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Il movimento a 5 stelle di Matteo Renzi

26 maggio 2014 | , , , , , , , , , , , ,

In qualche modo Renzi ha trasformato il PD in un movimento a 5 stelle. Che non è il M5S di Grillo e Casaleggio ma comunque unDemocrazia movimento a 5 stelle. Ovvero una forza trascinante e decorata. Cosa che il PD non avrebbe neanche potuto sognare di essere per una variegata serie di ragioni e limiti.

Non importa che simpatizziate per Renzi o ne siate lontani anni luce. Prendete il dato e pensate agli italiani. E’ esattamente un voto adeguato al nostro Paese. Ripeto, che vi garbi o vi ripugni. E ci dovete/dobbiamo riflettere. E’ una scelta che esprime molto, quasi tutto, di noi e della nostra cultura.

Chiarisco che avrei potuto scrivere altrettanto se avesse stravinto ancora il fronte berlusconiano. Perché quello che meno appartiene alla nostra società è il M5S, quello scritto così e con un logo e una lista. Quello che implica studio, impegno, partecipazione, responsabilità alla maggioranza di noi fa una paura quasi insuperabile, bisogna saperlo e dirlo. Adesso è assurdo imputare la defaillance alle urla del Beppe nazionale, alle traversie interne, al distacco troppo a lungo tenuto con ‘il verbo’ cui siamo abituati (leggesi tv e giornali). Il problema di comunicazione c’è. Ma c’è, soprattutto, la fortissima resistenza al salto che richiede concentrazione, allenamento, fatica, dedizione.

Gli italiani amano, più di ogni cosa, la delega. La firmerebbero anche in bianco pur di starsene beati a tranquilli ad occuparsi di cose personali e non della ‘cosa’ pubblica.

democrazia-faticaPer questo si invaghiscono sempre e comunque di chi ha la stoffa del leader. Perfino chi non è uscito dalle categorie ideologiche è più propenso al partito che ha a capo l’uomo ‘giusto’ piuttosto che a quello del cuore ma mal gestito. Renzi potrebbe aver pescato voti da qualsiasi bacino, per intenderci.

Probabilmente pure Grillo avrebbe fatto meno paura a tutti quelli che si sono bevuti la somiglianza a Hitler se fosse un leader. Il guaio del M5S è infatti che, già in partenza, si espone con chi non eserciterà di fatto le funzioni. Un profilo di leader che non ha cittadinanza nelle comuni posizioni mentali.

Atmosfere molto italiane.

Irene Spagnuolo

Urne…da brivido

23 maggio 2014 | , , , , , , , , , ,

urnaL’urna è un contenitore provvisto di feritoia nella quale introdurre le schede elettorali. Il voto espresso finisce nell’urna, insomma. Che, a ben vedere, evoca un macabro epilogo. Ma questa è la lingua che, talvolta, batte dove il dente duole. Insomma la parola si presta a oggetti con usi diversi, diciamo. Può contenere le nostre preferenze o le nostre ceneri. E vi è da sperare che il risultato non coincida.

Già, pure quella funeraria è un’urna. Un po’ da brivido come coincidenza, specie a pensarci alla vigilia di una convocazione.

Che dire? Incrocio le dita e mi appresto al cammino domenicale verso il seggio. Che sia diritto o dovere, a me pare cosa da farsi, per quanto più che mai con l’animo in pena. Non so bene se consegnerò le mie spoglie o se attenderò con trepidazione lo spoglio. E, in verità, c’è pure il rischio che non corra molta differenza.

Vorrei farmi assistere da un po’ di ottimismo ma di questi tempi temo sia affaccendato a far da stampella a tutti e confuso pure lui. Perché in fondo qual è il ‘meglio’ da aspettarsi? Anche l’ottimismo fatica a collocarsi, a schierarsi, a scegliere.

La formula magica di tutti sta nel dire che quella degli altri è una stregoneria o un fallimento…Insomma nessuno ci offre il dolce ma tutti ci spiegano che gli altri offrono solo roba amara. Di questo passo possiamo solo sperare di non celebrare davvero un funerale.

Non sono le politiche nazionali. Sono le europee (e per alcuni le regionali e le comunali). Ma lo spettro dell’urna è uguale.

Irene Spagnuolo

Crowdfunding

Crowdfunding

18 aprile 2014 | , , , , , , , , , , ,

Praticamente un finanziamento collettivo per pubblicare un libro, un disco o magari produrre un film. Che un po’ vuol dire che crowdfundingmancano i fondi per la cultura o che ci sono solo per i nomi noti e sicuri. E che chi tiene all’arte o crede in un progetto può sentirsi un salvatore o un benefattore.

D’altra parte può diventare l’unico mezzo per godere di un’opera che altrimenti non vedrebbe la luce. E, forse, lo stimolo a una mentalità aperta e dinamica che faccia economia delle forme espressive.

In qualche misura potrebbe essere una forma di democrazia. Chi sostiene sceglie liberamente di premiare, di offrire una chance, di permettere il successo di chi non ha altra via che il crowdfunding. E quindi di porre fine al successo garantito solo a chi ha più opportunità, più conoscenze, più porte aperte. Naturalmente mettersi in piazza a chiedere un contributo richiede già un numero di fan, un minimo di affermazione di partenza, un’immagine decisamente convincente. Insomma, diciamolo, con gli sconosciuti non siamo mai troppo magnanimi. Più che alla musica, al cinema, alla letteratura diamo l’obolo a chi incontra il nostro gradimento e intravediamo vincente.

Comunque sia questa è una realtà diffusa. Con buona pace dello star system può arrivare alla ribalta un cd che le case discografiche non hanno voluto produrre o un romanzo che nessun editore ha degnato di pubblicazione.

O almeno, più o meno, speriamo sia così visto che già dobbiamo fare i conti con il disagio e la tristezza di sapere tanti talenti esclusi dal giusto riconoscimento e tanta felice diffusione negata alle bellezze e bontà culturali.

Dolce&Gabbana vestono la Nazionale

Dolce&Gabbana vestono la Nazionale

17 aprile 2014 | , , , , , , ,

dolce_gabbana_nazionale_calcioRecentemente Dolce&Gabbana erano finiti nella rete della guardia di finanza e della giustizia per un’ipotesi di maxi evasione fiscale nata in seguito alla costituzione di una società in Lussembergo.

La bufera sembra passata. Sostanzialmente certe operazioni sono lecite e legittime, per quanto possano indispettire i contribuenti italiani. Questo almeno è quello che sostiene l’accusa della seconda sezione penale della Corte d’appello di Milano. E, d’altra parte, dopo la ‘serrata per indignazione’ dei negozi di Via della Spiga e Corso Venezia, Dolce&Gabbana hanno pure deciso di mantenere gli show-room a Milano declinando gentilmente pure l’invito ospitale del sindaco di Gattinara, nel vercellese.

Dolce&Gabbana si riconciliano con il tricolore. E lo fanno alla grande. Vestiranno infatti la Nazionale di calcio italiana ai Mondiali 2014 in Brasile. Tutti i giocatori e il team avranno un guardaroba griffato D&G, dal look formale a quello casual agli accessori.

Il sodalizio continua, insomma. Se mai avremo da lagnarci sulle prestazioni in campo ci sarà lo stile a sollevarci il morale, sempre ammesso ci interessi naturalmente. Perché con l’aria che tira a molti forse gioverebbero notizie di altra portata, che a ben vedere il ‘lusso’ resta cosa fuori orizzonte per un buon numero di italiani…

Ma questo è costume, signore e signori. E un po’ di fascino del made in Italy si può anche celebrare.

Cari politici adottate un ghostwriter

Cari politici adottate un ghostwriter

4 aprile 2014 | , , , , , , , , , , , ,

E pure buono.

Toglietevi i grilli dalla testa: piaceri sessuali, bella vita e bollicine non vi aiuteranno a raggiungere o conservare gli allori. E non è neanche ghostwriter_ghostbloggerpiù tempo di un portaborse riverente o di un traffichino con le mani sporche. E’ ora che mettiate mano al portafogli per ingaggiare un buon ‘comunicatore’, uno che vi sistemi il profilo pubblico, che conosca la realtà e sappia offrirvi le parole giuste per arrivare alla ‘gente’, quella da cui siete lontani anni luce. Un lavoratore vero che stia sui social, vi gestisca il blog, vi suggerisca il taglio dei discorsi, dialoghi sul web con gli elettori.

Vi costerà meno dei vizietti ai quali vi dedicavate e vi tornerà molto più utile, politicamente e umanamente. E’ un investimento serio e onesto, se saprete intenderlo nel suo significato effettivo. Lui, il ghostwriter, è un uomo della strada, uno che studia, analizza, si rimbocca le mani, respira la vita di tutti. Un ponte. Tra voi e gli italiani come lui, quelli che voi non sapete dove stanno di casa e, soprattutto, se una casa ce l’hanno. Una testa pensante. E una mano sempre pronta a digitare sulla tastiera, con spirito di servizio e professionalità. Un tizio che non improvvisa come voi competenze che non ha. Si documenta, confronta, soppesa prima di lanciarvi in pista con insulsi bla bla.

Vedervi in tv e leggervi in rete conferma abbondantemente l’urgenza di ascoltare il mio consiglio. Se non indignate fate pena. E, francamente, non so cosa sia meglio.

Fate un falò dell’arroganza, dell’approssimazione, della sfacciataggine e muovete il mercato della scrittura. Acquisterete consensi e serenità. Forse troverete anche, con un po’ di pazienza e impegno, la via per ritrovare il senso…di tutto: dello Stato, della cultura, della misura. La società ha bisogno di Politici come voi avete bisogno di Ghostwriter.

Le due leggi

Le due leggi

25 marzo 2014 | , , , , , , , , , , ,

le-due-leggi-fiction-elena-sofia-ricciA leggere le anticipazioni della fiction tv Le due leggi, in onda questa sera su rai 1, ci sarebbe da aspettarsi un reality. Purtroppo però nella realtà al suicidio di disperati clienti non sempre i direttori di banca reagiscono come Elena Sofia Ricci.

Vi è comunque da chiedersi a che punto siamo se il piccolo schermo, di una crisi dirompente e dei molti tristi risvolti umani, pensa a fare una serie da prima serata. O, meglio, viene da pensare alla saggezza che vuole che la realtà superi la fantasia e alla ironicamente grottesca verità delle ‘due leggi’, quella cui noi comuni mortali non scampiamo e quella umana che pretenderebbe, a ragione, qualche clemenza in più.

Il direttore di banca che nega un prestito e l’imprenditore che si suicida sono anelli di una catena difficile da spezzare. E quello che è tristemente assurdo è che entrambi possano vivere un dramma in solitaria agonia. Già, forse dietro e dentro i grigi funzionari del rigore ci sono delle Elena Sofia Ricci che non hanno il lieto fine della coscienza a portata di copione.

D’altra parte può darsi ci sia altro da scoprire.

Colpita dalla vicenda e decisa a fare quel che può per evitare altre tragedie, Elena Sofia Ricci forzerà ogni regola e a suo rischio e pericolo supererà ogni limite consentito per aiutare altri clienti in crisi. Sotto l’indulgenza dei vertici della banca, che inaspettatamente non la licenziano, c’è qualche scomoda verità.

Le due leggi può anche suonare come due pesi e due misure.

Non mi resta che attendere il verdetto del pubblico.

Celentano contro Farinetti

Celentano contro Farinetti

20 marzo 2014 | , , , , , , , , , , ,

adriano-celentano-Celentano accusa Oscar Farinetti di fare più impresa che cultura del cibo. Eataly, amata odiata Eataly, ha aperto a Milano in quello che era il Teatro Smeraldo.

Celentano solleva sostanzialmente una questione morale. Di verità e di rispetto della cultura che secondo lui in Farinetti difetta. Lungi dall’avventurarmi nel merito e nel giudizio, sulla creatura e sul suo ideatore, che richiederebbero un polso su Eataly che non ho, mi piace soffermarmi sul riferimento all’operazione di ‘immagine’. Se Farinetti avesse restituito lo stabile alla sua funzione storica, avrebbe sicuramente goduto di un favorevole ritorno di immagine. Pare insomma che Celentano invochi un tempo dei ricchi che sanno, almeno per strategia promozionale, fare anche qualcosa che non si traduca in sonante e immediato profitto.

Il discorso è stuzzicante per me che mi arrovello da anni su certa spudoratezza e su certa smania di denari ma in tutta sincerità qui traballo. Farinetti è un imprenditore, investe dove e come crede sia remunerativo. Magari ha fiutato non fosse affare suo ripristinare il teatro e ha percorso altre strade per l’impegno ‘etico’ e sociale. Oppure davvero ‘cultura’ è una parola copertura, come ritiene Celentano. Non lo so e non è questo il punto.

Quello che non vorrei, partendo da Farinetti e non scrivendo di Farinetti, è che fare esponesse sempre a condanne più severe che stare a guardare e pontificare. Il rischio non è che questo Paese si immobilizzi del tutto?

Occhi aperti, d’accordo. Denunciare uno scempio, un patrimonio accumulato illegalmente, un’economia spregiudicata è diritto dovere di tutti però occorre un ‘sistema’ di valori complessivi che consenta comunque di non sprofondare nelle sabbie mobili. Il teatro Smeraldo poteva avere un futuro migliore? Non ho risposte, mi interrogo ecco tutto. Anch’io credo che un imprenditore che si mettesse a fare qualcosa tout court per la cultura potrebbe mietere consensi e quindi poi finire per guadagnare assai più che con dirette attività commerciali eppure la croce in spalla a Farinetti non risolve i problemi di questo terribile periodo di crisi multistrati.

Mi faccio anche una domanda: le persone bazzicano di più i teatri o Eataly?

Non voglio giustificare Eataly sulla infatuazione del momento. Anzi. Mi piacerebbero assai le scelte audaci e profonde, quelle che una volta si sarebbero dette educative a lungo termine. Ho la vaga impressione però che un tessuto economico che fa acqua da tutte le parti regga più le toppe che le nobili lungimiranze.

Si, sono confusa. Sentimentalmente vorrei dare ragione a Celentano. Ripeto, non ‘contro’ Farinetti ma concettualmente. Ma in preda alla brutta logica dell’emergenza tarpare le ali a chi fa imprenditoria mi spaventa un poco.

Aiutatemi a capire, se potete.

I politici nella rete

I politici nella rete

19 marzo 2014 | , , , , , , , , , , , ,

politici_blogI politici, nonostante il fallimento della politica sia di clamorosa evidenza, non ne vogliono sapere del web e del ‘contatto’.

Snobbando il blog di Beppe Grillo e quindi molti umori della strada si erano del tutto persi il prevedibile risultato delle ultime elezioni politiche. A livello locale, alla vigilia di ogni chiamata alle urne per le amministrative, la situazione non è diversa. Tutti ormai distanti dalla ‘gente’. Incapaci o indolenti non si prendono cura di familiarizzare con i nuovi mezzi di comunicazione. E, se lo fanno, si impegnano a tempo determinato: giusto il tempo per racimolare consensi con qualche slogan e tante promesse o per tirare calci a parole contro il sistema del quale fanno parte a fatti.

Una volta i politici avevano almeno la furbizia o il buon gusto di avvalersi di qualche valido polso del territorio, di un buon suggeritore che sapeva sempre quali parole e scelte la ‘base’ avrebbe capito e apprezzato. Poi è arrivata una spocchia che ha dato loro due scellerate convinzioni: quella di non avere bisogno di alcun efficiente ed efficace interlocutore popolare e quella di potersi permettere il lusso di avere accanto al massimo qualche statuina molto piacente e poco pensante.

Il blog sembrava, a destra e a sinistra, il ridicolo palcoscenico di un urlatore. Qualcuno è corso ai ripari quando si è accorto che comunicare, interagire, avvicinarsi via internet oltre che utile e sensato è sostenibile in termini logistici più di impossibili o improbabili maratone su e giù per un Paese che non ha neanche più una capillare e vivace rete di attivismo cui riferirsi e appoggiarsi. Ma non ne ha una considerazione alta e sincera e i naviganti abituali lo annusano eccome. Pescano il ghostwriter tra i raccomandati, probabilmente. Oppure si improvvisano blogger, non so.

Inutile storcere il naso. O, peggio, aprire specchietti per allodole, dispensare contentini, far calare una riga come fosse una perla di saggezza. Ci vuole altro per arrivare a cittadini incazzati, delusi, preoccupati. E aggiungerei intelligenti, cari politici. Perché vi siete proprio abituati a considerarci tutti più o meno imbecilli ma potreste e dovreste scoprire che non lo siamo.

Un blog? Una pagina facebook? Cari politici vi consiglio e mi auguro sappiate rispettarli invece di credere che basta averli per conquistare applausi e voti.

RENZIamoci

RENZIamoci

13 marzo 2014 | , , , , ,

Dalla pagina di Cronache di Costume si può comodamente osservare la piega socio-culturale della politica senza farla, la politica.

Con Renzi o contro Renzi la realtà è che abbiamo un Presidente del Consiglio alternativo a quelli cui eravamo abituati: per atteggiamento, linguaggio, ritmo. Se saranno tutti fatti o parole lo vedremo presto. E, anche questa, è una novità: il calendario di Renzi è proprio quello che teniamo appeso in casa, non risponde ai confusi tempi senza tempo dei suoi predecessori. Inutile additare e pretendere miracoli, dunque. Se abbiamo taciuto fino ad oggi sicuramente ora dobbiamo concedere a lui un ragionevole periodo di lavoro.

Arriva forte e chiaro. A chi lo trova simpatico e a chi non lo sopporta. Questo è un sano indicatore di personalità. Che è molto più facile matteo_renzipiaciucchiare a tutti, scontentare nessuno, essere abili a barcamenarsi tra fazioni, svicolare dalle decisioni. Quella di Renzi invece è una falcata determinata, audace, briosa. Di quelle che appunto a qualcuno mettono speranza, ad altri fanno gridare di dolore calli, fastidio e invidia.

E’ entusiasta, compiaciuto. Perfino un po’ borioso, dicono da più parti. Io sono andato a sentirlo diverse volte negli ultimi anni e ne ho tratto l’idea di uno che gode a farcela, che ha l’ambizione della gloria. Cosa che in questo Paese e nella situazione attuale trovo, in tutta franchezza, un’onda da cavalcare.  Per intenderci l’impressione è quella di un uomo che desidera emozionare, scatenare consensi, generare eccitazione collettiva. Un’ottima spinta. Garbi o non garbi la faccia o il metodo se gli preme il risultato del ‘benessere’ del Paese per  guadagnarsi il trofeo della bravura, del coraggio, della tenacia faccia pure.

Sarà frenato, si ingarbuglierà nella burocrazia, cadrà in qualche trappola, borbotta più chi rosica che chi ha qualche ‘ricetta’ diversa da proporre. Già, gli ostacoli, gli sgambetti, la burocrazia, le sacche di resistenza a assurdi privilegi. Sempre la solita storia. Si scava tra verità e illazioni su chi tira i fili a Renzi come se tutti gli altri non avessero altrettanti fili tirati da chissà quali altri burattinai. E nello stesso momento si racconta ancora di una politica che non può saltare, fare, ripulirsi, sciogliere i nodi o capire da chi è più opportuno farsi ‘guidare’.

Comunque è irritante oltre ogni umana tollerabilità che accusi di qualche spocchia Renzi un campionario di spocchiosi, disonesti o smidollati. Ecco, di chiacchiere, buchi, ingiustizie e inconcludenze l’Italia non può più campare. Certo che ci vuole una dose non comune di autostima per ritenersi capaci di imprimere una Svolta buona. Magari pure uno spirito da irriducibile sognatore. Ma sono decenni che vediamo autostima sfacciata e irrispettosa farla da padrone tanto da ridurci ai minimi storici in tutti i sensi, vogliamo forse negarne la possibilità solo a Renzi?

Nu juorno buono

Nu juorno buono

24 febbraio 2014 | , , , , , , , , ,

Rocco Hunt, il simpatico e bravo rapper salernitano, non segue proprio ‘o pallon perché la sua passione è o’ microfon.rocco-hunt-poeta-urbano-

Mi piace, Rocco Hunt. Mi piace molto meno precisare la provenienza e sorridere di una ‘fede’ diversa da quella del calcio. Ma l’Italia è anche l’unità incompiuta, una sotterranea (neanche troppo) perenne incomprensione, un campo minato di campanili e una enorme periferia che deve avvicinarsi ai centri per emergere.

Se tutti ci rendessimo conto che certi disagi sono in realtà spalmati esattamente da nord a sud, che la forza enorme sta nella complicità, che nel mondo ‘globalizzato’ Milano e Roma potrebbero non essere gli unici spazi di opportunità avremmo vinto molto più della Lotteria Italia di tutti i tempi ma facciamo ancora fatica a compiere questo facilissimo salto di pensiero.

E insomma Rocco Hunt diventa al Festival di Sanremo una sorta di nuovo simbolo campano come Arisa per la Basilicata. Indubbiamente da artisti dovrebbero gioire di essere orgoglio della musica più che orgoglio di uno spicchio di terra ma a loro tocca come a molti altri barcamenarsi tra radici e presente o, meglio, futuro. Essere portatori di una convinzione: che il talento o giù di lì sono cose che nascono ovunque.

Questo discorso mi sconforta sempre un po’. Mi ritrovo con la classica speranza che sa di finire disperatamente disillusa. D’altra parte…se non ora quando? Almeno bisogna esprimerla ‘questa cosa’ che ci tarpa le ali, questo frazionamento che ci indebolisce, questo assurdo rifiuto di cogliere un valore che rappresenterebbe il vero trampolino di lancio del Paese intero. Intero.

Sogno nu juorno buono per l’Italia. Parrà strano ma mi sento italiana e già mi pare una piccola grande ‘miseria’ perché preferirei sentirmi sempre e solo una terrestre.

Rocco Hunt il tuo accento si deve sentire ma anche tu staresti a meraviglia, come me, in un Paese che non ha bisogno di cantarlo per infrangere pregiudizi, rivendicare le bontà, difendere la vita e i sogni.

In bocca al lupo, carissimo rapper.

John Elkann: il pulpito e la predica

John Elkann: il pulpito e la predica

16 febbraio 2014 | , , , , , , , ,

Tutti sanno che secondo John Elkann i giovani italiani non trovano lavoro perché stanno bene a casa o non hanno ambizione. Fa John_ELKANNriferimento a molti lavori ai quali i ragazzi non sembrano interessati e quindi ‘liquida’ sostanzialmente l’emergenza occupazione e futuro come una questione di scarsa o cattiva volontà e assenza di bisogno.

Diego Della Valle ha pensato prontamente a dargli dell’imbecille, presumo interpretando il desiderio e il pensiero collettivo. Inutile ripetersi. Solo un privilegiato può essere tanto avventato, sgraziato e improvvido.

La crisi più drammatica la vivono gli adulti, in realtà. A 40 o a 50 anni (per non dire oltre) sei un fantasma nel mondo del lavoro eppure non hai una pensione a portata di mano e magari hai una famiglia da mantenere. Forse per i giovani la predica non sarebbe dunque sbagliata al 100%: è talvolta impossibile per un 20enne che non si chiami Elkann o giù di lì trovare il mestiere dei sogni, esercitare l’agognata professione, collocarsi nel posto che piace ma sono invece percorribili strade alternative. Ci sono settori e mansioni dove l’offerta è continua e talvolta pure consistente eppure la gioventù non li trova appetibili e soddisfacenti.

E’ il pulpito che francamente fa prudere le mani. John Elkann ha perso una buona occasione per tacere. Gli imprenditori che potrebbero fare lezioni o dare bacchettate sono anni luce diversi da lui.

Eppure ho l’atroce sospetto che per uno nato John Elkann sia davvero difficile capirlo. Mi pare un guaio peggiore dell’imbecillità espressa. Non per lui, per noi tutti, che proseguiamo a non affrontare seriamente tutto il nostro costume beota e decadente.

Gli antenati del codista

Gli antenati del codista

5 febbraio 2014 | , , , , , , , , ,

Giovanni Cafaro, l’ormai noto ‘codista’, ha antenati ingegnosi. Non lo sono all’anagrafe ma lo sono dal punto di vista culturale e sociale.cafaro-coda

In città come Napoli la storia insegna che l’arte di arrangiarsi aveva già inventato il mestiere di Giovanni Cafaro al quale però, sia detto, và abbondantemente riconosciuto il merito di averlo regolarizzato e comunicato al mondo in modo molto professionale ed efficace.

Non l’ho accertato ma presumo non si sarebbe infilato in tv o sui giornali se fosse stato aggredibile dalla pesante mano dei controlli amministrativi e fiscali. E questa, francamente, è una bella dimostrazione di intraprendenza e tenace volontà. Nel nostro bel Paese oltre a mancare il lavoro spesso manca la via percorribile per sudarselo. La burocrazia sconosce il tipo di attività e quindi ti catapulta in chissà quale girone o richiede tali e tanti adempimenti da scoraggiare qualsiasi audace iniziativa.

Ora c’è solo da augurare a Giovanni Cafaro e a chi eventualmente volesse seguire l’esempio, io ci sto pensando seriamente ad esempio, che lo Stato non abbia troppe pretese e gli lasci quindi un dignitoso margine di guadagno.

I soliti italiani

I soliti italiani

29 gennaio 2014 | , , , , , , , , ,

i_soliti_italianiDi rivoluzione se ne parla e quando se ne parla vuol dire che non si fa. Siamo i soliti italiani non rivoluzionari. E questo dovrebbe agevolmente farci rassegnarci al fatto che siano sempre i soliti italiani a ricoprire tutte le cariche pubbliche, a fare politica locale e nazionale, ad avere le mani in pasta.

Tutti hanno ricette e nessuno cucina. O, se cucina, lo fa per amici e parenti che in Italia sono sempre tanti quando sei chef. Praticamente siamo più o meno nelle sabbie mobili. Dal cilindro escono sempre quei nomi o i lori familiari o affini. E la questione non è quella del ricambio generazionale, senza i figli o i nipoti potremmo vivere alla grande se i padri, gli zii e i nonni fossero buoni e capaci.

Ma di cosa possiamo lamentarci? Ci facciamo la guerra tra noi, abitanti di gamba tacco  punta, ricchi e poveri, pensionati e disoccupati, studenti e lavoratori, autonomi e dipendenti e sbuffiamo ogni giorno mentre cerchiamo, comunque, di stare dentro il sistema e la cultura che fingiamo di disprezzare. C’è chi chiede aiuto al tizio che è introdotto nelle utili cose che risolvono i bisogni, chi fa il furbo e salta la coda, chi si arrangia con un pizzico di fantasia, chi si prende con arroganza quello che gli occorre. E così via, fino a sera. Domani è un altro giorno e si vedrà.

Abbiamo l’arte e le bellezze, abbiamo (o avevamo) eccellenze in tutto ma custodirle, rispettarle, valorizzarle costava umiltà, fatica, lungimiranza. Ora lo ripetiamo tutti come un mantra ma intanto guai a lavorare la terra o fare l’artigiano. Anzi, tanto che ci siamo andiamo avanti a imbrattare i monumenti, a ignorare la realtà e il patrimonio che dovremmo portare in palmo di mano.

La crisi economica ha stracciato il nostro portafogli, l’entusiasmo e le prospettive seguono a ruota perché in fondo non lo ammettiamo ma siamo consapevoli della nostra attitudine al lassismo. A noi piace poco ripartire, metterci in gioco, svoltare, rimboccarsi le maniche. Siamo più propensi a dare la colpa ai soliti fingendo di non sapere che siamo noi, i soliti.

La pessima prova dei soliti in politica, quelli che ci rappresentano proprio per quello che siamo, ci indigna nel tempo e nello spazio in cui non possiamo godere noi di qualche privilegio, di un posto al sole e delle frequentazioni “giuste”.

E quelli che se ne vanno all’estero e trovano una società che funziona e ripaga finiscono per non venirci neanche a spiegare che ricevono esattamente quello che danno. Forse fanno bene, tanto non li ascolteremmo e non la prenderemmo come una lezione.

Sesso pubblico a contratto

Sesso pubblico a contratto

27 dicembre 2013 | , , , , , , , , ,

sesso_pubblicoD’accordo, ci mancava che il sesso tra segretaria e assessore regionale finisse nel contratto di lavoro. Non che dalla pratica alla formalizzazione corra grande differenza ma mettere nero su bianco che i pubblici amministratori maneggiano così denari, timbratrici e personale è, almeno, una freccia al nostro arco.

Vecchio quanto il mondo, l’uso un pochino sciolto del corpo, tutto sommato non è che debba muoverci a indignazione o ribrezzo. La questione sta solo nel pubblico ruolo e, quindi, nella leggerezza impudente e imperdonabile, con il quale si ricopre. La signorina in questione non riceverà da me lezioni di costume sessuale. Per quanto mi riguarda può concedere grazie e piacere a chi le pare e spassarsela come meglio crede con le sue performances amorose. A me, al più, risponde come cittadina se non ha fatto il suo dovere impiegatizio, se ha guadagnato soldi della collettività per attività che un servizio buono lo rendevano solo all’assessore, se ha sprecato il tempo retribuito dai cittadini in qualche alcova o da qualche parrucchiere per farsi bella. Al pari, ovviamente, del consigliere Luigi De Fanis.

Però, appunto, torna utile questo contratto un po’ “clamoroso”. Svela, se a qualcuno non fosse ancora chiaro, il “sistema”. Che è quello delle complicità, non solo erotiche ovviamente. Mettere insieme le mani in pasta, questo è il metodo. Se peschi nel torbido non puoi spifferare o tradire, semplice. Così si sguazza allegramente nella lussuria e nelle tangenti. E tutto perché il livello etico è decisamente basso, bassissimo, in tutti noi. Il politico è la punta non l’iceberg intero.

A questo punto se siamo “senza peccato” possiamo scagliare la pietra. O la freccia.

Il senso di responsabilità, l’onestà, la serietà sono proprio merce rara. La nostra cultura sociale è decisamente più oscena di un po’ di sano sesso e, da qui in avanti, se è crisi nera toccherà forse dare davvero una ripulita alle nostre macchie.

Tutto si fa quasi alla luce del sole come se ci fosse una sorta di impunità garantita. Ogni scandalo è a tempo determinato. Basta un’alba per portarne uno più grosso che oscura il precedente. E a noi pare rimasto appena un filo di voce con il quale protestare. Non perché pretendiamo giustizia, lealtà, correttezza ma perché non riusciamo ad arrivare alla marmellata…

Certo, cari lettori, tra voi ci sono persone di indubbie virtù, anime che si sentiranno offese da questa catastrofica generalizzazione. Bene! Arrabbiatevi. Molto, moltissimo. E dimostratemi di tirare con forza e mira così provette da colpire il bersaglio, una volta per tutte.

Paradiso IOR

Paradiso IOR

21 dicembre 2013 | , , , , , , , , , ,

paradiso_ior_turco_pontesilli_dibattista‘Paradiso Ior. La Banca Vaticana tra criminalità finanziaria e politica dalle origini al crack Monte dei Paschi’ di Maurizio Turco, Carlo Pontesilli, Gabriele Di Battista (Castelvecchi ed.): un’indagine attenta e minuziosa che svela la colossale indecenza di un sistema di forze che manovra una impronunciabile quantità di denaro più o meno sporco in una dimensione di sostanziale impunità.

I numeri, gli intrecci, gli sviluppi e le connessioni sono impressionanti.

Pensare sia verità, tutta verità, null’altro che verità fa rabbrividire.  Non mi riusciva tanto difficile immaginare quali e quante oscure potenze si muovessero sulla nostra testa ma il sistema che esce da Paradiso IOR supera per entità anche una fervida, maligna, catastrofica fantasia. E, in un periodo nero come questo, una scoperta così fa tremare doppiamente i polsi di rabbia e di sconforto.

Dai Patti Lateranensi in poi non ci sarebbe altro che un buco nero che per noi si è tradotto in baratro e per qualcuno in ricchezza, smodata e illecita.

Le nefandezze dello IOR sono come quelle della nostra politica, come il terribile rapporto sotterraneo tra Stato e criminalità organizzata o i macroscopici rapporti deviati che ci divorano: rischiano di non indignarci più, tanto siamo rassegnati a non poterli sradicare. Eppure sapere quante risorse prendono il volo lasciando la nostra economia al collasso potrebbe essere una bella rampa di lancio per una consapevolezza, se non vincente, discretamente agguerrita.

Spesso le nostre armi sono spuntate perché non hanno il supporto della conoscenza. L’informazione è pilotata, tutto è controllato, le ribellioni si pagano care. Ma quando la conoscenza è diffusa, molto diffusa, anche il più incallito e vigoroso sistema può vacillare. E’ questo il punto. Questo è un libro che tutti dovrebbero leggere. Credenti e laici, mi piace specificare. Con libertà di giudizio, naturalmente. Ma, almeno, umana e sociale determinazione. Dobbiamo diventare cittadini, questa è l’urgenza assoluta. Facile provare disgusto, avvertire frustrazione, gridare alla disonestà, proclamarsi vittime innocenti. Molto più difficile è fare un cammino di crescita civile. Assumersi la responsabilità di sapere, avere il coraggio di sostenere un cammino diverso da quello corrotto.

E’ tempo di spalancare le porte a un saggio come Paradiso IOR. Questione di coscienza e di tasca.

Gli immensi capitali del Vaticano, le implicazioni mondiali, le tangenti e le maxi tangenti, i depistaggi, gli insabbiamenti, i lavaggi e i riciclaggi non sono più misteri o segreti eppure continuano a divorarci. Il viaggio tra banche, finanziarie, Ior, nomi in codice e grandi manovre nazionali e internazionali ci fa incontrare tutti: da Sindona a Calvi, a Marcinkus, a De Bonis e avanti, nell’impudica matassa di partiti, imprenditori, mafiosi, istituzioni bancarie e affaristiche.

Gli artifizi giuridici che sottraggono lo IOR, la Banca Vaticana, dall’applicazione degli standard europei ed internazionali di trasparenza e controllo dell’attività economica e bancaria sono avallati nei fatti dalla complicità o dal silenzio del governo italiano e di quello europeo. Sebbene la sovranità statuale della Santa Sede sia stata riconosciuta formalmente solo dall’Italia, l’Unione Europea infatti la riconosce e la rispetta abbondantemente nella pratica.

Il dato tutto italiano invece è che il Regime fascista, con i Patti Lateranensi, consegnò al Vaticano – secondo i dati forniti da Turco, Pontesilli, Di Battista – 828 milioni e 500mila lire in titoli e 750 milioni in contanti, ovvero il 37% delle intere riserve liquide dello Stato italiano all’epoca.

Lo Ior ha avuto, insomma, un bel gruzzolo di partenza per il viaggio della ricchezza!

Ovviamente mi preme chiarire, come fanno peraltro gli autori dell’opera, che neanche un pensiero moderno, democratico e laico può confondere e identificare la Curia romana o Santa Sede o Vaticano con la ‘Chiesa’ come comunità religiosa. Anzi. Andrebbero fortemente rispettate e, meglio, nettamente tracciate, le distanze tra potere temporale e spiritualità.

Speriamo che Papa Francesco abbia scelto il nome giusto per la via della dignitosa povertà.