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Titoli di coda

Avrebbero preferito apporre sui titoli di testa  uno di quei cartelli in cui si annuncia il cambio di gestione piuttosto che scontrarsi contro la Lega Calcio Serie A, perché così facendo temono che presto sulle loro vetrine potrebbe leggersi “chiuso per cessata attività”

Altri 300 a casa, ma la chiusura del centro commerciale (virtuale) in cui hanno lavorato per oltre dieci anni non ha nulla a che vedere con la crisi dei consumi, anzi: dalle loro vetrine hanno raccontato oltre 2.500 episodi di vita inventata che, in media, nella loro fascia oraria hanno incollato al piccolo schermo il 22% dei telespettatori. E questo, a pensarci bene, sarebbe il vero dato preoccupante. Se negli ultimi dieci anni, tra le 14 e le 15, oltre 3.500.000 di spettatori si sono collegati a Canale 5 per seguire le vicende di Cento Vetrine, è facile calcolare che complessivamente le persone “non impegnate” in quella fascia oraria e stazionanti di fronte a un televisore fossero quasi 16 milioni. Un po’ troppe, soprattutto per un Paese in cui un noto Presidente del Consiglio aveva promesso «un milione di posti di lavoro».

Anche se manca ancora l’ufficializzazione, il destino dei 300 lavoratori alle dipendenze di Telecittà (e c’è preoccupazione per tutto l’indotto che negli anni si è creato a San Giusto Canavese, il paese dove sono ospitati gli studi) è affidato al tasto di un telecomando: o si cambia o si spengono definitivamente le luci. Cambiare l’orario della messa in onda è la soluzione prospettata, così – dal 22 gennaio – invece delle autentiche Barbie e dei plastici Big Jim delle soap americane del tranquillo pomeriggio infrasettimanale, per continuare ad andare in onda i protagonisti del centro commerciale inventato dovranno confrontarsi con le finte Barbie e i tanti Big Jim che ruotano intorno al mondo del pallone la domenica sera, tra i commenti in zona Cesarini e le previsioni astrologiche del posticipo serale. È evidente a chiunque che non ci sarà partita.

I lavoratori di Telecittà, per scongiurare la chiusura, hanno anche scritto una lettera a Pier Silvio (Berlusconi, n.d.r.), uno che in famiglia ha meno carisma del Gabibbo e che, l’anno scorso, definiva Cento Vetrine «un caposaldo dell’industria televisiva italiana». Appunto. Nulla da fare, perché la realtà è un altra, fatta di numeri e con oltre un miliardo di euro in meno a bilancio, alle tivù del gruppo Mediaset conviene acquistare all’estero produzioni già pagate nei rispettivi paesi che produrne di proprie. Perché, in fin dei conti, garantirebbero alle reti ascolti analoghi e poi, dettaglio non trascurabile, in magazzino ci sono pronte 240 puntate inedite, quelle realizzate durante l’ultimo anno. Inutile quindi rinnovare i contratti: a Cologno hanno calcolato che ce n’è a sufficienza per andare ai tempi supplementari.

E così a San Giusto 300 lavoratori si sono trovati di fronte a una chiusura annunciata che sa tanto di beffa, arrivando nello stesso anno in cui si è celebrato (con una grande festa alla Mole Antonelliana) il decennale della produzione che, giusto per fare qualche numero, ha visto impegnati negli anni una cinquantina di interpreti nel cast fisso, 1.400 attori secondari, 50mila comparse che hanno recitato in almeno una delle 38mila scene girate per realizzare gli oltre 55mila minuti di messa in onda nei quali gli spettatori hanno potuto vedere indossati 100mila abiti. Piccoli dettagli di un mondo creato da 7 registi e 16 autori che hanno scritto più di 200mila dialoghi, un mondo capace di realizzare 6 puntate ogni settimana grazie al lavoro contemporaneo di tre diverse troupe, un esercito di persone che, potendo vantare questi numeri, non credeva di doversi trovare di fronte alla scelta tra Pane o Diritti, tipica di quell’esercito di lavoratori che in questi dieci anni ha visto sfumare il proprio posto di lavoro senza ottenere titoli. Proprio come accade oggi per i lavoratori di Telecittà, dove stanno andando in onda i titoli di coda.

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