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Il 2 gennaio arriverà

Il 2 gennaio arriverà

22 dicembre 2013 | , , , , , , ,

Non sempre è bello il Natale. Non per tutti è bello il Natale.

Là fuori, c’è una lunga fila di uomini e donne che salterebbero volentieri a piè pari le “feste natalizie”, capodanno incluso. Quelle della Gennaio 2014 Calendario 1magia scontata che in verità, molte volte, non c’è. E non c’è per tanti motivi. Perché non hai più dei cari veri con i quali sentirti davvero sereno, perché hai troppi guai per la testa, perché il tuo spirito non si concilia con il rituale consolidato del Natale comune, perché tutto sommato piuttosto di una farsa di magia meglio nessuna magia.

Così pure qualche abbuffata invece di saziare diventa indigesta. Si cercano orologi che corrano veloci per far volare il tempo e  consegnarci in fretta al dopo sbornia. Si inventano buone motivazioni per portare pazienza. Si lavora di fantasia per consegnare al mondo l’idea di un Natale che più o meno valeva la pena di essere vissuto.

Bisogna cavarsela, comunque. Questo perché siamo assolutamente incapaci di ribellione e fuga: a Natale bisogna esserci, lo recita l’unica norma che non viene mai infranta.

Non so se è ridicolo o triste, probabilmente dipende solo dai casi e dallo sforzo richiesto per la sopravvivenza. Però è una catena che sogno si spezzi, per tutti. Per quelli felici che continueranno a festeggiare ma lo faranno per ancora più convinta e appassionata scelta. Per quelli che diventeranno felici potendosi sottrarre alla piccola o grande tortura del copione da calendario.

Che poi almeno sarà Natale nel cuore, fede o pausa che sia. Libero Natale, ecco.

Perché di finzioni e costrizioni è già abbastanza pieno il resto dell’anno…

Forza, il 2 gennaio arriverà.

L’allergia alla rivoluzione

L’allergia alla rivoluzione

2 ottobre 2013 | , , , , ,

allergia_rivoluzioneGli italiani sono allergici alla rivoluzione. Non alla parola, di quella fanno uso e talvolta abuso senza alcuna crisi respiratoria o di orticaria. Ma alla sostanza.

Le azioni rivoluzionarie sono praticamente il vero tabù italiano. Non che la scoperta sia mia, purtroppo è dato rilevato e arcinoto da parecchio. E’ che oggi più che mai il tallone d’Achille duole e fa a pezzi il cammino civile.

A me umanamente questa cosa stritola cuore e cervello. Vorrei capire ma non ce la faccio. Sono bloccata dal terrore. Quello di realizzare che è un male incurabile. Che non c’è prospettiva di liberazione.

Alla fine è meglio morire o vivere nella disperazione?

Drammatica domanda. Aggrapparsi emotivamente al battito della sopravvivenza è un impulso naturale, forse. Ma non potrebbe esserlo altrettanto, vista l’indolenza e la rassegnazione, consegnarsi alla sepoltura?

Nell’oscena tarantella della politica non c’è altro che la nostra miserabile italianità. Eppure lì ci diamo da fare con l’insulto e la condanna, quasi ci sollevasse da ogni altra incombenza, ci assolvesse da tutte le colpe e ci restituisse intatta la dignità.

Slabbrati e sfibrati come stracci lanciamo freccette fuori bersaglio. Un po’ ingenui, un po’ menefreghisti, un po’ flaccidi, un po’ intriganti.

E dove diavolo sono i fari dello spirito? In verità ci sono ma non hanno alcun appeal. Hanno perso smalto e carisma. O sono indaffarati in qualche alta strategia e si faranno vedere chissà quando solo ai pochi superstiti dello sbando totale.

D’altra parte i pochi volenterosi della rivoluzione, seria e pacifica, sono messi al palo. Come poveri illusi, noiosi predicatori, personaggi fuori moda. E allora i fari possono pure lanciare segnali e illuminare la rotta dei naviganti ma quasi nessuno se ne avvede.

Che tristezza. Chinare il capo e attendere con speranza è un esercizio di tortura.

Finché la barca và lasciala andare…Però quando affonda non perdere tempo a piangere, accusare, prestare soccorso. Si salva solo chi può.

La crisi ammoscia

9 luglio 2013 | , , , ,

 

la crisi ammosciaNon c’è dubbio, la crisi ha ammosciato gli animi. Questione di prospettive sbriciolate, sogni infranti, speranze perdute, dicono. Il disastro ha rubato il futuro ai giovani, aggiungono.

 

Voci alle quali è difficile dare torto. E’ roba che si palpa, infesta l’aria, smorza i colori. Però il dramma è amplificato dalle distorsioni ammucchiate in decenni di isteria o di intontimento collettivo. Ci eravamo abituati a orizzonti sconsiderati senza neanche più ragionare su ciò che avevamo a un palmo dal naso. Come sentinelle in un forte inutile difendevamo ciò che avrebbe dovuto farci orrore o, al massimo della bontà, pena. Ci bastavano una manciata di illusioni sciocche e un egoismo smisurato per brindare al benessere, accidenti.

 

Ma quale benessere, mi chiedo. E a quale costo, soprattutto.

 

Svuotate le tasche ci resta l’amarezza degli errori, il rimpianto del tempo non goduto, il rimorso dello spreco, il dolore dei rapporti umani frantumati. Evviva. I bei tempi in cui non eravamo in crisi ci hanno portato a uno strazio indescrivibile. E’ tutto più o meno confuso e sfilacciato, nell’insofferenza, nell’insoddisfazione, nella rabbia.

 

Ma io credevo che la batosta ci avrebbe fatto ritrovare la voglia di amore, di amicizia, di verità, di semplicità. Pure di onestà, per essere proprio franca. Invece la tristezza spalmata sulle facce è quella delle possibilità scemate, delle rinunce che bruciano neanche fossero lutti. Ecco, pare davvero che la “felicità” sia appesa al chiodo con l’agiatezza.

 

Ovvio che non penso alla fame e alla disperazione. Quelle giustificano il crollo pure degli spiriti più illuminati, intendiamoci. Alludo a quelli che comunque possono vivere. A quelli cui pesa come un macigno “accontentarsi”, non spararsi due vacanze esotiche all’anno, non bazzicare ristoranti di grido tutti i fine-settimana, non riempire il guardaroba di griffes.

 

Questa è la delusione peggiore. Fa davvero calare le tenebre. Neanche riesco più ad augurarmi una rivoluzione civile e culturale, non vedo masse di cuori lindi e appassionati, cittadini zelanti e coraggiosi, uomini e donne di virtù e carattere che possano accendere la miccia. Non riusciamo a mettere in off la funzione “avere” e a riportare la manopola su quella “essere”. Sensibilità fuori gioco, insomma.

 

Non vorrei arrendermi, credetemi. Il guaio è che intorno se non mi prendono per un marziano fanno spallucce. In entrambi i casi non è un conforto. Ho paura che se piovessero banconote saremmo tutti nuovamente sereni, infischiandocene allegramente del senso o della direzione della nostra vita e di tutto quello che dovremmo rispettare, inseguire, coccolare.  Svegliatemi e svelatemi che è solo un incubo, per favore.

Il tempo vola

Il tempo vola

8 maggio 2011 |

Non mi sento sciocca a pensarlo e a scriverlo. Anzi. Comprendo benissimo ora l’ansia da accumulo.

Questione d’età, credo. Se non sei così giovane da illuderti di avere tutto il tempo per qualsiasi cosa e così vecchia da poter accedere allo stato della rassegnazione, al dolore del rimpianto, alla quiete dei sensi, alla profondità della saggezza o alla rabbia un po’ sbilenca dei passi incerti e delle mani stanche, ti si appiccica addosso l’inquietudine. Perchè il disincanto e l’energia per fare entrano in rotta di collisione. Perché ti accorgi che hai bisogno di fermarti ma sai che farlo vuol dire perdere certi attimi per sempre. Perché ormai hai preso la misura ai minuti, ai giorni, agli anni e non basta l’inganno dei propositi, delle speranze, delle scuse.

Anche il fatalismo che puoi abbracciare per affidare serenamente al destino il bene e il male non placa il tormento. Ti sei abituato al senso di colpa, al rimorso, al conto da pagare, al sudore della conquista. E non puoi più assolverti.

Fai a pugni con i tuoi limiti e poi cerchi di fare la pace, ormai ti è chiaro che ti accompagneranno fino alla morte. Devi sopravvivere, insomma. Accettarli e accettarti. Con tutti gli errori, le mancanze, le fragilità.

E se un giorno ti chiama a uno sforzo immane, quello dopo provi a riprenderti il respiro nascondendoti agli occhi della fatica, della grinta, del dovere.

D’altra parte ce la metti tutta per godere un momento di felicità. Hai imparato che non puoi perdere l’occasione e devi abbracciarla con tutta la forza che hai.

Una giostra e molti capogiri.

Inutile tirare in ballo l’ottimismo. L’animo segue l’onda degli eventi, degli ostacoli, delle brutture. I pensieri corrono. Qualche volta quelli angoscianti svolazzano come nubi minacciose su tutto il cammino che compi per schivarli, tenerli a bada, confonderli con quelli meravigliosi. Ti ritrovi con le membra indolenzite e un velo di paura che sbiadisce pure i brillanti colori dei sogni.

Non è tutto drammatico, lo so. Talvolta il nostro turbamento percepisce nell’aria una sciagura che non c’è o, semplicemente, amplifica minuscoli segnali. Purtroppo qualche volta accade anche che lo sconforto con il quale ci muoviamo faccia svegliare il cane che avremmo dovuto lasciare tra le braccia di Morfeo.

Non dovremmo complicare la semplicità, ecco. Peraltro dovremmo avere anche una bussola per non perdere l’orientamento quando navighiamo in acque troppo agitate…

Mi chiedo se a ciascuno tocchi davvero solo di portare il fardello che è in grado di sopportare. O se qualcuno è baciato dalla fortuna di una zavorra leggera e ad altri capiti il peso colossale.

Dovrei addentrarmi pure nella storia della qualità, del fardello intendo. Perché ci sono carichi con i quali, pur se grossi, si convive piuttosto allegramente e altri, invece, che alterano inesorabilmente ogni possibile equilibrio esistenziale. Ma il terreno è delicato e scivoloso, non ho alcuna voglia di infilarci il naso con le parole. Mi basta la prova sulla pelle. Anche questa, anzi, è una delle spine nel fianco della mia coscienza di oggi: le paturnie e i problemucci che molti lamentano come pena intollerabile non sono neanche degne di un posticino nel catalogo delle umane amarezze.

Il tempo vola. E alla fine mi auguro metta le ali anche alle ore di sofferenza.