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Sia la stampa locale che i politici locali almeno di tanto in tanto si occupano di Intesa Sanpaolo e di Unicredit. Il problema pero’ non e` tanto vedere se il tal direttore di provenienza sanpaolina verra` o meno sostituito da un collega  targato Intesa, ne’ se il presidente della Compagnia di Sanpaolo sara` Tizio invece di Caio. Direi perfino che il problema non puo’ limitarsi a vedere quanti posti di lavoro i due principali gruppi bancari nazionali mantengano a Torino. Questo e` certo importante, ma non garantisce nulla e nessuno. Quello che oggi si fa’  a Torino o a Moncalieri domani potra` venire spostato in Romania o in India. Pensando al futuro di Torino si dovrebbe tenere conto che il settore bancario e finanziario potrebbe essere una fonte di sviluppo e di occupazione di qualita` per la citta` e la regione, cosi’ come lo e` stato per quasi un millennio, almeno da quando i monaci di Staffarda hanno iniziato a prestare denaro. Bisogna pero’ distinguere tra la presenza di sportelli bancari  e la presenza di strutture direzionali centrali. I primi saranno presenti a Torino comunque, almeno finche` a Torino ci sara` qualche attivita` economica; gli sportelli bancari  pero’ vengono sempre piu’ ad assomigliare ad una commodity, ad un bene fungibile e facilmente comparabile con beni simili, quasi si trattasse di grano, petrolio o margarina. Questi beni sono fortemente esposti alla concorrenza nazionale ed internzazionale.  In  essi la riduzione dei salari reali  e la precarizzazione del lavoro ha ed avra’ luogo come in ogni altro settore. Le strutture centrali e direzionali sono  poche. Il tipo di lavoro che essere richiedono e` spesso piu’ qualificato di quello richiesto dagli sportelli e quindi un po’  meno esposto ad una concorrenza basata  solo sul prezzo. Essi sono e saranno capaci di offrire lavoro  meglio retribuito. Non necessariamente pero’ essi dovranno essere presenti a Torino in futuro.  Torino non ha nessun diritto divino ad ospitare delle direzioni bancarie. La partita piu’ interessante consiste nell’aggiudicarsi una fetta consistente di queste ultime. Cio’ accadra’  se ci sara` una banca  che avra`  cuore, mente e portafoglio a Torino. Purtroppo quando ancora esistevano   Banca CRT e Istituto Sanpaolo, per una visione miope, si e` persa l’opportunita` di fonderle e di creare una banca piu’ grande, fortemente radicata  sotto la mole.  Forse pero’ non tutto e` perduto. Molto dipendera` dal fatto se il futuro sindaco di Torino sapra` rendersi conto che le fondazioni bancarie potrebbero fare gioco di squadra, facendo convergere le loro partecipazioni su di una sola banca, dove a quel punto Torino potrebbe contare maggiormente. Non e` escluso che il ministro del Tesoro si metta di traverso e cerchi di bloccare detto progetto, perche’ non gradito oltre il Ticino, ma almeno meriterebbe fare un serio tentativo, magari nel momento in cui Tremonti venisse sostituito da un ministro del tesoro meno legato agli interessi della Lombardia e della Lega Nord. Nel momento in cui si riuscisse a fare si’ che ci sia`  una banca, dove Torino gioca davvero un ruolo importante, controllando una preponderante maggioranza relativa, sarebbe  possibile vigilare affinche’ le scelte strategiche di quella banca tengano conto delle caratteristiche proprie di Torino e del Piemonte e non penalizzino questa citta’ e questa regione.  Per esempio si potrebbe cercare di far si’ che quella banca sia capace di valutare, selezionare e finanziare progetti ad alto contenuto tecnologico ed innovativo, per i quali Torino ha una speciale vocazione.  Si dovrebbe altresi’ essere capaci di portare a Torino alcune importanti centri decisionali con tutte le conseguenze del caso, sia in termini di visione strategica  che di generazione di indotto. Ogni scelta tecnica e’ influenzabile da considerazioni di tipo politico. Torino non puo’ permettersi di fornire capitale a banche che lascino prevalere gli interessi politici di altri territori sulle loro scelte di investimento e di sviluppo. D’altro canto non sarebbe chiedere troppo che vari uffici centrali avessero sede a Torino e qui generassero alcune commesse di tipo professionale o consulenziale. Naturalmente perche` un processo del genere abbia luogo sarebbe necessario avere un sindaco che colga la differenza tra investimento diretto ed investimento finanziario o di portafoglio. Quest’ultimo e` finalizzato a raccogliere anche a breve dei dividendi ed una valorizzazione del capitale a fronte di un rischio minimo. Chi si muove in quest’ ottica di investimento di portafoglio cerca di diversificare i propri investimenti, non solo tra aziende diverse dello stesso settore, ma anche tra settori e paesi diversi. Chi invece effettua investimenti diretti o industriali, ha un progetto di medio-lungo termine che si attua influenzando o controllando le scelte di un’azienda, anche giocando un ruolo importante nella nomina dell’amministratore delegato e del presidente dell’azienda. Come si puo’ chiaramente vedere, il Comune di Torino, finora non ha scelto tra l’uno e l’altro tipo di intervento.  Non e` riuscito ad acquisire, tramite le due fondazioni controllate, un ruolo centrale ne` in Intesa-Sanpaolo ne` in Unicredit. D’altra parte non ha nemmeno optato per un tipo di investimento chiaramente finanziario o di portafoglio, che non permetterebbe che gran parte del capitale delle due fondazioni bancarie torinesi sia investito in due sole banche entrambe italiane. Il futuro sindaco di Torino dovra` porsi questo problema in modo chiaro, cercando di dare ad esso una risposta coerente. Naturalmente sarebbe ancora meglio se volesse informare gli elettori cui chiede il voto circa le sue intenzioni. Ad onore del vero va detto che se l’approccio di Chiamparino al futuro del settore bancario a Torino e` stato carente,  le forze di opposizione non hanno mai proposto una visione piu’ chiara e coerente, che andasse oltre la proposta di collocare  qualche loro esponente o simpatizzante in qualche consiglio. Il passato e` passato, ora e` tempo di parlare seriamente del futuro del settore bancario a Torino.

Sia la stampa locale che i politici locali almeno di tanto in tanto si occupano di Intesa Sanpaolo e di Unicredit. Il problema pero’ non e` tanto vedere se il tal direttore di provenienza sanpaolina verra` o meno sostituito da un collega  targato Intesa, ne’ se il presidente della Compagnia di Sanpaolo sara` Tizio invece di Caio. Direi perfino che il problema non puo’ limitarsi a vedere quanti posti di lavoro i due principali gruppi bancari nazionali mantengano a Torino. Questo e` certo importante, ma non garantisce nulla e nessuno. Quello che oggi si fa’  a Torino o a Moncalieri domani potra` venire spostato in Romania o in India.

Pensando al futuro di Torino si dovrebbe tenere conto che il settore bancario e finanziario potrebbe essere una fonte di sviluppo e di occupazione di qualita` per la citta` e la regione, cosi’ come lo e` stato per quasi un millennio, almeno da quando i monaci di Staffarda hanno iniziato a prestare denaro. Bisogna pero’ distinguere tra la presenza di sportelli bancari  e la presenza di strutture direzionali centrali. I primi saranno presenti a Torino comunque, almeno finche` a Torino ci sara` qualche attivita` economica; gli sportelli bancari  pero’ vengono sempre piu’ ad assomigliare ad una commodity, ad un bene fungibile e facilmente comparabile con beni simili, quasi si trattasse di grano, petrolio o margarina. Questi beni sono fortemente esposti alla concorrenza nazionale ed internzazionale.  In  essi la riduzione dei salari reali  e la precarizzazione del lavoro ha ed avra’ luogo come in ogni altro settore. Le strutture centrali e direzionali sono  poche. Il tipo di lavoro che essere richiedono e` spesso piu’ qualificato di quello richiesto dagli sportelli e quindi un po’  meno esposto ad una concorrenza basata  solo sul prezzo. Essi sono e saranno capaci di offrire lavoro  meglio retribuito. Non necessariamente pero’ essi dovranno essere presenti a Torino in futuro.  Torino non ha nessun diritto divino ad ospitare delle direzioni bancarie. La partita piu’ interessante consiste nell’aggiudicarsi una fetta consistente di queste ultime. Cio’ accadra’  se ci sara` una banca  che avra`  cuore, mente e portafoglio a Torino.

Purtroppo quando ancora esistevano   Banca CRT e Istituto Sanpaolo, per una visione miope, si e` persa l’opportunita` di fonderle e di creare una banca piu’ grande, fortemente radicata  sotto la mole.  Forse pero’ non tutto e` perduto. Molto dipendera` dal fatto se il futuro sindaco di Torino sapra` rendersi conto che le fondazioni bancarie potrebbero fare gioco di squadra, facendo convergere le loro partecipazioni su di una sola banca, dove a quel punto Torino potrebbe contare maggiormente. Non e` escluso che il ministro del Tesoro si metta di traverso e cerchi di bloccare detto progetto, perche’ non gradito oltre il Ticino, ma almeno meriterebbe fare un serio tentativo, magari nel momento in cui Tremonti venisse sostituito da un ministro del tesoro meno legato agli interessi della Lombardia e della Lega Nord. Nel momento in cui si riuscisse a fare si’ che ci sia`  una banca, dove Torino gioca davvero un ruolo importante, controllando una preponderante maggioranza relativa, sarebbe  possibile vigilare affinche’ le scelte strategiche di quella banca tengano conto delle caratteristiche proprie di Torino e del Piemonte e non penalizzino questa citta’ e questa regione.  Per esempio si potrebbe cercare di far si’ che quella banca sia capace di valutare, selezionare e finanziare progetti ad alto contenuto tecnologico ed innovativo, per i quali Torino ha una speciale vocazione.  Si dovrebbe altresi’ essere capaci di portare a Torino alcune importanti centri decisionali con tutte le conseguenze del caso, sia in termini di visione strategica  che di generazione di indotto. Ogni scelta tecnica e’ influenzabile da considerazioni di tipo politico. Torino non puo’ permettersi di fornire capitale a banche che lascino prevalere gli interessi politici di altri territori sulle loro scelte di investimento e di sviluppo. D’altro canto non sarebbe chiedere troppo che vari uffici centrali avessero sede a Torino e qui generassero alcune commesse di tipo professionale o consulenziale.

Naturalmente perche` un processo del genere abbia luogo sarebbe necessario avere un sindaco che colga la differenza tra investimento diretto ed investimento finanziario o di portafoglio. Quest’ultimo e` finalizzato a raccogliere anche a breve dei dividendi ed una valorizzazione del capitale a fronte di un rischio minimo. Chi si muove in quest’ ottica di investimento di portafoglio cerca di diversificare i propri investimenti, non solo tra aziende diverse dello stesso settore, ma anche tra settori e paesi diversi. Chi invece effettua investimenti diretti o industriali, ha un progetto di medio-lungo termine che si attua influenzando o controllando le scelte di un’azienda, anche giocando un ruolo importante nella nomina dell’amministratore delegato e del presidente dell’azienda. Come si puo’ chiaramente vedere, il Comune di Torino, finora non ha scelto tra l’uno e l’altro tipo di intervento.  Non e` riuscito ad acquisire, tramite le due fondazioni controllate, un ruolo centrale ne` in Intesa-Sanpaolo ne` in Unicredit. D’altra parte non ha nemmeno optato per un tipo di investimento chiaramente finanziario o di portafoglio, che non permetterebbe che gran parte del capitale delle due fondazioni bancarie torinesi sia investito in due sole banche entrambe italiane. Il futuro sindaco di Torino dovra` porsi questo problema in modo chiaro, cercando di dare ad esso una risposta coerente. Naturalmente sarebbe ancora meglio se volesse informare gli elettori cui chiede il voto circa le sue intenzioni. Ad onore del vero va detto che se l’approccio di Chiamparino al futuro del settore bancario a Torino e` stato carente,  le forze di opposizione non hanno mai proposto una visione piu’ chiara e coerente, che andasse oltre la proposta di collocare  qualche loro esponente o simpatizzante in qualche consiglio.

Il passato e` passato, ora e` tempo di parlare seriamente del futuro del settore bancario a Torino.

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