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Gli INVASORI occulti

Gli INVASORI occulti

7 maggio 2015 | , , , , , , , , ,

Irene_foto profiloSu immigrati, sbarchi, accoglienza, crociate, intolleranza, Italia, Europa, Cronache di Costume soprassiede, tace, si chiude a riccio.

Francamente il veemente e sguaiato chiacchiericcio, a destra e a manca, gli scudi alzati e le braccia aperte per partito preso, le incoerenze, gli orrori, le facilonerie sono talmente approssimativi, idioti, inutili, sbracati e devianti che qualsiasi pacato ragionamento passa inosservato, resta inascoltato, non genera alcuna attenzione.

Quello che invece posso urlare, giusto perché a toni sensati nessuno si sintonizza, è che non vedo l’ora che, comunque la pensiate sulla questione, maturiate la voglia di liberarvi dagli invasori occulti. Che poi tanto occulti non sono, basta imparare a vedere. Sono quei laidi tarli che hanno fatto presa sui nostri cervelli infiacchiti dalla pigrizia e dai problemi. Ovvero coloro che ci sguazzano, nella nostra confusione, nella nostra debolezza, nella nostra ignoranza. E non solo. Pure nella nostra labilità umana e culturale.

Non mi schiero. Invoco solo presenza di spirito e cervello, accidenti. Senza onestà intellettuale non c’è che pantano. Pro e contro, storia, andamento sociale, risvolti economici, aspetti emotivi. Tirate in ballo quello che volete ma formulate pensieri coscienti invece di bere le idee altrui a occhi bendati e gusto in stand by. Se ce la fate aggiungete pure una manciata di malizia e di lungimiranza egregiamente mescolate. I paladini di una o dell’altra posizione, potete starne certi, fanno tanto baccano ciascuno per qualche tornaconto (chiamatelo ideologico o come diavolo vi pare), noi di strada magari saremmo capaci di comprendere più e meglio se ce ne ricordassimo.

Serenamente. Che, insomma, può anche non andarmi a genio che prevalga un indirizzo o l’inverso, ma sarà certamente più facile e giusto accettarlo se lo riconoscerò autenticamente consapevole.

Ecco, dovremmo essere forti e uniti per mettere al bando gli invasori occulti: ciarlatani a tasche piene, potere in mano, pelo sullo stomaco e battito cardiaco azzerato.

Irene Spagnuolo

Il made in Italy extracomunitario

Il made in Italy extracomunitario

23 febbraio 2015 | , , , , , , , , , ,

extracomunitari_made_in_italyCi sono aziende che alla faccia del made in Italy vanno a produrre all’estero. Alcune perché cercano più lauti profitti, altre perché in Patria sono strozzate dai balzelli e dalla burocrazia.

Insomma il made in Italy rischia ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, di prendere il volo.

Ma se anche le prime prendessero onestamente ad accontentarsi e le seconde fossero sorrette da un regime fiscale più clemente, il made in Italy sarebbe comunque seriamente compromesso. Sarebbe o è? Forse lo è già, infatti. E se uso il condizionale è solo per una sottile, piccola speranza. Quasi a negare la tremenda realtà.

Dove c’è da mettere le mani –e nel made in Italy c’è da mettere le mani- lavorano gli extracomunitari. Quelli lì, si, quelli che qualcuno ha in astio e vorrebbe cacciare. Quelli che arrivano da lontano, si rimboccano le maniche e imparano a fare il nostro gorgonzola, il nostro grana padano, il nostro vino d.o.c. e via via lungo quella quantità di prodotti eccezionali che la nostra storia ci ha lasciato in eredità.

Ora mi chiedo…non è che qualcuno ha la brillante quanto idiota convinzione che basti tenere la testa della ricetta?

Intanto chi sa fare ha le gambe lunghe e il cervello fino quindi non è che ci sta, a farsi prendere per il naso in eterno. Poi, diciamolo, quale testa resterà di questo passo? La memoria geniale muore e il resto non cresce. Perché, sia chiaro, la mente governa fin tanto che il corpo sta al passo. E la mente ha bisogno di toccare, altro che talento, scuole alte, scrivanie comode.

Per ‘riprendere’ il made in Italy occorre ritrovare la dignità. Che se vogliamo, sempre e comunque fa rima con umiltà e coscienza.

Irene Spagnuolo

Io ce l’ho profumato

Io ce l’ho profumato

5 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

Allora -negli anni ’80- era l’alito. Grazie a Mental, diceva lo spot.alito_profumato_mental

Così, più ci penso più torno lì, agli anni ’80. Con la musica, i vestiti, le atmosfere. Che i ricordi, è vero, fanno sempre tutto un po’ più bello. Però se tornano in mente loro e non i ’90 o i 2000 un motivo ci sarà. Anzi, molti motivi ci saranno. E uno li abbraccia tutti: lo spirito. Non il mio, quello collettivo.

Già, per creare, sorridere, sperare ci vuole quello. E uno spazio davanti, insomma un panorama, una libertà, un orizzonte aperto.

Mi vengono in mente i corsi e i ricorsi, il fondo e la risalita, le svolte e i nuovi traguardi. Tutta roba cui mi aggrappo, credo, per potermi mettere in attesa di qualcosa che assomigli a quei mitici anni ’80. Medito anche sui contro, sui risvolti, sulle bugie e sulle apparenze perché talvolta bisogna pur smascherare e sfatare la memoria troppo poetica. Il guaio è che in realtà so bene che non c’è revival che tenga e che a luccicare non è mai solo l’oro però sono frastornata da quest’epoca senza carattere. Tutto qui, forse. Che certo non è poco.

Perfino la crisi stenta a esplodere rumorosamente. Niente è clamoroso. Non c’è più una notizia strepitosa. Siamo appiattiti da un pensiero talmente debole che rende precaria anche la rabbia. La cultura è sfibrata, come i capelli maltrattati. I colori accesi, il volume alle stelle non ci sorprendono più. Strabuzziamo gli o imprechiamo e, nel secondo successivo, siamo altrove. Distanti più o meno alla luce pure da noi stessi. Si, da noi stessi. Quelli conformi, quelli inadeguati, quelli soli in compagnia, quelli persi dietro un’utopia. Senza coraggio e senza i desideri, straordinari, che hanno rivoluzionato il mondo.

Io ce l’ho profumato. Il sogno nel cassetto. Ma è solo un sacchettino con dentro un’essenza buona.

Che sia gay e non giochi a calcio

Che sia gay e non giochi a calcio

7 ottobre 2014 | , , , , , , ,

calcioDai piccoli maschi che hanno bisogno di essere o dichiararsi macho eterosessuali per sentirsi uomini alle sentinelle in piedi a quelli che si aggrappano a chissà quali paure, a chissà quale morale, a chissà quali limiti.

Mentre affondiamo, naturalmente. Una società e una cultura al collasso producono ogni genere di rigurgiti, di battaglie ‘civili’, di resistenze, di idiozie. Un po’ è un modo per sfuggire alla realtà, per prendere di mira qualcosa e chiudere gli occhi su tutto il resto. Un po’ è il peggior sintomo dell’insicurezza, dell’ignoranza, dell’insensibilità. Un po’ è la tragica deriva dell’intolleranza.

Che se non ti scagli contro i gay te la prendi con le donne, con il nord o con il sud, con gli extracomunitari, con qualche diavolo immaginario. Già. Cattiva educazione, disperazione, mania, grettezza. Di tutto di più. Balza fuori il peggio purtroppo. E la colpa è di tutti, diciamolo. Che arriviamo sempre ad occuparci troppo tardi di noi, della vita, della convivenza, delle idee. Inciampiamo nei nostri stessi incauti piedi.

Che strano Paese, che brutto tempo. Dove il calcio merita tutto e l’amore conta niente. Già, vale più una partita di un’unione. Perché ‘di fatto’ non basta, ci vuole una celebrazione. Perché chi magari alla celebrazione arriverebbe non può perché si è accoppiato con uno che porta i pantaloni come lui o la gonna come lei. Perché siamo attorcigliati su noi stessi, avvinghiati alla stupidità, alle forme, ai pregiudizi. Perché ci sta bene il trucco su tutto, stadi inclusi.

Accidenti, che desolazione.

Con questa ricchezza di pensiero altro che salvarsi dalla povertà economica, si fila dritti al disastro. Così, senza neanche provare a mettersi in salvo. Manca la voglia di verità. E il senso delle cose, della misura, delle priorità. Figuriamoci se possiamo praticare le virtù della coesione, della ragione, della libertà, del benessere, della giustizia, della bellezza!

E se il futuro fosse gay e non giocasse a calcio?

Irene Spagnuolo

Espatrio in Italia

Espatrio in Italia

16 settembre 2014 | , , , , , , , , ,

we can do itChe alla fine se non possiamo e vogliamo lasciare il nostro Paese in massa ci toccherà, mi auguro, decidere di espatriare qui. Di costruire una ‘patria’ nuova, insomma. Di fare una rivoluzione culturale, di quelle grosse. Di svoltare, con decisione e velocità.

Perché tutti hanno mille ragioni per lagnarsi, per non farcela più, per morire di crepacuore, e allora tutti possono rimboccarsi le maniche e partire. Partire verso l’Italia, quella che dovremmo vivere e invece subiamo, quella che dovremmo amare e invece odiamo, quella che dovrebbe essere sogno e invece è incubo.

In valigia occorre mettere il meglio di noi. Esattamente come quando si decide di cercare fortuna chissà dove. Perché questo è tutto. In capo al mondo tiriamo fuori l’eccellenza qui a mala pena riusciamo a tenere una condotta da sufficienza. Altrove rispettiamo le regole qui siamo abili solo a trasgredirle. Qua e là mostriamo di essere cervelli nel nostro stivale ragioniamo con i piedi.

Certo, qui ci sono i limiti, gli ostacoli, le storture, i disastri, le ingiustizie, i vizi. E’ vero, dobbiamo dare un bel colpo di reni e di spugna. Però diamolo, accidenti. Riprendiamoci la nostra Italia, costi quel che costi. Che tanto peggio di così non ci possiamo ridurre, non la possiamo ridurre. Forse qualsiasi cosa può essere meglio di questa vita senza movimento.

Già, ci serve un viaggio. Un’emigrazione. Di cuore e mani. Di desideri e progetti. Di forza e euforia. Dobbiamo raggiungere con ogni mezzo il nostro Paese. Forse non è una missione impossibile. Forse non ci vuole più coraggio di quanto non ce ne voglia a lasciarlo per andare lontano, lontano, lontano.

Cambiamolo. Cambiamoci.

Irene Spagnuolo

Italia che vai Italia che trovi

Italia che vai Italia che trovi

26 agosto 2014 | , , , , , , ,

italiaVivi al nord e non fai che sputarci sopra. Stai al sud e dici che ti soffoca. Critica, snobismo, insofferenza. Smanie in abbondanza, una dose esagerata di fottutissima maleducazione, un’inclinazione viziosa all’arroganza.

E, come se tutto questo non bastasse, l’assenza pressoché totale di voglia di conoscere davvero. Capire è un verbo che rischia l’estinzione dove le persone non hanno in testa che la cocciuta pretesa di sapere tutto a priori, per ispirazione divina o per chissà quale superiorità di natura.

Tiri fuori un campanilismo urticante appena esci dal recinto di casa tua ma nelle quattro mura schifi tutto e tutti. Il Duomo di Milano è brutto, a Palermo si che ci sono bellezze mozzafiato. Ti offrono un posto da pascià nella tua Bari ma ormai ti sei ambientato nella fredda Torino e improvvisi un impedimento doloroso. La tua Liguria è l’ottava meraviglia del mondo, altro che Sardegna, mare e spiagge inguardabili. Roma? Che sarà mai, Bergamo la batte in tutto.

Signore mio, signora mia di quali cattive sostanze fate eccessivo uso? Cosa bevete che vi obnubila il cervello?

Chissà come, da nord a sud, si scopre l’unità contro lo ‘straniero’, reo di calpestare la terra sulla quale indegnamente trascini i piedi lamentandoti.

Già, difendi il bel Paese dagli altri invece che da te stesso.

Quando fuggi poi sei tragicomico. L’erba del vicino non è più verde perché espatri ovunque e ovunque cerchi un pezzo d’Italia.

Caro connazionale datti una regolata. Pesca in te un briciolo di sana obiettività. Esistono pregi e difetti, valori e immondizie, peculiarità e cose comuni. Tutto merita un po’ del tuo approfondimento e della tua serena valutazione. E niente, davvero, merita di essere giudicato senza prove e verità.

Accidenti, ci vuole molto?

Non ti reggo praticamente più, sbrigati. Smetti di sbuffare, dire falsità, sguazzare nei pregiudizi. Usa l’intelligenza e l’onestà. Allarga le braccia e lo sguardo. I friulani non muoiono di mozzarella di bufala, i pugliesi non sono in pericolo di avvelenamento da gorgonzola. Avvicinarsi alla realtà può essere benessere, credimi. Maratea è al suo posto. Il Monte Rosa pure. Ciò che ci è dato è ammirarli e rispettarli entrambi.

L’italiano ingrato e stupido fa ammalare tutti. Curiamolo.

Irene Spagnuolo