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Crowdfunding

Crowdfunding

18 aprile 2014 | , , , , , , , , , , ,

Praticamente un finanziamento collettivo per pubblicare un libro, un disco o magari produrre un film. Che un po’ vuol dire che crowdfundingmancano i fondi per la cultura o che ci sono solo per i nomi noti e sicuri. E che chi tiene all’arte o crede in un progetto può sentirsi un salvatore o un benefattore.

D’altra parte può diventare l’unico mezzo per godere di un’opera che altrimenti non vedrebbe la luce. E, forse, lo stimolo a una mentalità aperta e dinamica che faccia economia delle forme espressive.

In qualche misura potrebbe essere una forma di democrazia. Chi sostiene sceglie liberamente di premiare, di offrire una chance, di permettere il successo di chi non ha altra via che il crowdfunding. E quindi di porre fine al successo garantito solo a chi ha più opportunità, più conoscenze, più porte aperte. Naturalmente mettersi in piazza a chiedere un contributo richiede già un numero di fan, un minimo di affermazione di partenza, un’immagine decisamente convincente. Insomma, diciamolo, con gli sconosciuti non siamo mai troppo magnanimi. Più che alla musica, al cinema, alla letteratura diamo l’obolo a chi incontra il nostro gradimento e intravediamo vincente.

Comunque sia questa è una realtà diffusa. Con buona pace dello star system può arrivare alla ribalta un cd che le case discografiche non hanno voluto produrre o un romanzo che nessun editore ha degnato di pubblicazione.

O almeno, più o meno, speriamo sia così visto che già dobbiamo fare i conti con il disagio e la tristezza di sapere tanti talenti esclusi dal giusto riconoscimento e tanta felice diffusione negata alle bellezze e bontà culturali.

I politici nella rete

I politici nella rete

19 marzo 2014 | , , , , , , , , , , , ,

politici_blogI politici, nonostante il fallimento della politica sia di clamorosa evidenza, non ne vogliono sapere del web e del ‘contatto’.

Snobbando il blog di Beppe Grillo e quindi molti umori della strada si erano del tutto persi il prevedibile risultato delle ultime elezioni politiche. A livello locale, alla vigilia di ogni chiamata alle urne per le amministrative, la situazione non è diversa. Tutti ormai distanti dalla ‘gente’. Incapaci o indolenti non si prendono cura di familiarizzare con i nuovi mezzi di comunicazione. E, se lo fanno, si impegnano a tempo determinato: giusto il tempo per racimolare consensi con qualche slogan e tante promesse o per tirare calci a parole contro il sistema del quale fanno parte a fatti.

Una volta i politici avevano almeno la furbizia o il buon gusto di avvalersi di qualche valido polso del territorio, di un buon suggeritore che sapeva sempre quali parole e scelte la ‘base’ avrebbe capito e apprezzato. Poi è arrivata una spocchia che ha dato loro due scellerate convinzioni: quella di non avere bisogno di alcun efficiente ed efficace interlocutore popolare e quella di potersi permettere il lusso di avere accanto al massimo qualche statuina molto piacente e poco pensante.

Il blog sembrava, a destra e a sinistra, il ridicolo palcoscenico di un urlatore. Qualcuno è corso ai ripari quando si è accorto che comunicare, interagire, avvicinarsi via internet oltre che utile e sensato è sostenibile in termini logistici più di impossibili o improbabili maratone su e giù per un Paese che non ha neanche più una capillare e vivace rete di attivismo cui riferirsi e appoggiarsi. Ma non ne ha una considerazione alta e sincera e i naviganti abituali lo annusano eccome. Pescano il ghostwriter tra i raccomandati, probabilmente. Oppure si improvvisano blogger, non so.

Inutile storcere il naso. O, peggio, aprire specchietti per allodole, dispensare contentini, far calare una riga come fosse una perla di saggezza. Ci vuole altro per arrivare a cittadini incazzati, delusi, preoccupati. E aggiungerei intelligenti, cari politici. Perché vi siete proprio abituati a considerarci tutti più o meno imbecilli ma potreste e dovreste scoprire che non lo siamo.

Un blog? Una pagina facebook? Cari politici vi consiglio e mi auguro sappiate rispettarli invece di credere che basta averli per conquistare applausi e voti.

E’ qui la festa

E’ qui la festa

8 marzo 2014 | , , , , , , , , , ,

quotidiano_piemontese_festaQuella delle donne, quella degli uomini, quella di Quotidiano Piemontese, quella di Novajo, quella della ‘comunicazione’, quella del presente e del futuro. Questione di spirito. Ce ne vuole parecchio ma qualcosa mi dice che possiamo farcela, a tirarlo fuori. Ecco, parto da ‘comunicazione’ per questo 8 marzo.

Poco importa piaccia alle donne festeggiare, agli uomini riconoscerlo, al mercato intero farne occasione o che invece sia uno dei tanti momenti di un percorso, un giorno a caso del calendario, una ragione di riflessione. Conciliamo tutto e tutti. Facciamo che oggi sia il giorno programmato per l’inizio del viaggio. Il viaggio di donne e uomini nella ‘comunicazione’. E’ proprio bella e allettante questa combinazione.

Informazione, relazione, scambio, confronto, spiegazione, conforto, collaborazione. Con la comunicazione possiamo volare alto, arrivare ovunque, capire, diffondere, ridere, abbracciare. E’ qui la festa, quella della sfida e del cammino. Quella dell’ironia. Quella della passione. Quella del merito. Quella della volontà. E, diciamolo, pure di un pizzico di serenità. Che siamo fatti per incrociarci, crescere, condividere. Per contagiarci di meraviglie.

Perché insieme siamo più forti, su questo non posso essere smentita. E perché un brindisi collettivo è molto più eccitante. Con la dignità di persone e l’euforia femminile e maschile. Niente di melenso, per carità. Che qui, la festa, non celebra armonie di facciata, accordi posticci e dolcetti scherzetti. Siamo più seri che mai. Ovvero ci burliamo allegramente di tutti gli attriti e le stupidità.

Guardiamo avanti, oltre. Così mi piace sentirlo e abbracciarlo, questo frizzante sogno che si sveglia nella realtà che è QP con tutti i suoi progetti e i suoi domani.

E’ qui la festa. Quella del costume che ha bisogno di rinnovarsi o spogliarsi o guardarsi allo specchio. Un po’ con severità un po’ con ottimismo. Ma, anche su questo, senza troppo zucchero. Preferisco uno sguardo intenso in equilibrio tra verità e speranza, con le punte acide e quelle amabili. Come la vita.

Infine, concedetemelo, è qui anche la festa dei ghostwriter. Quelli come me, appesi al filo di una storia, penne di qualcuno, pronti all’avventura. Quelli che non hanno paura della comunicazione, anzi.

I soliti italiani

I soliti italiani

29 gennaio 2014 | , , , , , , , , ,

i_soliti_italianiDi rivoluzione se ne parla e quando se ne parla vuol dire che non si fa. Siamo i soliti italiani non rivoluzionari. E questo dovrebbe agevolmente farci rassegnarci al fatto che siano sempre i soliti italiani a ricoprire tutte le cariche pubbliche, a fare politica locale e nazionale, ad avere le mani in pasta.

Tutti hanno ricette e nessuno cucina. O, se cucina, lo fa per amici e parenti che in Italia sono sempre tanti quando sei chef. Praticamente siamo più o meno nelle sabbie mobili. Dal cilindro escono sempre quei nomi o i lori familiari o affini. E la questione non è quella del ricambio generazionale, senza i figli o i nipoti potremmo vivere alla grande se i padri, gli zii e i nonni fossero buoni e capaci.

Ma di cosa possiamo lamentarci? Ci facciamo la guerra tra noi, abitanti di gamba tacco  punta, ricchi e poveri, pensionati e disoccupati, studenti e lavoratori, autonomi e dipendenti e sbuffiamo ogni giorno mentre cerchiamo, comunque, di stare dentro il sistema e la cultura che fingiamo di disprezzare. C’è chi chiede aiuto al tizio che è introdotto nelle utili cose che risolvono i bisogni, chi fa il furbo e salta la coda, chi si arrangia con un pizzico di fantasia, chi si prende con arroganza quello che gli occorre. E così via, fino a sera. Domani è un altro giorno e si vedrà.

Abbiamo l’arte e le bellezze, abbiamo (o avevamo) eccellenze in tutto ma custodirle, rispettarle, valorizzarle costava umiltà, fatica, lungimiranza. Ora lo ripetiamo tutti come un mantra ma intanto guai a lavorare la terra o fare l’artigiano. Anzi, tanto che ci siamo andiamo avanti a imbrattare i monumenti, a ignorare la realtà e il patrimonio che dovremmo portare in palmo di mano.

La crisi economica ha stracciato il nostro portafogli, l’entusiasmo e le prospettive seguono a ruota perché in fondo non lo ammettiamo ma siamo consapevoli della nostra attitudine al lassismo. A noi piace poco ripartire, metterci in gioco, svoltare, rimboccarsi le maniche. Siamo più propensi a dare la colpa ai soliti fingendo di non sapere che siamo noi, i soliti.

La pessima prova dei soliti in politica, quelli che ci rappresentano proprio per quello che siamo, ci indigna nel tempo e nello spazio in cui non possiamo godere noi di qualche privilegio, di un posto al sole e delle frequentazioni “giuste”.

E quelli che se ne vanno all’estero e trovano una società che funziona e ripaga finiscono per non venirci neanche a spiegare che ricevono esattamente quello che danno. Forse fanno bene, tanto non li ascolteremmo e non la prenderemmo come una lezione.

Sesso pubblico a contratto

Sesso pubblico a contratto

27 dicembre 2013 | , , , , , , , , ,

sesso_pubblicoD’accordo, ci mancava che il sesso tra segretaria e assessore regionale finisse nel contratto di lavoro. Non che dalla pratica alla formalizzazione corra grande differenza ma mettere nero su bianco che i pubblici amministratori maneggiano così denari, timbratrici e personale è, almeno, una freccia al nostro arco.

Vecchio quanto il mondo, l’uso un pochino sciolto del corpo, tutto sommato non è che debba muoverci a indignazione o ribrezzo. La questione sta solo nel pubblico ruolo e, quindi, nella leggerezza impudente e imperdonabile, con il quale si ricopre. La signorina in questione non riceverà da me lezioni di costume sessuale. Per quanto mi riguarda può concedere grazie e piacere a chi le pare e spassarsela come meglio crede con le sue performances amorose. A me, al più, risponde come cittadina se non ha fatto il suo dovere impiegatizio, se ha guadagnato soldi della collettività per attività che un servizio buono lo rendevano solo all’assessore, se ha sprecato il tempo retribuito dai cittadini in qualche alcova o da qualche parrucchiere per farsi bella. Al pari, ovviamente, del consigliere Luigi De Fanis.

Però, appunto, torna utile questo contratto un po’ “clamoroso”. Svela, se a qualcuno non fosse ancora chiaro, il “sistema”. Che è quello delle complicità, non solo erotiche ovviamente. Mettere insieme le mani in pasta, questo è il metodo. Se peschi nel torbido non puoi spifferare o tradire, semplice. Così si sguazza allegramente nella lussuria e nelle tangenti. E tutto perché il livello etico è decisamente basso, bassissimo, in tutti noi. Il politico è la punta non l’iceberg intero.

A questo punto se siamo “senza peccato” possiamo scagliare la pietra. O la freccia.

Il senso di responsabilità, l’onestà, la serietà sono proprio merce rara. La nostra cultura sociale è decisamente più oscena di un po’ di sano sesso e, da qui in avanti, se è crisi nera toccherà forse dare davvero una ripulita alle nostre macchie.

Tutto si fa quasi alla luce del sole come se ci fosse una sorta di impunità garantita. Ogni scandalo è a tempo determinato. Basta un’alba per portarne uno più grosso che oscura il precedente. E a noi pare rimasto appena un filo di voce con il quale protestare. Non perché pretendiamo giustizia, lealtà, correttezza ma perché non riusciamo ad arrivare alla marmellata…

Certo, cari lettori, tra voi ci sono persone di indubbie virtù, anime che si sentiranno offese da questa catastrofica generalizzazione. Bene! Arrabbiatevi. Molto, moltissimo. E dimostratemi di tirare con forza e mira così provette da colpire il bersaglio, una volta per tutte.

Dopo Nelson Mandela

Dopo Nelson Mandela

6 dicembre 2013 | , , , , ,

Nelson-MandelaLa morte, di chiunque, può essere un piccolo o grande dramma personale. La morte di un grande può aprire voragini.

Capita in famiglia o tra gli amici, quando a mancare è il cuore, il collante, il leader. Capita in misura amplificata quando a lasciare questa terra è un Uomo chiamato Nelson Mandela.

Capita perché ci sentiamo più soli o più tristi. Capita perché abbiamo paura che la realtà non conosca uomini altrettanto capaci di scrivere la storia. Capita perché qualcuno, già distratto da molto altro mentre il grande Uomo era in vita, finirà addirittura per dimenticarlo, dopo.

Non è più vero che morto un Papa se ne fa un altro perché ce ne possiamo ritrovare uno nuovo senza aver sepolto il precedente ma temo si possa anche intendere che tutto (e tutti) passi e possa essere sostituito. C’è una cosa per ogni tempo. In un certo senso pure un Uomo per ogni tempo. Lo potrei accettare anzi lo dovrei accettare: questa è la vita e questa è pure la natura.

Quello che è più faticoso o doloroso sopportare è che si possa affievolire la memoria. D’accordo, il tempo di Nelson Mandela è consegnato al passato perché lui non c’è più. Ma guai se questo significasse non tramandare l’essenza di Nelson Mandela e di quel tempo consegnato al passato. In un momento come questo, dove più o meno tutto precipita alla velocità della luce, sarebbe un errore imperdonabile. Abbiamo più che mai bisogno di qualche esempio che continui a farci dire “la pace è possibile”, in amore, rispetto e libertà.

E poi non possiamo accontentarci di piccoli miti quando ne abbiamo conosciuti altri immensi. Ecco, l’umanità intera oggi deve ricordare per non impoverirsi. Non è difficile, siamo circondati da tali e tanti piccoli insignificanti uomini che un faro come questo non può che tenere calde le nostre speranze e, soprattutto, la nostra civiltà. E’ una questione culturale o sociale, forse. Eppure io credo che, prima di tutto, sia un’intima necessità essenziale la possibilità di credere nel trionfo dell’audacia dei giusti.

Che Nelson Mandela resti per sempre nella nostra anima.

Sfigati d’Italia

Sfigati d’Italia

15 novembre 2013 | , , , , , , ,

Io non ci sto, dalla parte di quelli che si sentono sfortunati. Devo dire la verità, a me il pensiero di esserlo assale da una vita almeno unasfigati_italia volta al giorno. Però lo caccio indietro, lo bastono, lo nascondo, lo sbugiardo. Faccio di tutto per non assolvermi.

E’ colpa mia se non riesco a trovare soluzione a un problema. E’ colpa mia se non sono capace di colmare una lacuna. E’ colpa mia se non arrivo dove mi piacerebbe.

Perché la storia spesso ci lascia indietro perché non facciamo un passo avanti. Dunque basta. Sono più propensa a tendere la mano a chi non si lagna e ammette di essere semplicemente scarso in intelletto o volontà o coraggio. E alla fine, diciamolo, mi auguro dunque, di trovare anch’io qualche mano tesa.

Ma al lamento no. Non mi arrendo e non mi commuovo. Con l’etichetta di sfigati cronici non si possono avanzare pretese. Forse si può solo sognare di non indossarne più i panni.

E allora eccomi al costume. Che perpetua lo scontento e maledice i fortunati, senza rimboccarsi le maniche. L’italico vizio ci seppellirà, probabilmente. Senza neanche il conforto dell’ultimo desiderio da esprimere e da vivere.

I giornali e la tv non aiutano, lo so. Anzi. Ci marciano. Sulla denuncia che, ad ogni replica, annoia e basta. Non dico che debbano spuntare come funghi le ricette per la “felicità” ma almeno qualche idea o, meglio, qualche azione concreta che assomigli a una pietanza mangiabile per vivere meglio o non ammalarsi a qualcuno verrà in mente o no?

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Bandita la disoccupazione ai ventenni

Bandita la disoccupazione ai ventenni

8 ottobre 2013 | , , , , ,

Basta, non ce la faccio più, e vi prego di leggerlo a mo’ di Magda del film Bianco, Rosso e Verdone.

E ancora, non ce la faccio più, con il tono decisamente più aggressivo, a leggere e sentire il dramma della disoccupazione giovanile. Primo perché non riesco assolutamente a comprendere come si faccia a non percepire che il dramma non ha età. Secondo perché mi arriva in faccia violentemente la sensazione che nessuno dica la verità, ovvero che i pochi posti di lavoro che il mercato offre sono rivolti unicamente ai giovani mentre a quelli non più ventenni si riserva la sprezzante negazione di qualsiasi speranza.

Alla cassa di un supermercato, in un qualsiasi negozio o studio professionale, perfino negli uffici di selezione del personale si trovano tenerissime facce alle prime armi.

E allora? Non ci sono sufficienti posti di lavoro. Ma quelli che ci sono sicuramente sono saldamente in mano ai giovani. Dopo i 30 anni disoccupati_adultisiamo tutti, inesorabilmente, destinati alla rottamazione. Non me ne voglia la fresca generazione se in questo ravvedo un dramma ulteriore, cioè quello del tutto affidato all’inesperienza. Non è una colpa dei ragazzi, ben s’intende, ed è giusto dare loro ogni modo per formarsele, la competenza e la maturità lavorativa.  Si tratta se mai di comprendere che nessun ambito può essere completamente esplorato senza la sinergia di giovani e adulti. E che dobbiamo smetterla, tutti, di prenderci per il naso. Se il Paese finge di investire sui giovani come risorsa per il futuro ma non sopravvive oggi non ci sarà il domani per alcuno. Vogliamo offrire collocamento ai figli perché debbano mantenere o sostenere i genitori cinquantenni o sessantenni rimasti disoccupati? La sintesi non è estrema, semplicemente chiara e inequivocabile.

Molti datori di lavoro hanno ragioni evidentissime per preferire le assunzioni di ragazzi. I giovani costano meno, questo è il punto. Il disoccupato di quarant’anni (ovvero vecchio e decrepito a tutti gli effetti salvo a quelli del pensionamento) comporta spese non tollerabili, magari è capace e disposto a impegno e sacrifici di ogni sorta ma è da scartare subito.

Le responsabilità di questo incubo gravano su tutti. Sugli anni di aspettative e pretese fuori da ogni sostenibilità, sui meccanismi normativi completamente sballati rispetto alla realtà, sulle concezioni politiche, sociali e culturali sorde e cieche di fronte alle degenerazioni e alle derive. Sulla mancanza di onestà e coraggio. Su concezioni economiche che coprono l’economia di vergogna. Su una cittadinanza piegata su convenienze, fatalismo, scorciatoie, illusioni, perversioni.

Un disoccupato è un disoccupato, in un Paese civile. E qualsiasi serio disegno per non far dilagare la disperazione parte da questo. Nulla più e nulla meno. Occorre ripensare, profondamente, il nostro sistema mentale prima di quello legislativo. E fare un’analisi seria della realtà e del tempo. Quali settori possono essere produttivi, cosa ci serve, dove andiamo, che bisogni abbiamo accidenti. Altrimenti oltre ad avere una marea di adulti nel baratro avremo una marea di giovani confusi, in balia di una colossale menzogna intellettuale e pratica.

Possibile che non si possa mai sollevare del tutto il velo dall’ipocrisia, dall’informazione distorta, dalla rabbia o dal dolore silenziosi? Le misure contro la disoccupazione giovanile…ecco, davanti a espressioni così indigeribili il vostro stomaco come si sente?

Il precariato giovanile è una piaga. Giusto, occorre aggiungere anche questo. Ai giovani sono state consegnate le scadenze e le sfide come elementi di panico e umiliazione insopportabili. Posso invece presentare personalmente un bel numero di signori e signore che brinderebbero a un contratto di un anno. Potremmo valutare anche questo, cortesemente?

Tutti insieme, naturalmente. Giovani e anziani di 35 o 42 o 55 anni. 

L’allergia alla rivoluzione

L’allergia alla rivoluzione

2 ottobre 2013 | , , , , ,

allergia_rivoluzioneGli italiani sono allergici alla rivoluzione. Non alla parola, di quella fanno uso e talvolta abuso senza alcuna crisi respiratoria o di orticaria. Ma alla sostanza.

Le azioni rivoluzionarie sono praticamente il vero tabù italiano. Non che la scoperta sia mia, purtroppo è dato rilevato e arcinoto da parecchio. E’ che oggi più che mai il tallone d’Achille duole e fa a pezzi il cammino civile.

A me umanamente questa cosa stritola cuore e cervello. Vorrei capire ma non ce la faccio. Sono bloccata dal terrore. Quello di realizzare che è un male incurabile. Che non c’è prospettiva di liberazione.

Alla fine è meglio morire o vivere nella disperazione?

Drammatica domanda. Aggrapparsi emotivamente al battito della sopravvivenza è un impulso naturale, forse. Ma non potrebbe esserlo altrettanto, vista l’indolenza e la rassegnazione, consegnarsi alla sepoltura?

Nell’oscena tarantella della politica non c’è altro che la nostra miserabile italianità. Eppure lì ci diamo da fare con l’insulto e la condanna, quasi ci sollevasse da ogni altra incombenza, ci assolvesse da tutte le colpe e ci restituisse intatta la dignità.

Slabbrati e sfibrati come stracci lanciamo freccette fuori bersaglio. Un po’ ingenui, un po’ menefreghisti, un po’ flaccidi, un po’ intriganti.

E dove diavolo sono i fari dello spirito? In verità ci sono ma non hanno alcun appeal. Hanno perso smalto e carisma. O sono indaffarati in qualche alta strategia e si faranno vedere chissà quando solo ai pochi superstiti dello sbando totale.

D’altra parte i pochi volenterosi della rivoluzione, seria e pacifica, sono messi al palo. Come poveri illusi, noiosi predicatori, personaggi fuori moda. E allora i fari possono pure lanciare segnali e illuminare la rotta dei naviganti ma quasi nessuno se ne avvede.

Che tristezza. Chinare il capo e attendere con speranza è un esercizio di tortura.

Finché la barca và lasciala andare…Però quando affonda non perdere tempo a piangere, accusare, prestare soccorso. Si salva solo chi può.