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I soliti italiani

I soliti italiani

29 gennaio 2014 | , , , , , , , , ,

i_soliti_italianiDi rivoluzione se ne parla e quando se ne parla vuol dire che non si fa. Siamo i soliti italiani non rivoluzionari. E questo dovrebbe agevolmente farci rassegnarci al fatto che siano sempre i soliti italiani a ricoprire tutte le cariche pubbliche, a fare politica locale e nazionale, ad avere le mani in pasta.

Tutti hanno ricette e nessuno cucina. O, se cucina, lo fa per amici e parenti che in Italia sono sempre tanti quando sei chef. Praticamente siamo più o meno nelle sabbie mobili. Dal cilindro escono sempre quei nomi o i lori familiari o affini. E la questione non è quella del ricambio generazionale, senza i figli o i nipoti potremmo vivere alla grande se i padri, gli zii e i nonni fossero buoni e capaci.

Ma di cosa possiamo lamentarci? Ci facciamo la guerra tra noi, abitanti di gamba tacco  punta, ricchi e poveri, pensionati e disoccupati, studenti e lavoratori, autonomi e dipendenti e sbuffiamo ogni giorno mentre cerchiamo, comunque, di stare dentro il sistema e la cultura che fingiamo di disprezzare. C’è chi chiede aiuto al tizio che è introdotto nelle utili cose che risolvono i bisogni, chi fa il furbo e salta la coda, chi si arrangia con un pizzico di fantasia, chi si prende con arroganza quello che gli occorre. E così via, fino a sera. Domani è un altro giorno e si vedrà.

Abbiamo l’arte e le bellezze, abbiamo (o avevamo) eccellenze in tutto ma custodirle, rispettarle, valorizzarle costava umiltà, fatica, lungimiranza. Ora lo ripetiamo tutti come un mantra ma intanto guai a lavorare la terra o fare l’artigiano. Anzi, tanto che ci siamo andiamo avanti a imbrattare i monumenti, a ignorare la realtà e il patrimonio che dovremmo portare in palmo di mano.

La crisi economica ha stracciato il nostro portafogli, l’entusiasmo e le prospettive seguono a ruota perché in fondo non lo ammettiamo ma siamo consapevoli della nostra attitudine al lassismo. A noi piace poco ripartire, metterci in gioco, svoltare, rimboccarsi le maniche. Siamo più propensi a dare la colpa ai soliti fingendo di non sapere che siamo noi, i soliti.

La pessima prova dei soliti in politica, quelli che ci rappresentano proprio per quello che siamo, ci indigna nel tempo e nello spazio in cui non possiamo godere noi di qualche privilegio, di un posto al sole e delle frequentazioni “giuste”.

E quelli che se ne vanno all’estero e trovano una società che funziona e ripaga finiscono per non venirci neanche a spiegare che ricevono esattamente quello che danno. Forse fanno bene, tanto non li ascolteremmo e non la prenderemmo come una lezione.

Luoghi del cuore

Luoghi del cuore

16 dicembre 2013 | , , , , ,

cittadella_alessandriaCi sono luoghi del cuore al di là di qualsiasi riconoscimento. E lo sono per tutti. Perché basta uno sguardo per innamorarsi. Non della bellezza o dell’importanza storica. Ma di quello che ti arriva, in emozioni che prendono la loro stessa forma, come per magia.

Meraviglia delle sensazioni, quelle che non scivolano sulla pelle, ci restano sopra come un tatuaggio. E si rinnovano in pensieri, magari in qualche fantasia per tutto quello che lì dentro assomiglia a una poesia o ti bussa alle orecchie come un allegro gruppetto di note.

La cittadella di Alessandria è uno di questi. E non dovete chiedermi perché, appunto. Questo già la rende straordinaria. Che i motivi sono miei o vostri o di quelli che ci hanno respirato. In un tessuto di ieri e oggi che domani ancora sveglierà passioni e malinconie. Nell’atmosfera che non sta nelle parole e che quindi puoi salvare dalle celebrazioni che poi la farebbero monumento e non vita.

La via del recupero è tutta nell’amore, quello autentico. Che sicuramente ha la forza della libertà, quella che sa interpretare nuovamente luoghi_del_cuoreluoghi_del_cuorelo spirito giusto. Già, in realtà bisognerebbe dire in quale modo perché la percezione di ciò che è giusto è relativa, talvolta troppo. Per questo sarebbe fantastico potersi fidare dell’istinto, se è un motore che funziona a sentimenti e non prende una velocità pericolosa. Il ritmo, esatto. Ci vuole il ritmo della cittadella, anche se la crisi morde e ci fa rendere conto di quante cose andavano fatte prima, di quante mancanze abbiamo accumulato, di quanti tesori possiamo perdere.

“Salvare” la cittadella di Alessandria, l’ho letto e mi ha messo addosso un’indescrivibile tristezza. Siamo nel Paese dell’emergenza, quello in cui si corre ai ripari in ritardo, quello dove devi sempre aver paura delle soluzioni perché è troppo alto il rischio che non risolvano. E ancora, ancora. Che siamo pieni di luoghi del cuore ma abbiamo perso, chissà dove, il cuore.