Quantcast
Quello che le donne dicono – atto II –

Quello che le donne dicono – atto II –

16 gennaio 2014 | , , , , , , , ,

BLA BLA BLAL’atto II è quello delle emozioni. Quello che le donne dicono è spesso un portentoso miscuglio di sensazioni, impressioni, paure, sogni. Sono campionesse in elaborazioni sentimentali e pure in riflessioni più o meno cervellotiche. Tutta roba che a molti uomini, anche non affetti da orticaria, provoca prurito.

Non vi è del tutto da prendersela, donne. Il prurito è talvolta solo disagio, fatica, pudore. Sono tanti gli uomini che non sanno maneggiare bene in parole gli stati d’animo, i desideri, i timori. E quella favella sciolta che tamburella nei loro timpani mette il dito nella piaga. Altre volte a frenarli è un’educazione al silenzio e alla forza. Insomma ci sono uomini che hanno ancora nel sangue l’idea che troppe chiacchiere sui grovigli interiori siano un’inammissibile debolezza. E’ come se avessero un tappo in bocca.

La tradizione li vuole meno inclini al dettaglio, ai rovelli infiniti, alle macchinose congetture o alle analisi a sfinimento di ogni sussurro, di un piccolo sguardo, di un velo d’ansia. Più facile ci bevano sopra una birra o anneghino i pensieri in piscina o spengano i bruciori davanti a un film con gli amici. Pure questa però è una faciloneria da rivedere, donne. Qualche volta possiamo scoprire che prendere le distanze con una distrazione non è superficialità se, tutto sommato, stiamo stropicciando lo stesso argomento da un bla bla inconcludente.

D’accordo, ci sono donne e donne, ci sono uomini e uomini, ci sono situazioni e situazioni. Ma per tirare un po’ le fila non si può auspicare un sano incontro di caratteristiche per un briciolo di equilibrio?

Quello che le donne dicono è teoricamente più intenso, dice la signora Lia, la mitica signora Lia per l’esattezza. Ma, praticamente, slabbra in lungaggini e in ostinazione la poesia. I versi devono essere brevi, incisivi, coinvolgenti. E, ammettiamolo, un po’ più leggeri. Non si può negare che spesso appesantiamo qualsiasi cosa con le nostre puntigliose osservazioni, con meditazioni filosofiche degne di miglior causa…Il rischio è perdere di vista l’essenziale. Quello che sembrano amare tanti uomini.

Tranquille, anche loro sono da bacchettare alla grande, avranno le loro puntate, non dubitate. Intanto però teniamo a mente cosa è migliorabile nella comunicazione femminile anche solo inserendo quella parolina, leggerezza, che intesa bene è meravigliosa. Rasserenatevi non indurrei mai alcuna/o alla banalità. Qui si allude alla qualità soave.

Quello che le donne dicono – atto I° –

Quello che le donne dicono – atto I° –

7 gennaio 2014 | , , , , , ,

Si tratta più o meno di capire se, quanto e cosa di quello che le donne dicono gli uomini ascoltano.donne-bla-bla-bla

La differenza dovrebbero farla, almeno un po’, gli argomenti. Insomma può essere fastidiosa la logorrea però donne intelligenti, simpatiche e interessanti dovrebbero trovare comunque un pubblico maschile in ascolto.

Una volta si diceva, a torto o a ragione chissà, che le donne indulgessero troppo in chiacchiere futili su estetica e amenità affini ad esempio e che quindi gli uomini fossero indotti a spegnere l’audio per noia o fastidio. Da quando anche i signori sono entrati nel vortice e si dedicano alla bellezza e alla forma fisica più di noi le cose però non sono cambiate. Pare quasi che certe cose pensino siano da fare ma non da mettere al centro della conversazione.

Lungo il cammino dell’incontro tra parti della mela ci sono state donne, scaltre o spontanee non si sa, che si sono appassionate al calcio, trionfo del piacere maschile. Ma anche il campo è risultato freddino: agli uomini piace giocarci a parole tra loro, le donne non possono capirci qualcosa davvero.

Qualcuna, sinceramente o con zelante intraprendenza, ha tastato il terreno del cameratismo: la barzelletta salace, il linguaggio da strada, il cabaret casalingo. E gli uomini per tutta risposta hanno ridacchiato ma si sono intiepiditi sessualmente: se fai ridere assomigli a un amico e non sei sexy.

Altre donne hanno cercato altri canali sui quali sintonizzarsi per migliorare la comunicazione con i gentili signori. Si sono date, con straordinari risultati, all’hobbistica impegnativa dal fai da te trapano alla mano alle imbiancature a pennellessa. Però anche a loro non è andata a gonfie vele. Più che ascoltare i dettagli delle loro prodezze gli uomini si sono limitati a un verso di approvazione. Troppa forza contrasta con la pigrizia del pantofolaio o attenta all’orgoglio maschile: bocciata quindi pure la donna che discorre con competenza di ferramenta o materiale elettrico.

Molte donne non si sono scoraggiate. Unendo l’utile al dilettevole si sono date, anima e corpo, a moto e macchine. E lì si sono sentite a un passo dalla vittoria, tutti gli uomini avrebbero gradito dialogare di motori! Macché, qualche grugnito o, al massimo, un sorrisetto compiacente e basta.

Talune intellettuali hanno creduto nell’asso nella manica: musei, teatro, opera classica. Aiuto! Colti da orrore gli uomini hanno cercato di tappare le loro bocche con cerotti a colla d’urto.

Mi pare di comprendere dagli uomini che si tratti dunque in ogni caso di un problema quantitativo: pur nei casi migliori le donne non hanno il dono della concisione e sprecano parole.

I signori preferiscono la sintesi a caratteri cubitali, ovvero la frase chiara, diretta, praticamente inequivocabile: poche battute che liquidano qualsiasi tema. Le signore, invece, quando si cimentano nella comunicazione breve troncano malamente, subdolamente. Omettono per mettere alla prova l’attenzione dell’uomo, danno per scontato quello che non lo è per rabbia e sfida, fanno la voce stridula perché si stanno forzando contro ogni volontà.

La comunicazione piange, diciamolo.

Ma siamo solo all’atto I°, prima di disperare possiamo riderci su.

Alla prossima puntata!

Quello che le donne dicono – prologo –

Quello che le donne dicono – prologo –

4 gennaio 2014 | , , , , , , ,

quello_che_le_donne_diconoSu quello che non dicono ha già cantato egregiamente Fiorella Mannoia.

D’altra parte è più noto, paradossalmente. Perché l’inespresso è il terreno della curiosità, della ricerca, dell’interpretazione, dell’ipotesi. Quello in cui gli uomini si avventurano per sedurre, capire, compiacere, amare.

Quello che dicono scivola via, con gli uomini che sbadigliano o ci russano sopra, fanno zapping con il telecomando, scrutano furtivi la bella di turno, allargano le braccia per incomprensione o rassegnazione.

Però amici e amiche bisogna che io mi occupi anche dei signori insomma di quello che gli uomini dicono. E’ una questione di servizio, devo renderlo a entrambe le parti della mela, sempre ammesso sia percepito come un favore o un affare da cogliere con grazia, questo lo deciderete voi. Perché anche degli uomini si ritiene spesso di conoscere quello che non dicono ma, su quello che dicono, abbiamo le orecchie in off.

La questione è spinosa ma divertente. Mescolando un po’ diciamo illuminante.

Preparatevi al viaggio a puntate. Io vi aspetto qui.

Il 2 gennaio arriverà

Il 2 gennaio arriverà

22 dicembre 2013 | , , , , , , ,

Non sempre è bello il Natale. Non per tutti è bello il Natale.

Là fuori, c’è una lunga fila di uomini e donne che salterebbero volentieri a piè pari le “feste natalizie”, capodanno incluso. Quelle della Gennaio 2014 Calendario 1magia scontata che in verità, molte volte, non c’è. E non c’è per tanti motivi. Perché non hai più dei cari veri con i quali sentirti davvero sereno, perché hai troppi guai per la testa, perché il tuo spirito non si concilia con il rituale consolidato del Natale comune, perché tutto sommato piuttosto di una farsa di magia meglio nessuna magia.

Così pure qualche abbuffata invece di saziare diventa indigesta. Si cercano orologi che corrano veloci per far volare il tempo e  consegnarci in fretta al dopo sbornia. Si inventano buone motivazioni per portare pazienza. Si lavora di fantasia per consegnare al mondo l’idea di un Natale che più o meno valeva la pena di essere vissuto.

Bisogna cavarsela, comunque. Questo perché siamo assolutamente incapaci di ribellione e fuga: a Natale bisogna esserci, lo recita l’unica norma che non viene mai infranta.

Non so se è ridicolo o triste, probabilmente dipende solo dai casi e dallo sforzo richiesto per la sopravvivenza. Però è una catena che sogno si spezzi, per tutti. Per quelli felici che continueranno a festeggiare ma lo faranno per ancora più convinta e appassionata scelta. Per quelli che diventeranno felici potendosi sottrarre alla piccola o grande tortura del copione da calendario.

Che poi almeno sarà Natale nel cuore, fede o pausa che sia. Libero Natale, ecco.

Perché di finzioni e costrizioni è già abbastanza pieno il resto dell’anno…

Forza, il 2 gennaio arriverà.

Sfigati d’Italia

Sfigati d’Italia

15 novembre 2013 | , , , , , , ,

Io non ci sto, dalla parte di quelli che si sentono sfortunati. Devo dire la verità, a me il pensiero di esserlo assale da una vita almeno unasfigati_italia volta al giorno. Però lo caccio indietro, lo bastono, lo nascondo, lo sbugiardo. Faccio di tutto per non assolvermi.

E’ colpa mia se non riesco a trovare soluzione a un problema. E’ colpa mia se non sono capace di colmare una lacuna. E’ colpa mia se non arrivo dove mi piacerebbe.

Perché la storia spesso ci lascia indietro perché non facciamo un passo avanti. Dunque basta. Sono più propensa a tendere la mano a chi non si lagna e ammette di essere semplicemente scarso in intelletto o volontà o coraggio. E alla fine, diciamolo, mi auguro dunque, di trovare anch’io qualche mano tesa.

Ma al lamento no. Non mi arrendo e non mi commuovo. Con l’etichetta di sfigati cronici non si possono avanzare pretese. Forse si può solo sognare di non indossarne più i panni.

E allora eccomi al costume. Che perpetua lo scontento e maledice i fortunati, senza rimboccarsi le maniche. L’italico vizio ci seppellirà, probabilmente. Senza neanche il conforto dell’ultimo desiderio da esprimere e da vivere.

I giornali e la tv non aiutano, lo so. Anzi. Ci marciano. Sulla denuncia che, ad ogni replica, annoia e basta. Non dico che debbano spuntare come funghi le ricette per la “felicità” ma almeno qualche idea o, meglio, qualche azione concreta che assomigli a una pietanza mangiabile per vivere meglio o non ammalarsi a qualcuno verrà in mente o no?

Vogliamo le prostitute

Vogliamo le prostitute

31 ottobre 2013 | , , , , , ,

Fa discutere (e sorridere) il Manifesto dei mascalzoni o dei porci, firmato in Francia da un nutrito numero di intellettuali, contro un prostitute_francia_manifestoprogetto di legge che vorrebbe sanzionare i clienti delle lucciole.

Sulla questione del sesso a pagamento francamente è difficile discutere serenamente perché è quasi automatico l’atroce pensiero dell’induzione e dello sfruttamento della prostituzione. D’altra parte però dobbiamo anche considerare la libera concessione delle proprie grazie e su questo, gratuitamente o a compenso, è altrettanto odioso sindacare.

La morale è meglio non disturbarla, diciamocelo con onestà. E’ il mestiere più vecchio del mondo e, tutto sommato, il più aderente alla natura e agli umani istinti.

Sul fatto invece che sia dato per scontato che chi si prostituisce sia sempre mossa/o da bisogno economico o debolezza di vario genere scriverei un manuale. Non ne sono convinta, talvolta addirittura oserei escluderlo con forza. Quando decideremo di togliere di mezzo un po’ di ipocrisia?

Se siamo nella dimensione della scelta, fuor di necessità o costrizione, non accetto che sia disdicevole il sesso professionale e non quello fatto per godere una dimora da favola, vacanze lussuose, ristoranti a cinque stelle, abiti griffati, entrature varie nel mondo dello spettacolo et similia. Anzi. La prostituta dichiarata è onesta, elargisce corpo e piacere a chi è consapevole di dover sborsare la pattuita tariffa. Nessuna aspettativa ulteriore, nessuna falsità, nessuna complicazione. La bagascia travestita da signora è imbrogliona, presenta un conto molto più salato e vuole pure non sia detto che esercita subdolamente l’arte di strada. Tutte menzogne, pretese, artifici.

Ciò che è spiritualmente miserabile dunque è fare i puri a sproposito ovvero in sola apparenza.

Conosco fior di uomini, tanto per fare un esempio, avviliti dalle donne che si fanno riempire di “regali” per qualche serata di sana acrobazia erotica ma che si dichiarano di integerrima condotta perché non indulgono a chiedere esplicitamente la paga per le loro prestazioni. Peraltro ho abbondanti notizie pure di donne e uomini che non cedono alla tentazione di intraprendere il mestiere in via ufficiale solo per non scontrarsi con l’etica sbandierata, in superficie, dalla nostra società.

Insomma, carissimi e carissime, di Francia e di ogni dove, mettete la verità e la realtà sopra ogni cosa. Tutti i clienti o le clienti di chi esercita il meretricio non turbano l’ordine costituito. A turbarlo, se mai, sono tutti quelli che con il corpo arrivano, mentendo e simulando, a tutto. E in fondo, anche su questi ultimi, c’è da andare cauti con le condanne. Spesso è chiarissimo che l’orgasmo ha il suo prezzo e chi acconsente deve pagarlo, in assegni a più zeri, in borse di marca, in beauty farm o chissà come, e tacere.

Quello che è certo è che l’unica prostituzione ignobile è quella dell’anima.

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Attenti al ladro

Attenti al ladro

3 settembre 2013 | , , , ,

A quello che è in noi. Pronto all’esercizio della birbonata con destrezza. Avvezzo a sfoderare la furbizia come una virtù. E, implacabilmente, aladro vantarsi della scorciatoia. E’ un mostriciattolo difficile da tenere a bada nel circolo italico degli amici degli amici, quelli allergici alle regole, alle code, alle procedure. A quello che è in noi. Pronto a infischiarsene dei buoni limiti. Capace di improvvisarsi sapiente in tutto. Esperto patentato in fregature. E decisamente incline a non conoscere la vergogna. E’ un tarlo vorace che banchetta ovunque, sbracato alla tavola come un signorotto di cattivi costumi. Attenti al ladro che è in noi. Prima o poi presenta pure il conto, come se dovesse riscuotere il compenso per tutti i furti andati a segno. Con la faccia sicura e pure un po’ severa del professionista onesto, competente, laborioso. Bisogna ammanettarlo perché non commetta altri guai, perché non faccia altri danni, perché ci lasci ritrovare la misura del cervello, senza smanie di scaltrezza.

Ci vorrebbe un ricco “alternativo”

Ci vorrebbe un ricco “alternativo”

18 luglio 2011 | ,

Ci vorrebbe un ricco saggio. O filantropo. O audacemente estroso. Un buontempone in vena di scuotere i tromboni dell’agiatezza. Un danaroso mortalmente annoiato dal cuore patinato del lusso. O terribilmente avvilito dalla solitudine del potere delle banconote. Uno che si metta in testa di passare alla storia per qualche eroica e originale impresa.

Insomma un ricco che se ne infischi del patrimonio e delle entrate e goda a pagare imposte, a elargire ai poveri, a destinare risorse per onorevoli cause, a risanare i conti in rosso della comunità.

Un ricco che insieme ai sorrisi dispensi onestà, umanità, opportunità.

Un ricco che restituisca ottimismo e speranza. Non allettando con chissà quali orizzonti di bellezza e di vacua celebrità ma dimostrando quanto la vita sia un valore ben più alto e stupefacente di qualsiasi montagna di sfarzi.

Un ricco che abbia voglia di essere ed esserci con il tasca il necessario. Senza più le impellenze di portafogli gonfi per la sciocca gloria di infelici fasti materiali.

Un ricco che abbia avuto e provato tutto fino a ritrovarsi con il desiderio intenso di emozioni semplici, di libertà, di verità, di amore, di serenità.

Perché un ricco vive l’ansia della borsa, il sospetto di essere circondato da troppi interessi travestiti da affetti, l’angoscia delle aspettative, il timore di essere derubato o tradito o surclassato. Non può frequentare tutti, deve sempre laccarsi incipriarsi tirarsi a lucido griffarsi, girovagare con l’autista, la scorta, la corte dei finti miracoli. Pararsi il lato B. Sopportare le manie soporifere di qualche salotto buono. Giocare a golf anche se preferirebbe il calcio da strada. Scegliere il mare d’elite anche se preferirebbe la pacchia genuina di Rimini. Mangiare ostriche bagnate con champagne invece di appagare la gola con una carbonara da libidine.

Ricordate la tristezza infinita di quelle guardinghe e brulle esistenze alla Paperon de Paperoni? E dell’eterno divorante conflitto con Rockerduck?

Avrà pure una serie di vantaggi e di delizie, direte voi. Però…La nausea da eccesso dovrà pur esistere no? E anche un senso di dignità e di rigore magari! Oppure la voglia di mescolarsi alla gente, di sentire la fatica, di gioire per una piccola conquista, di divertirsi senza l’aiuto di escort, coca, yacht, dimore principesche e altre amenità…O un banalissimo senso della misura. O l’ennesimo scherzo del tedio che sprona a sempre nuove avventure.

Insomma ci sarà un ricco che vuole sovvertire le regole ferree della distribuzione di affanni! Uno che voglia prendere a calci la casta dall’interno per insofferenza, per improvviso rinsavimento, per ostinata ricerca di ebbrezze mai raggiunte. Uno che si consegni alla collettività come cavaliere smacchiato e senza paura…

Un ricco che sappia finalmente scioccare tutti, ecco.

Magari è solo una febbrile brama della mia fantasia ma lancio la sfida e l’appello: se esisti, ricco con tutti i requisiti qui riassunti, batti un colpo!