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Casale Monferrato, una battaglia di civiltà

Il 14 febbraio si è giunti a sentenza nel processo di primo grado nei confronti dell’azienda Eternit Italia. Una pagina storica. Un processo estremamente importante che per l’imponente numero di parti civili è stato definito da da primato. Ma purtroppo il primato è anche e soprattutto l’elevatissimo numero di vittime da esposizione all’amianto; oltre 2300, di cui 1500 nella sola città di Casale Monferrato.

Moltissime bandiere tricolori con la scritta giustizia sulle spalle, a testimoniare che nel Paese è ancora possibile chiedere giustizia ed ottenerla. In quell’elenco interminabile vite spezzate, scandite nei nomi di chi non c’è più e di chi per tutta la vita dovrà portare dentro il dolore della loro assenza. Le prime parole nella lettura della sentenza sembrano per un momento scaldare quelle aule, ma soprattutto quei cuori a cui la perdita dei loro congiunti ha lasciato il gelo del dolore. La lettura del dispositivo si è conclusa con una condanna che ha riconosciuto il dolo e la colpa cosciente. Nessun dubbio insomma. Una sentenza purtroppo non può fare miracoli; non riporta indietro nessuno ma allevia la pena perchè tutto non può esaurirsi in un verdetto di non colpevolezza, che tutto è un caso o una tragica fatalità.

Lo stillicidio che si percepiva chiaramente nella lettura di quei nomi allontana brutalmente, senza ammettere repliche, per chi avesse pensato per un attimo soltanto che la tragedia di Casale possa ascriversi all’albo delle tragiche fatalità.

Le parole del giudice Casalbore sono state ascoltate con una vasta molteplicità di reazioni. Chi ha liberato il magone che si portava da anni nel petto cedendo ad un pianto ininterrotto; chi come la signora Romana, a cui l’amianto ha sterminato la famiglia, non riesce a piangere,a “sbloccarsi”, ma con tutta la sua forza e il suo coraggio continua a  ripetere che questa non è una battaglia che si può circoscrivere, ma deve essere esportata, deve essere utile anche ad altre situazioni analoghe.

Dietro le migliaia di croci di Casale Monferrato, di Cavagnolo, di Rubiera, di Bagnoli; ci sono le morti di quei lavoratori che negli stabilimenti lavoravano e dietro loro i responsabili, la cui colpa è stata confermata nella sentenza.

Torno ancora una volta a sottolineare che è indispensabile valorizzare l’operato del dottor Guariniello e del suo pool, impedendo che lo stesso sia sciolto, anche attraverso l’istituzione di una Procura Nazionale per gli infortuni sul lavoro.

Ormai sono passati alcuni mesi dalla lettura della sentenza del processo Thyssen. Nei giorni che seguirono si levarono strali e anatemi che trovarono il loro momento più basso nell’applauso che imbarazzò Confindustria, a cui seguirono le scuse del presidente Marcegaglia. Oggi siamo noi ad applaudire; un applauso per le vittime, per i loro familiari, per coloro che li hanno sostenuti in questa battaglia di civiltà. Un applauso per tutti coloro che ogni giorno rischiano la loro vita per portare a casa un tozzo di pane da mettere insieme alla minestra, magari attraverso lavori umili e pericolosi, con il sudore della fronte, ma sempre con tanta dignità.

di Antonio Boccuzzi per Articolo 21

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