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Sabato scorso il quotidiano La Stampa è uscito con una pagina dedicata alla "piaga dei falsi invalidi", con tanto di titolone a quattro colonne: "un conto da 90 milioni". Il giornale descrive il campionario dei furbastri pizzicati dall'Inps negli ultimi mesi, storie all'italiana da fare invidia ai film di Totò: c'è la signora cieca che in realtà lavora come parrucchiera, c'è il pensionato sordo che suona nella banda del paese, c'è la famiglia napoletana con ben 16 invalidi, tutti fasulli. Storie vere, purtroppo. Situazioni di spreco che vanno assolutamente perseguite, nell'interesse di tutti. Però, al di là di questo, ci permettiamo qualche piccolo commento.

L'articolo riporta alcune dichiarazioni di Antonio Mastrapasqua, presidente dell'Inps (lo stesso di "un invalido su quattro è falso"). Mastrapasqua torna all'attacco, parlando di 90 milioni di Euro recuperati in 2 anni grazie all'affinamento dei controlli. Poi, riguardo alle Commissioni di Valutazione dell'handicap, aggiunge: "Nonostante le ripetute denunce da parte nostra, nessun presidente di Commissione è mai stato rimosso". Sono frasi che forse andrebbero smussate, o quantomeno integrate. Stando a queste affermazioni, verrebbe da immaginare le Commissioni di Valutazione come delle assemblee di sempliciotti che elargiscono certificazioni alla leggera o che, peggio ancora, scendono volentieri a compromessi. La realtà però, almeno al Nord, è ben diversa. I controlli sono severi e i parametri molto rigidi. Troppo, a volte. Un esempio? Prendiamo il mondo degli ipovedenti. Quanto al riconoscimento della loro disabilità, per molto tempo l'unico dato considerato è stato quello dell'acuità visiva (il visus degli oculisti); oggi (ma si è dovuto lavorare molto) nei parametri rientra anche il campo visivo. Resta però escluso il fattore affaticamento, fondamentale per chi svolge un'attività lavorativa. Si potrebbero citare tanti esempi simili (ogni forma di disabilità ha i suoi). Purtroppo si è ancora ben lontani dalla definizione di criteri equi e i corridoi degli uffici Inps potrebbero raccontare storie di disabili che avrebbero diritto al riconoscimento di un handicap ma che restano intrappolati nella rete delle pignolerie burocratiche e delle documentazioni mediche.

Infine un commento sui dati. Nonostante sia in corso da mesi una guerra dei numeri, sembra accertato che i falsi invalidi sono il 4% del totale: un numero che certamente può e deve essere ridotto (a beneficio di tutti), ma che non va enfatizzato. Mostrare le immagini della finta cieca che acconcia i capelli o del presunto sordo che suona nella banda è senz'altro molto 'pittoresco', fa notizia e fa gridare allo scandalo. Da questo bel quadretto però resta fuori il 96% di disabili veri, che ogni giorno si destreggiano tra barriere architettoniche fisiche e mentali. Magari sarebbe ora che qualcuno cominciasse a parlare anche di loro.

Sabato scorso il quotidiano La Stampa è uscito con una pagina dedicata alla “piaga dei falsi invalidi”, con tanto di titolone a quattro colonne: “un conto da 90 milioni”. Il giornale descrive il campionario dei furbastri pizzicati dall’Inps negli ultimi mesi, storie all’italiana da fare invidia ai film di Totò: c’è la signora cieca che in realtà lavora come parrucchiera, c’è il pensionato sordo che suona nella banda del paese, c’è la famiglia napoletana con ben 16 invalidi, tutti fasulli. Storie vere, purtroppo. Situazioni di spreco che vanno assolutamente perseguite, nell’interesse di tutti. Però, al di là di questo, ci permettiamo qualche piccolo commento.

L’articolo riporta alcune dichiarazioni di Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps (lo stesso di “un invalido su quattro è falso”). Mastrapasqua torna all’attacco, parlando di 90 milioni di Euro recuperati in 2 anni grazie all’affinamento dei controlli. Poi, riguardo alle Commissioni di Valutazione dell’handicap, aggiunge: “Nonostante le ripetute denunce da parte nostra, nessun presidente di Commissione è mai stato rimosso”. Sono frasi che forse andrebbero smussate, o quantomeno integrate. Stando a queste affermazioni, verrebbe da immaginare le Commissioni di Valutazione come delle assemblee di sempliciotti che elargiscono certificazioni alla leggera o che, peggio ancora, scendono volentieri a compromessi. La realtà però, almeno al Nord, è ben diversa. I controlli sono severi e i parametri molto rigidi. Troppo, a volte. Un esempio? Prendiamo il mondo degli ipovedenti. Quanto al riconoscimento della loro disabilità, per molto tempo l’unico dato considerato è stato quello dell’acuità visiva (il visus degli oculisti); oggi (ma si è dovuto lavorare molto) nei parametri rientra anche il campo visivo. Resta però escluso il fattore affaticamento, fondamentale per chi svolge un’attività lavorativa. Si potrebbero citare tanti esempi simili (ogni forma di disabilità ha i suoi). Purtroppo si è ancora ben lontani dalla definizione di criteri equi e i corridoi degli uffici Inps potrebbero raccontare storie di disabili che avrebbero diritto al riconoscimento di un handicap ma che restano intrappolati nella rete delle pignolerie burocratiche e delle documentazioni mediche.

Infine un commento sui dati. Nonostante sia in corso da mesi una guerra dei numeri, sembra accertato che i falsi invalidi sono il 4% del totale: un numero che certamente può e deve essere ridotto (a beneficio di tutti), ma che non va enfatizzato. Mostrare le immagini della finta cieca che acconcia i capelli o del presunto sordo che suona nella banda è senz’altro molto ‘pittoresco’, fa notizia e fa gridare allo scandalo. Da questo bel quadretto però resta fuori il 96% di disabili veri, che ogni giorno si destreggiano tra barriere architettoniche fisiche e mentali. Magari sarebbe ora che qualcuno cominciasse a parlare anche di loro.

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