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Antonio Mesisca: Nero Dostoevskij

Antonio Mesisca: Nero Dostoevskij

23 ottobre 2015 | , , , , , , , , ,

NeroDostoevskijNero Dostoevskij è una pistola puntata alla tempia che invece di fotterti di paura ti fa contorcere dalle risate. Mica perché è una barzelletta. Macché. E’ una di quelle storie che, felicemente, non collochi. Alla faccia del genere letterario lui, Antonio Mesisca, fa surf in acque torbide e cristalline insieme. Così, per lucida fantasia o per squinternato realismo.

Prende alla pancia, Nero Dostoevskij. Innanzi tutto per il ritmo. E se questo pare una sorta di complimento minore, vi sbagliate di grosso. Insomma qui non è la scrittura, pur fluida e incalzante, a dettare il tempo. E’ la trama –noir, rock, esilarante, conturbante- a serrare il lettore in un abbraccio forsennato e incantevole.

Nella spirale della ricchezza e del gioco d’azzardo, Oscar Peretti, sfigato  e assassino, è uno di noi e ci porta a spasso nella variegata bestialità di un microcosmo di sentimenti slabbrati, malfattori contorti, macchiette di un verismo volutamente stiracchiato, avventure destre e sinistre.

Sullo sfondo delle risaie che, beate loro, stanno benone alla faccia di chi si illude che sognino il mare, il bandolo della matassa c’è ma non si trova, non c’è ma si trova.

A cavallo tra le questioni irrisolte, del nord, del sud, della sorte che li allea contro chi non è del nord e non è del sud, Antonio Mesisca mette in sella un frullatore a tutta velocità che mescola una quantità di personaggi, situazioni, stati d’animo talmente grotteschi da non esserlo affatto.

Gioca alla grande, con il paradosso del caso che spesso assomiglia, molto, alla realtà. Almeno quella dei pensieri. Mette insieme e muove i fili di una commedia della rabbia, del dolore, dell’assurdità, della banalità che ci attorciglia, ci strizza e poi ci stende al sole ad asciugare. Smaschera anche un po’, sicuramente. Magari con quel cinismo esasperato o quella frecciata buttata lì, a parole sottili. Già, ci ha messo dentro le osservazioni di anni e anni, Mesisca. Ma anche quella burla sfegatata che fa luce su ogni cosa.

Infatti tra un’avida incallita gioielliera, un manipolo di più o meno loschi figuri, le bizze dei signorotti, l’Oscar Peretti, un simpatico puttaniere, un investigatore corroso dal ruolo e le più tenere o tenebrose comparse,  Nero Dostoevskij fa trionfare una comicità dark, sporca, grassa e proprio per questo travolgente.mesisca_nero_dostoevskij

L’uomo è di pasta geniale, buona, stravagante, perfida, miserabile. E bisogna farsene una ragione. No, non per rassegnarsi. Per vedere meglio. Sotto la crosta. E non la tiro lunga con il bene e il male che si annidano in chiunque e ovunque, preferisco leggere Nero Dostoevskij come un sublime diversivo all’arte della bellezza piatta. Uno sfogo, una provocazione, una scarica di adrenalina, un moto di irridente saggezza…Mi piace, irridente saggezza.

Perché lui, Antonio Mesisca, è un mix di dolcezza e arguzia. Chissà come gode, ora. E io ne sono felice, molto felice.

Chapeau a scena aperta.

Antonio Mesisca, Nero Dostoevskij, Catrame noir, Scrittura&Scritture.

Il mio Sebastiano Vassalli candidato al Nobel

Il mio Sebastiano Vassalli candidato al Nobel

29 maggio 2015 | , , , , , , , ,

Sebastiano Vassalli, candidato al Nobel per la Letteratura, è una notizia da brivido di piacere lungo la schiena.sebastiano_vassalli.pg

Ho letto i suoi libri e da ogni storia sono uscita più ricca. Lui che indaga nelle pieghe della condizione umana, che affonda la lama in epoche lontane, che ci consegna spaccati di vita e costume, che narra di piccole e grandi atmosfere di un tempo che la memoria potrebbe cancellare, è uno scrittore dal profilo austero, asciutto, intenso e defilato come i pensatori di una volta, lontani dal belletto della ribalta. Eppure, uno dopo l’altro, i suoi titoli mietono successi.

E’ proprio in questo mestiere ruvido e passionale il mio Sebastiano Vassalli.

Quello di Chimera e Cuore di Pietra che, al di là del campanilismo, ho amato visceralmente. Emozioni e suggestioni in una narrazione forte, decisa e originale.

Ma poi, sia detto, mica sono qui a fare il critico letterario.

Se mai rammento un episodio, un ricordo che mi sta a cuore.

vassalli_cuore_di_pietraParecchie voci lo davano per scontroso, burbero, scostante. Io non lo avevo mai incontrato per le vie di Novara, non potevo confermare o smentire, credere o dubitare. Un bel giorno è passato davanti a un bar, io l’ho visto da dentro e sono schizzata fuori senza troppo pensarci. Correndo l’ho raggiunto.

<Sebastiano Vassalli, mi scusi, mi spiace disturbarla, non la trattengo, volevo solo ringraziarla e stringerle la mano. Sa, sono una sua lettrice…>

<Oh…sono io che ringrazio lei. Grazie, grazie, davvero gentile>.

Ebbene, i presenti faticavano a credere che io avessi avuto quel guizzo di entusiasmo e ammirazione per uno scrittore. Tutti persi dietro a cantanti, attori e soubrette. Mah…!

Che il Nobel per la Letteratura sia suo, caro Sebastiano Vassalli! Onore al merito. E lustro patriottico.

Gli INVASORI occulti

Gli INVASORI occulti

7 maggio 2015 | , , , , , , , , ,

Irene_foto profiloSu immigrati, sbarchi, accoglienza, crociate, intolleranza, Italia, Europa, Cronache di Costume soprassiede, tace, si chiude a riccio.

Francamente il veemente e sguaiato chiacchiericcio, a destra e a manca, gli scudi alzati e le braccia aperte per partito preso, le incoerenze, gli orrori, le facilonerie sono talmente approssimativi, idioti, inutili, sbracati e devianti che qualsiasi pacato ragionamento passa inosservato, resta inascoltato, non genera alcuna attenzione.

Quello che invece posso urlare, giusto perché a toni sensati nessuno si sintonizza, è che non vedo l’ora che, comunque la pensiate sulla questione, maturiate la voglia di liberarvi dagli invasori occulti. Che poi tanto occulti non sono, basta imparare a vedere. Sono quei laidi tarli che hanno fatto presa sui nostri cervelli infiacchiti dalla pigrizia e dai problemi. Ovvero coloro che ci sguazzano, nella nostra confusione, nella nostra debolezza, nella nostra ignoranza. E non solo. Pure nella nostra labilità umana e culturale.

Non mi schiero. Invoco solo presenza di spirito e cervello, accidenti. Senza onestà intellettuale non c’è che pantano. Pro e contro, storia, andamento sociale, risvolti economici, aspetti emotivi. Tirate in ballo quello che volete ma formulate pensieri coscienti invece di bere le idee altrui a occhi bendati e gusto in stand by. Se ce la fate aggiungete pure una manciata di malizia e di lungimiranza egregiamente mescolate. I paladini di una o dell’altra posizione, potete starne certi, fanno tanto baccano ciascuno per qualche tornaconto (chiamatelo ideologico o come diavolo vi pare), noi di strada magari saremmo capaci di comprendere più e meglio se ce ne ricordassimo.

Serenamente. Che, insomma, può anche non andarmi a genio che prevalga un indirizzo o l’inverso, ma sarà certamente più facile e giusto accettarlo se lo riconoscerò autenticamente consapevole.

Ecco, dovremmo essere forti e uniti per mettere al bando gli invasori occulti: ciarlatani a tasche piene, potere in mano, pelo sullo stomaco e battito cardiaco azzerato.

Irene Spagnuolo

Il made in Italy extracomunitario

Il made in Italy extracomunitario

23 febbraio 2015 | , , , , , , , , , ,

extracomunitari_made_in_italyCi sono aziende che alla faccia del made in Italy vanno a produrre all’estero. Alcune perché cercano più lauti profitti, altre perché in Patria sono strozzate dai balzelli e dalla burocrazia.

Insomma il made in Italy rischia ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, di prendere il volo.

Ma se anche le prime prendessero onestamente ad accontentarsi e le seconde fossero sorrette da un regime fiscale più clemente, il made in Italy sarebbe comunque seriamente compromesso. Sarebbe o è? Forse lo è già, infatti. E se uso il condizionale è solo per una sottile, piccola speranza. Quasi a negare la tremenda realtà.

Dove c’è da mettere le mani –e nel made in Italy c’è da mettere le mani- lavorano gli extracomunitari. Quelli lì, si, quelli che qualcuno ha in astio e vorrebbe cacciare. Quelli che arrivano da lontano, si rimboccano le maniche e imparano a fare il nostro gorgonzola, il nostro grana padano, il nostro vino d.o.c. e via via lungo quella quantità di prodotti eccezionali che la nostra storia ci ha lasciato in eredità.

Ora mi chiedo…non è che qualcuno ha la brillante quanto idiota convinzione che basti tenere la testa della ricetta?

Intanto chi sa fare ha le gambe lunghe e il cervello fino quindi non è che ci sta, a farsi prendere per il naso in eterno. Poi, diciamolo, quale testa resterà di questo passo? La memoria geniale muore e il resto non cresce. Perché, sia chiaro, la mente governa fin tanto che il corpo sta al passo. E la mente ha bisogno di toccare, altro che talento, scuole alte, scrivanie comode.

Per ‘riprendere’ il made in Italy occorre ritrovare la dignità. Che se vogliamo, sempre e comunque fa rima con umiltà e coscienza.

Irene Spagnuolo

Gli uomini ce l’hanno lungo

Gli uomini ce l’hanno lungo

14 febbraio 2015 | , , , , , ,

uomini_lungoGli uomini ce l’hanno lungo. Tutti.

(Che averlo duro è altra storia, lì ci vuole la camicia verde.)

Se cercate il risvolto eccitante abbiate l’ardire di leggere fino in fondo, lo troverete.

Insomma ce l’hanno lungo, l’excursus lavorativo. Che già faticavano in caccia e pesca quando ancora non c’erano le relative stagioni e le specie protette. Poi si sono inventati via via i mestieri di mani, le professioni di intelletto e finanche quelle deliziose applicazioni miste, di arte e talento.

Adeguandosi ai tempi o governandoli si sono improvvisati capaci di tali e tante virtù da far esclamare a loro stessi ogni possibile meraviglia. Hanno fatto, creato, realizzato, migliorato l’inimmaginabile. Fred e Burny ne sarebbero sconvolti. Un mondo di cose e di servizi, una quantità impressionante di comodità, un livello stratosferico di bellezza. Hanno pensato pressoché a tutto. Chapeau, uomini. Avercelo, lungo come il vostro!

Roba complicata, audace, strabiliante. Merito di fiuto, rotelle all’opera e sudore. Noi figli di questo tempo orami grandioso e progredito ci chiediamo solo dove sia finita tutta quella lunghezza. In quali meandri se ne sia perso lo spirito. Quale maledetto equivoco l’abbia attorcigliata sull’errore. Che deleteria smania ne abbia messo in crisi la bontà.

Che insomma, averlo lungo ma di poco pregio non è più il top.

Saranno stati i fumi dell’esaltazione, i tentacoli del denaro, i freni della viltà. Chissà. Magari qualche distrazione di troppo. O l’era glaciale? Già, può darsi sia sfuggito ai termometri comuni ma la lunghezza si è accorciata a causa del freddo. Capita, eccome.

E adesso se ne sta attorcigliato e rabbrividito nel torpore. La disoccupazione, certo. Ma non solo. Qualcosa si è ridotto, arrugginito, inceppato. L’avete forse arrotolato come una canna per annaffiare le piante riposta in un angolo del giardino? In stand by. O impaurito. O annoiato.

Senza più passione e rigore, direi. Ecco cosa lo fa così striminzito. Perfino ammosciato. E non è questo il caso in cui una certa morbidezza è gradevole.

No. Manca il nerbo. Il vigore della responsabilità. La sapienza della costanza.

Comunque visto che vi ho tenuti sulla corda fin qui nella vaga speranza di un colpo erotico voglio accontentarvi. Ad averlo lungo c’è chi ha goduto per anni, decenni, secoli. Perché rinunciare?

Irene Spagnuolo

La tua geisha

La tua geisha

28 gennaio 2015 | , , , , , , , , , ,

GEISHACaro uomo, in qualche modo hai ragione.

Una donna geisha merita, eccome, l’ammirazione e l’ambizione collettive. Ti piace, la geisha. Pure a me, piace.

La tua geisha però è una figura morbida, sensuale, accondiscendente, dedita alla cura della tua persona e del tuo benessere. La mia geisha è un’esperta in belle arti. Intrattiene, certo. La tua con calda disponibilità, la mia con la musica, il canto, la danza.

La verità è che nella tradizione giapponese la geisha non è una cortigiana o una prostituta di lusso, è un’amabile compagnia. E capita solo che in Occidente il concetto sia un poco confuso.

Ma poco importa, tutto sommato danno una lezione, a te e a me, realtà e immaginario. La geisha insomma è l’esatta proiezione di ciò che ci fa ‘sognare’.

Magari una donna desidera o si illude ancora di ammaliare con le virtù.

Magari un uomo è davvero ammaliato dalle virtù.

Si tratta di intendersi sull’idea di virtù!

Irene Spagnuolo

Less is more

Less is more

6 gennaio 2015 | , , , , , , ,

Less is more. E se ancora non l’abbiamo capito siamo in ritardo, clamoroso.Less-is-More

Non accumulare il superfluo. Buttare il buttabile. Che forse si poteva cogliere la tradizione della notte di Capodanno per spogliarsi delle cose vecchie. Ma la verità è altra. Non deve essere un rito, un gioco, una resa alla scaramanzia.

Qui si tratta di liberarsi dalla zavorra. Delle troppe cianfrusaglie che ancora non ci siamo abituati a considerare tali.

Affrancarsi dalla smania. E soprattutto rasserenarsi. Quello che non possiamo avere, a meno che non sia essenziale, non ci serve, non ci renderebbe più felici, non farebbe più bella la nostra vita.

E non è una predica. A me, a dirla tutta, fanno venire pure un poco di orticaria, le prediche. Mi guardo bene dal menarne a destra e a manca, per carità. Constato, rifletto, vado convincendomi. Less is more. Infinitamente more!

In barba a quelli che con le cose ci hanno messo in catene, spezziamole.

Intravedo leggerezza e godimento a gogò.

Irene Spagnuolo

I soldi e la felicità

I soldi e la felicità

9 dicembre 2014 | , , , , , , ,

stati d'animo_cavezI soldi, quelli che non danno la felicità ma fanno venire la vista ai ciechi, serviranno prima o poi alle cure di disintossicazione. C’è da augurarlo. A tutti quelli, che oltre ogni limite di comprensibile benessere, ne hanno fatto una malattia.

Potere e ricchezza, il fulcro della disfatta. Per gli altri. Che quelli che ci sguazzano dentro, la vita se la godono. Senza neanche incubi di notte. Per le ruberie, le ingiustizie, le evasioni, le truffe.

Marci e corrotti. E d’altra parte gli siamo andati tutti dietro. A questo barbaro ‘sistema’ senza morale e senza cultura. Già, senza cultura. Perché in fondo è tutto lì. Se ha smanie di conoscenza, musica, arte, teatro, letteratura non metti su castelli, non ti importa dello yacht e fai pure a meno di pailettes per le serate di gala. Hai amore. Per le cose belle, per i sentimenti, per le condivisioni, per la natura. Dentro, hai la fiammella. Quella della curiosità, delle emozioni, perfino della tua integrità. Se invece punti tutto su rolex e dintorni ti interessa solo avere il conto corrente bello gonfio.

D’accordo, pure questa è generalizzazione. Pure questa è semplificazione. Pure questo è parere del tutto arbitrario.

Lo ammetto, se volete. Provate il contrario e sarò ben lieta di accogliere le eccezioni. Chi mette le mani in pasta e accumula alla faccia di tutti ha il pelo sullo stomaco, se ne infischia della poesia, monetizza qualsiasi cosa.

Che poi siano davvero felici resta da dimostrare, lo so. Magari sono sempre nervosi, insoddisfatti, mangiati dall’invidia, inseguiti da qualche paura. Devono guardarsi le spalle quindi non hanno amici e partner fedeli. Hanno il cervello in fumo per conti, strategie, equilibrismi, affari.

Intanto però fanno quello che, scioccamente, consideriamo un’esistenza al top: agi a gogò, jet privato, champagne a fiumi. Sniffate di coca e sesso a pagamento, a tutte le ore. Cosa ci sia di tanto allegro ed entusiasmante non mi è dato capirlo, resta il fatto che a considerarli furbi e privilegiati sono ancora in molti…

Sarà la stupidata del secolo eppure sono convinta che se iniziassimo a considerarli per quello che sono ovvero ladri, miseri di spirito, crudeli sfruttatori e insensibili della peggior specie metteremmo un’enorme pietra tombale sulla loro gloria, sul loro successo e sulla loro soddisfazione.

Diciamolo, certi pruriti sono alimentati dalla ‘considerazione sociale’, dall’appeal esercitato su donne o uomini, dal sottile piacere di sentirsi ammirati e ambiti. Se gli togliessimo il piedistallo da sotto i piedi e li guardassimo con tutto lo sdegno che meritano abbasserebbero le ali. E, chissà, tornerebbero magari a una dimensione umana.

Io lo faccio. E voi?

Irene Spagnuolo

Sesso on line

Sesso on line

22 novembre 2014 | , , , , , , ,

sesso_on_lineE’ ciclico. Non il sesso, lo scoop. Il grido di allarme, insomma. La verità è che da anni il sesso, non solo on line, è diventato una sorta di misuratore della cultura e della salute sociale. In un certo senso è normalissimo, ne fa parte a pieno titolo, come espressione della mentalità, delle tendenze, del concetto scivoloso di ‘libertà’ o di quello –ancora più delicato e tortuoso- di morale.

Ma sul grido bisogna intendersi.

Normalmente è lanciato non perché si registra chissà quale fenomeno dopo chissà quale studio. Talvolta è il classico polverone. Altre volte è un espediente per attirare attenzione. Qualche volta ancora si muove su un caso, più o meno eclatante, per tessere tutta una trama di considerazioni, pericoli, stupori, indignazioni.

Che le ragazzine barattino il corpo con un cellulare, tanto per fare un esempio, non è una novità. Che la soglia di percezione della bellezza o della gioia passi dalla conquista di sguardi lascivi, di advances di adulti possibilmente vip, di prodezze erotiche è altrettanto noto. Che i social network siano spesso una carrellata di selfie provocanti anche.

Il sesso on line per la giovane età –e forse, chissà, pure per quella adulta- è la panacea per tutti i mali. Conquisto quindi gongolo. Faccio godere quindi godo. Non corro i rischi del tete a tete reale quindi sono al sicuro. Sto su internet quindi nessuno lo sa. Che poi tutto questo possa essere terribile è altra storia. Anzi. Il punto è proprio questo. Guardarci dentro davvero, a questa via disperata del sesso on line.

E sarebbe il caso di farlo seriamente. Non con gli scoop. Andando a scovare cosa non funziona nei modelli del nostro tempo, nell’educazione, nei rapporti umani completamente in tilt. E pure nel sesso vissuto senza pelle, accidenti. Con coraggio, ovviamente. Perché bisogna partire dalla voglia di sapere e capire. Allora bisogna ammettere, da una parte, la voglia di sesso, dall’altra l’assenza o la carenza di una relazione piena, profonda e importante tra le persone, tra genitori e figli, tra docenti e allievi, tra adulti e giovani.

Ecco, tolte le patologie o le situazioni estreme di qualche peculiare disagio, il sesso dovrebbe essere un sereno momento della natura della vita. O no?

Irene Spagnuolo

La scuola più bella del mondo

La scuola più bella del mondo

15 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

La scuola più bella del mondo: un ottimo motivo per andare al cinema. Che Luca Miniero non sbaglia un colpo. Con la sua ironia e la suala_scuola_più_bella_del_mondo sensibilità. Il film arriva, da Nord a Sud, come una deliziosa e potente riflessione sulla scuola, sull’incontro, sull’impegno, sui sogni, sulla vita. Sul cammino che abbiamo smesso di fare e dovremmo urgentemente riprendere.

Il film fotografa la realtà, le differenze e i disagi. Una scuola toscana e una campana hanno l’occasione per mescolarsi e confrontarsi, per ritrovare il filo dei sentimenti, della buona volontà, dei traguardi possibili. Anche di capire cosa conta davvero e quanti freni siano da allentare per toccare la verità.

La comicità è la chiave migliore per veicolare uno scossone e una speranza. Per puntare il dito con buon senso e con il desiderio di accendere una luce. Ed è il filone giusto per smascherare con grazia il malcostume, svelare con brio quanta arretratezza possiamo colmare con la nostra disponibilità e la nostra determinazione, quanto ‘fare bene quello che facciamo’ sia il punto di partenza di tutto.

Il cast eccellente ha fatto il resto. Tutti hanno colto perfettamente lo spirito della trama e hanno enfatizzato al massimo la mission del loro ruolo. Interpreti ideali di una commedia brillante e intensa, di significati, sfumature e risvolti, Rocco Papaleo e Christian De Sica sono magnificamente supportati dalla recitazione di Angela Finocchiaro, Lello Arena, Miriam Leone e l’intera banda.

Bella fotografia, belle musiche, ritmo coinvolgente e un giusto equilibrio tra scene esilaranti, riferimenti sferzanti all’attualità, aspetti romantici.

Una piccola grande lezione, quella de La scuola più bella del mondo. In un Paese alla deriva, umana e culturale, arte e cinema possono svegliare animi e cervelli, aprire porte, stimolare pensieri. In fondo il film punta sul materiale umano della scuola (che metaforicamente è la strada della ricchezza e della crescita individuale e sociale): alunni e professori. Quelli che alla crisi, invece di arrendersi, possono opporre l’unica resistenza e controspinta che ha chances di vittoria. Già, si può sopravvivere senza carta igienica o con i computer rotti… se teniamo saldi i valori dello studio, dello scambio, del merito, dei desideri. Se impariamo a conoscere, a capire, ad amare. Se ci assumiamo la responsabilità di un cambiamento.

Non è una favola. Anzi. E’ uno spaccato –a tratti impietoso- della nostra società ma contiene gli elementi giusti per metterci spalle al muro e farci guardare avanti, con una grinta serena e costruttiva.

Un film che non si racconta. E’ da vedere e godere.

L’umorismo aiuta, molto. Ma dal grande schermo questa volta piovono anche emozioni. Un mix di impatto speciale.

Nozze gay cavallo di Troia

Nozze gay cavallo di Troia

11 novembre 2014 | , , , , , , , , ,

gay-nozze-Il presidente della Cei Angelo Bagnasco tuona contro il ‘tentativo di indebolire le famiglie’. Già, è proprio così che –a proposito di nozze gay- parla di cavallo di Troia di storica memoria. Sembra una battuta della Litizzetto nazionale ma non lo è. E proprio il bagnasco-pensiero e linguaggio, tutta farina del suo sacco. Che a proposito di gay, famiglie e persone ci sta davvero a meraviglia.

Però di storica memoria c’è altro, oltre al cavallo di Troia. E non tiro in ballo i casi terribili di pedofilia in seno alla Chiesa. Penso solo a tutte le solitudini, ai rapporti saltati, agli amori precari, ai bambini abbandonati, al disagio umano e sociale, al disastro economico.

Ma davvero le nozze gay possono attentare a un (finto) equilibrio, fare paura, rompere chissà quali certezze culturali o assestare un insostenibile colpo all’ordine costituito?

Questione ideale o di costi, mi chiedo anche.

La famiglia evocata da Bagnasco, fondata su una relazione eterosessuale, se c’è regge a tutto, anche alle nozze gay. Questo è il punto.

Negare l’evidenza non muta mai la realtà e questo dovremmo ricordarlo sempre, a proposito di tutto. Se c’è un caso in cui ‘legalizzare’ ha praticamente impatto zero sulla verità è proprio quello delle coppie gay. Allora il problema è che potrebbero essere benedette o che avranno diritti, richieste, aspettative? I numeri direi che non dovrebbero cambiare. Sentimenti, sacramenti, diritti, richieste, aspettative dovrebbero essere –in uno Stato civile e, io aggiungo, a maggior ragione non del tutto laico- delle persone. Che siano single, accoppiati, indecisi, etero o omosessuali. O no?

Irene Spagnuolo

Io ce l’ho profumato

Io ce l’ho profumato

5 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

Allora -negli anni ’80- era l’alito. Grazie a Mental, diceva lo spot.alito_profumato_mental

Così, più ci penso più torno lì, agli anni ’80. Con la musica, i vestiti, le atmosfere. Che i ricordi, è vero, fanno sempre tutto un po’ più bello. Però se tornano in mente loro e non i ’90 o i 2000 un motivo ci sarà. Anzi, molti motivi ci saranno. E uno li abbraccia tutti: lo spirito. Non il mio, quello collettivo.

Già, per creare, sorridere, sperare ci vuole quello. E uno spazio davanti, insomma un panorama, una libertà, un orizzonte aperto.

Mi vengono in mente i corsi e i ricorsi, il fondo e la risalita, le svolte e i nuovi traguardi. Tutta roba cui mi aggrappo, credo, per potermi mettere in attesa di qualcosa che assomigli a quei mitici anni ’80. Medito anche sui contro, sui risvolti, sulle bugie e sulle apparenze perché talvolta bisogna pur smascherare e sfatare la memoria troppo poetica. Il guaio è che in realtà so bene che non c’è revival che tenga e che a luccicare non è mai solo l’oro però sono frastornata da quest’epoca senza carattere. Tutto qui, forse. Che certo non è poco.

Perfino la crisi stenta a esplodere rumorosamente. Niente è clamoroso. Non c’è più una notizia strepitosa. Siamo appiattiti da un pensiero talmente debole che rende precaria anche la rabbia. La cultura è sfibrata, come i capelli maltrattati. I colori accesi, il volume alle stelle non ci sorprendono più. Strabuzziamo gli o imprechiamo e, nel secondo successivo, siamo altrove. Distanti più o meno alla luce pure da noi stessi. Si, da noi stessi. Quelli conformi, quelli inadeguati, quelli soli in compagnia, quelli persi dietro un’utopia. Senza coraggio e senza i desideri, straordinari, che hanno rivoluzionato il mondo.

Io ce l’ho profumato. Il sogno nel cassetto. Ma è solo un sacchettino con dentro un’essenza buona.

Che sia gay e non giochi a calcio

Che sia gay e non giochi a calcio

7 ottobre 2014 | , , , , , , ,

calcioDai piccoli maschi che hanno bisogno di essere o dichiararsi macho eterosessuali per sentirsi uomini alle sentinelle in piedi a quelli che si aggrappano a chissà quali paure, a chissà quale morale, a chissà quali limiti.

Mentre affondiamo, naturalmente. Una società e una cultura al collasso producono ogni genere di rigurgiti, di battaglie ‘civili’, di resistenze, di idiozie. Un po’ è un modo per sfuggire alla realtà, per prendere di mira qualcosa e chiudere gli occhi su tutto il resto. Un po’ è il peggior sintomo dell’insicurezza, dell’ignoranza, dell’insensibilità. Un po’ è la tragica deriva dell’intolleranza.

Che se non ti scagli contro i gay te la prendi con le donne, con il nord o con il sud, con gli extracomunitari, con qualche diavolo immaginario. Già. Cattiva educazione, disperazione, mania, grettezza. Di tutto di più. Balza fuori il peggio purtroppo. E la colpa è di tutti, diciamolo. Che arriviamo sempre ad occuparci troppo tardi di noi, della vita, della convivenza, delle idee. Inciampiamo nei nostri stessi incauti piedi.

Che strano Paese, che brutto tempo. Dove il calcio merita tutto e l’amore conta niente. Già, vale più una partita di un’unione. Perché ‘di fatto’ non basta, ci vuole una celebrazione. Perché chi magari alla celebrazione arriverebbe non può perché si è accoppiato con uno che porta i pantaloni come lui o la gonna come lei. Perché siamo attorcigliati su noi stessi, avvinghiati alla stupidità, alle forme, ai pregiudizi. Perché ci sta bene il trucco su tutto, stadi inclusi.

Accidenti, che desolazione.

Con questa ricchezza di pensiero altro che salvarsi dalla povertà economica, si fila dritti al disastro. Così, senza neanche provare a mettersi in salvo. Manca la voglia di verità. E il senso delle cose, della misura, delle priorità. Figuriamoci se possiamo praticare le virtù della coesione, della ragione, della libertà, del benessere, della giustizia, della bellezza!

E se il futuro fosse gay e non giocasse a calcio?

Irene Spagnuolo

Il burkini coprirà il mondo?

Il burkini coprirà il mondo?

26 settembre 2014 | , , , , , , ,

Almeno quello femminile, magari. Già, il burkini, neologismo che coniuga burka e bikini, è il costume integrale per le donne islamiche.MoS2 Template Master Potendo nuotare ma non mostrarsi la soluzione viene da una adeguata creazione di moda.

Chi lancia il burkini evidentemente ha stimato un interesse di mercato, penso.

E allora è anche probabile che il tempo sia portatore di novità, anche per il corpo e la cultura. Che insomma non è poi detto che resti lì, riservato alle fedeli di Allah.

Già. Chissà cosa ci riserva il futuro. Siamo qui a tribolare con l’integrazione, a sfoderare le insofferenze per certe rigidità religiose, a rivendicare la libertà, pure quella del nudo, poi guarda le aziende cosa ti tirano fuori. Il burkini, altro che vedo non vedo, culotte o tanga, lì è solo la fantasia a poter svelare qualcosa.

Sto correndo? No, capisco che il commercio debba badare a tutto e tutti. Incluso il fatto che le acquirenti devote alle coperture possono essere molte, moltissime. Ecco, forse sto solo riflettendo sui numeri. E potrei finire per darli se non metto un punto.

Non è proprio una novità dell’ultima ora anzi, in molte parti del mondo ha già fatto parlare, ridere e piangere. Mi chiedo, se mai, qui da noi che si dice?

Quanti burkini sono stati avvistati sulle nostre piagge o nelle nostre piscine?

Espatrio in Italia

Espatrio in Italia

16 settembre 2014 | , , , , , , , , ,

we can do itChe alla fine se non possiamo e vogliamo lasciare il nostro Paese in massa ci toccherà, mi auguro, decidere di espatriare qui. Di costruire una ‘patria’ nuova, insomma. Di fare una rivoluzione culturale, di quelle grosse. Di svoltare, con decisione e velocità.

Perché tutti hanno mille ragioni per lagnarsi, per non farcela più, per morire di crepacuore, e allora tutti possono rimboccarsi le maniche e partire. Partire verso l’Italia, quella che dovremmo vivere e invece subiamo, quella che dovremmo amare e invece odiamo, quella che dovrebbe essere sogno e invece è incubo.

In valigia occorre mettere il meglio di noi. Esattamente come quando si decide di cercare fortuna chissà dove. Perché questo è tutto. In capo al mondo tiriamo fuori l’eccellenza qui a mala pena riusciamo a tenere una condotta da sufficienza. Altrove rispettiamo le regole qui siamo abili solo a trasgredirle. Qua e là mostriamo di essere cervelli nel nostro stivale ragioniamo con i piedi.

Certo, qui ci sono i limiti, gli ostacoli, le storture, i disastri, le ingiustizie, i vizi. E’ vero, dobbiamo dare un bel colpo di reni e di spugna. Però diamolo, accidenti. Riprendiamoci la nostra Italia, costi quel che costi. Che tanto peggio di così non ci possiamo ridurre, non la possiamo ridurre. Forse qualsiasi cosa può essere meglio di questa vita senza movimento.

Già, ci serve un viaggio. Un’emigrazione. Di cuore e mani. Di desideri e progetti. Di forza e euforia. Dobbiamo raggiungere con ogni mezzo il nostro Paese. Forse non è una missione impossibile. Forse non ci vuole più coraggio di quanto non ce ne voglia a lasciarlo per andare lontano, lontano, lontano.

Cambiamolo. Cambiamoci.

Irene Spagnuolo