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Caro Diego Dalla Palma: la bellezza della ‘povertà’…

Caro Diego Dalla Palma: la bellezza della ‘povertà’…

18 aprile 2015 | , , , , , , , , , , , ,

DiegoDallaPalmaDiego Dalla Palma, ho letto quello che hai scritto sulla tua pagina facebook, la tua non quella di Diego Dalla Palma make up…

Di fronte all’ottusità di chi continua a vivere di sfarzi, di giornate effimere, di superficialità, di retorica e di egoismi si consuma il dramma di gente disperata, di bambini rapiti, massacrati e privati dei sogni. Così hai deciso di vendere i tuoi immobili, di vivere più modestamente con parte del ricavato e destinare l’altra a strutture o iniziative che aiutino orfani, giovani madri, vecchi in condizioni di bisogno, malati e profughi. Lanci l’appello affinché legali, commercialisti e associazioni ti supportino nell’intento.

Più che apprezzare capisco la volontà. In realtà non ho mai davvero compreso cosa se ne facciano i ricchi della ricchezza, i belli della bellezza, i fortunati della fortuna, se non trovano un po’ di equilibrio nell’armonia con il resto del mondo. Certo non è dato a pochi di sollevare le sorti dell’umanità intera ma sappiamo tutti, bene, che ci sono esistenze di sfrenato benessere che tengono le distanze da sacche enormi di sofferenza e indigenza e questo fa rabbrividire di orrore.

Rose_Guy_Green_Mirror-largeIl vero make up dovremmo farlo all’anima. Proprio così. Non so cosa ne penseranno le tue clienti e le estimatrici dei tanti prodotti, metodi, consigli estetici. Francamente me ne infischierei se non fosse che, forse, qualcuno già insinua che un buon proposito celi una qualche forma di promozione.

Potresti essere poco o troppo credibile, questo è il punto.

Esserlo poco tutto sommato potrebbe anche non nuocere ad alcuno e non nuocere te, se vai avanti con determinazione sulla tua strada. Esserlo troppo è più indigesto. Già. Fare atti di bella e, mi piacerebbe dire, naturale umanità sulla base di certe tue riflessioni si concilia con il culto dell’immagine?

Sai, a ridare valore alla vita, ai sentimenti, alla giustizia, allo spirito invece che al corpo, si finisce per dare un deciso colpo di spugna ai rossetti, agli smalti e agli ombretti.

Ma no, non è una battaglia fanatica. E’ un istinto. Semplice e liberatorio. Quanto più ci riconciliamo con il senso del nostro breve viaggio sulla terra tanto più ci disfiamo di ciò che è inutile e ingombrante. Quando impariamo a gioire d’altro non perdiamo un solo secondo a rimirarci allo specchio, caro Diego Dalla Palma. Ci prendiamo cura di noi in tutt’altra maniera, davvero.

E allora chissà. Chissà cosa succederà. A tutti quelli che seguono la tua pagina fb, a quelli cui la notizia rimbalzerà per altre vie, a quelli che ti identificano come ‘il profeta del make up made in Italy’, a quelli che acquistano i tuoi fantastici prodotti per capelli, viso, corpo.

Magari hai già messo in conto tutto. Tipo impennata o crollo di interesse, per esempio. Oppure come me stai a guardare, con curiosità, apprensione o speranza. Il tempo darà risposte, credo.

Intanto non posso che augurarmi un felice esito del tuo progetto. Di vita e di aiuto al prossimo.

Irene Spagnuolo

Il made in Italy extracomunitario

Il made in Italy extracomunitario

23 febbraio 2015 | , , , , , , , , , ,

extracomunitari_made_in_italyCi sono aziende che alla faccia del made in Italy vanno a produrre all’estero. Alcune perché cercano più lauti profitti, altre perché in Patria sono strozzate dai balzelli e dalla burocrazia.

Insomma il made in Italy rischia ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, di prendere il volo.

Ma se anche le prime prendessero onestamente ad accontentarsi e le seconde fossero sorrette da un regime fiscale più clemente, il made in Italy sarebbe comunque seriamente compromesso. Sarebbe o è? Forse lo è già, infatti. E se uso il condizionale è solo per una sottile, piccola speranza. Quasi a negare la tremenda realtà.

Dove c’è da mettere le mani –e nel made in Italy c’è da mettere le mani- lavorano gli extracomunitari. Quelli lì, si, quelli che qualcuno ha in astio e vorrebbe cacciare. Quelli che arrivano da lontano, si rimboccano le maniche e imparano a fare il nostro gorgonzola, il nostro grana padano, il nostro vino d.o.c. e via via lungo quella quantità di prodotti eccezionali che la nostra storia ci ha lasciato in eredità.

Ora mi chiedo…non è che qualcuno ha la brillante quanto idiota convinzione che basti tenere la testa della ricetta?

Intanto chi sa fare ha le gambe lunghe e il cervello fino quindi non è che ci sta, a farsi prendere per il naso in eterno. Poi, diciamolo, quale testa resterà di questo passo? La memoria geniale muore e il resto non cresce. Perché, sia chiaro, la mente governa fin tanto che il corpo sta al passo. E la mente ha bisogno di toccare, altro che talento, scuole alte, scrivanie comode.

Per ‘riprendere’ il made in Italy occorre ritrovare la dignità. Che se vogliamo, sempre e comunque fa rima con umiltà e coscienza.

Irene Spagnuolo

Io ce l’ho profumato

Io ce l’ho profumato

5 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

Allora -negli anni ’80- era l’alito. Grazie a Mental, diceva lo spot.alito_profumato_mental

Così, più ci penso più torno lì, agli anni ’80. Con la musica, i vestiti, le atmosfere. Che i ricordi, è vero, fanno sempre tutto un po’ più bello. Però se tornano in mente loro e non i ’90 o i 2000 un motivo ci sarà. Anzi, molti motivi ci saranno. E uno li abbraccia tutti: lo spirito. Non il mio, quello collettivo.

Già, per creare, sorridere, sperare ci vuole quello. E uno spazio davanti, insomma un panorama, una libertà, un orizzonte aperto.

Mi vengono in mente i corsi e i ricorsi, il fondo e la risalita, le svolte e i nuovi traguardi. Tutta roba cui mi aggrappo, credo, per potermi mettere in attesa di qualcosa che assomigli a quei mitici anni ’80. Medito anche sui contro, sui risvolti, sulle bugie e sulle apparenze perché talvolta bisogna pur smascherare e sfatare la memoria troppo poetica. Il guaio è che in realtà so bene che non c’è revival che tenga e che a luccicare non è mai solo l’oro però sono frastornata da quest’epoca senza carattere. Tutto qui, forse. Che certo non è poco.

Perfino la crisi stenta a esplodere rumorosamente. Niente è clamoroso. Non c’è più una notizia strepitosa. Siamo appiattiti da un pensiero talmente debole che rende precaria anche la rabbia. La cultura è sfibrata, come i capelli maltrattati. I colori accesi, il volume alle stelle non ci sorprendono più. Strabuzziamo gli o imprechiamo e, nel secondo successivo, siamo altrove. Distanti più o meno alla luce pure da noi stessi. Si, da noi stessi. Quelli conformi, quelli inadeguati, quelli soli in compagnia, quelli persi dietro un’utopia. Senza coraggio e senza i desideri, straordinari, che hanno rivoluzionato il mondo.

Io ce l’ho profumato. Il sogno nel cassetto. Ma è solo un sacchettino con dentro un’essenza buona.

Espatrio in Italia

Espatrio in Italia

16 settembre 2014 | , , , , , , , , ,

we can do itChe alla fine se non possiamo e vogliamo lasciare il nostro Paese in massa ci toccherà, mi auguro, decidere di espatriare qui. Di costruire una ‘patria’ nuova, insomma. Di fare una rivoluzione culturale, di quelle grosse. Di svoltare, con decisione e velocità.

Perché tutti hanno mille ragioni per lagnarsi, per non farcela più, per morire di crepacuore, e allora tutti possono rimboccarsi le maniche e partire. Partire verso l’Italia, quella che dovremmo vivere e invece subiamo, quella che dovremmo amare e invece odiamo, quella che dovrebbe essere sogno e invece è incubo.

In valigia occorre mettere il meglio di noi. Esattamente come quando si decide di cercare fortuna chissà dove. Perché questo è tutto. In capo al mondo tiriamo fuori l’eccellenza qui a mala pena riusciamo a tenere una condotta da sufficienza. Altrove rispettiamo le regole qui siamo abili solo a trasgredirle. Qua e là mostriamo di essere cervelli nel nostro stivale ragioniamo con i piedi.

Certo, qui ci sono i limiti, gli ostacoli, le storture, i disastri, le ingiustizie, i vizi. E’ vero, dobbiamo dare un bel colpo di reni e di spugna. Però diamolo, accidenti. Riprendiamoci la nostra Italia, costi quel che costi. Che tanto peggio di così non ci possiamo ridurre, non la possiamo ridurre. Forse qualsiasi cosa può essere meglio di questa vita senza movimento.

Già, ci serve un viaggio. Un’emigrazione. Di cuore e mani. Di desideri e progetti. Di forza e euforia. Dobbiamo raggiungere con ogni mezzo il nostro Paese. Forse non è una missione impossibile. Forse non ci vuole più coraggio di quanto non ce ne voglia a lasciarlo per andare lontano, lontano, lontano.

Cambiamolo. Cambiamoci.

Irene Spagnuolo

Tirando a campare

Tirando a campare

31 luglio 2014 | , , , , , , , , ,

tirando_a_campareIn una sorta di sopravvivenza più o meno collettiva, di resistenza in apnea, di distrazione quasi isterica. Così viviamo, nella nostra Italia del 2014. In attesa di ‘qualcosa’ che i credenti definirebbero miracolo e gli atei grande colpo di fortuna. Già. La provvidenza, una svolta mondiale, una botta di genio e soldi o giù di lì. Magari una magia da favola. Insomma una soluzione.

Perché nel mezzo del pantano economico e sociale la guerriglia politica è lontanissima dalla strada, dalle case, dalla gente. Ma la gente, appunto, tira a campare come se in fondo prima o poi qualcosa dovesse accadere. Qualcosa come un colpo di spugna, una nuova alba, un roseo orizzonte.

Non è che guasti un po’ di ottimismo e un sano esercizio di speranza però dal punto di vista culturale è un fenomeno davvero inquietante il cocciuto principio di attesa. Posso intravedere nel fatalismo una sorta di saggezza della vita, che in verità il destino è già scritto e, sono d’accordo, non ci mette in mano la penna per fare chissà quali correzioni. Ma stento a comprendere il vago e fumoso affidamento a chi di dovere.

E, ancor più forse, la finzione. Si, fingiamo di vivere. Di fare quello che abbiamo sempre fatto, di avere chissà cosa, di programmare come riempire il domani. ‘Ridimensionare’, l’avrete notato, è la parola d’ordine. Le vacanze si accorciano, lo shopping rimpicciolisce, l’aperitivo si dirada, la cena con gli amici si fa episodica. Però non si molla. Se ne parla lo stretto indispensabile. E non ci si incazza neanche troppo con quelli che hanno le redini in mano.

Su facebook si condivide possibile e impossibile, tranne i buchi nel portafogli. Neanche fosse vergognoso, insostenibile o illegale accidenti. Il confronto è aperto su tutto, dalla palestra all’amore alle ricette di cucina, ma guai a tirar fuori l’affanno della quarta (o della terza) settimana del mese. C’è la censura preventiva. Non di facebook, di noi stessi. Che tiriamo a campare ma siamo capaci di inventarci che non ci danno le ferie o dobbiamo stare a casa a curare il cane piuttosto che sputare il rospo e dire che mancano i quattrini per la settimana al mare.

E, d’altra parte, fino all’ultimo respiro si cercano di arginare le ‘rinunce dell’apparenza’. Possiamo digiunare tra le quattro mura domestiche ma non archiviare gli sfizi della moda.

Anzi. Se proprio non possiamo permetterceli stiamo comunque sull’onda. Chiacchieriamo di borse con le amiche, come se davvero fosse un argomento interessante, ci appassioniamo all’ultimo modello di cellulare, come se stessimo meditando l’acquisto, discutiamo di taglio e tinta di capelli, come se la parrucchiera fosse ordinaria amministrazione.

Tiriamo a campare perché ci allontaniamo dalla sincerità, dall’autenticità. Roba che finiremo per sentirci nella stessa realtà di quelli che possono tutto pure mentre affoghiamo in un mare di guai. Senza neanche la consolazione di essere uniti, solidali, liberi…liberi almeno di non mentire.

Irene Spagnuolo

Giovani, tutti al lavoro!

Giovani, tutti al lavoro!

25 giugno 2014 | , , , , , , , , ,

Ho voglia di essere riempita di insulti. Aspetto commenti al vetriolo, minacce, repliche sbiancanti. Si, voglio la dimostrazionedisoccupazione_giovanile schiacciante di essere in torto. Voglio essere travolta da una felice verità sconosciuta.

La disoccupazione giovanile è un dramma da sgonfiare.

Rallegratevi, tutti. Chiunque assuma vuole giovani. Non importa per quale lavoro e con quali responsabilità, vuole giovani. Che il datore di lavoro si chiami bar dell’angolo, negozio pinco pallino, banca del non credito o quel diavolo che lo porti, vuole giovani.

I supermercati vogliono giovani, gli uffici vogliono giovani. Unanimi e compatti, tutti pro gioventù. Sia per il relativo contenimento dei costi, sia nell’illusione di prendere menti fresche da formare, comunque giovani.

Un tormentone che chi ha più di 40 lunghissimi anni conosce tragicamente bene.

Il primo problema che si pone però è trovarli, i giovani disoccupati ansiosi di rimboccarsi le maniche e mettersi all’opera. Di sabato sera non sono disponibili, di domenica è disumano, oltre le otto ore aprono una vertenza sindacale, distante da casa non se ne parla,non adeguato al loro titolo di studio è un’offesa intollerabile.

Superata questa delicata e faticosa ricerca, acchiappati i quattro che proprio non si sono tirati indietro, il capo li inserisce in azienda. E da lì scatta, più o meno, il secondo problema. Deve trovare ai quattro volenterosi compiti che non siano troppo pesanti, che non richiedano la sveglia all’alba, che non comportino troppa pressione psicologica. Roba su misura per giovani, diamine!

Quanto a diritti sanno tutto, informati come enciclopedie ambulanti. Sul resto, con tutte le ragioni del mondo suvvia, devono imparare, sono giovani, hanno bisogno di tempo e pazienza per azzeccare qualcosa. Doveri? Non esageriamo, signori datori di lavoro, quelli li avete solo voi: mettere in regola, insegnare, essere comprensivi, pagare. Loro, i giovani, hanno una vita davanti per tutte quelle noie lì, ora devono godersi le cose belle e comode.

Naturalmente paga all’altezza delle aspettative perché loro non sono capaci ma sanno, teoricamente, tutto quindi è giusto che vengano retribuiti sulla fiducia, su quello che ritengono e dichiarano di sapere insomma. Buona educazione e rispetto degli ‘anziani’? Questa è proprio la più assurda delle pretese. Il mondo è dei giovani, gli ‘anziani’ possono prendersi una bella pedata nel sedere, un vaffa e una pernacchia.

Errori grossolani da menefreghismo cosmico? Cari datori di lavoro, non ditemi che vi aspettate pure attenzione, scrupolosità, rigore! Vi rubate il tempo della gioventù…basta, dovete accontentarvi, anzi ringraziare all’infinito.

Riepilogando: i giovani, se vogliono, un lavoro lo trovano. Quelli che aspettano quello dei loro sogni non sono disoccupati, diciamolo. O, almeno, sono meno disoccupati dei padri di famiglia di 30, 40, 50 o 60 che prenderebbero al volo e con zelo qualsiasi occupazione se anche richiedesse di farsi il paiolo dei paioli. I datori di lavori devono smetterla di sbuffare perché gli tocca pagare qualcuno e poi lavorare al posto suo. L’hanno voluto giovane e giovane se lo tengano stretto e caro. I politicanti possono cortesemente piantarla con la piaga della disoccupazione giovanile: è risolta. Gli ‘anziani’ disoccupati, in alternativa al suicidio, possono chiedere di essere adottati e mantenuti dai giovani volenterosi lavoratori, dai datori che amano i giovani, dai politicanti.

E adesso, se potete, linciatemi. Ne sarò lieta.  Spero però si risparmino la pena i giovani ‘bravi’, so che esistono, non ho bisogno mi venga urlato addosso. Non è di loro che scrivo, è molto molto molto evidente. Anzi, deve essere molto molto molto evidente anche a loro quanto i coetanei ‘non bravi’ siano da additare. Altrimenti qui non ci salviamo davvero.

Crowdfunding

Crowdfunding

18 aprile 2014 | , , , , , , , , , , ,

Praticamente un finanziamento collettivo per pubblicare un libro, un disco o magari produrre un film. Che un po’ vuol dire che crowdfundingmancano i fondi per la cultura o che ci sono solo per i nomi noti e sicuri. E che chi tiene all’arte o crede in un progetto può sentirsi un salvatore o un benefattore.

D’altra parte può diventare l’unico mezzo per godere di un’opera che altrimenti non vedrebbe la luce. E, forse, lo stimolo a una mentalità aperta e dinamica che faccia economia delle forme espressive.

In qualche misura potrebbe essere una forma di democrazia. Chi sostiene sceglie liberamente di premiare, di offrire una chance, di permettere il successo di chi non ha altra via che il crowdfunding. E quindi di porre fine al successo garantito solo a chi ha più opportunità, più conoscenze, più porte aperte. Naturalmente mettersi in piazza a chiedere un contributo richiede già un numero di fan, un minimo di affermazione di partenza, un’immagine decisamente convincente. Insomma, diciamolo, con gli sconosciuti non siamo mai troppo magnanimi. Più che alla musica, al cinema, alla letteratura diamo l’obolo a chi incontra il nostro gradimento e intravediamo vincente.

Comunque sia questa è una realtà diffusa. Con buona pace dello star system può arrivare alla ribalta un cd che le case discografiche non hanno voluto produrre o un romanzo che nessun editore ha degnato di pubblicazione.

O almeno, più o meno, speriamo sia così visto che già dobbiamo fare i conti con il disagio e la tristezza di sapere tanti talenti esclusi dal giusto riconoscimento e tanta felice diffusione negata alle bellezze e bontà culturali.

Dolce&Gabbana vestono la Nazionale

Dolce&Gabbana vestono la Nazionale

17 aprile 2014 | , , , , , , ,

dolce_gabbana_nazionale_calcioRecentemente Dolce&Gabbana erano finiti nella rete della guardia di finanza e della giustizia per un’ipotesi di maxi evasione fiscale nata in seguito alla costituzione di una società in Lussembergo.

La bufera sembra passata. Sostanzialmente certe operazioni sono lecite e legittime, per quanto possano indispettire i contribuenti italiani. Questo almeno è quello che sostiene l’accusa della seconda sezione penale della Corte d’appello di Milano. E, d’altra parte, dopo la ‘serrata per indignazione’ dei negozi di Via della Spiga e Corso Venezia, Dolce&Gabbana hanno pure deciso di mantenere gli show-room a Milano declinando gentilmente pure l’invito ospitale del sindaco di Gattinara, nel vercellese.

Dolce&Gabbana si riconciliano con il tricolore. E lo fanno alla grande. Vestiranno infatti la Nazionale di calcio italiana ai Mondiali 2014 in Brasile. Tutti i giocatori e il team avranno un guardaroba griffato D&G, dal look formale a quello casual agli accessori.

Il sodalizio continua, insomma. Se mai avremo da lagnarci sulle prestazioni in campo ci sarà lo stile a sollevarci il morale, sempre ammesso ci interessi naturalmente. Perché con l’aria che tira a molti forse gioverebbero notizie di altra portata, che a ben vedere il ‘lusso’ resta cosa fuori orizzonte per un buon numero di italiani…

Ma questo è costume, signore e signori. E un po’ di fascino del made in Italy si può anche celebrare.

Le due leggi

Le due leggi

25 marzo 2014 | , , , , , , , , , , ,

le-due-leggi-fiction-elena-sofia-ricciA leggere le anticipazioni della fiction tv Le due leggi, in onda questa sera su rai 1, ci sarebbe da aspettarsi un reality. Purtroppo però nella realtà al suicidio di disperati clienti non sempre i direttori di banca reagiscono come Elena Sofia Ricci.

Vi è comunque da chiedersi a che punto siamo se il piccolo schermo, di una crisi dirompente e dei molti tristi risvolti umani, pensa a fare una serie da prima serata. O, meglio, viene da pensare alla saggezza che vuole che la realtà superi la fantasia e alla ironicamente grottesca verità delle ‘due leggi’, quella cui noi comuni mortali non scampiamo e quella umana che pretenderebbe, a ragione, qualche clemenza in più.

Il direttore di banca che nega un prestito e l’imprenditore che si suicida sono anelli di una catena difficile da spezzare. E quello che è tristemente assurdo è che entrambi possano vivere un dramma in solitaria agonia. Già, forse dietro e dentro i grigi funzionari del rigore ci sono delle Elena Sofia Ricci che non hanno il lieto fine della coscienza a portata di copione.

D’altra parte può darsi ci sia altro da scoprire.

Colpita dalla vicenda e decisa a fare quel che può per evitare altre tragedie, Elena Sofia Ricci forzerà ogni regola e a suo rischio e pericolo supererà ogni limite consentito per aiutare altri clienti in crisi. Sotto l’indulgenza dei vertici della banca, che inaspettatamente non la licenziano, c’è qualche scomoda verità.

Le due leggi può anche suonare come due pesi e due misure.

Non mi resta che attendere il verdetto del pubblico.

Celentano contro Farinetti

Celentano contro Farinetti

20 marzo 2014 | , , , , , , , , , , ,

adriano-celentano-Celentano accusa Oscar Farinetti di fare più impresa che cultura del cibo. Eataly, amata odiata Eataly, ha aperto a Milano in quello che era il Teatro Smeraldo.

Celentano solleva sostanzialmente una questione morale. Di verità e di rispetto della cultura che secondo lui in Farinetti difetta. Lungi dall’avventurarmi nel merito e nel giudizio, sulla creatura e sul suo ideatore, che richiederebbero un polso su Eataly che non ho, mi piace soffermarmi sul riferimento all’operazione di ‘immagine’. Se Farinetti avesse restituito lo stabile alla sua funzione storica, avrebbe sicuramente goduto di un favorevole ritorno di immagine. Pare insomma che Celentano invochi un tempo dei ricchi che sanno, almeno per strategia promozionale, fare anche qualcosa che non si traduca in sonante e immediato profitto.

Il discorso è stuzzicante per me che mi arrovello da anni su certa spudoratezza e su certa smania di denari ma in tutta sincerità qui traballo. Farinetti è un imprenditore, investe dove e come crede sia remunerativo. Magari ha fiutato non fosse affare suo ripristinare il teatro e ha percorso altre strade per l’impegno ‘etico’ e sociale. Oppure davvero ‘cultura’ è una parola copertura, come ritiene Celentano. Non lo so e non è questo il punto.

Quello che non vorrei, partendo da Farinetti e non scrivendo di Farinetti, è che fare esponesse sempre a condanne più severe che stare a guardare e pontificare. Il rischio non è che questo Paese si immobilizzi del tutto?

Occhi aperti, d’accordo. Denunciare uno scempio, un patrimonio accumulato illegalmente, un’economia spregiudicata è diritto dovere di tutti però occorre un ‘sistema’ di valori complessivi che consenta comunque di non sprofondare nelle sabbie mobili. Il teatro Smeraldo poteva avere un futuro migliore? Non ho risposte, mi interrogo ecco tutto. Anch’io credo che un imprenditore che si mettesse a fare qualcosa tout court per la cultura potrebbe mietere consensi e quindi poi finire per guadagnare assai più che con dirette attività commerciali eppure la croce in spalla a Farinetti non risolve i problemi di questo terribile periodo di crisi multistrati.

Mi faccio anche una domanda: le persone bazzicano di più i teatri o Eataly?

Non voglio giustificare Eataly sulla infatuazione del momento. Anzi. Mi piacerebbero assai le scelte audaci e profonde, quelle che una volta si sarebbero dette educative a lungo termine. Ho la vaga impressione però che un tessuto economico che fa acqua da tutte le parti regga più le toppe che le nobili lungimiranze.

Si, sono confusa. Sentimentalmente vorrei dare ragione a Celentano. Ripeto, non ‘contro’ Farinetti ma concettualmente. Ma in preda alla brutta logica dell’emergenza tarpare le ali a chi fa imprenditoria mi spaventa un poco.

Aiutatemi a capire, se potete.

La pasta sfoglia di Joe Bastianich

La pasta sfoglia di Joe Bastianich

5 marzo 2014 | , , , , , , , ,

Tante volte penso ai guru che stanno dietro la comunicazione, le scelte del testimonial, le forze della persuasione. E poi mi trovo Joe joe_ bastianichBastianich che reclamizza la pasta sfoglia Buitoni e non so se è bene, per lui, per la pasta sfoglia o per la Buitoni. O se è una di quelle burle che riportano un po’ di equilibrio tra fama da chef e fame da comune mortale.

Insomma Joe Bastianich alla cuoca non provetta può raccomandare una pasta sfoglia pronta all’uso per amore dei commensali: meglio qualcosa di confezionato che un’immangiabile produzione domestica. Sarà proprio questo il senso. Che di certo non posso andarlo a trovare nella logica stringente dell’incoerenza no?

Potrebbe scappare di chiedersi che pasta sfoglia usa e mangia Joe Bastianich. E come abbia valutato di consigliare quella Buitoni. Non sarà stato il compenso di ingaggio, sicuramente l’ha valutata attentamente, non è muoruto e, anzi, ha scoperto che è di gran lunga meglio di quella della mamma. D’altra parte Buitoni ha saputo intuire quanto possa essere seducente un’occasione, alla faccia dell’integerrima posa da duro e puro.

Non mi resta che vedere al supermercato quanti carrelli si riempiranno di pasta sfoglia Buitoni per il trionfo dell’arte culinaria.

Io la compro, la pasta sfoglia. Buitoni o non Buitoni che sia. Me ne vergognavo un pochino. Avrei ben potuto cimentarmi e farla con le mie manine. Ora, se non si vergogna Joe, che faccio, smetto pure io? Di vergognarmi, intendo.

Magari invece mi risolvo a rimboccarmi le maniche e impastare. Può darsi che con ciò mi avvii a diventare la futura Joe Bastianich.

John Elkann: il pulpito e la predica

John Elkann: il pulpito e la predica

16 febbraio 2014 | , , , , , , , ,

Tutti sanno che secondo John Elkann i giovani italiani non trovano lavoro perché stanno bene a casa o non hanno ambizione. Fa John_ELKANNriferimento a molti lavori ai quali i ragazzi non sembrano interessati e quindi ‘liquida’ sostanzialmente l’emergenza occupazione e futuro come una questione di scarsa o cattiva volontà e assenza di bisogno.

Diego Della Valle ha pensato prontamente a dargli dell’imbecille, presumo interpretando il desiderio e il pensiero collettivo. Inutile ripetersi. Solo un privilegiato può essere tanto avventato, sgraziato e improvvido.

La crisi più drammatica la vivono gli adulti, in realtà. A 40 o a 50 anni (per non dire oltre) sei un fantasma nel mondo del lavoro eppure non hai una pensione a portata di mano e magari hai una famiglia da mantenere. Forse per i giovani la predica non sarebbe dunque sbagliata al 100%: è talvolta impossibile per un 20enne che non si chiami Elkann o giù di lì trovare il mestiere dei sogni, esercitare l’agognata professione, collocarsi nel posto che piace ma sono invece percorribili strade alternative. Ci sono settori e mansioni dove l’offerta è continua e talvolta pure consistente eppure la gioventù non li trova appetibili e soddisfacenti.

E’ il pulpito che francamente fa prudere le mani. John Elkann ha perso una buona occasione per tacere. Gli imprenditori che potrebbero fare lezioni o dare bacchettate sono anni luce diversi da lui.

Eppure ho l’atroce sospetto che per uno nato John Elkann sia davvero difficile capirlo. Mi pare un guaio peggiore dell’imbecillità espressa. Non per lui, per noi tutti, che proseguiamo a non affrontare seriamente tutto il nostro costume beota e decadente.

Gli antenati del codista

Gli antenati del codista

5 febbraio 2014 | , , , , , , , , ,

Giovanni Cafaro, l’ormai noto ‘codista’, ha antenati ingegnosi. Non lo sono all’anagrafe ma lo sono dal punto di vista culturale e sociale.cafaro-coda

In città come Napoli la storia insegna che l’arte di arrangiarsi aveva già inventato il mestiere di Giovanni Cafaro al quale però, sia detto, và abbondantemente riconosciuto il merito di averlo regolarizzato e comunicato al mondo in modo molto professionale ed efficace.

Non l’ho accertato ma presumo non si sarebbe infilato in tv o sui giornali se fosse stato aggredibile dalla pesante mano dei controlli amministrativi e fiscali. E questa, francamente, è una bella dimostrazione di intraprendenza e tenace volontà. Nel nostro bel Paese oltre a mancare il lavoro spesso manca la via percorribile per sudarselo. La burocrazia sconosce il tipo di attività e quindi ti catapulta in chissà quale girone o richiede tali e tanti adempimenti da scoraggiare qualsiasi audace iniziativa.

Ora c’è solo da augurare a Giovanni Cafaro e a chi eventualmente volesse seguire l’esempio, io ci sto pensando seriamente ad esempio, che lo Stato non abbia troppe pretese e gli lasci quindi un dignitoso margine di guadagno.

I soliti italiani

I soliti italiani

29 gennaio 2014 | , , , , , , , , ,

i_soliti_italianiDi rivoluzione se ne parla e quando se ne parla vuol dire che non si fa. Siamo i soliti italiani non rivoluzionari. E questo dovrebbe agevolmente farci rassegnarci al fatto che siano sempre i soliti italiani a ricoprire tutte le cariche pubbliche, a fare politica locale e nazionale, ad avere le mani in pasta.

Tutti hanno ricette e nessuno cucina. O, se cucina, lo fa per amici e parenti che in Italia sono sempre tanti quando sei chef. Praticamente siamo più o meno nelle sabbie mobili. Dal cilindro escono sempre quei nomi o i lori familiari o affini. E la questione non è quella del ricambio generazionale, senza i figli o i nipoti potremmo vivere alla grande se i padri, gli zii e i nonni fossero buoni e capaci.

Ma di cosa possiamo lamentarci? Ci facciamo la guerra tra noi, abitanti di gamba tacco  punta, ricchi e poveri, pensionati e disoccupati, studenti e lavoratori, autonomi e dipendenti e sbuffiamo ogni giorno mentre cerchiamo, comunque, di stare dentro il sistema e la cultura che fingiamo di disprezzare. C’è chi chiede aiuto al tizio che è introdotto nelle utili cose che risolvono i bisogni, chi fa il furbo e salta la coda, chi si arrangia con un pizzico di fantasia, chi si prende con arroganza quello che gli occorre. E così via, fino a sera. Domani è un altro giorno e si vedrà.

Abbiamo l’arte e le bellezze, abbiamo (o avevamo) eccellenze in tutto ma custodirle, rispettarle, valorizzarle costava umiltà, fatica, lungimiranza. Ora lo ripetiamo tutti come un mantra ma intanto guai a lavorare la terra o fare l’artigiano. Anzi, tanto che ci siamo andiamo avanti a imbrattare i monumenti, a ignorare la realtà e il patrimonio che dovremmo portare in palmo di mano.

La crisi economica ha stracciato il nostro portafogli, l’entusiasmo e le prospettive seguono a ruota perché in fondo non lo ammettiamo ma siamo consapevoli della nostra attitudine al lassismo. A noi piace poco ripartire, metterci in gioco, svoltare, rimboccarsi le maniche. Siamo più propensi a dare la colpa ai soliti fingendo di non sapere che siamo noi, i soliti.

La pessima prova dei soliti in politica, quelli che ci rappresentano proprio per quello che siamo, ci indigna nel tempo e nello spazio in cui non possiamo godere noi di qualche privilegio, di un posto al sole e delle frequentazioni “giuste”.

E quelli che se ne vanno all’estero e trovano una società che funziona e ripaga finiscono per non venirci neanche a spiegare che ricevono esattamente quello che danno. Forse fanno bene, tanto non li ascolteremmo e non la prenderemmo come una lezione.

Sesso pubblico a contratto

Sesso pubblico a contratto

27 dicembre 2013 | , , , , , , , , ,

sesso_pubblicoD’accordo, ci mancava che il sesso tra segretaria e assessore regionale finisse nel contratto di lavoro. Non che dalla pratica alla formalizzazione corra grande differenza ma mettere nero su bianco che i pubblici amministratori maneggiano così denari, timbratrici e personale è, almeno, una freccia al nostro arco.

Vecchio quanto il mondo, l’uso un pochino sciolto del corpo, tutto sommato non è che debba muoverci a indignazione o ribrezzo. La questione sta solo nel pubblico ruolo e, quindi, nella leggerezza impudente e imperdonabile, con il quale si ricopre. La signorina in questione non riceverà da me lezioni di costume sessuale. Per quanto mi riguarda può concedere grazie e piacere a chi le pare e spassarsela come meglio crede con le sue performances amorose. A me, al più, risponde come cittadina se non ha fatto il suo dovere impiegatizio, se ha guadagnato soldi della collettività per attività che un servizio buono lo rendevano solo all’assessore, se ha sprecato il tempo retribuito dai cittadini in qualche alcova o da qualche parrucchiere per farsi bella. Al pari, ovviamente, del consigliere Luigi De Fanis.

Però, appunto, torna utile questo contratto un po’ “clamoroso”. Svela, se a qualcuno non fosse ancora chiaro, il “sistema”. Che è quello delle complicità, non solo erotiche ovviamente. Mettere insieme le mani in pasta, questo è il metodo. Se peschi nel torbido non puoi spifferare o tradire, semplice. Così si sguazza allegramente nella lussuria e nelle tangenti. E tutto perché il livello etico è decisamente basso, bassissimo, in tutti noi. Il politico è la punta non l’iceberg intero.

A questo punto se siamo “senza peccato” possiamo scagliare la pietra. O la freccia.

Il senso di responsabilità, l’onestà, la serietà sono proprio merce rara. La nostra cultura sociale è decisamente più oscena di un po’ di sano sesso e, da qui in avanti, se è crisi nera toccherà forse dare davvero una ripulita alle nostre macchie.

Tutto si fa quasi alla luce del sole come se ci fosse una sorta di impunità garantita. Ogni scandalo è a tempo determinato. Basta un’alba per portarne uno più grosso che oscura il precedente. E a noi pare rimasto appena un filo di voce con il quale protestare. Non perché pretendiamo giustizia, lealtà, correttezza ma perché non riusciamo ad arrivare alla marmellata…

Certo, cari lettori, tra voi ci sono persone di indubbie virtù, anime che si sentiranno offese da questa catastrofica generalizzazione. Bene! Arrabbiatevi. Molto, moltissimo. E dimostratemi di tirare con forza e mira così provette da colpire il bersaglio, una volta per tutte.