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Gli INVASORI occulti

Gli INVASORI occulti

7 maggio 2015 | , , , , , , , , ,

Irene_foto profiloSu immigrati, sbarchi, accoglienza, crociate, intolleranza, Italia, Europa, Cronache di Costume soprassiede, tace, si chiude a riccio.

Francamente il veemente e sguaiato chiacchiericcio, a destra e a manca, gli scudi alzati e le braccia aperte per partito preso, le incoerenze, gli orrori, le facilonerie sono talmente approssimativi, idioti, inutili, sbracati e devianti che qualsiasi pacato ragionamento passa inosservato, resta inascoltato, non genera alcuna attenzione.

Quello che invece posso urlare, giusto perché a toni sensati nessuno si sintonizza, è che non vedo l’ora che, comunque la pensiate sulla questione, maturiate la voglia di liberarvi dagli invasori occulti. Che poi tanto occulti non sono, basta imparare a vedere. Sono quei laidi tarli che hanno fatto presa sui nostri cervelli infiacchiti dalla pigrizia e dai problemi. Ovvero coloro che ci sguazzano, nella nostra confusione, nella nostra debolezza, nella nostra ignoranza. E non solo. Pure nella nostra labilità umana e culturale.

Non mi schiero. Invoco solo presenza di spirito e cervello, accidenti. Senza onestà intellettuale non c’è che pantano. Pro e contro, storia, andamento sociale, risvolti economici, aspetti emotivi. Tirate in ballo quello che volete ma formulate pensieri coscienti invece di bere le idee altrui a occhi bendati e gusto in stand by. Se ce la fate aggiungete pure una manciata di malizia e di lungimiranza egregiamente mescolate. I paladini di una o dell’altra posizione, potete starne certi, fanno tanto baccano ciascuno per qualche tornaconto (chiamatelo ideologico o come diavolo vi pare), noi di strada magari saremmo capaci di comprendere più e meglio se ce ne ricordassimo.

Serenamente. Che, insomma, può anche non andarmi a genio che prevalga un indirizzo o l’inverso, ma sarà certamente più facile e giusto accettarlo se lo riconoscerò autenticamente consapevole.

Ecco, dovremmo essere forti e uniti per mettere al bando gli invasori occulti: ciarlatani a tasche piene, potere in mano, pelo sullo stomaco e battito cardiaco azzerato.

Irene Spagnuolo

Gli insulti a Morandi e Armani

Gli insulti a Morandi e Armani

22 aprile 2015 | , , , , , , , , ,

La rete non è altro da noi, naturalmente.

A Gianni Morandi valanghe di insulti per aver ricordato, a proposito della recente tragedia nelle acque del Mediterraneo,gianni_morandi che anche noi abbiamo conosciuto l’emigrazione. Se mai l’unico ‘rimprovero’ che si poteva fare a Morandi era il verbo al passato, insomma pure oggi migriamo eccome per disperazione e mancanza di lavoro. Detto amaramente ciò non meritava toni di contestazione, questo secondo me è al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma quel che ha superato il livello di guardia dell’orrore di certi commenti che francamente faccio fatica perfino a riportare. Salvini forse impallidirebbe.

Oltre i problemi e i punti di vista, insomma, leggere certe frasi è come immergersi in un’umanità smarrita, devastata, praticamente bestiale se non offendesse le bestie.

D’altra parte c’è pure Donatella Versace, che non ho mai capito se è stilista o sorella di uno stilista morto ed ereditiera di quel patrimonio di nome e talento, che si scaglia contro Giorgio Armani il quale a suo dire vestirebbe zoccole.

Il trash in confronto è merce di una purezza ineguagliabile.

A ragione o a torto (affare squisitamente loro) la Versace di bocca colorita contro Armani molto danno non fa, credo. GA immagino abbia armi a sufficienza per scrollare le spalle e andare avanti serenamente.

Il pugno nello stomaco arriva dai binari paralleli. Corrono entrambe le notizie. Una di allucinante degrado culturale, emotivo, spirituale o come volete chiamarlo e l’altra di bassissima grazia presumibilmente per visibilità, posizioni di mercato, interessi e bla bla vari.

donatella_versaceAccidenti. Se Donatella Versace fosse impegnata ad ospitare qualche poveraccio in difficoltà non avrebbe tempo, voglia ed energie per occuparsi di Giorgio Armani e della relativa clientela. Se a Gianni Morandi invece di scaricare addosso la furia di egoismo, razzismo o ferocia si prestasse una lettura più aperta, sentimentale e virtuosa molti avrebbero le ali ai piedi.

Che dire? Misurare gli insulti sarebbe fatto di stile ed educazione. Ma qui c’è altro. C’è un gusto pericoloso, patetico, straziante per il proprio piccolo orizzonte. Nulla più che assomigli a valori belli e solidi. Nulla più da ammirare. Nulla più da rispettare. E una bagarre di eventi, vicende, cronache, situazioni che si contendono la scena come se fossero sullo stesso piano, avessero la stessa importanza, meritassero la stessa attenzione.

Già, alludo anche a questo, in tema di giornali e pagine personali e condivisioni e argomenti top e like e giù di lì.

Non sono io a mescolare il diavolo e l’acqua santa, a mettere insieme pipì e champagne e via di questo passo. E’ lui, il web, il nostro specchio, la nostra ombra, la proiezione della nostra idiozia.

Chi di cattiveria ferisce di cattiveria dovrebbe perire. Che faccio, ci spero?

Irene Spagnuolo

Il made in Italy extracomunitario

Il made in Italy extracomunitario

23 febbraio 2015 | , , , , , , , , , ,

extracomunitari_made_in_italyCi sono aziende che alla faccia del made in Italy vanno a produrre all’estero. Alcune perché cercano più lauti profitti, altre perché in Patria sono strozzate dai balzelli e dalla burocrazia.

Insomma il made in Italy rischia ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, di prendere il volo.

Ma se anche le prime prendessero onestamente ad accontentarsi e le seconde fossero sorrette da un regime fiscale più clemente, il made in Italy sarebbe comunque seriamente compromesso. Sarebbe o è? Forse lo è già, infatti. E se uso il condizionale è solo per una sottile, piccola speranza. Quasi a negare la tremenda realtà.

Dove c’è da mettere le mani –e nel made in Italy c’è da mettere le mani- lavorano gli extracomunitari. Quelli lì, si, quelli che qualcuno ha in astio e vorrebbe cacciare. Quelli che arrivano da lontano, si rimboccano le maniche e imparano a fare il nostro gorgonzola, il nostro grana padano, il nostro vino d.o.c. e via via lungo quella quantità di prodotti eccezionali che la nostra storia ci ha lasciato in eredità.

Ora mi chiedo…non è che qualcuno ha la brillante quanto idiota convinzione che basti tenere la testa della ricetta?

Intanto chi sa fare ha le gambe lunghe e il cervello fino quindi non è che ci sta, a farsi prendere per il naso in eterno. Poi, diciamolo, quale testa resterà di questo passo? La memoria geniale muore e il resto non cresce. Perché, sia chiaro, la mente governa fin tanto che il corpo sta al passo. E la mente ha bisogno di toccare, altro che talento, scuole alte, scrivanie comode.

Per ‘riprendere’ il made in Italy occorre ritrovare la dignità. Che se vogliamo, sempre e comunque fa rima con umiltà e coscienza.

Irene Spagnuolo

Less is more

Less is more

6 gennaio 2015 | , , , , , , ,

Less is more. E se ancora non l’abbiamo capito siamo in ritardo, clamoroso.Less-is-More

Non accumulare il superfluo. Buttare il buttabile. Che forse si poteva cogliere la tradizione della notte di Capodanno per spogliarsi delle cose vecchie. Ma la verità è altra. Non deve essere un rito, un gioco, una resa alla scaramanzia.

Qui si tratta di liberarsi dalla zavorra. Delle troppe cianfrusaglie che ancora non ci siamo abituati a considerare tali.

Affrancarsi dalla smania. E soprattutto rasserenarsi. Quello che non possiamo avere, a meno che non sia essenziale, non ci serve, non ci renderebbe più felici, non farebbe più bella la nostra vita.

E non è una predica. A me, a dirla tutta, fanno venire pure un poco di orticaria, le prediche. Mi guardo bene dal menarne a destra e a manca, per carità. Constato, rifletto, vado convincendomi. Less is more. Infinitamente more!

In barba a quelli che con le cose ci hanno messo in catene, spezziamole.

Intravedo leggerezza e godimento a gogò.

Irene Spagnuolo

I soldi e la felicità

I soldi e la felicità

9 dicembre 2014 | , , , , , , ,

stati d'animo_cavezI soldi, quelli che non danno la felicità ma fanno venire la vista ai ciechi, serviranno prima o poi alle cure di disintossicazione. C’è da augurarlo. A tutti quelli, che oltre ogni limite di comprensibile benessere, ne hanno fatto una malattia.

Potere e ricchezza, il fulcro della disfatta. Per gli altri. Che quelli che ci sguazzano dentro, la vita se la godono. Senza neanche incubi di notte. Per le ruberie, le ingiustizie, le evasioni, le truffe.

Marci e corrotti. E d’altra parte gli siamo andati tutti dietro. A questo barbaro ‘sistema’ senza morale e senza cultura. Già, senza cultura. Perché in fondo è tutto lì. Se ha smanie di conoscenza, musica, arte, teatro, letteratura non metti su castelli, non ti importa dello yacht e fai pure a meno di pailettes per le serate di gala. Hai amore. Per le cose belle, per i sentimenti, per le condivisioni, per la natura. Dentro, hai la fiammella. Quella della curiosità, delle emozioni, perfino della tua integrità. Se invece punti tutto su rolex e dintorni ti interessa solo avere il conto corrente bello gonfio.

D’accordo, pure questa è generalizzazione. Pure questa è semplificazione. Pure questo è parere del tutto arbitrario.

Lo ammetto, se volete. Provate il contrario e sarò ben lieta di accogliere le eccezioni. Chi mette le mani in pasta e accumula alla faccia di tutti ha il pelo sullo stomaco, se ne infischia della poesia, monetizza qualsiasi cosa.

Che poi siano davvero felici resta da dimostrare, lo so. Magari sono sempre nervosi, insoddisfatti, mangiati dall’invidia, inseguiti da qualche paura. Devono guardarsi le spalle quindi non hanno amici e partner fedeli. Hanno il cervello in fumo per conti, strategie, equilibrismi, affari.

Intanto però fanno quello che, scioccamente, consideriamo un’esistenza al top: agi a gogò, jet privato, champagne a fiumi. Sniffate di coca e sesso a pagamento, a tutte le ore. Cosa ci sia di tanto allegro ed entusiasmante non mi è dato capirlo, resta il fatto che a considerarli furbi e privilegiati sono ancora in molti…

Sarà la stupidata del secolo eppure sono convinta che se iniziassimo a considerarli per quello che sono ovvero ladri, miseri di spirito, crudeli sfruttatori e insensibili della peggior specie metteremmo un’enorme pietra tombale sulla loro gloria, sul loro successo e sulla loro soddisfazione.

Diciamolo, certi pruriti sono alimentati dalla ‘considerazione sociale’, dall’appeal esercitato su donne o uomini, dal sottile piacere di sentirsi ammirati e ambiti. Se gli togliessimo il piedistallo da sotto i piedi e li guardassimo con tutto lo sdegno che meritano abbasserebbero le ali. E, chissà, tornerebbero magari a una dimensione umana.

Io lo faccio. E voi?

Irene Spagnuolo

La scuola più bella del mondo

La scuola più bella del mondo

15 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

La scuola più bella del mondo: un ottimo motivo per andare al cinema. Che Luca Miniero non sbaglia un colpo. Con la sua ironia e la suala_scuola_più_bella_del_mondo sensibilità. Il film arriva, da Nord a Sud, come una deliziosa e potente riflessione sulla scuola, sull’incontro, sull’impegno, sui sogni, sulla vita. Sul cammino che abbiamo smesso di fare e dovremmo urgentemente riprendere.

Il film fotografa la realtà, le differenze e i disagi. Una scuola toscana e una campana hanno l’occasione per mescolarsi e confrontarsi, per ritrovare il filo dei sentimenti, della buona volontà, dei traguardi possibili. Anche di capire cosa conta davvero e quanti freni siano da allentare per toccare la verità.

La comicità è la chiave migliore per veicolare uno scossone e una speranza. Per puntare il dito con buon senso e con il desiderio di accendere una luce. Ed è il filone giusto per smascherare con grazia il malcostume, svelare con brio quanta arretratezza possiamo colmare con la nostra disponibilità e la nostra determinazione, quanto ‘fare bene quello che facciamo’ sia il punto di partenza di tutto.

Il cast eccellente ha fatto il resto. Tutti hanno colto perfettamente lo spirito della trama e hanno enfatizzato al massimo la mission del loro ruolo. Interpreti ideali di una commedia brillante e intensa, di significati, sfumature e risvolti, Rocco Papaleo e Christian De Sica sono magnificamente supportati dalla recitazione di Angela Finocchiaro, Lello Arena, Miriam Leone e l’intera banda.

Bella fotografia, belle musiche, ritmo coinvolgente e un giusto equilibrio tra scene esilaranti, riferimenti sferzanti all’attualità, aspetti romantici.

Una piccola grande lezione, quella de La scuola più bella del mondo. In un Paese alla deriva, umana e culturale, arte e cinema possono svegliare animi e cervelli, aprire porte, stimolare pensieri. In fondo il film punta sul materiale umano della scuola (che metaforicamente è la strada della ricchezza e della crescita individuale e sociale): alunni e professori. Quelli che alla crisi, invece di arrendersi, possono opporre l’unica resistenza e controspinta che ha chances di vittoria. Già, si può sopravvivere senza carta igienica o con i computer rotti… se teniamo saldi i valori dello studio, dello scambio, del merito, dei desideri. Se impariamo a conoscere, a capire, ad amare. Se ci assumiamo la responsabilità di un cambiamento.

Non è una favola. Anzi. E’ uno spaccato –a tratti impietoso- della nostra società ma contiene gli elementi giusti per metterci spalle al muro e farci guardare avanti, con una grinta serena e costruttiva.

Un film che non si racconta. E’ da vedere e godere.

L’umorismo aiuta, molto. Ma dal grande schermo questa volta piovono anche emozioni. Un mix di impatto speciale.

Nozze gay cavallo di Troia

Nozze gay cavallo di Troia

11 novembre 2014 | , , , , , , , , ,

gay-nozze-Il presidente della Cei Angelo Bagnasco tuona contro il ‘tentativo di indebolire le famiglie’. Già, è proprio così che –a proposito di nozze gay- parla di cavallo di Troia di storica memoria. Sembra una battuta della Litizzetto nazionale ma non lo è. E proprio il bagnasco-pensiero e linguaggio, tutta farina del suo sacco. Che a proposito di gay, famiglie e persone ci sta davvero a meraviglia.

Però di storica memoria c’è altro, oltre al cavallo di Troia. E non tiro in ballo i casi terribili di pedofilia in seno alla Chiesa. Penso solo a tutte le solitudini, ai rapporti saltati, agli amori precari, ai bambini abbandonati, al disagio umano e sociale, al disastro economico.

Ma davvero le nozze gay possono attentare a un (finto) equilibrio, fare paura, rompere chissà quali certezze culturali o assestare un insostenibile colpo all’ordine costituito?

Questione ideale o di costi, mi chiedo anche.

La famiglia evocata da Bagnasco, fondata su una relazione eterosessuale, se c’è regge a tutto, anche alle nozze gay. Questo è il punto.

Negare l’evidenza non muta mai la realtà e questo dovremmo ricordarlo sempre, a proposito di tutto. Se c’è un caso in cui ‘legalizzare’ ha praticamente impatto zero sulla verità è proprio quello delle coppie gay. Allora il problema è che potrebbero essere benedette o che avranno diritti, richieste, aspettative? I numeri direi che non dovrebbero cambiare. Sentimenti, sacramenti, diritti, richieste, aspettative dovrebbero essere –in uno Stato civile e, io aggiungo, a maggior ragione non del tutto laico- delle persone. Che siano single, accoppiati, indecisi, etero o omosessuali. O no?

Irene Spagnuolo

Io ce l’ho profumato

Io ce l’ho profumato

5 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

Allora -negli anni ’80- era l’alito. Grazie a Mental, diceva lo spot.alito_profumato_mental

Così, più ci penso più torno lì, agli anni ’80. Con la musica, i vestiti, le atmosfere. Che i ricordi, è vero, fanno sempre tutto un po’ più bello. Però se tornano in mente loro e non i ’90 o i 2000 un motivo ci sarà. Anzi, molti motivi ci saranno. E uno li abbraccia tutti: lo spirito. Non il mio, quello collettivo.

Già, per creare, sorridere, sperare ci vuole quello. E uno spazio davanti, insomma un panorama, una libertà, un orizzonte aperto.

Mi vengono in mente i corsi e i ricorsi, il fondo e la risalita, le svolte e i nuovi traguardi. Tutta roba cui mi aggrappo, credo, per potermi mettere in attesa di qualcosa che assomigli a quei mitici anni ’80. Medito anche sui contro, sui risvolti, sulle bugie e sulle apparenze perché talvolta bisogna pur smascherare e sfatare la memoria troppo poetica. Il guaio è che in realtà so bene che non c’è revival che tenga e che a luccicare non è mai solo l’oro però sono frastornata da quest’epoca senza carattere. Tutto qui, forse. Che certo non è poco.

Perfino la crisi stenta a esplodere rumorosamente. Niente è clamoroso. Non c’è più una notizia strepitosa. Siamo appiattiti da un pensiero talmente debole che rende precaria anche la rabbia. La cultura è sfibrata, come i capelli maltrattati. I colori accesi, il volume alle stelle non ci sorprendono più. Strabuzziamo gli o imprechiamo e, nel secondo successivo, siamo altrove. Distanti più o meno alla luce pure da noi stessi. Si, da noi stessi. Quelli conformi, quelli inadeguati, quelli soli in compagnia, quelli persi dietro un’utopia. Senza coraggio e senza i desideri, straordinari, che hanno rivoluzionato il mondo.

Io ce l’ho profumato. Il sogno nel cassetto. Ma è solo un sacchettino con dentro un’essenza buona.

Espatrio in Italia

Espatrio in Italia

16 settembre 2014 | , , , , , , , , ,

we can do itChe alla fine se non possiamo e vogliamo lasciare il nostro Paese in massa ci toccherà, mi auguro, decidere di espatriare qui. Di costruire una ‘patria’ nuova, insomma. Di fare una rivoluzione culturale, di quelle grosse. Di svoltare, con decisione e velocità.

Perché tutti hanno mille ragioni per lagnarsi, per non farcela più, per morire di crepacuore, e allora tutti possono rimboccarsi le maniche e partire. Partire verso l’Italia, quella che dovremmo vivere e invece subiamo, quella che dovremmo amare e invece odiamo, quella che dovrebbe essere sogno e invece è incubo.

In valigia occorre mettere il meglio di noi. Esattamente come quando si decide di cercare fortuna chissà dove. Perché questo è tutto. In capo al mondo tiriamo fuori l’eccellenza qui a mala pena riusciamo a tenere una condotta da sufficienza. Altrove rispettiamo le regole qui siamo abili solo a trasgredirle. Qua e là mostriamo di essere cervelli nel nostro stivale ragioniamo con i piedi.

Certo, qui ci sono i limiti, gli ostacoli, le storture, i disastri, le ingiustizie, i vizi. E’ vero, dobbiamo dare un bel colpo di reni e di spugna. Però diamolo, accidenti. Riprendiamoci la nostra Italia, costi quel che costi. Che tanto peggio di così non ci possiamo ridurre, non la possiamo ridurre. Forse qualsiasi cosa può essere meglio di questa vita senza movimento.

Già, ci serve un viaggio. Un’emigrazione. Di cuore e mani. Di desideri e progetti. Di forza e euforia. Dobbiamo raggiungere con ogni mezzo il nostro Paese. Forse non è una missione impossibile. Forse non ci vuole più coraggio di quanto non ce ne voglia a lasciarlo per andare lontano, lontano, lontano.

Cambiamolo. Cambiamoci.

Irene Spagnuolo

Tirando a campare

Tirando a campare

31 luglio 2014 | , , , , , , , , ,

tirando_a_campareIn una sorta di sopravvivenza più o meno collettiva, di resistenza in apnea, di distrazione quasi isterica. Così viviamo, nella nostra Italia del 2014. In attesa di ‘qualcosa’ che i credenti definirebbero miracolo e gli atei grande colpo di fortuna. Già. La provvidenza, una svolta mondiale, una botta di genio e soldi o giù di lì. Magari una magia da favola. Insomma una soluzione.

Perché nel mezzo del pantano economico e sociale la guerriglia politica è lontanissima dalla strada, dalle case, dalla gente. Ma la gente, appunto, tira a campare come se in fondo prima o poi qualcosa dovesse accadere. Qualcosa come un colpo di spugna, una nuova alba, un roseo orizzonte.

Non è che guasti un po’ di ottimismo e un sano esercizio di speranza però dal punto di vista culturale è un fenomeno davvero inquietante il cocciuto principio di attesa. Posso intravedere nel fatalismo una sorta di saggezza della vita, che in verità il destino è già scritto e, sono d’accordo, non ci mette in mano la penna per fare chissà quali correzioni. Ma stento a comprendere il vago e fumoso affidamento a chi di dovere.

E, ancor più forse, la finzione. Si, fingiamo di vivere. Di fare quello che abbiamo sempre fatto, di avere chissà cosa, di programmare come riempire il domani. ‘Ridimensionare’, l’avrete notato, è la parola d’ordine. Le vacanze si accorciano, lo shopping rimpicciolisce, l’aperitivo si dirada, la cena con gli amici si fa episodica. Però non si molla. Se ne parla lo stretto indispensabile. E non ci si incazza neanche troppo con quelli che hanno le redini in mano.

Su facebook si condivide possibile e impossibile, tranne i buchi nel portafogli. Neanche fosse vergognoso, insostenibile o illegale accidenti. Il confronto è aperto su tutto, dalla palestra all’amore alle ricette di cucina, ma guai a tirar fuori l’affanno della quarta (o della terza) settimana del mese. C’è la censura preventiva. Non di facebook, di noi stessi. Che tiriamo a campare ma siamo capaci di inventarci che non ci danno le ferie o dobbiamo stare a casa a curare il cane piuttosto che sputare il rospo e dire che mancano i quattrini per la settimana al mare.

E, d’altra parte, fino all’ultimo respiro si cercano di arginare le ‘rinunce dell’apparenza’. Possiamo digiunare tra le quattro mura domestiche ma non archiviare gli sfizi della moda.

Anzi. Se proprio non possiamo permetterceli stiamo comunque sull’onda. Chiacchieriamo di borse con le amiche, come se davvero fosse un argomento interessante, ci appassioniamo all’ultimo modello di cellulare, come se stessimo meditando l’acquisto, discutiamo di taglio e tinta di capelli, come se la parrucchiera fosse ordinaria amministrazione.

Tiriamo a campare perché ci allontaniamo dalla sincerità, dall’autenticità. Roba che finiremo per sentirci nella stessa realtà di quelli che possono tutto pure mentre affoghiamo in un mare di guai. Senza neanche la consolazione di essere uniti, solidali, liberi…liberi almeno di non mentire.

Irene Spagnuolo

La libertà misurata in soldi

La libertà misurata in soldi

5 luglio 2014 | , , , , , , ,

libertaLa libertà si può misurare in soldi. E’ una matematica di leggerezza e ricchezza, di spirito naturalmente.

Ogni volta che rinunciamo all’ennesimo capo di abbigliamento e ce ne andiamo allegramente a spasso con la nostra vecchia e cara maglietta ci sentiamo un po’ meno schiavi. Ogni volta che chiamiamo un amico con il nostro datato e funzionante cellulare fuori moda abbiamo la voce calda e brillante. Ogni volta che non avvertiamo dipendenza da qualche forma di spesa di apparenza ci spunta un largo sorriso. Ogni volta che invecchiamo senza lifting, con qualche crema in meno e qualche saggezza in più vediamo allo specchio una bellezza quasi incredibile.

Un poco alla volta il processo di affrancamento dalle assurdità esercita un effetto benefico su corpo e mente.

E quando avanza qualche spicciolo nel portafogli e possiamo finalmente pagarci una serata a teatro o al cinema, l’ingresso a un museo, il cd che desideriamo o il concerto che aspettavamo, un buon libro, una bella pianta, una gita fuori porta la cifra della nostra libertà aumenta.

Questione di opinioni, direte. Secondo me è questione di consapevolezze e sogni. Io sono consapevole di sognare una libertà possibile. E profondamente rasserenante.

Anzi. Mi permetto di credere che proprio di questo abbiamo infinitamente bisogno: di una libertà possibile.

Irene Spagnuolo

Giovani, tutti al lavoro!

Giovani, tutti al lavoro!

25 giugno 2014 | , , , , , , , , ,

Ho voglia di essere riempita di insulti. Aspetto commenti al vetriolo, minacce, repliche sbiancanti. Si, voglio la dimostrazionedisoccupazione_giovanile schiacciante di essere in torto. Voglio essere travolta da una felice verità sconosciuta.

La disoccupazione giovanile è un dramma da sgonfiare.

Rallegratevi, tutti. Chiunque assuma vuole giovani. Non importa per quale lavoro e con quali responsabilità, vuole giovani. Che il datore di lavoro si chiami bar dell’angolo, negozio pinco pallino, banca del non credito o quel diavolo che lo porti, vuole giovani.

I supermercati vogliono giovani, gli uffici vogliono giovani. Unanimi e compatti, tutti pro gioventù. Sia per il relativo contenimento dei costi, sia nell’illusione di prendere menti fresche da formare, comunque giovani.

Un tormentone che chi ha più di 40 lunghissimi anni conosce tragicamente bene.

Il primo problema che si pone però è trovarli, i giovani disoccupati ansiosi di rimboccarsi le maniche e mettersi all’opera. Di sabato sera non sono disponibili, di domenica è disumano, oltre le otto ore aprono una vertenza sindacale, distante da casa non se ne parla,non adeguato al loro titolo di studio è un’offesa intollerabile.

Superata questa delicata e faticosa ricerca, acchiappati i quattro che proprio non si sono tirati indietro, il capo li inserisce in azienda. E da lì scatta, più o meno, il secondo problema. Deve trovare ai quattro volenterosi compiti che non siano troppo pesanti, che non richiedano la sveglia all’alba, che non comportino troppa pressione psicologica. Roba su misura per giovani, diamine!

Quanto a diritti sanno tutto, informati come enciclopedie ambulanti. Sul resto, con tutte le ragioni del mondo suvvia, devono imparare, sono giovani, hanno bisogno di tempo e pazienza per azzeccare qualcosa. Doveri? Non esageriamo, signori datori di lavoro, quelli li avete solo voi: mettere in regola, insegnare, essere comprensivi, pagare. Loro, i giovani, hanno una vita davanti per tutte quelle noie lì, ora devono godersi le cose belle e comode.

Naturalmente paga all’altezza delle aspettative perché loro non sono capaci ma sanno, teoricamente, tutto quindi è giusto che vengano retribuiti sulla fiducia, su quello che ritengono e dichiarano di sapere insomma. Buona educazione e rispetto degli ‘anziani’? Questa è proprio la più assurda delle pretese. Il mondo è dei giovani, gli ‘anziani’ possono prendersi una bella pedata nel sedere, un vaffa e una pernacchia.

Errori grossolani da menefreghismo cosmico? Cari datori di lavoro, non ditemi che vi aspettate pure attenzione, scrupolosità, rigore! Vi rubate il tempo della gioventù…basta, dovete accontentarvi, anzi ringraziare all’infinito.

Riepilogando: i giovani, se vogliono, un lavoro lo trovano. Quelli che aspettano quello dei loro sogni non sono disoccupati, diciamolo. O, almeno, sono meno disoccupati dei padri di famiglia di 30, 40, 50 o 60 che prenderebbero al volo e con zelo qualsiasi occupazione se anche richiedesse di farsi il paiolo dei paioli. I datori di lavori devono smetterla di sbuffare perché gli tocca pagare qualcuno e poi lavorare al posto suo. L’hanno voluto giovane e giovane se lo tengano stretto e caro. I politicanti possono cortesemente piantarla con la piaga della disoccupazione giovanile: è risolta. Gli ‘anziani’ disoccupati, in alternativa al suicidio, possono chiedere di essere adottati e mantenuti dai giovani volenterosi lavoratori, dai datori che amano i giovani, dai politicanti.

E adesso, se potete, linciatemi. Ne sarò lieta.  Spero però si risparmino la pena i giovani ‘bravi’, so che esistono, non ho bisogno mi venga urlato addosso. Non è di loro che scrivo, è molto molto molto evidente. Anzi, deve essere molto molto molto evidente anche a loro quanto i coetanei ‘non bravi’ siano da additare. Altrimenti qui non ci salviamo davvero.

Renzi e i buoni geni liberi

Renzi e i buoni geni liberi

19 giugno 2014 | , , , , , , , ,

renzi_si_o_noCon tutto il rispetto per i cittadini critici e scettici, ‘l’accanimento contro Renzi’ è fuori dal tempo. Quello massimo, intendo. Bisognava pretendessero prima dai politici a loro simpatici di non far naufragare il Paese. Adesso quello della ‘politica’ del fare, garbi o sia sgradito, ha una marcia in più degli altri. Punto.

Intendiamoci, sarebbe facile pure per me mettermi tra i critici o gli scettici. Ragioni di scontentezza o pessimismo ne abbiamo tutti quantità industriali. Però c’è un limite, alla polemica. Ed è quello della decenza.

Già, proprio della decenza.

Gli individualismi, il paraocchi, il menefreghismo, l’inciviltà hanno prodotto seri danni alla nostra Italia. Dobbiamo avere almeno il pudore di non sbracare in lezioni, insulti, disfattismi. Le rabbie più acide sul programma o sugli atti di governo, da sempre, si scatenano sulle posizioni toccate. Ognuno difende, strenuamente, il proprio orticello. Il resto, che tanto per capirci è niente meno che la COSA PUBBLICA, non importa ad alcuno. Quello che piace è sempre quello che fa comodo, fosse pure aberrante come trentamila euro di pensione al mese elargite da uno stato la cui maggioranza di pensionati è al collasso.

E’ curioso che di Renzi non si noti una cosa, obiettivamente. Che è uno che gode ad emergere. Un vanitoso, un entusiasta. Ecco, non mi pare un aspetto da sottovalutare. Anzi. Uomini così possono avere energie straordinarie. Avere talmente tanta voglia di sentirsi dire bravo da prodigarsi in ogni modo.

Renzi, un italiano che – incredibilmente – sembra più attratto dal successo che dal denaro. Questa è grossa, molto grossa.

Insomma io la ‘sfrutterei’ questa qualità/smania. Attenderei un po’ prima di accopparlo o di riempirlo di invettive. Perché in giro di migliore non ce ne sono in abbondanza. Se mai, finalmente da cittadini adulti, sarebbe ora che partecipassimo standogli alle calcagne, incalzando, controllando.

A tirare poi in ballo la sua dipendenza dall’Europa, dall’alta finanza, dai poteri occulti non è che si faccia chissà quale scoop. E chi sarebbero i buoni geni liberi? Se ne conoscete e avete certezza che potrebbero agire in piena onestà, indipendenza e bla bla sputate nomi e garanzie alla svelta.

La signora Lia direbbe che, purtroppo o per fortuna, ci vuole sempre un colpo alla botte e un colpo al cerchio. Che il tempo della spocchia intellettuale è finito. Che chi è tanto bravo a condannare sovente non lo è altrettanto a operare diligentemente. Che un tizio che attraversa la strada guardando tanto a destra quanto a manca può darsi che più che un ammiccatore professionista sia uno che sa che bisogna farlo. Non tanto per saggia prudenza quanto per accontentare il proprio desiderio di arrivare dall’altra parte…

Insomma torniamo lì. All’ambizione o giù di lì. Che può fare rima con illusione o delusione o devastazione ma resta almeno una carta damatteo_renzi giocare. Sono decenni che nessuno si rimbocca le maniche e osa scendere nell’arena a sfidare qualche toro. Oh, l’ambizione c’era. Però era molto molto molto indirizzata al tornaconto personale.

Cosa penso di Renzi? Tutto il bene e tutto il male possibile. Valuterò i risultati. Non secondo il mio gusto e i miei interessi. Ma secondo quelli di questo Paese che, forse, è il nostro anche se non lo sappiamo, lo dimentichiamo, lo snobbiamo.

Che tutti, TUTTI, una volta per sempre, la responsabilità di essere parte di una comunità dovremmo assumercela.

Il David, Sophia Loren e Paolo Ruffini

Il David, Sophia Loren e Paolo Ruffini

10 giugno 2014 | , , , , , , , , ,

Ho seguito su Rai Movie la ‘cerimonia’ di consegna dei David di Donatello 2014. Tra gli altri uno è arrivato nella mani della nostra grandesophia_loren_david_2014.  Sophia Loren, classe 1934. E qui la classe conta, eccome.

Almeno alla classe come anagrafe, se proprio non vogliamo scomodare quella della signora e artista, Paolo Ruffini qualche delicata ‘serietà’ la poteva riservare a parer mio. Non parlo di deferenza, che comunque poteva davvero non sfigurare, ma di adeguatezza. Accidenti non puoi fare il guascone rischiando che la tua ‘comicità’ neanche venga colta, come infatti è accaduto. La Loren sembrava spiazzata da quella raffica di parole e saltelli. In verità forse si aspettava un’accoglienza meno leggera e, tutto sommato, come darle torto?

Paolo Ruffini si è accorto probabilmente dello scivolone e si è dichiarato troppo emozionato e felice ma…Ecco, rimane il ma con i puntini di sospensione che stanno a meraviglia quando non si trovano le parole.

D’altra parte a ben pensarci Rai Movie alle 19 e una presentazione tra l’ironico e l’improvvisato sono lo specchio dello stato del cinema. Si producono anche bei film, in verità, è il volume di ricchezza e di interesse ad essere scemato parecchio. Tutto sotto tono. E non raccontiamoci che è rispetto per il periodo nero altrui. Qui è black per tutti e tutto, grande schermo incluso.

Che gira e rigira si vede pure dai premiati. Meritevoli, sicuramente, ma sempre gli stessi. A giro ristretto. Ecco, David di Donatello come una piccola festa di famiglia.

E così pure Paolo Ruffini, forse, di meglio non poteva fare. Sophia Loren: i tempi sono cambiati, cambiati assai…porta pazienza!

Forza Italia fa causa a Poste Italiane?

Forza Italia fa causa a Poste Italiane?

4 giugno 2014 | , , , , , , , , , ,

poste_ritardi_forza_italia…Forse. Mia mamma ha ricevuto oggi, 4 giugno, la richiesta di voto per Forza Italia: ‘il voto del 25 maggio è fondamentale, mi permetto di chiederTi di votare per me’.

Chissà, magari se l’avesse ricevuta in tempo utile mamma avrebbe potuto accogliere la così amichevole richiesta. Non lo so, come non so che preferenza ha espresso, però penso a quanti è capitato. E a quanto risparmio di carta, inchiostro e parole si poteva fare.

Pare quasi strano che la macchina berlusconiana possa arrivare in ritardo. Eppure se le poste ci mettono lo zampino può accadere, accidenti.

D’altra parte il mese scorso mi sono pericolosamente avvicinata al lume di candela non romantico. La bolletta dell’Enel mi è stata recapitata un mese esatto dopo la scadenza e, a tenerle compagnia, sollecito e diffida ad adempiere. Con tanto di beffa, insomma, perché il tempismo delle altre due buste è stato proprio irritante. Quasi come la spesa del fax per mandare prontamente la ricevuta di pagamento. Già, a pagare bisogna essere solerti, sempre. Mai che ti chiedano di spedire la ricevuta a mezzo posta così potresti avere l’abbuono di qualche giorno di respiro….!

Ma è andato in tilt il calendario? O c’è un calo generale dell’efficienza?

Che alla fine me lo chiedo. Se lo scivolone è di chi invia o di chi deve consegnare. Preferisco pensare sia delle poste, mi perdonino i lavoratori postali. Perché se uno che vuole amministrare la cosa pubblica non riesce neanche a fare una campagna elettorale c’è da preoccuparsi (e avvilirsi) troppo.