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La scala di grigio

Imprudenza, fatalità, mancata osservanza delle norme sulla Sicurezza. Nel vuoto delle parole precipitano operai e carpentieri. Sotto dibattiti e scambi di accuse muoiono quotidianamente agricoltori e giardinieri. Dall’inizio dell’anno le vittime in Italia sono state oltre 600, quarantesette delle quali in Piemonte, dove negli ultimi due mesi è morta una persona ogni settimana.

Silvano non lo sapeva. Non lo sapevano nemmeno Claudio e Fabrizio. Tutti più grandi di Gabriele, un altro che non lo sapeva. Uno che avrebbe potuto benissimo essere nipote di Giuseppe o di Enrico. E nessuno di loro conosceva Ioan, un rumeno di quarantuno anni che li aveva preceduti di poco.
E ci saremmo fermati qui se non fosse che, prima di completare questo articolo, all’elenco si è aggiunto Simone.

Silvano Giordano, operaio, 35 anni: schiacciato tra due pale telescopiche alla Cometto di Borgo San Dalmazzo.
Claudio Ferrando, dipendente di una ditta di carpenteria di Ovada, 42 anni: schiacciato sotto un blocco di ghisa pesante diversi quintali, scivolato da un macchinario e finito sulle sue gambe.
Fabrizio Zanni, giardiniere, 41 anni: precipitato da un’altezza di diversi metri all’interno di un vano scala.
Giuseppe Odore, agricoltore, 77 anni: rimasto impigliato in una cinghia del trattore con il quale stava lavorando nella sua cascina. Morto sul colpo per le gravi ferite riportate.
Gabriele Follador, operaio, 26 anni: vittima di un incidente sul lavoro all’inceneritore di Vercelli.
Enrico Araspi, agricoltore, 58 anni: morto a Calamandrana in seguito alle ferite riportate causate dalla trivella che stava utilizzando per la realizzazione delle fondamenta di un pollaio.
Ioan Puscas, rumeno, operaio, 41 anni: caduto dal quarto al primo piano in una tromba delle scale all’interno della pinacoteca “Giovanni e Marella Agnelli”, nel complesso del Lingotto di Torino. Morto sul colpo.

Nessuno di loro sapeva, uscendo di casa quella mattina, che sarebbe diventato un numero utile solo a fini statistici. Chissà cosa ne pensava Simone nei suoi 32 anni, chissà se lo sapeva. Simone Zenoni è morto ad Armeno, vicino a Novara, precipitando da un altezza di 8 metri. Era su una scala sistemata sul balcone di un’abitazione privata, stava controllando un impianto fotovoltaico. Quando è arrivata l’ambulanza medicalizzata del 118 di Borgomanero i sanitari hanno cercato di rianimarlo per oltre mezz’ora. Non c’è stato nulla da fare.
Martedì 22 novembre in Italia si contavano già 600 morti per il lavoro, nel 2010 – nello stesso periodo – erano state 594: il conteggio lo aggiorna con meticolosa precisione l’Osservatorio Indipendente Morti Bianche, promosso da Carlo Soricelli, un ex metalmeccanico che  usa il web per evitare che queste morti finiscano dimenticate appena il giorno dopo.

Silvano, Claudio, Fabrizio, Giuseppe, Gabriele, Enrico, Ioan e Simone. Nessuno di loro si conosceva, nessuno di loro sapeva che nella lotta tra Pane o Diritti aveva già intrinsecamente lasciato da parte i Diritti, perché quelli non si mangiano. Nessuno di loro sapeva che parte della responsabilità della propria fine sarebbe stata dovuta a Maurizio Sacconi, un Ministro della Repubblica nella quale vivevano e lavoravano, una persona che avrebbe dovuto privilegiare i Diritti e invece li aveva traditi “alleggerendo” in silenzio le norme sulla Sicurezza. Era l’agosto del 2009 quando veniva approvato il decreto legislativo 106 che ha indebolito alcuni pilastri del Testo Unico 81, introdotto dal governo Prodi e voluto dall’ex Ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Anche Maurizio Sacconi – quello che millantava possibili “forme di terrorismo” – oggi è un ex Ministro, morti bianche e lavoro nero appartengono al suo passato.
Mentre, alle famiglie delle vittime, tra bianco e nero rimane soltanto quella scala di grigio che conduce all’inferno della disperazione chi sopravvive a una tragedia sul lavoro.

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