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Le banche in spot

Le banche in spot

5 aprile 2011 |

Altro che strizzare l’occhio. Fanno sognare. Pubblicità invitanti, calde e affettuose.

Porte spalancate, caldi abbracci, sorrisi a profusione, disponibilità assoluta.

Banche amiche, banche amanti, banche mamme.

Toni mielosi su melodie rasserenanti propongono e promettono orizzonti felici.

Sembra che possano piovere soldi e comprensione su tutti noi!

Roba da non credere, ovviamente.

Non che siano mai esistite banche su misura per poveri ma oggi meno che mai oserei immaginarne. E, se mai, tutto questo fiorire di spot accattivanti, è un pessimo segnale. Mala tempora currunt. Hanno bisogno di denari e non solo. Hanno bisogno di clienti, di movimenti. I numeri sono importanti, accidenti. Quasi rimpiangono tutti i cattivi clienti che hanno cacciato malamente, quelli che hanno strozzato, quelli che si sono lasciati rubare dalla concorrenza. Perché quelli facevano operazioni, erano colli attorno ai quali stringere il cappio, portavano acqua al loro livello di posizioni creditizie. Ora rischiano di avere un volume finanziario da banchetta di infimo ordine. Ora hanno personale in esubero. Ora hanno grandi sedi inutili. Ora non possono più maneggiare e manipolare cifre su cifre.

Fanno capolino in video nella speranza di riguadagnare terreno, di irretire qualcuno, di tornare a fare affari di carta. Ma un ceto medio in ginocchio non è un generoso serbatoio di risorse. Non credo si possano creare code di uomini e donne ansiosi di aprire libretti di risparmio, di investire, di accedere a qualche fondo di accantonamento. Quelli che, ammaliati dalla reclame, dovessero correre in uno dei prestigiosi istituti che predicano bontà lo farebbero ancora e unicamente per chiedere aiuto, per avere liquidità insomma. Pensate che le banche degli spot sarebbero lì ad accoglierli con il cuore in mano? Calerebbero le braghe, metterebbero da parte la cautela?

Io ho la sensazione che siano ferree, selettive e spilorce. Non mi spiego quelle pubblicità così romantiche e caritatevoli.

D’altra parte so che larga parte dei consumi e della vita più o meno reale del mercato dipendeva, e dipende, dal ricorso a quella bombola di ossigeno dei prestiti, delle carte di credito e dintorni. Se la ruota non gira il flop si avvicina più velocemente, capisco. Può darsi che il panorama idilliaco di un luogo di incontro tra bisogni e risposte prodighe serva a spremere quel residuo di forza sociale che ha ancora qualche possibilità di accesso al credito e al circuito bancario. Un modo per tenere in moto, almeno al minimo, il sistema.

Eppure non riesco a non scrollare tristemente il capo di fronte a un battage tragicomico.

Mi sfugge qualcosa?