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Paradiso IOR

Paradiso IOR

21 dicembre 2013 | , , , , , , , , , ,

paradiso_ior_turco_pontesilli_dibattista‘Paradiso Ior. La Banca Vaticana tra criminalità finanziaria e politica dalle origini al crack Monte dei Paschi’ di Maurizio Turco, Carlo Pontesilli, Gabriele Di Battista (Castelvecchi ed.): un’indagine attenta e minuziosa che svela la colossale indecenza di un sistema di forze che manovra una impronunciabile quantità di denaro più o meno sporco in una dimensione di sostanziale impunità.

I numeri, gli intrecci, gli sviluppi e le connessioni sono impressionanti.

Pensare sia verità, tutta verità, null’altro che verità fa rabbrividire.  Non mi riusciva tanto difficile immaginare quali e quante oscure potenze si muovessero sulla nostra testa ma il sistema che esce da Paradiso IOR supera per entità anche una fervida, maligna, catastrofica fantasia. E, in un periodo nero come questo, una scoperta così fa tremare doppiamente i polsi di rabbia e di sconforto.

Dai Patti Lateranensi in poi non ci sarebbe altro che un buco nero che per noi si è tradotto in baratro e per qualcuno in ricchezza, smodata e illecita.

Le nefandezze dello IOR sono come quelle della nostra politica, come il terribile rapporto sotterraneo tra Stato e criminalità organizzata o i macroscopici rapporti deviati che ci divorano: rischiano di non indignarci più, tanto siamo rassegnati a non poterli sradicare. Eppure sapere quante risorse prendono il volo lasciando la nostra economia al collasso potrebbe essere una bella rampa di lancio per una consapevolezza, se non vincente, discretamente agguerrita.

Spesso le nostre armi sono spuntate perché non hanno il supporto della conoscenza. L’informazione è pilotata, tutto è controllato, le ribellioni si pagano care. Ma quando la conoscenza è diffusa, molto diffusa, anche il più incallito e vigoroso sistema può vacillare. E’ questo il punto. Questo è un libro che tutti dovrebbero leggere. Credenti e laici, mi piace specificare. Con libertà di giudizio, naturalmente. Ma, almeno, umana e sociale determinazione. Dobbiamo diventare cittadini, questa è l’urgenza assoluta. Facile provare disgusto, avvertire frustrazione, gridare alla disonestà, proclamarsi vittime innocenti. Molto più difficile è fare un cammino di crescita civile. Assumersi la responsabilità di sapere, avere il coraggio di sostenere un cammino diverso da quello corrotto.

E’ tempo di spalancare le porte a un saggio come Paradiso IOR. Questione di coscienza e di tasca.

Gli immensi capitali del Vaticano, le implicazioni mondiali, le tangenti e le maxi tangenti, i depistaggi, gli insabbiamenti, i lavaggi e i riciclaggi non sono più misteri o segreti eppure continuano a divorarci. Il viaggio tra banche, finanziarie, Ior, nomi in codice e grandi manovre nazionali e internazionali ci fa incontrare tutti: da Sindona a Calvi, a Marcinkus, a De Bonis e avanti, nell’impudica matassa di partiti, imprenditori, mafiosi, istituzioni bancarie e affaristiche.

Gli artifizi giuridici che sottraggono lo IOR, la Banca Vaticana, dall’applicazione degli standard europei ed internazionali di trasparenza e controllo dell’attività economica e bancaria sono avallati nei fatti dalla complicità o dal silenzio del governo italiano e di quello europeo. Sebbene la sovranità statuale della Santa Sede sia stata riconosciuta formalmente solo dall’Italia, l’Unione Europea infatti la riconosce e la rispetta abbondantemente nella pratica.

Il dato tutto italiano invece è che il Regime fascista, con i Patti Lateranensi, consegnò al Vaticano – secondo i dati forniti da Turco, Pontesilli, Di Battista – 828 milioni e 500mila lire in titoli e 750 milioni in contanti, ovvero il 37% delle intere riserve liquide dello Stato italiano all’epoca.

Lo Ior ha avuto, insomma, un bel gruzzolo di partenza per il viaggio della ricchezza!

Ovviamente mi preme chiarire, come fanno peraltro gli autori dell’opera, che neanche un pensiero moderno, democratico e laico può confondere e identificare la Curia romana o Santa Sede o Vaticano con la ‘Chiesa’ come comunità religiosa. Anzi. Andrebbero fortemente rispettate e, meglio, nettamente tracciate, le distanze tra potere temporale e spiritualità.

Speriamo che Papa Francesco abbia scelto il nome giusto per la via della dignitosa povertà.

Egregio Bernardo Caprotti,

Egregio Bernardo Caprotti,

27 novembre 2013 | , , , , , ,

Bernardo_Caprotti_Ha annunciato in questi giorni il pensionamento da Esselunga, la sua felice creatura,: a 88 anni, dopo 66 di lavoro, godrà di un meritato riposo. A leggere la sua storia di imprenditore vengono i brividi, per lungimiranza, capacità e tenacia. Ancor più se considero che ai veleni della burocrazia e della pressione fiscale per la gestione di una grande azienda che vanta più di 20.000 dipendenti si sono aggiunti, da quel che ho letto sui giornali, quelli familiari. I soldi portano sempre parecchi dolori, purtroppo.

Non la conosco, mai la conoscerò e un po’ mi dispiace.

Mi sono fatta l’idea Lei sia uno di quegli imprenditori che considero appartenenti a una razza in via d’estinzione. Non me ne vogliano gli altri, ovviamente non mi riferisco ai tanti piccoli e medi che lottano con passione ogni giorno e che meriterebbero un encomio già solo per la resistenza. Penso a quelli grandi, inghiottiti dalla finanza più che seriamente impegnati nell’economia reale. Credo che Lei ne abbia fatto una questione di dignità, di buona ambizione, di sana intraprendenza e di profonda, convinta dedizione.

Deve aver guadagnato parecchio a giudicare dal fiorente fatturato, dalla continua espansione e dagli enormi lasciti (non solo a figli o collaboratori ma anche a sostegno di cause civili) e questa è la ricchezza della quale ritengo si possa essere fieri. Siamo tristemente abituati a un Paese e a una cultura che non ha nel costume il sacrificio, il merito, l’ingegno, la responsabilità. Chi serve la propria azienda per 66 anni può vantare qualche diritto al benessere, a parer mio. Mi piace scriverlo, mi piace dedicarle questa riflessione. Anche solo perché riaccende qualche luce di speranza nel buio che stiamo attraversando.

E’ vero, Lei è di un’altra generazione, quella che teneva ancora in testa una serie di principi e valori che sono andati via via evaporando in quelle successive. Ma può restare un esempio, magari anche nel piglio asciutto e risoluto, nella coerenza spesa con la fatica, nella forza di tenere alta la bandiera della sua missione. Si, fare impresa in Italia è come abbracciare una difficile missione.

Le auguro una vecchiaia serena, sig. Bernardo Caprotti. E mi auguro che il suo nome segni una possibilità, mostri sempre da che parte e come devono arrivare i quattrini, svegli un po’ di considerazione nell’importanza di tenere in vita l’economia, quella vera.

Complimenti, per Esselunga e per il suo vigore.

Cordialmente