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La scena più famosa è senz'altro quella della pazzia. L'orchestra tace, Lucia rimane da sola e dialoga con un flauto. Questo strumento diventa quasi un personaggio, un'entità ambigua e sfuggente che solo la protagonista, nel suo stato di alienazione, riesce a percepire. E' un momento di grande intensità emotiva, capace di toccare corde profonde. Stiamo parlato di Lucia di Lammermoor, opera di Gaetano Donizetti, un fiore all'occhiello del melodramma italiano. Grazie a una collaborazione tra il Teatro Regio di Torino, l'Unione dei Ciechi e l'associazione Isiviù, l'incanto di questo spettacolo diventa accessibile anche a un gruppo di non vedenti e ipovedenti. Ecco come.

Tecnicamente si chiama audiodescrizione ed è una conquista dei nostri tempi (visto che è possibile solo grazie a un sistema di auricolari collegati con una trasmittente), anche se in realtà questa tecnica ha alle spalle una lunga storia. Grandi autori e drammaturghi hanno sostenuto che a volte "il racconto del teatro è più interessante del teatro", perché lascia aperti i canali dell'immaginazione. E quando parliamo di opera lirica, cioè di uno spettacolo che affida alla musica un ruolo drammatico, questa considerazione diventa ancora più pregnante.

E' una calda serata di inizio estate, il sole all'imbrunire distende i suoi colori sull'atrio del Regio. Lentamente il pubblico prende posto in teatro. Le luci si abbassano, il brusio cala. Il maestro Bruno Campanella solleva la bacchetta per dare l'attacco all'orchestra e d'improvviso l'aria è piena delle prime note della Sinfonia. Si comincia. Gli ospiti ciechi e ipovedenti hanno già indossato le cuffie mentre la voce guida annuncia la comparsa del coro. A "raccontare" la scena è Barbara Marsala (Isiviù), un timbro caldo e pacato: si ritaglia con discrezione i suoi spazi tra un'aria e l'altra, fa il possibile per non "disturbare" la musica e non spezzare i momenti più carichi di emozione.

Le persone cieche devono costruire il quadro "da zero", invece gli ipovedenti riescono a cogliere qualcosa del meraviglioso allestimento pensato dal regista Graham Vick, ma la voce guida è comunque molto utile anche a loro, perché li aiuta a cogliere alcuni dettagli carichi di significato: il pallore sul volto di Lucia, il tremore di lei, il gesto di impazienza con cui Enrico (fratello della protagonista) vuota il bicchiere di vino. Piccole tessere che messe insieme compongono un mosaico di aspetti psicologici e di felici intuizioni drammatiche. La serata è un successo: molti gli applausi a scena aperta e tripudio conclusivo per il cast. Al termine dello spettacolo nel gruppo di ciechi e ipovedenti c'è grande soddisfazione: ciascuno ha "visto", pensato, costruito la scena a modo suo (certamente introducendovi qualche tratto personale); tutti si portano a casa un'esperienza emozionante che sarebbe bello poter replicare in futuro.

La scena più famosa è senz’altro quella della pazzia. L’orchestra tace, Lucia rimane da sola e dialoga con un flauto. Questo strumento diventa quasi un personaggio, un’entità ambigua e sfuggente che solo la protagonista, nel suo stato di alienazione, riesce a percepire. E’ un momento di grande intensità emotiva, capace di toccare corde profonde. Stiamo parlato di Lucia di Lammermoor, opera di Gaetano Donizetti, un fiore all’occhiello del melodramma italiano. Grazie a una collaborazione tra il Teatro Regio di Torino, l’Unione dei Ciechi e l’associazione Isiviù, l’incanto di questo spettacolo diventa accessibile anche a un gruppo di non vedenti e ipovedenti. Ecco come.

Tecnicamente si chiama audiodescrizione ed è una conquista dei nostri tempi (visto che è possibile solo grazie a un sistema di auricolari collegati con una trasmittente), anche se in realtà questa tecnica ha alle spalle una lunga storia. Grandi autori e drammaturghi hanno sostenuto che a volte “il racconto del teatro è più interessante del teatro”, perché lascia aperti i canali dell’immaginazione. E quando parliamo di opera lirica, cioè di uno spettacolo che affida alla musica un ruolo drammatico, questa considerazione diventa ancora più pregnante.

E’ una calda serata di inizio estate, il sole all’imbrunire distende i suoi colori sull’atrio del Regio. Lentamente il pubblico prende posto in teatro. Le luci si abbassano, il brusio cala. Il maestro Bruno Campanella solleva la bacchetta per dare l’attacco all’orchestra e d’improvviso l’aria è piena delle prime note della Sinfonia. Si comincia. Gli ospiti ciechi e ipovedenti hanno già indossato le cuffie mentre la voce guida annuncia la comparsa del coro. A “raccontare” la scena è Barbara Marsala (Isiviù), un timbro caldo e pacato: si ritaglia con discrezione i suoi spazi tra un’aria e l’altra, fa il possibile per non “disturbare” la musica e non spezzare i momenti più carichi di emozione.

Le persone cieche devono costruire il quadro “da zero”, invece gli ipovedenti riescono a cogliere qualcosa del meraviglioso allestimento pensato dal regista Graham Vick, ma la voce guida è comunque molto utile anche a loro, perché li aiuta a cogliere alcuni dettagli carichi di significato: il pallore sul volto di Lucia, il tremore di lei, il gesto di impazienza con cui Enrico (fratello della protagonista) vuota il bicchiere di vino. Piccole tessere che messe insieme compongono un mosaico di aspetti psicologici e di felici intuizioni drammatiche. La serata è un successo: molti gli applausi a scena aperta e tripudio conclusivo per il cast. Al termine dello spettacolo nel gruppo di ciechi e ipovedenti c’è grande soddisfazione: ciascuno ha “visto”, pensato, costruito la scena a modo suo (certamente introducendovi qualche tratto personale); tutti si portano a casa un’esperienza emozionante che sarebbe bello poter replicare in futuro.

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