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Il Quadrilatero rimane un punto fermo

Lo storico angolo di via Sant'Agostino-piazza Filiberto al Quadrilatero

Il Quadrilatero rimane un punto fermo

Lo so, se n’è straparlato fino alla noia: forse perchè a Torino è stata la prima zona rivalutata dalla rivoluzione culturale-movidara…eppure, il Quadrilatero, credetemi, rimane fashionissimo.

Non lo dico perchè sono di parte e ci abito: il Quadrilatero Romano, quella scacchiera di vie e slarghi racchiusa tra piazza Emanuele Filiberto, via della Consolata, via Garibaldi e piazza del Duomo rimane ed è un punto di riferimento per la vita notturna (ma anche diurna, of course!) della città. Non esiste in tutta Torino un luogo simile: un continuo fermento, pieno di atelier e localini piacevoli, un incessante turn over di aperture e chiusure – succede -, scorci dal fascino suggestivamente retrò che mantengono in vita questo suo spirito eppure ancora umano, da ‘paese’.

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I ristoranti à la mode de la Rive gauche, i dehors che anche nel mezzo dell’ inverno fanno il pienone sotto i funghi riscaldanti (gli avventori sorseggiano calici di vino coprendosi le gambe con i pile ikea) mentre intorno nevica; le luci gialle dei lampioni arcuati, le stradine strette lastricate di sanpietrini; moto che trasportano uomini in giacca e cravatta e scooter da cui scendono ragazzi giovani che vanno a riversarsi in via delle Orfane;  i musei incastonati come pietre preziose (vedi il fiabesco Museo d’Arte Orientale Mao e il MUSLI museo della Scuola e del Libro Illustrato, con le sue pregiate collezioni ) tra bar con le insegne sbiadite, panetterie e sarti di ogni provenienza ed età. E, infatti – o eppure – in tutto questo colorato puzzle entra e s’incastra alla perfezione anche la multietnicità, data dal riverbero del vicino mercato di Porta Palazzo, che modifica la geografia dei palazzi ottocenteschi con le strane insegne dei piccoli market e ristoranti etnici, che profuma l’aria dell’odore dolciastro di narghilè e zenzero.

Ma, sopra ogni cosa, soprattutto d’inverno, cala la sabaudissima cappa dell’intenso e inebriante odore di cioccolato: non dimentichiamoci che qui, nella intima piazzetta della Consolata ha sede e continua a lavorare da secoli lo storico caffè Bicerin inventore dell’omonimo liquore  con il suo laboratorio e la caffetteria, una stanza minuscola dove si sta tutti seduti accanto come nei bar francesi. Ed intorno le botteghe artigiane che resistono al tempo ed al costo degli affitti, gli atelier di moda e chincaglieria che, a dispetto della crisi continuano ad aprire in uno sfolgorìo di colori di stoffe e fili che fanno sognare.

Che dire? Non si può mancare. Magari non c’è neppure nulla, sono quelle sere che uno non ha programmi ben definiti, ma solo voglia di gironzolare ed incontrare persone. Può darsi che uno sia a casa e scendi un momento per una commissione, poi accade che il genius loci annidato tra muri antichi e strade ti convince a fermarti, a sostare, a prendere una pausa. Anche se non c’è l’evento, l’evento è essere lì. Trovi sempre qualcuno che conosci seduto ad un tavolino che pare sia restato fermo in attesa proprio per poterti salutare, esattamente lì, nel locale nuovo che ancora non hai ‘tastato’. (Si tastano / testano, chissà perchè, sempre prima i luoghi più lontani). E se sei appena arrivato da fuori, da un’altra città, stupisce la libertà di movimento che il quartiere consente, il poter uscire ed andare anche sole a qualunque ora del giorno e della notte – a piedi, in moto in auto o in bici – in qualsiasi stagione. Perchè basta uno sguardo attorno e ti senti a casa, al sicuro. C’è sempre gente, per queste strade. Anche alle cinque del mattino, con i primi carretti che sfilano in processione verso Porta Pila e la perpetua della Consolata che ramazza il marciapiede di fronte alla chiesa.

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Mezzi di trasporto ogni genere sono parcheggiati certo un po’ ovunque, disordinatamente, per le strade gente che passeggia con il cane, alternativi tatuati, fulminati, cabinotti, ragazzini con la birra in mano che stazionano a raccontarsela, professionisti di mezza età, gli anziani meridionali che stanno in quelle case dagli anni Sessanta e non si capacitano di cosa sia successo, gruppi in viaggio: ognuno ha il suo posto, qui, anche se in apparenza  a casaccio. E’ vero, non si viene più perchè fa modaiolo, ma, è oltre: qui si viene perchè è un must.

Tutti seduti, tutti in piedi, aspettare e parlare, alla sera uno squarcio di luce arancio invade piazza Filiberto da via della Consolata. D’inverno è a volte un’improvvisa aria fresca dalle montagne che stanno là in fondo, sull’orizzonte blu di via Giulio.

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E’ sufficiente mettersi sotto l’albero di piazza Emanuele Filiberto – un’enorme magnolia verdissima – e fermarsi ad ascoltare: sopra il brusio della gente, curiosamente rimbomba il fortissimo cinguettìo di un numero enorme ed indistinto di uccellini che hanno deciso – anche loro – di stare qui.

Erika Anna Savio

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