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Tra due fuochi

La difesa si trasforma in colpa. È quanto accade ai lavoratori della Thyssen Krupp sopravvissuti alla strage del 6 dicembre 2007, colpevoli di essersi schierati parte civile nei confronti dell’azienda. Condannata per aver deliberatamente trascurato le dotazioni di sicurezza. Poca fiducia verso l’imminente mobilità.

Pane o diritti - Tra due fuochiGiuseppe oggi avrebbe 32 anni. Francesco 33, Sebastiano 35. Tiziana e Daniela 36, Nicola 37, Antonella e Maria Grazia 38: potrebbero essere precari o uno di quei protagonisti di storie del lavoro dal finale amaro. Forse qualcuno di loro sarebbe diventato imprenditore o libero professionista, o magari sarebbero stati costretti ad andare a lavorare all’estero. Di certo, c’è soltanto che sarebbero stati coetanei di alcuni dei protagonisti di questa storia.

È probabile, a questa età, che avrebbero avuto le loro idee, magari maturate dopo una militanza o una delusione giovanile; per interesse o partecipazione sarebbero stati vicini agli abitanti della Valsusa oppure a favore di chi vuole costruita la Tav. Ovunque si trovassero, insieme a molti altri italiani, sarebbero stati testimoni di quanto accaduto a Torino la notte del 6 dicembre 2007, “la notte della Thyssen”. Una di quelle notti che ti cambiano il corso della vita.

Anche il corso della vita di Giuseppe, Francesco, Sebastiano, Tiziana e Daniela, Nicola, Antonella e Maria Grazia è cambiato una notte, per sempre. Alle 20 e 59 del 27 giugno 1980, l’aereo sul quale viaggiavano e che li avrebbe portati, bambini, da Bologna a Palermo scomparve sul cielo di Ustica. Forse esploso, forse abbattuto. Dissolto nei cieli. Come il ricordo di quella notte, rimasto vivo solo tra i familiari delle vittime che ancora si battono per manifestare il loro diritto alla verità in un Paese in cui i diritti sono diventati ogni giorno più flebili.
Flebili come la vita che lasciava giorno dopo giorno i corpi ustionati di sette operai consumati dalla lenta agonia, le vittime della notte della Thyssen Krupp. Per quelle vittime, perché nelle fabbriche non succedesse più quanto accaduto a Torino, i lavoratori superstiti, i colleghi, gli amici, si sono battuti come hanno potuto. Non tutti. Qualcuno ha dovuto accettare o voluto trovare un accordo in cambio di un nuovo posto di lavoro. Quelli tra loro più tenaci, invece, hanno ottenuto giustizia dentro le aule del Tribunale. Indifferenza fuori.

Fuori dal Palazzo della Regione, dove sono in presidio da questa mattina; il 24 giugno hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica, invitandolo a occuparsi del loro caso. Hanno fatto lo stesso con Piero Fassino, il sindaco della città, perché dal primo luglio scade la Cassa integrazione; all’orizzonte il periodo di mobilità, solitamente un incentivo alle aziende per assumere a prezzi contenuti i lavoratori, purché nel loro passato non siano presenti “macchie” come la difesa dei propri diritti.

Così, da argomento di civile convivenza nel rapporto tra datore di lavoro e maestranze, la richiesta delle più elementari norme di sicurezza, del rispetto degli accordi contenuti nei contratti e la difesa dell’occupazione o la costituzione di parte civile nei confronti di imprenditori condannati, diventa elemento di discriminazione degli operai, costretti a scegliere: la dignità o un posto di lavoro.
Presi tra due fuochi, come se uno soltanto non fosse stato sufficiente a cambiare per sempre il corso della loro vita.

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