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Io sono un cattivo cronista. Perché? Semplicissimo. Perché nel giornalismo il pronome "io" sarebbe da evitare sempre. Norma sacrosanta, sostenuta da ottime ragioni etiche. Eppure qui, all'interno di un blog che sembra un quaderno di appunti o una stanza da arredare, mi sento autorizzato a un piccolo strappo alla regola e, quasi senza farci caso, mi concedo una digressione personale.

Sono nato e cresciuto a Torino, ma i miei nonni paterni erano pugliesi, di Polignano a Mare, il bellissimo paese arrampicato sulla scogliera adriatica che ha dato i natali a Domenico Modugno. Così a casa mia le canzoni di "mister Volare" hanno sempre avuto un posto di riguardo. Ne ricordo una in particolare, che ascoltavo da bambino. Si intitola Pasqualino Maraja: parla di un umilissimo pescatore di Sorrento e del suo fortuito incontro con una principessa indiana, che si innamora di lui e lo sposa, rendendolo ricchissimo. La storia in sé, ovviamente, è solo un pretesto. Ciò che mi interessa sono i primi versi della canzone: "Un certo Pasqualino pescatore viveva in assoluta povertà, però sentiva sempre in fondo al cuore qualcosa che diceva 'un dì verrà'".

Recentemente  queste semplici parole mi sono tornate alla memoria e a volte mi sorprendo a canticchiarle, come un piccolo mantra quotidiano. Che c'entrano col presente? Non sono sicuro di saperlo. Non so neppure se parlare di canzoni abbia senso in tempi difficili, di tagli al sociale e diritti in bilico. Pochi giorni fa un ragazzo disabile della Toscana ha scritto al ministro Gelmini, chedendole "il diritto allo studio non dovrebbe essere garantito a tutti dalla Costituzione? E allora perché devo combattere per avere un insegnante di sostegno a scuola?". Storie impensabili. E non dall'altra parte del mondo, ma qui a due passi. Storie a cui non si può rispondere con l'immaginazione, con la fantasia della voce "in fondo al cuore".

Eppure, tra tante storie di ordinaria sopraffazione ci sono anche piccole, ordinarie vittorie. Ci sono gli atleti paralimpici che gareggiano sul Po (in tanti ieri hanno sfidato il freddo) e caparbiamente si allenano in vista di Londra 2012. Ci sono i ragazzi di Lis Subito che nonostante i silenzi istituzionali  non hanno interrotto la loro battaglia per il riconoscimento della lingua dei segni. Ci sono i volontari di mille associazioni sempre in movimento. Gente che lavora sodo e fa poco rumore. Credo che chi si occupa di informazione abbia il dovere di parlare di loro, esattamente come ha il dovere di denunciare abusi e anacronismi.

Forse quelle semplici parole di Modugno ripescate dalla memoria (non si parlava per l'appunto di un pescatore?) volevano dirmi soltanto questo. Nel mare della fatica e dei naufragi ci sono anche un sacco di "Pasqualino", persone che non smettono di sentire "qualcosa che dice 'un dì verrà'". E non si accontentano di sentire, ma a quel "qualcosa" cercano di dar spazio con il coraggio del fare. A tutti loro vorrei fossero dedicate le pagine di questo piccolo "quaderno di appunti".

Io sono un cattivo cronista. Perché? Semplicissimo. Perché nel giornalismo il pronome “io” sarebbe da evitare sempre. Norma sacrosanta, sostenuta da ottime ragioni etiche. Eppure qui, all’interno di un blog che sembra un quaderno di appunti o una stanza da arredare, mi sento autorizzato a un piccolo strappo alla regola e, quasi senza farci caso, mi concedo una digressione personale.

Sono nato e cresciuto a Torino, ma i miei nonni paterni erano pugliesi, di Polignano a Mare, il bellissimo paese arrampicato sulla scogliera adriatica che ha dato i natali a Domenico Modugno. Così a casa mia le canzoni di “mister Volare” hanno sempre avuto un posto di riguardo. Ne ricordo una in particolare, che ascoltavo da bambino. Si intitola Pasqualino Maraja: parla di un umilissimo pescatore di Sorrento e del suo fortuito incontro con una principessa indiana, che si innamora di lui e lo sposa, rendendolo ricchissimo. La storia in sé, ovviamente, è solo un pretesto. Ciò che mi interessa sono i primi versi della canzone: “Un certo Pasqualino pescatore viveva in assoluta povertà, però sentiva sempre in fondo al cuore qualcosa che diceva ‘un dì verrà'”.

Recentemente  queste semplici parole mi sono tornate alla memoria e a volte mi sorprendo a canticchiarle, come un piccolo mantra quotidiano. Che c’entrano col presente? Non sono sicuro di saperlo. Non so neppure se parlare di canzoni abbia senso in tempi difficili, di tagli al sociale e diritti in bilico. Pochi giorni fa un ragazzo disabile della Toscana ha scritto al ministro Gelmini, chedendole “il diritto allo studio non dovrebbe essere garantito a tutti dalla Costituzione? E allora perché devo combattere per avere un insegnante di sostegno a scuola?”. Storie impensabili. E non dall’altra parte del mondo, ma qui a due passi. Storie a cui non si può rispondere con l’immaginazione, con la fantasia della voce “in fondo al cuore”.

Eppure, tra tante storie di ordinaria sopraffazione ci sono anche piccole, ordinarie vittorie. Ci sono gli atleti paralimpici che gareggiano sul Po (in tanti ieri hanno sfidato il freddo) e caparbiamente si allenano in vista di Londra 2012. Ci sono i ragazzi di Lis Subito che nonostante i silenzi istituzionali  non hanno interrotto la loro battaglia per il riconoscimento della lingua dei segni. Ci sono i volontari di mille associazioni sempre in movimento. Gente che lavora sodo e fa poco rumore. Credo che chi si occupa di informazione abbia il dovere di parlare di loro, esattamente come ha il dovere di denunciare abusi e anacronismi.

Forse quelle semplici parole di Modugno ripescate dalla memoria (non si parlava per l’appunto di un pescatore?) volevano dirmi soltanto questo. Nel mare della fatica e dei naufragi ci sono anche un sacco di “Pasqualino”, persone che non smettono di sentire “qualcosa che dice ‘un dì verrà'”. E non si accontentano di sentire, ma a quel “qualcosa” cercano di dar spazio con il coraggio del fare. A tutti loro vorrei fossero dedicate le pagine di questo piccolo “quaderno di appunti”.

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