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Vite low cost

Il risparmio in Piemonte è azzerato: lo dice l’ultimo rapporto di Unioncamere. Un risultato preoccupante, eppure non si è trattato di un’analisi complicata: sarebbe bastato leggere i dati occupazionali dell’ultimo periodo, ai minimi degli ultimi vent’anni, per giungere alle medesime conclusioni.

Raffaele ha 36 anni. Vive in un bilocale in zona Lingotto, è single. Lavora alla Fiat da quando ne aveva 21: «Mirafiori, carrozzerie» dice con orgoglio. È in Cassa da non ricorda nemmeno più quanto tempo e non sa quando tornerà a lavorare. «”se” torneremo a lavorare» dice. Mi mostra la busta paga di giugno 2009: poco più di 1700 euro. «Turni e qualche straordinario, altri tempi” ricorda e prosegue “c’erano le linee». Già, le linee.

Ogni linea, per garantire margine, deve produrre almeno 40mila vetture l’anno. Nel 2009 le linee impegnate a Mirafiori erano 6, se avessero lavorato a pieno regime il risultato finale sarebbe stato di  240mila vetture: il valore indicato da Vittorio Valletta per rendere profittevole l’attività dello stabilimento torinese. «Risparmiare? Impossibile: quando sei in Cassa è difficile anche arrivare a fine mese».

Federico ha 42 anni. Sposato, un figlio di 14 anni. Vive in una casetta tra Moncalieri e Villastellone. «Quando abbiamo deciso di venire a vivere qui lo abbiamo fatto perché potevamo far giocare il bambino in giardino e poi potevo raggiungere lo stabilimento anche in bicicletta». Lo stabilimento è quello della Ilte, dove Federico lavora da quasi 20 anni.

Un’azienda storica nel campo della stampa: lo scorso inverno ha dichiarato esuberi pari al 50 per cento della forza lavoro. «Ma il lavoro c’è, c’è sempre stato» dice con un sorriso amaro. Quindi? «Da quando è arrivata la nuova proprietà il lavoro è stato trasferito un po’ alla volta verso altri stabilimenti e adesso qui non si stampa quasi più nulla». Storia comune. «Risparmiare? Per fortuna mia moglie lavora (a progetto, n.d.r.) e io porto ancora a casa qualcosa. Poi ci sono i nostri che quando possono aiutano: sì, qualcosina abbiamo risparmiato, adesso non lo facciamo più».

Cinzia ha 32 anni. Vive in un appartamento alle Vallette. Con i genitori: lui pensionato Fiat, lei casalinga. Tutte le mattine prende un bus della linea 62 e arriva nel quartiere Santa Rita: «Cinque minuti a piedi e sono dai miei bambini». Tenerezza e orgoglio nella sua voce. «La macchina? Mai, nemmeno quando piove: con quello che guadagno è impossibile». Ride.

Cinzia è una precaria della scuola. «Chissà fino a quando» dice con lucidità, senza acredine. E dopo? «Con  il mio titolo di studio non è che si possa fare molto altro, e poi i bambini sono la mia vita: l’insegnamento per me non è stato un ripiego, io volevo fare l’insegnante già da quando ero una ragazzina». Cioè l’altro ieri. La voce adesso è più piena, senza perdere la nota di dolcezza. «Risparmiare? Anche se vogliono far credere il contrario, la busta paga di quelli nelle mie condizioni è troppo leggera e io sono ancora fortunata perché lavoro in città e gli spostamenti hanno un costo ragionevole. Altri colleghi non possono fare altrettanto. Ma andare via da casa, progettare una grossa spesa, per quelli come me sono tutte cose impensabili».

Facce di gente comune. Potete incontrare un Raffaele, un Federico o una Cinzia al mercato oppure in coda alla posta. Sono più colti e raffinati di chi a Santa Margherita li ha definiti «i cosiddetti precari» o davanti a una telecamera accusati di essere «l’Italia peggiore». Sono più autentici dei rapporti di Unioncamere o Banca d’Italia. Sono persone con un solo passaporto che non confondono un referendum con un ricatto.

Sono gente comune, costretta soltanto a scegliere tra pane o diritti.

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