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La crisi ammoscia

9 luglio 2013 | , , , ,

 

la crisi ammosciaNon c’è dubbio, la crisi ha ammosciato gli animi. Questione di prospettive sbriciolate, sogni infranti, speranze perdute, dicono. Il disastro ha rubato il futuro ai giovani, aggiungono.

 

Voci alle quali è difficile dare torto. E’ roba che si palpa, infesta l’aria, smorza i colori. Però il dramma è amplificato dalle distorsioni ammucchiate in decenni di isteria o di intontimento collettivo. Ci eravamo abituati a orizzonti sconsiderati senza neanche più ragionare su ciò che avevamo a un palmo dal naso. Come sentinelle in un forte inutile difendevamo ciò che avrebbe dovuto farci orrore o, al massimo della bontà, pena. Ci bastavano una manciata di illusioni sciocche e un egoismo smisurato per brindare al benessere, accidenti.

 

Ma quale benessere, mi chiedo. E a quale costo, soprattutto.

 

Svuotate le tasche ci resta l’amarezza degli errori, il rimpianto del tempo non goduto, il rimorso dello spreco, il dolore dei rapporti umani frantumati. Evviva. I bei tempi in cui non eravamo in crisi ci hanno portato a uno strazio indescrivibile. E’ tutto più o meno confuso e sfilacciato, nell’insofferenza, nell’insoddisfazione, nella rabbia.

 

Ma io credevo che la batosta ci avrebbe fatto ritrovare la voglia di amore, di amicizia, di verità, di semplicità. Pure di onestà, per essere proprio franca. Invece la tristezza spalmata sulle facce è quella delle possibilità scemate, delle rinunce che bruciano neanche fossero lutti. Ecco, pare davvero che la “felicità” sia appesa al chiodo con l’agiatezza.

 

Ovvio che non penso alla fame e alla disperazione. Quelle giustificano il crollo pure degli spiriti più illuminati, intendiamoci. Alludo a quelli che comunque possono vivere. A quelli cui pesa come un macigno “accontentarsi”, non spararsi due vacanze esotiche all’anno, non bazzicare ristoranti di grido tutti i fine-settimana, non riempire il guardaroba di griffes.

 

Questa è la delusione peggiore. Fa davvero calare le tenebre. Neanche riesco più ad augurarmi una rivoluzione civile e culturale, non vedo masse di cuori lindi e appassionati, cittadini zelanti e coraggiosi, uomini e donne di virtù e carattere che possano accendere la miccia. Non riusciamo a mettere in off la funzione “avere” e a riportare la manopola su quella “essere”. Sensibilità fuori gioco, insomma.

 

Non vorrei arrendermi, credetemi. Il guaio è che intorno se non mi prendono per un marziano fanno spallucce. In entrambi i casi non è un conforto. Ho paura che se piovessero banconote saremmo tutti nuovamente sereni, infischiandocene allegramente del senso o della direzione della nostra vita e di tutto quello che dovremmo rispettare, inseguire, coccolare.  Svegliatemi e svelatemi che è solo un incubo, per favore.

Uguaglianze diverse

Uguaglianze diverse

21 maggio 2011 | ,

Libertà, uguaglianza, solidarietà, parità. Giuridicamente me ne sono fatta una pelle. Di certi principi ho fatto il pieno con trasporto. Equità, ragionevolezza, valori di nobiltà assoluta, di cultura avanzata, di democrazia.

Ma in pratica la storia scrive altre pagine. Fatichiamo a sostenere il disagio in famiglia, sul lavoro, tra gli amici. Figuriamo nel macro cosmo della società allargata.

Lo vediamo ignobilmente nelle relazioni con deboli e bisognosi, lo tocchiamo scioccamente o ipocritamente con l’omosessualità, lo respiriamo angosciosamente con l’immigrazione.

Mi disgusta e mi terrorizza il cinico sprezzo dei duri, degli intolleranti, di quelli che non sopportano le umane sfumature e tanto meno sono disponibili a condividere con tutti luce e cammino. D’altra parte mi preoccupa e mi infastidisce la retorica delle aperture facili, della fratellanza universale a portata di mano, dell’indulgenza totale.

E’ tragicamente più facile che mantengano intenti e promesse i primi dei secondi, accidenti. In questi tempi di egoismo frenetico, di panni sporchi, di spocchie lussuose ed effimere, di impoverimento culturale, di deficit d’amore e di giornate troppo piene di niente per lasciar spazio a qualche alito di autentica umanità quello che urlano i primi è comodo, spaventosamente realistico, tristemente compreso, quello che proclamano i secondi è manciata di parole che non arriva a scaldare la pelle e a convincere.

Ciondoliamo tra i fustigatori delle diversità e coloro che le agitano come bandiere, senza neanche notare quanto la diversità è somiglianza.

Credo che la nostra dimensione spirituale abbia bisogno di potenti iniezioni di saggezza, volontà, passione. Perché dobbiamo affrancarci dalle persuasioni scivolose, dall’arroganza, dalla sciatteria, dalla crudeltà. Dobbiamo ritrovare la fierezza della nostra natura e tirar fuori dalla naftalina il pensiero.

Altro che questioni intellettuali di civiltà. Questa è una grande causa di pura sopravvivenza. Non possiamo più fare sconti ai lupi e lasciar morire gli agnelli. E non dobbiamo più stordirci di chimere vergognose. Se abbiamo imparato che non c’è un mondo del bene che possa cancellare quello del male, dobbiamo imparare però anche che la giustizia, la comunanza, la sensibilità sono scelte obbligate per le persone di buon senso e sani sentimenti. La ruota gira e possiamo sempre ritrovarci a soffrire quello che abbiamo fatto patire agli altri. Ecco, ricordiamoci questo per partire se proprio abbiamo bisogno di qualche stimolo per accendere i motori. 

Non esistono formule magiche, in verità.

Ma esiste il senso di orientamento. E anche qualcosa che non vi piacerà ma è importantissima: la difficoltà. Non possiamo credere che ci sia dato godere di sciolte esistenze, incuranti degli affanni altrui, refrattari alle regole e al buon gusto, apatici alle pene collettive. E’ ora di capire che a maniche rimboccate, con la dignità che gonfia il petto e la carità in testa possiamo fare la rivoluzione.

Coraggio!