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Fame da sapere

In tempi difficili, la formazione dei lavoratori potrebbe rappresentare una leva di sviluppo, ma è difficile ipotizzare un rilancio quando anche un’agenzia formativa è preda dei medesimi problemi delle imprese: cattiva gestione, impunità, interessi torbidi. Dalla privatizzazione avvenuta nel 1997 i dipendenti Csea hanno ottenuto solo doni sgraditi: la Cassa in deroga e la fame.

Quando non hanno potuto più nasconderlo hanno voluto informare tutti che tiravano la cinghia da mesi, i 300 lavoratori dell’Agenzia Formativa Csea che venerdì scorso hanno iniziato uno sciopero della fame.
Si sono accampati in piazza Palazzo di Città, proprio davanti al Comune, l’azionista di riferimento con il 20% del possesso, una quota che gli garantisce tre dei dieci membri del Consiglio di Amministrazione. Un Cda spesso oggetto di “attenzioni particolari” come quella, ad esempio, di Giuseppe Vallone, ex-senatore della Margherita ed ex-sindaco di Borgaro, rinviato a giudizio nel 2009 perché accusato di aver tentato di imporre al Consorzio, nel 2004, l’ingresso in Cda di una persona di sua fiducia (Giorgio Marietta). Saccheggiando a piene mani il “manuale del politico dei tempi moderni” per sostenere le sue richieste Vallone avrebbe minacciato l’intenzione di «far emergere fatti imbarazzanti di sua conoscenza circa l’operato degli amministratori dello Csea»*.
Secondo la prassi giudiziaria dei tempi moderni, a marzo di quest’anno Vallone è stato assolto con formula piena. Nel frattempo, per non restare fuori allenamento, era stato cooptato nei Cda di due società pubbliche, la Gestione Multiservizi di Caselle e la Trattamento Rifiuti Metropolitani S.p.a., quella dell’inceneritore del Gerbido. È una persona magnanima Vallone: a luglio, annunciando il ritiro dalla scena politica sulla quale ha recitato per trent’anni, ha ceduto la poltrona di consigliere comunale di Borgaro a Cosimo Malvindi, un altro suo fedelissimo.

Anche Renato Perone amministratore delegato (e vice presidente) è fedele alla causa Csea: una fedeltà da oltre 250mila euro l’anno per una società il cui fatturato è sceso a 14 milioni di euro. Nel 1997, anno della privatizzazione di Csea, riceve in dote un impero composto da 5 centri di formazione completi di attrezzature, macchine utensili, magazzini, componentistica, laboratori d’informatica. Per aiutarlo nell’avviamento (di una società attiva già dal 1979 che formava circa 4000 persone ogni anno…), sul piatto finiscono anche una trentina di miliardi (spalmati negli anni successivi) e una serie di agevolazioni tra cui affitti e utenze pagate dal Comune. Troppo poco evidentemente: finiti i soldi pubblici (e complici i vari tagli alla Formazione), tre anni fa sono iniziati i problemi dei lavoratori Csea, rimasti costanti nel tempo nonostante i pensionamenti e il sistematico ricorso alla Cassa in deroga. Soluzione davvero originale per risanare i conti di un’azienda. Sono state sempre tante le originalità in Csea: distaccamenti dorati presso strutture del Comune o la segreteria del vice-sindaco, acquisizioni agevolate di concorrenti decotte, segretari regionali del sindacato diventati responsabili delle Risorse Umane e arrivati giusto in tempo per avviare la stagione del terrore.

Testardamente, nonostante le pesanti prove a loro carico, i 300 dipendenti – alcuni dei quali sposati tra loro, perché in due si digiuna meglio – resistono, impegnandosi a studiare la formazione del miglior budget familiare sotto il vincolo della Cassa in deroga. Però vorrebbero anche loro un’assoluzione con formula piena, rappresentata (almeno) da un nuovo gruppo dirigente, possibilmente formato meglio. Qualcuno spera in un distaccamento o nel coinvolgimento diretto del Comune: briciole di sopravvivenza.
Perché altro che scegliere tra pane o diritti: dopo aver formato un esercito di meccanici, manutentori, conduttori di caldaie, programmatori, oggi i lavoratori dello Csea si trovano ad affrontare una nuova sfida. Trovare gli strumenti per soddisfare la fame, stavolta non quella del “sapere”. Quella vera.

*cita Luna Nuova, 27 febbraio 2009, pagina 2; vedi anche Banche Dati della Camera.

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