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Facebook quanto vale un like

6 maggio 2014 | , , , , , , , ,

like_facebook_don't_likeUn like su facebook è la forma di sintesi di quella che una volta era una condivisione verbale poi è diventata un occhiolino, una pacca sulla spalla, un sorriso e dopo ancora uno squillo sul cellulare.

Ogni giorno molti fanno scorrere schermate su schermate spalmando like su tutte le pagine degli amici. Così, come un saluto, una gratifica, una consolazione. Che le parole implicano tempo ed energia, per leggere bene e rispondere a tono ci vuole vero impegno.

E meno male che è roba straniera. Se non vuoi cavartela con un like o passare oltre devi cimentarti ad articolare il dissenso. L’avesse inventato un italiano ci avrebbe messo like, non like, forse, ma, ni, so e un’infinità di altre variabili e sfumature alle quali siamo abituati perché di stringatezze espressive non siamo mai stati campioni.

Ecco, essendo sbarcato solo con il like e il commenta (o al massimo condividi) chi vuole sfoggiare qualche conoscenza, lasciare una gradevole traccia, interagire con qualche buona considerazione, sollevare la polemica, scontrarsi bruscamente deve usare testa e tastiera. Altrimenti ci saremmo ridotti davvero alla comunicazione per click, alla conta dei mi piace/non mi piace senza uno scambio di battute accidenti.

Comunque chi vuole like pubblichi foto. Chi vuole molti like posti foto sexy.

Chi se ne infischia del numero di like scriva pure pensieri, racconti, recensioni, notizie. Oltre la riga c’è il black out, il fuggi fuggi generale. Neanche ci fosse il divieto di like!

A meno di non giocare la carta di un link con un titolo acchiappa-consensi. Quello, in un secondo, scatena tutte le dita del web. Nessuno saprà così si cela sotto il titolo ma i like andranno alle stelle.

Per smascherarci…se non ci fosse facebook ci toccherebbe inventarlo.

Untouched: Novara e social media

30 aprile 2014 | , , , , , , , , , ,

Untouched è l’ultimo cortometraggio pensato e girato a Novara da Marco Paracchini.

Un video ben studiato e magnificamente realizzato in una città che ne esce dilatata, quasi ingigantita. Merito di inquadrature insolite e di un contenuto di ampio respiro che la consegna come una ‘metropoli’ del nostro tempo. In effetti è la realtà narrata dal corto ad appartenere a una qualsiasi grande realtà in questo scorcio di millennio molto virtuale.

Ecco, i silenziosi protagonisti di Untouched vivono vicini ma tutto ciò che condividono è la comunicazione via web. Le loro giornate, le loro energie, i loro desideri sono scanditi da appuntamenti, plateali o furtivi, con il cellulare che li connette alla vita, alla socializzazione, allo scambio. Le relazioni umane, quelle vere, sono misere, frettolose, superficiali. I social network sembrano l’antidoto alla solitudine e alla paura dei contatti autentici.

Gli incontri via display sono il surrogato di tutto, il mare in cui navigare tranquilli e liberi. O forse qualcosa che impegna meno, placa le ansie dei confronti face to face, fa evadere da un contesto complicato e deludente.

Uno spaccato sociale intenso e doloroso, Untouched. Ma anche una sveglia che lo trasforma in un urlo di esortazione. La città rivisitata è consegnata come chiave di svolta. L’appeal dei luoghi e il faro puntato su un’assurda deriva umana invogliano a una riflessione, a un sorriso di speranza, a un tentativo di entusiasmo. In questo trovo un bel lavoro di Paracchini e dei collaboratori: la triste rappresentazione di un’epoca spalmata su schermi e tastiere si schiude alla bellezza e al calore dei posti e delle possibilità da recuperare. Insomma forse si può fare alla fine un po’ di autoironia, spegnere pc, ipad e telefono, armarsi di coraggio, giovialità e curiosità e buttarsi in strada, tra la gente.

Penso al virale We are happy che ha portato tutte le età a ridere e ballare, ha fatto esplorare paesi e città, ha rimesso in pista orizzontiuntouched_paracchini_novara creativi, ha creato occasioni e sciolto le rigidità. E credo che Untouched possa riaccendere la voglia di rapporti, parole, sguardi e abbracci. Certo ha scelto un impatto più duro e malinconico ma forse era necessario. Paradossalmente il mondo a portata di un click è diventato la nostra microscopica gabbia. E’ il momento di riappropriarci invece dello spazio e di respirare l’esistenza sul campo. Le persone in carne ed ossa, le esperienze, le emozioni sono ‘conquiste’ imperdibili.

Bravo, Marco Paracchini. La ‘mia’ Novara ringrazia.

 

Crowdfunding

Crowdfunding

18 aprile 2014 | , , , , , , , , , , ,

Praticamente un finanziamento collettivo per pubblicare un libro, un disco o magari produrre un film. Che un po’ vuol dire che crowdfundingmancano i fondi per la cultura o che ci sono solo per i nomi noti e sicuri. E che chi tiene all’arte o crede in un progetto può sentirsi un salvatore o un benefattore.

D’altra parte può diventare l’unico mezzo per godere di un’opera che altrimenti non vedrebbe la luce. E, forse, lo stimolo a una mentalità aperta e dinamica che faccia economia delle forme espressive.

In qualche misura potrebbe essere una forma di democrazia. Chi sostiene sceglie liberamente di premiare, di offrire una chance, di permettere il successo di chi non ha altra via che il crowdfunding. E quindi di porre fine al successo garantito solo a chi ha più opportunità, più conoscenze, più porte aperte. Naturalmente mettersi in piazza a chiedere un contributo richiede già un numero di fan, un minimo di affermazione di partenza, un’immagine decisamente convincente. Insomma, diciamolo, con gli sconosciuti non siamo mai troppo magnanimi. Più che alla musica, al cinema, alla letteratura diamo l’obolo a chi incontra il nostro gradimento e intravediamo vincente.

Comunque sia questa è una realtà diffusa. Con buona pace dello star system può arrivare alla ribalta un cd che le case discografiche non hanno voluto produrre o un romanzo che nessun editore ha degnato di pubblicazione.

O almeno, più o meno, speriamo sia così visto che già dobbiamo fare i conti con il disagio e la tristezza di sapere tanti talenti esclusi dal giusto riconoscimento e tanta felice diffusione negata alle bellezze e bontà culturali.

Dolce&Gabbana vestono la Nazionale

Dolce&Gabbana vestono la Nazionale

17 aprile 2014 | , , , , , , ,

dolce_gabbana_nazionale_calcioRecentemente Dolce&Gabbana erano finiti nella rete della guardia di finanza e della giustizia per un’ipotesi di maxi evasione fiscale nata in seguito alla costituzione di una società in Lussembergo.

La bufera sembra passata. Sostanzialmente certe operazioni sono lecite e legittime, per quanto possano indispettire i contribuenti italiani. Questo almeno è quello che sostiene l’accusa della seconda sezione penale della Corte d’appello di Milano. E, d’altra parte, dopo la ‘serrata per indignazione’ dei negozi di Via della Spiga e Corso Venezia, Dolce&Gabbana hanno pure deciso di mantenere gli show-room a Milano declinando gentilmente pure l’invito ospitale del sindaco di Gattinara, nel vercellese.

Dolce&Gabbana si riconciliano con il tricolore. E lo fanno alla grande. Vestiranno infatti la Nazionale di calcio italiana ai Mondiali 2014 in Brasile. Tutti i giocatori e il team avranno un guardaroba griffato D&G, dal look formale a quello casual agli accessori.

Il sodalizio continua, insomma. Se mai avremo da lagnarci sulle prestazioni in campo ci sarà lo stile a sollevarci il morale, sempre ammesso ci interessi naturalmente. Perché con l’aria che tira a molti forse gioverebbero notizie di altra portata, che a ben vedere il ‘lusso’ resta cosa fuori orizzonte per un buon numero di italiani…

Ma questo è costume, signore e signori. E un po’ di fascino del made in Italy si può anche celebrare.

Cari politici adottate un ghostwriter

Cari politici adottate un ghostwriter

4 aprile 2014 | , , , , , , , , , , , ,

E pure buono.

Toglietevi i grilli dalla testa: piaceri sessuali, bella vita e bollicine non vi aiuteranno a raggiungere o conservare gli allori. E non è neanche ghostwriter_ghostbloggerpiù tempo di un portaborse riverente o di un traffichino con le mani sporche. E’ ora che mettiate mano al portafogli per ingaggiare un buon ‘comunicatore’, uno che vi sistemi il profilo pubblico, che conosca la realtà e sappia offrirvi le parole giuste per arrivare alla ‘gente’, quella da cui siete lontani anni luce. Un lavoratore vero che stia sui social, vi gestisca il blog, vi suggerisca il taglio dei discorsi, dialoghi sul web con gli elettori.

Vi costerà meno dei vizietti ai quali vi dedicavate e vi tornerà molto più utile, politicamente e umanamente. E’ un investimento serio e onesto, se saprete intenderlo nel suo significato effettivo. Lui, il ghostwriter, è un uomo della strada, uno che studia, analizza, si rimbocca le mani, respira la vita di tutti. Un ponte. Tra voi e gli italiani come lui, quelli che voi non sapete dove stanno di casa e, soprattutto, se una casa ce l’hanno. Una testa pensante. E una mano sempre pronta a digitare sulla tastiera, con spirito di servizio e professionalità. Un tizio che non improvvisa come voi competenze che non ha. Si documenta, confronta, soppesa prima di lanciarvi in pista con insulsi bla bla.

Vedervi in tv e leggervi in rete conferma abbondantemente l’urgenza di ascoltare il mio consiglio. Se non indignate fate pena. E, francamente, non so cosa sia meglio.

Fate un falò dell’arroganza, dell’approssimazione, della sfacciataggine e muovete il mercato della scrittura. Acquisterete consensi e serenità. Forse troverete anche, con un po’ di pazienza e impegno, la via per ritrovare il senso…di tutto: dello Stato, della cultura, della misura. La società ha bisogno di Politici come voi avete bisogno di Ghostwriter.

Le due leggi

Le due leggi

25 marzo 2014 | , , , , , , , , , , ,

le-due-leggi-fiction-elena-sofia-ricciA leggere le anticipazioni della fiction tv Le due leggi, in onda questa sera su rai 1, ci sarebbe da aspettarsi un reality. Purtroppo però nella realtà al suicidio di disperati clienti non sempre i direttori di banca reagiscono come Elena Sofia Ricci.

Vi è comunque da chiedersi a che punto siamo se il piccolo schermo, di una crisi dirompente e dei molti tristi risvolti umani, pensa a fare una serie da prima serata. O, meglio, viene da pensare alla saggezza che vuole che la realtà superi la fantasia e alla ironicamente grottesca verità delle ‘due leggi’, quella cui noi comuni mortali non scampiamo e quella umana che pretenderebbe, a ragione, qualche clemenza in più.

Il direttore di banca che nega un prestito e l’imprenditore che si suicida sono anelli di una catena difficile da spezzare. E quello che è tristemente assurdo è che entrambi possano vivere un dramma in solitaria agonia. Già, forse dietro e dentro i grigi funzionari del rigore ci sono delle Elena Sofia Ricci che non hanno il lieto fine della coscienza a portata di copione.

D’altra parte può darsi ci sia altro da scoprire.

Colpita dalla vicenda e decisa a fare quel che può per evitare altre tragedie, Elena Sofia Ricci forzerà ogni regola e a suo rischio e pericolo supererà ogni limite consentito per aiutare altri clienti in crisi. Sotto l’indulgenza dei vertici della banca, che inaspettatamente non la licenziano, c’è qualche scomoda verità.

Le due leggi può anche suonare come due pesi e due misure.

Non mi resta che attendere il verdetto del pubblico.

Celentano contro Farinetti

Celentano contro Farinetti

20 marzo 2014 | , , , , , , , , , , ,

adriano-celentano-Celentano accusa Oscar Farinetti di fare più impresa che cultura del cibo. Eataly, amata odiata Eataly, ha aperto a Milano in quello che era il Teatro Smeraldo.

Celentano solleva sostanzialmente una questione morale. Di verità e di rispetto della cultura che secondo lui in Farinetti difetta. Lungi dall’avventurarmi nel merito e nel giudizio, sulla creatura e sul suo ideatore, che richiederebbero un polso su Eataly che non ho, mi piace soffermarmi sul riferimento all’operazione di ‘immagine’. Se Farinetti avesse restituito lo stabile alla sua funzione storica, avrebbe sicuramente goduto di un favorevole ritorno di immagine. Pare insomma che Celentano invochi un tempo dei ricchi che sanno, almeno per strategia promozionale, fare anche qualcosa che non si traduca in sonante e immediato profitto.

Il discorso è stuzzicante per me che mi arrovello da anni su certa spudoratezza e su certa smania di denari ma in tutta sincerità qui traballo. Farinetti è un imprenditore, investe dove e come crede sia remunerativo. Magari ha fiutato non fosse affare suo ripristinare il teatro e ha percorso altre strade per l’impegno ‘etico’ e sociale. Oppure davvero ‘cultura’ è una parola copertura, come ritiene Celentano. Non lo so e non è questo il punto.

Quello che non vorrei, partendo da Farinetti e non scrivendo di Farinetti, è che fare esponesse sempre a condanne più severe che stare a guardare e pontificare. Il rischio non è che questo Paese si immobilizzi del tutto?

Occhi aperti, d’accordo. Denunciare uno scempio, un patrimonio accumulato illegalmente, un’economia spregiudicata è diritto dovere di tutti però occorre un ‘sistema’ di valori complessivi che consenta comunque di non sprofondare nelle sabbie mobili. Il teatro Smeraldo poteva avere un futuro migliore? Non ho risposte, mi interrogo ecco tutto. Anch’io credo che un imprenditore che si mettesse a fare qualcosa tout court per la cultura potrebbe mietere consensi e quindi poi finire per guadagnare assai più che con dirette attività commerciali eppure la croce in spalla a Farinetti non risolve i problemi di questo terribile periodo di crisi multistrati.

Mi faccio anche una domanda: le persone bazzicano di più i teatri o Eataly?

Non voglio giustificare Eataly sulla infatuazione del momento. Anzi. Mi piacerebbero assai le scelte audaci e profonde, quelle che una volta si sarebbero dette educative a lungo termine. Ho la vaga impressione però che un tessuto economico che fa acqua da tutte le parti regga più le toppe che le nobili lungimiranze.

Si, sono confusa. Sentimentalmente vorrei dare ragione a Celentano. Ripeto, non ‘contro’ Farinetti ma concettualmente. Ma in preda alla brutta logica dell’emergenza tarpare le ali a chi fa imprenditoria mi spaventa un poco.

Aiutatemi a capire, se potete.

E’ qui la festa

E’ qui la festa

8 marzo 2014 | , , , , , , , , , ,

quotidiano_piemontese_festaQuella delle donne, quella degli uomini, quella di Quotidiano Piemontese, quella di Novajo, quella della ‘comunicazione’, quella del presente e del futuro. Questione di spirito. Ce ne vuole parecchio ma qualcosa mi dice che possiamo farcela, a tirarlo fuori. Ecco, parto da ‘comunicazione’ per questo 8 marzo.

Poco importa piaccia alle donne festeggiare, agli uomini riconoscerlo, al mercato intero farne occasione o che invece sia uno dei tanti momenti di un percorso, un giorno a caso del calendario, una ragione di riflessione. Conciliamo tutto e tutti. Facciamo che oggi sia il giorno programmato per l’inizio del viaggio. Il viaggio di donne e uomini nella ‘comunicazione’. E’ proprio bella e allettante questa combinazione.

Informazione, relazione, scambio, confronto, spiegazione, conforto, collaborazione. Con la comunicazione possiamo volare alto, arrivare ovunque, capire, diffondere, ridere, abbracciare. E’ qui la festa, quella della sfida e del cammino. Quella dell’ironia. Quella della passione. Quella del merito. Quella della volontà. E, diciamolo, pure di un pizzico di serenità. Che siamo fatti per incrociarci, crescere, condividere. Per contagiarci di meraviglie.

Perché insieme siamo più forti, su questo non posso essere smentita. E perché un brindisi collettivo è molto più eccitante. Con la dignità di persone e l’euforia femminile e maschile. Niente di melenso, per carità. Che qui, la festa, non celebra armonie di facciata, accordi posticci e dolcetti scherzetti. Siamo più seri che mai. Ovvero ci burliamo allegramente di tutti gli attriti e le stupidità.

Guardiamo avanti, oltre. Così mi piace sentirlo e abbracciarlo, questo frizzante sogno che si sveglia nella realtà che è QP con tutti i suoi progetti e i suoi domani.

E’ qui la festa. Quella del costume che ha bisogno di rinnovarsi o spogliarsi o guardarsi allo specchio. Un po’ con severità un po’ con ottimismo. Ma, anche su questo, senza troppo zucchero. Preferisco uno sguardo intenso in equilibrio tra verità e speranza, con le punte acide e quelle amabili. Come la vita.

Infine, concedetemelo, è qui anche la festa dei ghostwriter. Quelli come me, appesi al filo di una storia, penne di qualcuno, pronti all’avventura. Quelli che non hanno paura della comunicazione, anzi.