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Tra pittura, musica e poesia. Al Museo Ettore Fico l’eclettica avventura artistica di Filippo de Pisis

Il Museo Ettore Fico dedica una mostra a Filippo de Pisis, tra i più originali ed eclettici artisti italiani del Novecento, non etichettabile all’interno di nessuna corrente artistica. 150 opere che ne ricostruiscono le variegate passioni. Fino al 22 aprile.

“Dipingere è un modo intenso di vivere, un’avventura”. Attraverso 150 opere, tra dipinti e disegni, la mostra “Filippo de Pisis eclettico connoisseur fra pittura, musica e poesia”, ospitata al Museo Ettore Fico (fino al 22 aprile) e curata da Elisa Camesasca, Paolo Campiglio e Maddalena Tibertelli de Pisis, ricostruisce la parabola artistica dell’artista ferrarese e le sue variegate passioni: l’amore per la natura e le scienze naturali (ne è riprova l’erbario realizzato negli anni giovanili e donato all’Orto Botanico dell’Università di Padova), l’opera lirica, la poesia (fu legato da profonda amicizia ad Eugenio Montale), il culto per la tradizione artistica ferrarese, l’antiquariato e il collezionismo, la storia dell’arte e la pittura francese. «Una mappatura il più possibile esaustiva delle sue passioni visive, culturali, per dare un ritratto che restituisca l’emozione più intima del suo approccio alla pittura» (Paolo Campiglio).

Paesaggio metafisico, 1923

Nato a Ferrara nel 1896, Filippo de Pisis (così si firmava Luigi Filippo Tibertelli, recuperando da un avo la parte decaduta del cognome) è da annoverarsi tra i più originali ed eclettici artisti italiani del Novecento, non etichettabile all’interno di nessuna scuola o corrente artistica, anche se si è confrontato con le più importanti avanguardie del secolo scorso, dal Dadaismo al Futurismo al Surrealismo ma soprattutto la Metafisica. Nel 1916 a Ferrara incontra de Giorgio Chirico, Alberto Savinio e Carlo Carrà, con i quali stringe un sodalizio soprattutto di tipo letterario che segnerà la sua prima produzione pittorica. Ne sono testimoni opere come Natura morta isterica (1919), Papier collé (1920) raro collage degli esordi, e il raffinato Paesaggio metafisico (1923) che rivela come le geometriche asprezze dechirichiane siano metabolizzate in uno stile personale che punta alla dolcezza espressiva e alla sintesi visiva.

Filippo de Pisis a Venezia nel suo studio di San Barnaba, 1944

«La Metafisica di De Pisis non è quella fredda e oggettiva dei manichini e delle stanze clautrofobiche – scrive Maddalena Tibertelli de Pisis nel saggio in catalogo – ma s’insinua tra gli oggetti, vibra nelle vivaci pennellate che li descrivono ed è permeata da una propensione romantica che vela ogni cosa di malinconia (…), tutta la composizione è avvolta nel mistero delle segrete relazioni tra i diversi oggetti sparsi nello spazio. Ognuno emana una sua aurea particolare contribuendo a creare un’atmosfera sospesa e lirica». Nelle nature morte, in cui accosta oggetti che dialogano tra loro in modo inedito, come nei paesaggi, la sua pittura rivela sempre un aspetto lirico e interiore, una matrice filosofica e letteraria, quel tratto malinconico e l’idea della caducità della bellezza che definiscono una sorta di “romanticismo da retrobottega”. Quel melodramma delle cose che troviamo anche nei raffinati oli e acquerelli con soggetti floreali, come Dalie e gladioli (1933), che evidenziano l’ambiguità della passione per i fiori e la sensualità legata all’attimo, oppure Paravento delle tre stagioni (1941) e La foglia nella tempesta (1940) che «costituiscono le testimonianze estreme di un rapporto costante con la natura come generatrice di vita o dispensatrice di morte» (Paolo Campiglio).

Dalie, 1931

Ma il vero interesse della mostra ospitata dal Mef-Museo Ettore Fico non sta solo nella qualità delle opere esposte ma nel mettere in luce l’intenso rapporto intercorso tra Filippo de Pisis e le fonti pittoriche del presente e del passato, quel dialogo con gli antichi e con i moderni che lo portano a elaborare un personale approccio alla tela che rimarrà negli anni inconfondibile, come una cifra indelebile nella storia dell’arte italiana del Novecento. Lo dimostrano opere come Natura morta marina (1927), La grande conchiglia (1927), Natura morta aerea (1931), W Tosi (1941), le erotiche chine su carta di nudi maschili, tra cui Nudo maschile sdraiato (1931) e Nudo (1934).

La grande conchiglia, 1927

Le sei sezioni in cui si articola la mostra sono dedicate alle diverse passioni dell’artista: la poesia (la grande tela il Beccaccino del 1932 che proviene dalla collezione di Montale e fu donata al poeta dall’amico pittore), la natura, le avanguardie (Fagiano con il quadro di Carrà, 1926), l’arte antica e contemporanea (Omaggio a Michelangelo, 1928), Natura morta con il quadro di El Greco, 1926), la musica (La perla. Omaggio alla Duse, 1943), lo studio da lui chiamato anche “camera melodrammatica” e di volta in volta trasferito nelle varie città in cui l’artista ha vissuto, l’ambiente di Parigi (dove si trasferì nel 1925) e i paesaggi come luoghi dell’anima.

Natura morta con quadro de El Greco, 1926

Sono soprattutto queste due ultime sezioni a mettere in luce la capacità di Filippo de Pisis di inserirsi negli ambienti culturali più vivaci delle città in cui ha soggiornato e di coltivare significative relazioni intellettuali ed artistiche. Nella Ville Lumière entrò a far parte di quel gruppo di artisti denominati Italiens de Paris, insieme a Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Mario Tozzi, Massimo Campigli, Gino Severini, che, seppur non accomunati dal punto di vista espressivo esposero insieme in diverse importanti occasioni. Una rara testimonianza della collaborazione con gli amici italiani è la cassetta da viaggio che conteneva il pappagallo di de Pisis di nome Cocò, che l’artista per scherzo fa dipingere ai suoi colleghi, tra cui Campigli, Tosi e de Chirico. Spiccano i paesaggi parigini come La Torre Eiffel (1939) e gli scorci dei Boulevards, ma anche le vedute di Londra e La casa di Newton (1935) o i paesaggi dipinti a Milano, dove fece rientro nel 1939, e a Venezia dove si recò dopo la distruzione del suo studio di via Rugabella nei bombardamenti del ’43. La prima Biennale del dopoguerra, nel 1948, gli dedicò una sala personale con trenta opere. L’arteriosclerosi lo costringerà al ricovero in una clinica vicino a Brugherio, dove spirerà il 2 aprile 1956.

Emanuele Rebuffini

Fagiano con il quadro di Carrà, 1926

 

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