Quantcast

Tre storie d'impresa all’Unione Industriale di Torino. Storie di chi il Paese prova a farlo e chi, con il suo comportamento, contribuisce ad affossarlo. Freddezza verso chi costruisce, il plauso della platea va a chi cancella lo sviluppo.
 
Tre storie diverse, tre personaggi differenti. Giuseppe Arena, amministratore delegato di Arena Ways, compagnia privata di trasporto passeggeri su ferrovia, Gianluca Dettori, presidente di DPixel con un passato di rilievo nelle Internet Companies di inizio decennio e Simone Miatton, direttore dello stabilimento Michelin di Cuneo.
C'è Giuseppe Arena, imprenditore di professione, che racconta la sua storia con semplicità, senza scaldare la platea, probabilmente abbonata ai Freccia Rossa e probabilmente all’oscuro di quella realtà rappresentata dai vetusti “Regionali” che quotidianamente permettono alla grande Milano di deportare lavoratori dalla composta Torino. E ieri sera, il regionale delle 18,15 è arrivato a Torino con 70 minuti di ritardo.
C'è Gianluca Dettori, specializzato nell'avviamento di imprese ad alto contenuto tecnologico, che ha il limite di fare apparire normali cose che non lo sono nemmeno oggi, soprattutto in Italia. Adolescente, completa gli studi negli States, torna in Italia con un’idea precisa di carriera, passa disinvoltamente da una società ad un'altra fino a crearne una sua (con l’aiuto della famiglia Piol). Poi vende tutto, e invece di passare il tempo a girare il mondo con la barca si mette a fare l’investitore. Più lungimiranza o incoscienza? I risultati gli danno ragione: le imprese che finanzia funzionano.
C'è Simone Miatton, professione manager, che parte citando Julio Velasco, anche se dal coach argentino ha molto da imparare. Perché magari sarà anche bravo a ristrutturare gli stabilimenti, farsi trasferire poco prima della loro chiusura per poi tornare a dirigerli a risanamento avvenuto, ma dimentica di ricordare che lo fa a spese dei lavoratori. Della loro dignità. C'è un po' troppa sufficienza nel dire che gli operai polacchi hanno più fame di quelli italiani e “fanno anche tre lavori, non conosco nessun italiano che fa altrettanto”. Se desidera glieli presento io.
Sono, ad esempio, quei ragazzi e quelle ragazze, uomini e donne con titoli di studio e master che nel campo dell’editoria lavorano 20 ore al giorno per portare a casa (quando li pagano) molto meno di 2000 euro al mese. Sono uomini e donne rimasti senza lavoro che accettano condizioni umilianti nei call center (a 3 euro lorde l’ora) e che tra un turno e l’altro si inventano sarte, imbianchini, baby sitter, baristi. Tutti cittadini italiani che contribuiscono a produrre Pil e contemporaneamente sono obbligati a eroderlo lavorando in nero, agevolando chi, forte dell’assenza di qualsiasi forma contrattuale, si arricchisce illegalmente. Spesso a danno dei lavoratori.
In Italia, da troppi anni, mancano le visioni, mancano le strategie. La storia della scarsa formazione non funziona più. Gli stipendi sono a un livello inferiore rispetto a quelli di molti altri Paesi europei. La flessibilità reclamata dagli industriali, che esiste da decenni, non ha portato nemmeno un punto percentuale in più. Quanti punti di Pil si perdono ostacolando la concorrenza, rallentando lo sviluppo delle infrastrutture, usando scientificamente gli ammortizzatori sociali per nascondere la scarsa competitività del proprio prodotto? Non è possibile ignorare il problema dell’ambiente e della produzione di energia se vogliamo parlare di sviluppo. Non si capisce come possa, un giornalista economico, definire ancora oggi “più concrete” le aziende tradizionali, rispetto a quelle digitali.
L’imprenditore si racconta, il manager si nasconde.
E la platea applaude chi affossa l’Italia.

Tre storie d’impresa all’Unione Industriale di Torino. Storie di chi il Paese prova a farlo e chi, con il suo comportamento, contribuisce ad affossarlo. Freddezza verso chi costruisce, il plauso della platea va a chi cancella lo sviluppo.
 
Tre storie diverse, tre personaggi differenti. Giuseppe Arena, amministratore delegato di Arena Ways, compagnia privata di trasporto passeggeri su ferrovia, Gianluca Dettori, presidente di DPixel con un passato di rilievo nelle Internet Companies di inizio decennio e Simone Miatton, direttore dello stabilimento Michelin di Cuneo.
C’è Giuseppe Arena, imprenditore di professione, che racconta la sua storia con semplicità, senza scaldare la platea, probabilmente abbonata ai Freccia Rossa e probabilmente all’oscuro di quella realtà rappresentata dai vetusti “Regionali” che quotidianamente permettono alla grande Milano di deportare lavoratori dalla composta Torino. E ieri sera, il regionale delle 18,15 è arrivato a Torino con 70 minuti di ritardo.
C’è Gianluca Dettori, specializzato nell’avviamento di imprese ad alto contenuto tecnologico, che ha il limite di fare apparire normali cose che non lo sono nemmeno oggi, soprattutto in Italia. Adolescente, completa gli studi negli States, torna in Italia con un’idea precisa di carriera, passa disinvoltamente da una società ad un’altra fino a crearne una sua (con l’aiuto della famiglia Piol). Poi vende tutto, e invece di passare il tempo a girare il mondo con la barca si mette a fare l’investitore. Più lungimiranza o incoscienza? I risultati gli danno ragione: le imprese che finanzia funzionano.
C’è Simone Miatton, professione manager, che parte citando Julio Velasco, anche se dal coach argentino ha molto da imparare. Perché magari sarà anche bravo a ristrutturare gli stabilimenti, farsi trasferire poco prima della loro chiusura per poi tornare a dirigerli a risanamento avvenuto, ma dimentica di ricordare che lo fa a spese dei lavoratori. Della loro dignità. C’è un po’ troppa sufficienza nel dire che gli operai polacchi hanno più fame di quelli italiani e “fanno anche tre lavori, non conosco nessun italiano che fa altrettanto”. Se desidera glieli presento io.
Sono, ad esempio, quei ragazzi e quelle ragazze, uomini e donne con titoli di studio e master che nel campo dell’editoria lavorano 20 ore al giorno per portare a casa (quando li pagano) molto meno di 2000 euro al mese. Sono uomini e donne rimasti senza lavoro che accettano condizioni umilianti nei call center (a 3 euro lorde l’ora) e che tra un turno e l’altro si inventano sarte, imbianchini, baby sitter, baristi. Tutti cittadini italiani che contribuiscono a produrre Pil e contemporaneamente sono obbligati a eroderlo lavorando in nero, agevolando chi, forte dell’assenza di qualsiasi forma contrattuale, si arricchisce illegalmente. Spesso a danno dei lavoratori.
In Italia, da troppi anni, mancano le visioni, mancano le strategie. La storia della scarsa formazione non funziona più. Gli stipendi sono a un livello inferiore rispetto a quelli di molti altri Paesi europei. La flessibilità reclamata dagli industriali, che esiste da decenni, non ha portato nemmeno un punto percentuale in più. Quanti punti di Pil si perdono ostacolando la concorrenza, rallentando lo sviluppo delle infrastrutture, usando scientificamente gli ammortizzatori sociali per nascondere la scarsa competitività del proprio prodotto? Non è possibile ignorare il problema dell’ambiente e della produzione di energia se vogliamo parlare di sviluppo. Non si capisce come possa, un giornalista economico, definire ancora oggi “più concrete” le aziende tradizionali, rispetto a quelle digitali.
L’imprenditore si racconta, il manager si nasconde.
E la platea applaude chi affossa l’Italia.

Commenta su Facebook

qu-pi-newsletterVi  è piaciuto questo articolo ? Iscrivetevi alle newsletter di Quotidiano Piemontese per sapere tutto sulle ultime notizie,
Se vi piace il nostro lavoro e volete continuare ad essere aggiornati sulle notizie dal Piemonte, andate alla nostra pagina su Facebook e cliccate su "Like".
Se preferite potete anche seguirci sui social media su Twitter , Google+, Youtube
Ora potete anche essere aggiornati via Telegram

TAGS: , , ,