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Lo specchio magico

Quarant’anni di impresa condensati in due parole: cessata attività. A Cafasse, in provincia di Torino, i lavoratori della multinazionale Flabeg saranno licenziati dal prossimo primo gennaio. Nessuna crisi di mercato dietro alla decisione ma solo la scelta di una proprietà attenta alla massimizzazione dei profitti.

Ci sono persone che quando si guardano allo specchio alla mattina stentano a riconoscersi, altre che si perdono nell’adorazione dell’immagine riflessa e poi, da qualche tempo, è comparsa una terza categoria di persone: quelle che guardandosi allo specchio non si vedono più. Invisibili. È capitato a un sacco di gente, ex-lavoratori diventati all’improvvo esuberi per la propria azienda, fantasmi per il mondo circostante.

È capitato a un sacco di gente ma sembrava paradossale che potesse capitare a chi gli specchi li produceva, invece è successo e i 54 dipendenti – di cui 9 apprendisti – della Flabeg di Cafasse, in provincia di Torino, dal primo gennaio 2012 si apprestano a diventare fantasmi. Licenziati per cessata attività, questo recita la comunicazione diramata dall’azienda che ha approfittato dello specchio della crisi per trasferire all’estero, in Ungheria oppure nella Repubblica Ceca, la produzione. «Ma la crisi non c’entra niente – dice un dipendente davanti al cancello di corso Mandelli – noi qui possiamo produrre anche il triplo di quello che facciamo oggi, perché i nostri retrovisori vanno prevalentemente all’estero». C’erano stati segnali di chiusura? «Mai» risponde senza esitare.

Per chi fino ad oggi ha prodotto specchietti retrovisori non è facile guardare avanti, soprattutto quando anche le più elementari prospettive sono incerte. La speranza è quella di riuscire ad ottenere gli ammortizzatori sociali per tutti i dipendenti: prima la cassa integrazione di dodici mesi rinnovabile per un altro anno, poi la mobilità. In totale, quattro anni di oblio, tre in meno dei sette (di sfortuna) che la superstizione assegna a chi rompe uno specchio. Che è anche molto meno di quello che vorrebbero spaccare i dipendenti dello stabilimento di una multinazionale che ha tredici stabilimenti nel mondo (tra Germania, Francia, entrata nella galassia Flabeg nel 2007, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti e Brasile, India e Cina) e decide di chiudere lo stabilimento italiano.

Chiudere lo stabilimento italiano: solo questo è stato comunicato ai dipendenti della multinazionale Flabeg, partecipante di un consorzio che ha grossi interessi nella realizzazione di interconnessioni elettriche tra i 14 Stati del Desertec. Un’azienda sana che non può badare alle tradizioni, al radicamento sul territorio, ai dipendenti e alle loro famiglie, perché un’azienda sana oggi ha un solo preciso obiettivo: la massimizzazione del profitto.
E così in provincia di Torino, a Cafasse, 54 dipendenti, di cui 9 apprendisti, hanno scoperto a proprie spese lo specchio magico perfetto del capitalismo finanziario, non quello con cui i bambini possono lavorare sulle simmetrie degli oggetti che li circondano ma quello che rende invisibili i lavoratori licenziati.

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