicazione all’interno di una realtà aumentata, e dunque delle nuove frontiere della proiezione identitaria degli individui, non più online, bensì onlife: una dimensione in cui vita digitale e analogica si mischiano e si aumentano vicendevolmente, espandendosi una nei confini dell’altra.

Trasmissione valori nell'era digitali

photocredit: f. Bottino

Ai panel, sono seguite cinque domande da parte dei partecipanti. Una di queste domande era formulata dal sottoscritto. Mi presento (bisognava presentare il prorio ruolo se no nun te facevano parlà!). Spiego che sono CEO di una piattaforma che permette a chiunque, ovunque, di leggere gratis in streaming. Mi rivolgo ai relatori del secondo panel, quello della comunicazione. Chiedo loro come sia possibile permeare l’iper-testo di valori, quando i valori (antropologicamente) chiaramente necessitano di testi non mobili, di testi fermi, costanti e sempiterni, che possano offrire la stessa lettura degli stessi valori per le generazioni presenti e poi future. Soprattutto se si pensa al fatto che uno dei grandi problemi del web è proprio la non permanenza delle informazioni, la loro veloce stratificazione.
A rispondermi è Mr. Lowe che sorride e mi dice che sono proprio i giovani che lavorano su progetti innovativi come le start up, che hanno l’opportunità di sperimentare nuove metodologie di fruizione e distribuzione dei contenuti, coloro che dovranno trovare le risposte per dare vita a nuove metodologie di trasmissione dei valori.

La fisicità dei valori versus la complessità del web

Perché è questo, secondo me, uno dei punto principali.
Mi spiego, approfondendo la ragione della mia domanda sulla stratificazione delle informazioni.
Per prendere un esempio caro alla Chiesa, parlando dunque di Valori Cristiani, facciamo riferimento a un sistema assiologico talmente consolidato che si interseca così tanto con la nostra immaginazione etica, da diventare cultura. Questo processo di culturalizzazione dei valori, viene reso possibile dalla presenza di testi fisici che descrivono l’applicazione di questi valori. Questi testi danno ai valori una cosmologia credibile (soprattutto per la cultura di riferimento). Questa fa sì che i valori vengano ripresi in testi satellite o indipendenti, talvolta conseguenti, che si fondano però sullo stesso sistema assiologico. Un esempio di questa subordinazione assiologica fra due opere conseguenti e di natura differente è dato dal rapporto fra il Nuovo Testamento e la Divina Commedia di Dante.
La Divina Commedia riprende dei valori descritti nel suo testo di riferimento (il Nuovo Testamento) e li ripropone dandone una lettura, per l’epoca, moderna.
A sua volta la Divina Commedia giunge a noi grazie a testi di studio, critica e citazione, contribuendo alla formazione della nostra cultura; che di fatto è cristianizzata.
Vige sempre, tuttavia, la fisicità del supporto mediatico (testo), il quale, nella sua fisicità, trova rimedio alla stratificazione delle informazioni successive.
Il web non ha ancora ovviato a questo problema, ovvero il sistema di raccolta delle informazioni e quindi dei testi non applica dei filtri per manipolare la permanenza di questo testo nel flusso principale di informazioni. Questo fa sì che un’informazione, anche testuale, non possa da sola consistere nel fondamento (o nella perpetuazione) di un valore. E che a sua volta quest non sia in grado di esercitare un’ influenza culturale sufficientemente proiettata nel lungo periodo, da permettere la nascita di contenuti satellite conseguenti, che hanno la funzione di ammodernare i valori e dar loro nuovi fruitori e nuovi orizzonti.
Il flusso continuo di informazioni eterogenee, assieme alla loro conseguente stratificazione, è solo uno degli aspetti della complessità del web.
I valori hanno bisogno di un manifesto sempre accessibile per sussistere. Per diffondere questo manifesto e, affinché sia efficace, dobbiamo prima chiederci come affiggerlo in alto, laddove nessuno possa metterci sopra qualcos’altro.
Riusciremo a civilizzare (in senso stretto) l’internet solo quando questo smetterà di essere un non-luogo e quindi verrà trattato come una vera e propria estensione territoriale, che necessita degli stessi processi teoretici, che sono stati necessari per intendere il mondo analogico nella sua natura complessa.
Che, fuori metafora, vorrebbe poi dire:
“prima troviamo un modo per affrontare e governare il web semantico nella sua reale complessità al fine di rendere i giusti contenuti sempre accessibili, con facilità, al fine di creare un meccanismo vero di diffusione culturale, poi pensiamo a quali valori infondergli”.
Come fare?
Non ne ho idea.

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7 novembre 2016 | , , , , ,

A Torino nasce un nuovo centro per lo sviluppo di tecnologie innovative per contrastare il riscaldamento globale. Si chiamerà Centre for Sustainable Futures dell’Istituto Italiano di (altro…)

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