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La lunga agonia di Mirafiori

Collettivo Mirafiori e Centro Studi d’Inchiesta e Conricerca hanno inviato una lettera aperta alla cittadinanza torinese affinché la lenta agonia di quello che è stato il principale stabilimento industriale della città non passi inosservata.

Il 12 febbraio scade la Cassa integrazione straordinaria per i 5400 operai delle Carrozzerie della Fiat Mirafiori: siamo così arrivati ad un altro passaggio della caduta verso il basso della nostra vicenda. Un lungo percorso di due decenni (se non tre) fatto di promesse non mantenute, di lunghi periodi di cassa integrazione, di continua riduzione del personale e del salario, di progressivo attacco ai diritti dei lavoratori.

In tutti questi lunghi anni noi operai siamo stati responsabilizzati e colpevolizzati per la scarsa produttività, per l’alto tasso di assenze per malattie, per tutto quello che in Fiat non andava. Sulle nostre spalle si sono caricate colpe che non abbiamo: le scelte della direzione aziendale e la nullità di un ceto politico, nazionale e locale, di centro-destra e di centrosinistra, troppo impegnato in un rivoltante servilismo per riuscire anche solo ad ipotizzare un ruolo produttivo per la più grande impresa nazionale. Un gruppo industriale che opera in un settore, quello dell’automobile, che in tutto il ciclo di produzione, di distribuzione, di manutenzione e servizi vari, occupa in Italia, 1.200.000 persone e fornisce allo Stato entrate pari a 68 miliardi di euro. Un settore che certamente avrà ancora una sua centralità per un lungo tempo e che noi vorremmo potesse guardare al futuro e riconvertirsi verso produzioni compatibili con l’ambiente, una progettualità che altre marche automobilistiche stanno già portando avanti, ma non la Fiat che è più interessata ad operazioni finanziarie a favore del conto in banca di Marchionne e dei numerosi parassiti discendenti della famiglia Agnelli.

Non si possono addossare colpe ai lavoratori per la mancata innovazione, per l’assenza di nuovi modelli, per la debolezza dei prodotti sui mercati. Non è colpa nostra se il centro-destra-sinistra uniti in una Santa Alleanza, hanno deciso di buttare 20 miliardi di euro (ipotesi iniziale) per fare un buco di 50 km in Val di Susa con lo scopo di risparmiare 30 minuti nel viaggio per Parigi, invece di investirli nella progettazione di una mobilità diversa, adeguata ai bisogni di tutti noi e che può creare reale occupazione. Certo noi non potremo permetterci viaggi a Parigi! Ora si procede allo stanziamento di 70 milioni di euro (pubblici e privati) per avviare un polo della ricerca che non prevede un parallelo “polo di produzione”, che non creerà posti di lavoro e che privato della complementare struttura produttiva non potrà nemmeno avere una lunga vita; anche qui si conferma il servilismo delle istituzioni locali.
Tutti sanno che Fiat in Italia è sempre stata foraggiata da soldi pubblici (nostri), che Alfa Romeo è stata regalata dallo Stato (per la precisione da Craxi e da Prodi, allora presidente dell’IRI), alla Fiat per impedire che fosse acquistata da Ford il che avrebbe fatto saltare il monopolio in Italia della casa torinese. Ora dell’Alfa Romeo rimane solo un marchio e Pomigliano, da dove è partito il pesante attacco di Marchionne contro i lavoratori tutti. È una lunga storia di 112 anni di favoritismi e che non si è interrotta con l’arrivo dell’Amerikano, che, appena sbarcato a Torino si è visto regalare dalle istituzioni locali il Motor Village.

Quando Marchionne è arrivato a Torino, accolto come il salvatore, ci disse che il costo del lavoro per produrre automobili incideva solo per l’8% del costo totale; ora il “nostro” Amministratore Delegato si accanisce per mettere in produzione la nostra vita intera, dentro e fuori dalla fabbrica, per regalarci un presente difficile e toglierci ogni prospettiva di futuro, mentre a Imola chiude Irisbus e, addirittura in anticipo, attribuisce la medesima sorte allo stabilimento di Termini Imerese.
Sergio Marchionne, è la notizia di questi giorni, seguendo le modalità autoritarie di un ottocentesco padrone del vapore, ha proceduto unilateralmente alla disdetta di tutti gli accordi in vigore per i 72.000 lavoratori italiani del Gruppo Fiat. Il che significherà l’applicazione dal primo gennaio del contratto siglato il 29 dicembre 2010 dalla Fiat con i sindacati gialli padronali. In soldoni questo vuol dire: imposizione di turnazioni più lunghe, fino a 18 turni, (secondo il modello schiavistico cinese), spostamento della mensa a fine turno (chi vorrà più mangiare dopo 8 ore di catena di montaggio?) il taglio di 10 minuti di pausa (tanto per incollare gli operai al posto di lavoro), 120 ore di straordinario (dall’inizio dell’anno abbiamo lavorato sì e no 35 giorni), penalizzazione per invalidi (il prodotto di anni di sano lavoro in Fiat), sanzioni per assenze “anomale”…tutto questo tanto per giustificare il fatto che il costo del lavoro incide solo per l’8%. Inoltre la rappresentanza degli operai, con le RSA nominate dall’alto, rafforzerà il potere delle Organizzazioni sindacali, sottraendo definitivamente quel che rimaneva della possibilità decisionale dei lavoratori.

Torino è la città del Nord che più di tutte soffre dell’attuale crisi economico-finanziaria: precarietà, disoccupazione, cassa integrazione sono su livelli disastrosi, il numero degli sfratti per morosità è fra i più alti del paese, è in gioco la stessa possibilità di pagare il riscaldamento e le bollette. In questa situazione chiudere Mirafiori vorrebbe dire colpire non solo noi ma direttamente e indirettamente tutta la città. È un’operazione che riguarda tutti perché, anche se Fiat non è più quella di 35 anni fa, con tutto l’indotto dell’auto è ancora uno dei pilastri della produzione dell’area metropolitana torinese.

Per tutto questo, diciamo con chiarezza e determinazione ai vari Marchionne, Cota, Fassino, governi ed opposizioni, sindacati gialli padronali che non siamo più disposti ad accettare passivamente licenziamenti, precarizzazione, taglio dei servizi (il Comune di Torino sta avviando la privatizzazione del 40% dei servizi), il furto delle pensioni e del Tfr per pagare una crisi che non abbiamo prodotto noi. Questi signori devono sapere che non possono più contare sulla nostra sottomissione! In Italia, negli ultimi 25 anni, più di 160 miliardi della ricchezza nazionale sono stati espropriati al lavoro dipendente e trasferiti al profitto e alla rendita speculativa (l’8% del reddito prodotto nel nostro paese), in soldoni sono quasi 10.000 euro annui che ci sono stati rapinati. Sono soldi nostri, questo è quanto ci devono restituire per una vita degna, per garantirci un salario adeguato, e l’accesso ai servizi basilari, per il reddito ai disoccupati e ai precari.

La nostra non è indignazione, la nostra è proprio rabbia!!!

Collettivo Mirafiori

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