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Paolini e l’arte come “inconoscibile” geometria

Al Castello di Rivoli la mostra «Le Chef-d’oeuvre inconnu» ripercorre i sessant’anni di produzione artistica di Giulio Paolini. Opere come frammenti estratti dal grande catalogo della storia dell’arte. Fino al 28 marzo

«Il divenire continuo della storia dell’arte si svolge attraverso successive mutazioni della cifra segreta e assoluta dell’opera». Castello di Rivoli ospita fino al 28 marzo «Le Chef-d’oeuvre inconnu», mostra che ripercorre i sessant’anni di produzione artistica di Giulio Paolini.

Nato a Genova nel 1940 ma torinese d’adozione, Giulio Paolini è stato tra i protagonisti dell’Arte Povera, anticipando gli sviluppi concettuali dell’arte a livello internazionale. Curata da Marcella Beccaria, la mostra propone un percorso inedito, includendo opere custodite dall’artista e nuovi lavori appositamente realizzati per l’occasione.

Il titolo della mostra, «Le Chef-d’oeuvre inconnu» (Il capolavoro sconosciuto), si riferisce a un racconto breve di Honoré de Balzac, pubblicato nel 1831. Il protagonista, il pittore Frenhofer, è ossessionato dall’idea di raggiungere la perfezione, di dipingere il suo capolavoro assoluto.

Foto di Luciano Romano

Ad accogliere i visitatori c’è una grande installazione che prende le mosse da «Disegno geometrico» (1960), opera emblematica che l’artista ha definito come il suo “primo (e ultimo quadro)”, una semplice squadratura geometrica di un foglio, realizzata con tempera e inchiostro, le linee diagonali delineate in rosso, le mediane in nero. Il disegno preliminare di qualsiasi disegno, immagine preesistente, anonima e neutra, e quindi immagine per eccellenza, che racchiude tutte le immagini possibili. L’intera stanza diventa una versione tridimensionale del «Disegno geometrico», i nove punti dello schema compositivo sono scanditi da un cavalletto e una teca trasparente, che accoglie frammenti cartacei di schizzi e ritagli di libri, mentre le quattro pareti della sala presentano altrettante possibili varianti dell’opera, ingrandite in proporzione allo spazio espositivo.

«Fin dalle opere realizzate alla metà degli anni Sessanta-scrive Marcella Beccaria-l’artista rivolge la propria attenzione alle basi ideali e materiali del fare artistico, al luogo dell’atelier e all’occasione della mostra, quali condizioni attraverso le quali l’arte si realizza e si mette in scena. Nel lavoro di Paolini spesso ricorrono citazioni: l’artista utilizza frammenti estratti dal grande catalogo della storia dell’arte, così come riposiziona in nuovi contesti le proprie opere. Nella sua analisi l’atto del vedere è considerato come il momento conoscitivo la cui verità è però costantemente rimessa in questione e ogni nuovo allestimento può fornire lo spunto per opere successive, in un ciclo inesauribile».

Le opere di Paolini sono come specchi attraverso i quali l’arte riflette su se stessa, microcosmi che contengono frammenti e riproduzioni di opere. La sua poetica verte su tematiche che interrogano la concezione, il manifestarsi e la visione dell’opera d’arte, il mistero dell’arte e la sua tendenza a contemplare se stessa.

A congedare il visitatore, l’opera «Deposizione» (2018-20): una valigia che, dall’alto, lascia andare a terra un frac da uomo, con il fiore che era all’occhiello, camicia e guanti bianchi.

Emanuele Rebuffini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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