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Antonio Mesisca: Nero Dostoevskij

Antonio Mesisca: Nero Dostoevskij

23 ottobre 2015 | , , , , , , , , ,

NeroDostoevskijNero Dostoevskij è una pistola puntata alla tempia che invece di fotterti di paura ti fa contorcere dalle risate. Mica perché è una barzelletta. Macché. E’ una di quelle storie che, felicemente, non collochi. Alla faccia del genere letterario lui, Antonio Mesisca, fa surf in acque torbide e cristalline insieme. Così, per lucida fantasia o per squinternato realismo.

Prende alla pancia, Nero Dostoevskij. Innanzi tutto per il ritmo. E se questo pare una sorta di complimento minore, vi sbagliate di grosso. Insomma qui non è la scrittura, pur fluida e incalzante, a dettare il tempo. E’ la trama –noir, rock, esilarante, conturbante- a serrare il lettore in un abbraccio forsennato e incantevole.

Nella spirale della ricchezza e del gioco d’azzardo, Oscar Peretti, sfigato  e assassino, è uno di noi e ci porta a spasso nella variegata bestialità di un microcosmo di sentimenti slabbrati, malfattori contorti, macchiette di un verismo volutamente stiracchiato, avventure destre e sinistre.

Sullo sfondo delle risaie che, beate loro, stanno benone alla faccia di chi si illude che sognino il mare, il bandolo della matassa c’è ma non si trova, non c’è ma si trova.

A cavallo tra le questioni irrisolte, del nord, del sud, della sorte che li allea contro chi non è del nord e non è del sud, Antonio Mesisca mette in sella un frullatore a tutta velocità che mescola una quantità di personaggi, situazioni, stati d’animo talmente grotteschi da non esserlo affatto.

Gioca alla grande, con il paradosso del caso che spesso assomiglia, molto, alla realtà. Almeno quella dei pensieri. Mette insieme e muove i fili di una commedia della rabbia, del dolore, dell’assurdità, della banalità che ci attorciglia, ci strizza e poi ci stende al sole ad asciugare. Smaschera anche un po’, sicuramente. Magari con quel cinismo esasperato o quella frecciata buttata lì, a parole sottili. Già, ci ha messo dentro le osservazioni di anni e anni, Mesisca. Ma anche quella burla sfegatata che fa luce su ogni cosa.

Infatti tra un’avida incallita gioielliera, un manipolo di più o meno loschi figuri, le bizze dei signorotti, l’Oscar Peretti, un simpatico puttaniere, un investigatore corroso dal ruolo e le più tenere o tenebrose comparse,  Nero Dostoevskij fa trionfare una comicità dark, sporca, grassa e proprio per questo travolgente.mesisca_nero_dostoevskij

L’uomo è di pasta geniale, buona, stravagante, perfida, miserabile. E bisogna farsene una ragione. No, non per rassegnarsi. Per vedere meglio. Sotto la crosta. E non la tiro lunga con il bene e il male che si annidano in chiunque e ovunque, preferisco leggere Nero Dostoevskij come un sublime diversivo all’arte della bellezza piatta. Uno sfogo, una provocazione, una scarica di adrenalina, un moto di irridente saggezza…Mi piace, irridente saggezza.

Perché lui, Antonio Mesisca, è un mix di dolcezza e arguzia. Chissà come gode, ora. E io ne sono felice, molto felice.

Chapeau a scena aperta.

Antonio Mesisca, Nero Dostoevskij, Catrame noir, Scrittura&Scritture.

Gli uomini ce l’hanno lungo

Gli uomini ce l’hanno lungo

14 febbraio 2015 | , , , , , ,

uomini_lungoGli uomini ce l’hanno lungo. Tutti.

(Che averlo duro è altra storia, lì ci vuole la camicia verde.)

Se cercate il risvolto eccitante abbiate l’ardire di leggere fino in fondo, lo troverete.

Insomma ce l’hanno lungo, l’excursus lavorativo. Che già faticavano in caccia e pesca quando ancora non c’erano le relative stagioni e le specie protette. Poi si sono inventati via via i mestieri di mani, le professioni di intelletto e finanche quelle deliziose applicazioni miste, di arte e talento.

Adeguandosi ai tempi o governandoli si sono improvvisati capaci di tali e tante virtù da far esclamare a loro stessi ogni possibile meraviglia. Hanno fatto, creato, realizzato, migliorato l’inimmaginabile. Fred e Burny ne sarebbero sconvolti. Un mondo di cose e di servizi, una quantità impressionante di comodità, un livello stratosferico di bellezza. Hanno pensato pressoché a tutto. Chapeau, uomini. Avercelo, lungo come il vostro!

Roba complicata, audace, strabiliante. Merito di fiuto, rotelle all’opera e sudore. Noi figli di questo tempo orami grandioso e progredito ci chiediamo solo dove sia finita tutta quella lunghezza. In quali meandri se ne sia perso lo spirito. Quale maledetto equivoco l’abbia attorcigliata sull’errore. Che deleteria smania ne abbia messo in crisi la bontà.

Che insomma, averlo lungo ma di poco pregio non è più il top.

Saranno stati i fumi dell’esaltazione, i tentacoli del denaro, i freni della viltà. Chissà. Magari qualche distrazione di troppo. O l’era glaciale? Già, può darsi sia sfuggito ai termometri comuni ma la lunghezza si è accorciata a causa del freddo. Capita, eccome.

E adesso se ne sta attorcigliato e rabbrividito nel torpore. La disoccupazione, certo. Ma non solo. Qualcosa si è ridotto, arrugginito, inceppato. L’avete forse arrotolato come una canna per annaffiare le piante riposta in un angolo del giardino? In stand by. O impaurito. O annoiato.

Senza più passione e rigore, direi. Ecco cosa lo fa così striminzito. Perfino ammosciato. E non è questo il caso in cui una certa morbidezza è gradevole.

No. Manca il nerbo. Il vigore della responsabilità. La sapienza della costanza.

Comunque visto che vi ho tenuti sulla corda fin qui nella vaga speranza di un colpo erotico voglio accontentarvi. Ad averlo lungo c’è chi ha goduto per anni, decenni, secoli. Perché rinunciare?

Irene Spagnuolo

La scuola più bella del mondo

La scuola più bella del mondo

15 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

La scuola più bella del mondo: un ottimo motivo per andare al cinema. Che Luca Miniero non sbaglia un colpo. Con la sua ironia e la suala_scuola_più_bella_del_mondo sensibilità. Il film arriva, da Nord a Sud, come una deliziosa e potente riflessione sulla scuola, sull’incontro, sull’impegno, sui sogni, sulla vita. Sul cammino che abbiamo smesso di fare e dovremmo urgentemente riprendere.

Il film fotografa la realtà, le differenze e i disagi. Una scuola toscana e una campana hanno l’occasione per mescolarsi e confrontarsi, per ritrovare il filo dei sentimenti, della buona volontà, dei traguardi possibili. Anche di capire cosa conta davvero e quanti freni siano da allentare per toccare la verità.

La comicità è la chiave migliore per veicolare uno scossone e una speranza. Per puntare il dito con buon senso e con il desiderio di accendere una luce. Ed è il filone giusto per smascherare con grazia il malcostume, svelare con brio quanta arretratezza possiamo colmare con la nostra disponibilità e la nostra determinazione, quanto ‘fare bene quello che facciamo’ sia il punto di partenza di tutto.

Il cast eccellente ha fatto il resto. Tutti hanno colto perfettamente lo spirito della trama e hanno enfatizzato al massimo la mission del loro ruolo. Interpreti ideali di una commedia brillante e intensa, di significati, sfumature e risvolti, Rocco Papaleo e Christian De Sica sono magnificamente supportati dalla recitazione di Angela Finocchiaro, Lello Arena, Miriam Leone e l’intera banda.

Bella fotografia, belle musiche, ritmo coinvolgente e un giusto equilibrio tra scene esilaranti, riferimenti sferzanti all’attualità, aspetti romantici.

Una piccola grande lezione, quella de La scuola più bella del mondo. In un Paese alla deriva, umana e culturale, arte e cinema possono svegliare animi e cervelli, aprire porte, stimolare pensieri. In fondo il film punta sul materiale umano della scuola (che metaforicamente è la strada della ricchezza e della crescita individuale e sociale): alunni e professori. Quelli che alla crisi, invece di arrendersi, possono opporre l’unica resistenza e controspinta che ha chances di vittoria. Già, si può sopravvivere senza carta igienica o con i computer rotti… se teniamo saldi i valori dello studio, dello scambio, del merito, dei desideri. Se impariamo a conoscere, a capire, ad amare. Se ci assumiamo la responsabilità di un cambiamento.

Non è una favola. Anzi. E’ uno spaccato –a tratti impietoso- della nostra società ma contiene gli elementi giusti per metterci spalle al muro e farci guardare avanti, con una grinta serena e costruttiva.

Un film che non si racconta. E’ da vedere e godere.

L’umorismo aiuta, molto. Ma dal grande schermo questa volta piovono anche emozioni. Un mix di impatto speciale.

Nozze gay cavallo di Troia

Nozze gay cavallo di Troia

11 novembre 2014 | , , , , , , , , ,

gay-nozze-Il presidente della Cei Angelo Bagnasco tuona contro il ‘tentativo di indebolire le famiglie’. Già, è proprio così che –a proposito di nozze gay- parla di cavallo di Troia di storica memoria. Sembra una battuta della Litizzetto nazionale ma non lo è. E proprio il bagnasco-pensiero e linguaggio, tutta farina del suo sacco. Che a proposito di gay, famiglie e persone ci sta davvero a meraviglia.

Però di storica memoria c’è altro, oltre al cavallo di Troia. E non tiro in ballo i casi terribili di pedofilia in seno alla Chiesa. Penso solo a tutte le solitudini, ai rapporti saltati, agli amori precari, ai bambini abbandonati, al disagio umano e sociale, al disastro economico.

Ma davvero le nozze gay possono attentare a un (finto) equilibrio, fare paura, rompere chissà quali certezze culturali o assestare un insostenibile colpo all’ordine costituito?

Questione ideale o di costi, mi chiedo anche.

La famiglia evocata da Bagnasco, fondata su una relazione eterosessuale, se c’è regge a tutto, anche alle nozze gay. Questo è il punto.

Negare l’evidenza non muta mai la realtà e questo dovremmo ricordarlo sempre, a proposito di tutto. Se c’è un caso in cui ‘legalizzare’ ha praticamente impatto zero sulla verità è proprio quello delle coppie gay. Allora il problema è che potrebbero essere benedette o che avranno diritti, richieste, aspettative? I numeri direi che non dovrebbero cambiare. Sentimenti, sacramenti, diritti, richieste, aspettative dovrebbero essere –in uno Stato civile e, io aggiungo, a maggior ragione non del tutto laico- delle persone. Che siano single, accoppiati, indecisi, etero o omosessuali. O no?

Irene Spagnuolo

Io ce l’ho profumato

Io ce l’ho profumato

5 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

Allora -negli anni ’80- era l’alito. Grazie a Mental, diceva lo spot.alito_profumato_mental

Così, più ci penso più torno lì, agli anni ’80. Con la musica, i vestiti, le atmosfere. Che i ricordi, è vero, fanno sempre tutto un po’ più bello. Però se tornano in mente loro e non i ’90 o i 2000 un motivo ci sarà. Anzi, molti motivi ci saranno. E uno li abbraccia tutti: lo spirito. Non il mio, quello collettivo.

Già, per creare, sorridere, sperare ci vuole quello. E uno spazio davanti, insomma un panorama, una libertà, un orizzonte aperto.

Mi vengono in mente i corsi e i ricorsi, il fondo e la risalita, le svolte e i nuovi traguardi. Tutta roba cui mi aggrappo, credo, per potermi mettere in attesa di qualcosa che assomigli a quei mitici anni ’80. Medito anche sui contro, sui risvolti, sulle bugie e sulle apparenze perché talvolta bisogna pur smascherare e sfatare la memoria troppo poetica. Il guaio è che in realtà so bene che non c’è revival che tenga e che a luccicare non è mai solo l’oro però sono frastornata da quest’epoca senza carattere. Tutto qui, forse. Che certo non è poco.

Perfino la crisi stenta a esplodere rumorosamente. Niente è clamoroso. Non c’è più una notizia strepitosa. Siamo appiattiti da un pensiero talmente debole che rende precaria anche la rabbia. La cultura è sfibrata, come i capelli maltrattati. I colori accesi, il volume alle stelle non ci sorprendono più. Strabuzziamo gli o imprechiamo e, nel secondo successivo, siamo altrove. Distanti più o meno alla luce pure da noi stessi. Si, da noi stessi. Quelli conformi, quelli inadeguati, quelli soli in compagnia, quelli persi dietro un’utopia. Senza coraggio e senza i desideri, straordinari, che hanno rivoluzionato il mondo.

Io ce l’ho profumato. Il sogno nel cassetto. Ma è solo un sacchettino con dentro un’essenza buona.

Una supplica ai fan club

Una supplica ai fan club

12 luglio 2014 | , , , , , , , , ,

Rivolgo una supplica, accorata, ai fan club. Anzi, ai gestori di pagine facebook dedicate a qualche artista: fan club ufficiale. Ma che fanfanclub può volere tanto male alla sua amata attrice, alla sua adorata cantante?

Buongiorno. Buon pomeriggio. Buon lunedì. Buon martedì. E via di calendario. Magari con emoticon sempre uguale, a sorriso o occhiolino.

La home di fb è infestata da questi messaggi idioti. E il disgraziato, in verità sovente è una disgraziata, che ‘vanta’ un fan club (addirittura ufficiale) passa per una bambolina in posa in mille foto rigorosamente di scena che altre parole proprio non sa sputare. D’accordo non è una pagina sua, la pessima figura la fa il gestore del fan club direte voi. Eppure…nutro seri dubbi. Davvero non vi monta un po’ in antipatia l’oca giuliva che fa capolino con il suo faccione per augurare buon pranzo, buona cena e buon fine settimana?

Non è colpevole di azione ma di omissione si, eccome. Omette di prendersi cura non della sua immagine ma del suo pubblico! Se a un artista non interessa ciò che di lui arriva agli ‘ammiratori’ a me piace proprio poco, poco, poco, pochissimo. Meglio se non lo ufficializza, il fan club, se davvero non riesce a scegliersi un degno gestore!

Si, tiro l’acqua al mio mulino. Mi offro. A chiunque voglia che mi occupi da ‘essere umano’ di un profilo facebook o di un blog. Ma, appunto, tiro l’acqua anche al mulino del personaggio. E, intanto, sparo fuoco su questi improvvidi, noiosi e irritanti fan club. Si possono eliminare dalla vista, verissimo, infatti provvederò se la supplica andrà a vuoto.

Cari gestori di fan club volete cortesemente prendere in considerazione l’idea che gli spettatori, lettori, naviganti che seguono la pagina sono affezionati ma non per questo condannabili al supplizio infinito?

Provate, per favore. E per decenza intellettuale, oltre che per rispetto e simpatia verso tutti (voi stessi, il personaggio, il pubblico).

Il David, Sophia Loren e Paolo Ruffini

Il David, Sophia Loren e Paolo Ruffini

10 giugno 2014 | , , , , , , , , ,

Ho seguito su Rai Movie la ‘cerimonia’ di consegna dei David di Donatello 2014. Tra gli altri uno è arrivato nella mani della nostra grandesophia_loren_david_2014.  Sophia Loren, classe 1934. E qui la classe conta, eccome.

Almeno alla classe come anagrafe, se proprio non vogliamo scomodare quella della signora e artista, Paolo Ruffini qualche delicata ‘serietà’ la poteva riservare a parer mio. Non parlo di deferenza, che comunque poteva davvero non sfigurare, ma di adeguatezza. Accidenti non puoi fare il guascone rischiando che la tua ‘comicità’ neanche venga colta, come infatti è accaduto. La Loren sembrava spiazzata da quella raffica di parole e saltelli. In verità forse si aspettava un’accoglienza meno leggera e, tutto sommato, come darle torto?

Paolo Ruffini si è accorto probabilmente dello scivolone e si è dichiarato troppo emozionato e felice ma…Ecco, rimane il ma con i puntini di sospensione che stanno a meraviglia quando non si trovano le parole.

D’altra parte a ben pensarci Rai Movie alle 19 e una presentazione tra l’ironico e l’improvvisato sono lo specchio dello stato del cinema. Si producono anche bei film, in verità, è il volume di ricchezza e di interesse ad essere scemato parecchio. Tutto sotto tono. E non raccontiamoci che è rispetto per il periodo nero altrui. Qui è black per tutti e tutto, grande schermo incluso.

Che gira e rigira si vede pure dai premiati. Meritevoli, sicuramente, ma sempre gli stessi. A giro ristretto. Ecco, David di Donatello come una piccola festa di famiglia.

E così pure Paolo Ruffini, forse, di meglio non poteva fare. Sophia Loren: i tempi sono cambiati, cambiati assai…porta pazienza!

Urne…da brivido

23 maggio 2014 | , , , , , , , , , ,

urnaL’urna è un contenitore provvisto di feritoia nella quale introdurre le schede elettorali. Il voto espresso finisce nell’urna, insomma. Che, a ben vedere, evoca un macabro epilogo. Ma questa è la lingua che, talvolta, batte dove il dente duole. Insomma la parola si presta a oggetti con usi diversi, diciamo. Può contenere le nostre preferenze o le nostre ceneri. E vi è da sperare che il risultato non coincida.

Già, pure quella funeraria è un’urna. Un po’ da brivido come coincidenza, specie a pensarci alla vigilia di una convocazione.

Che dire? Incrocio le dita e mi appresto al cammino domenicale verso il seggio. Che sia diritto o dovere, a me pare cosa da farsi, per quanto più che mai con l’animo in pena. Non so bene se consegnerò le mie spoglie o se attenderò con trepidazione lo spoglio. E, in verità, c’è pure il rischio che non corra molta differenza.

Vorrei farmi assistere da un po’ di ottimismo ma di questi tempi temo sia affaccendato a far da stampella a tutti e confuso pure lui. Perché in fondo qual è il ‘meglio’ da aspettarsi? Anche l’ottimismo fatica a collocarsi, a schierarsi, a scegliere.

La formula magica di tutti sta nel dire che quella degli altri è una stregoneria o un fallimento…Insomma nessuno ci offre il dolce ma tutti ci spiegano che gli altri offrono solo roba amara. Di questo passo possiamo solo sperare di non celebrare davvero un funerale.

Non sono le politiche nazionali. Sono le europee (e per alcuni le regionali e le comunali). Ma lo spettro dell’urna è uguale.

Irene Spagnuolo

Tagli capelli donna 2014

19 maggio 2014 | , , , , , , , ,

Tagli capelli donna 2014. Che potevo scrivere 2013 o 2015. Non perché ogni anno e ogni stagione non portino novità, dal lungo al2014-tagli-capelli-donna caschetto, dalla frangia al ciuffo, dal mosso al liscio ma perché in qualche modo le linee moda, e mi piace modo con moda, dovrebbero rivolgersi solo alle teste che si fanno acconciare…

Insomma qui a Cronache di Costume sappiamo che ci sono donne che osano, quasi per principio, qualsiasi nuovo taglio. Sono donne che amano giocare, con i capelli e l’immagine. Donne che vogliono essere trendy. E che ce ne sono molte altre che mai e poi metterebbero in discussione le loro scelte di look chioma. Le irrimediabilmente ‘capelli lunghi’ non si farebbero convincere neanche da un parrucchiere atterrato dalla luna con le più straordinarie proposte. Sono le donne per le quali la femminilità passa anche dai centimetri di capelli, ecco tutto. Quelle che già inorridiscono per il verbo spuntare: meglio le doppie punte della forbice.

Tagli capelli donna 2014 per chi vuole cambiare stile. Forse si potrebbero intitolare così tutti i servizi dedicati. Perché in fondo di stile, all’apparenza, si tratta. Uno zac deciso con un bel cambio di forma può effettivamente rivelare molto di più. Una personalità, appunto. E, incredibile ma vero, pure una sorpresa allo specchio. Tutto sommato qualche volta fidarsi della moda e del coiffeur aiuta a ritrovarsi ‘più belle’. Ma il problema è crederci, prima, per decidersi a varcare la soglia del salone e affidarsi alle esperte mani. Se ti senti meno donna con un corto sbarazzino una simile risoluzione non ci sarà mai, diciamolo.

Irene Spagnuolo

Tagli capelli donna 2014 per chi vuole l’acconciatura più adatta al ‘proprio tipo’, viso e fisico per intenderci. Altro titolo che potrebbe essere illuminante. Già, perché le ‘irrimediabilmente lunghi’ si vedono belle con quella cascata di capelli e non ascoltano ragioni. Le altre, quelle pronte al consiglio dell’occhio pratico, possono aspirare alla capigliatura al bacio.

Tagli capelli donna 2014 realistici. Questo è un po’ più cattivo, se l’onestà è cattiva. Insomma toccherebbe trovare il coraggio di dire che ‘irrimediabilmente lunghi’ alle bassine è una mania vivamente sconsigliata. Parlo io che sono ridicola con la mia ostinazione al biondo chiarissimo. E parlo io proprio perché so quanto possa essere assurda una fissazione…

D’altra parte ci vorrebbe anche un Tagli capelli donna 2014 per tutte le età. Così, per sdrammatizzare e levarci il fardello dell’anagrafe. Che in fondo siamo stufe di ridurci ai classici quattro stampi per signora rigorosamente tendenti al corto. Evviva chi sta bene, anche a 60 o 70 anni, con una bella criniera di boccoli e guizzi crespi o uno scalato liscio vaporoso alla Farrah Fawcett.

Facebook quanto vale un like

6 maggio 2014 | , , , , , , , ,

like_facebook_don't_likeUn like su facebook è la forma di sintesi di quella che una volta era una condivisione verbale poi è diventata un occhiolino, una pacca sulla spalla, un sorriso e dopo ancora uno squillo sul cellulare.

Ogni giorno molti fanno scorrere schermate su schermate spalmando like su tutte le pagine degli amici. Così, come un saluto, una gratifica, una consolazione. Che le parole implicano tempo ed energia, per leggere bene e rispondere a tono ci vuole vero impegno.

E meno male che è roba straniera. Se non vuoi cavartela con un like o passare oltre devi cimentarti ad articolare il dissenso. L’avesse inventato un italiano ci avrebbe messo like, non like, forse, ma, ni, so e un’infinità di altre variabili e sfumature alle quali siamo abituati perché di stringatezze espressive non siamo mai stati campioni.

Ecco, essendo sbarcato solo con il like e il commenta (o al massimo condividi) chi vuole sfoggiare qualche conoscenza, lasciare una gradevole traccia, interagire con qualche buona considerazione, sollevare la polemica, scontrarsi bruscamente deve usare testa e tastiera. Altrimenti ci saremmo ridotti davvero alla comunicazione per click, alla conta dei mi piace/non mi piace senza uno scambio di battute accidenti.

Comunque chi vuole like pubblichi foto. Chi vuole molti like posti foto sexy.

Chi se ne infischia del numero di like scriva pure pensieri, racconti, recensioni, notizie. Oltre la riga c’è il black out, il fuggi fuggi generale. Neanche ci fosse il divieto di like!

A meno di non giocare la carta di un link con un titolo acchiappa-consensi. Quello, in un secondo, scatena tutte le dita del web. Nessuno saprà così si cela sotto il titolo ma i like andranno alle stelle.

Per smascherarci…se non ci fosse facebook ci toccherebbe inventarlo.

I politici nella rete

I politici nella rete

19 marzo 2014 | , , , , , , , , , , , ,

politici_blogI politici, nonostante il fallimento della politica sia di clamorosa evidenza, non ne vogliono sapere del web e del ‘contatto’.

Snobbando il blog di Beppe Grillo e quindi molti umori della strada si erano del tutto persi il prevedibile risultato delle ultime elezioni politiche. A livello locale, alla vigilia di ogni chiamata alle urne per le amministrative, la situazione non è diversa. Tutti ormai distanti dalla ‘gente’. Incapaci o indolenti non si prendono cura di familiarizzare con i nuovi mezzi di comunicazione. E, se lo fanno, si impegnano a tempo determinato: giusto il tempo per racimolare consensi con qualche slogan e tante promesse o per tirare calci a parole contro il sistema del quale fanno parte a fatti.

Una volta i politici avevano almeno la furbizia o il buon gusto di avvalersi di qualche valido polso del territorio, di un buon suggeritore che sapeva sempre quali parole e scelte la ‘base’ avrebbe capito e apprezzato. Poi è arrivata una spocchia che ha dato loro due scellerate convinzioni: quella di non avere bisogno di alcun efficiente ed efficace interlocutore popolare e quella di potersi permettere il lusso di avere accanto al massimo qualche statuina molto piacente e poco pensante.

Il blog sembrava, a destra e a sinistra, il ridicolo palcoscenico di un urlatore. Qualcuno è corso ai ripari quando si è accorto che comunicare, interagire, avvicinarsi via internet oltre che utile e sensato è sostenibile in termini logistici più di impossibili o improbabili maratone su e giù per un Paese che non ha neanche più una capillare e vivace rete di attivismo cui riferirsi e appoggiarsi. Ma non ne ha una considerazione alta e sincera e i naviganti abituali lo annusano eccome. Pescano il ghostwriter tra i raccomandati, probabilmente. Oppure si improvvisano blogger, non so.

Inutile storcere il naso. O, peggio, aprire specchietti per allodole, dispensare contentini, far calare una riga come fosse una perla di saggezza. Ci vuole altro per arrivare a cittadini incazzati, delusi, preoccupati. E aggiungerei intelligenti, cari politici. Perché vi siete proprio abituati a considerarci tutti più o meno imbecilli ma potreste e dovreste scoprire che non lo siamo.

Un blog? Una pagina facebook? Cari politici vi consiglio e mi auguro sappiate rispettarli invece di credere che basta averli per conquistare applausi e voti.

E’ qui la festa

E’ qui la festa

8 marzo 2014 | , , , , , , , , , ,

quotidiano_piemontese_festaQuella delle donne, quella degli uomini, quella di Quotidiano Piemontese, quella di Novajo, quella della ‘comunicazione’, quella del presente e del futuro. Questione di spirito. Ce ne vuole parecchio ma qualcosa mi dice che possiamo farcela, a tirarlo fuori. Ecco, parto da ‘comunicazione’ per questo 8 marzo.

Poco importa piaccia alle donne festeggiare, agli uomini riconoscerlo, al mercato intero farne occasione o che invece sia uno dei tanti momenti di un percorso, un giorno a caso del calendario, una ragione di riflessione. Conciliamo tutto e tutti. Facciamo che oggi sia il giorno programmato per l’inizio del viaggio. Il viaggio di donne e uomini nella ‘comunicazione’. E’ proprio bella e allettante questa combinazione.

Informazione, relazione, scambio, confronto, spiegazione, conforto, collaborazione. Con la comunicazione possiamo volare alto, arrivare ovunque, capire, diffondere, ridere, abbracciare. E’ qui la festa, quella della sfida e del cammino. Quella dell’ironia. Quella della passione. Quella del merito. Quella della volontà. E, diciamolo, pure di un pizzico di serenità. Che siamo fatti per incrociarci, crescere, condividere. Per contagiarci di meraviglie.

Perché insieme siamo più forti, su questo non posso essere smentita. E perché un brindisi collettivo è molto più eccitante. Con la dignità di persone e l’euforia femminile e maschile. Niente di melenso, per carità. Che qui, la festa, non celebra armonie di facciata, accordi posticci e dolcetti scherzetti. Siamo più seri che mai. Ovvero ci burliamo allegramente di tutti gli attriti e le stupidità.

Guardiamo avanti, oltre. Così mi piace sentirlo e abbracciarlo, questo frizzante sogno che si sveglia nella realtà che è QP con tutti i suoi progetti e i suoi domani.

E’ qui la festa. Quella del costume che ha bisogno di rinnovarsi o spogliarsi o guardarsi allo specchio. Un po’ con severità un po’ con ottimismo. Ma, anche su questo, senza troppo zucchero. Preferisco uno sguardo intenso in equilibrio tra verità e speranza, con le punte acide e quelle amabili. Come la vita.

Infine, concedetemelo, è qui anche la festa dei ghostwriter. Quelli come me, appesi al filo di una storia, penne di qualcuno, pronti all’avventura. Quelli che non hanno paura della comunicazione, anzi.

La pasta sfoglia di Joe Bastianich

La pasta sfoglia di Joe Bastianich

5 marzo 2014 | , , , , , , , ,

Tante volte penso ai guru che stanno dietro la comunicazione, le scelte del testimonial, le forze della persuasione. E poi mi trovo Joe joe_ bastianichBastianich che reclamizza la pasta sfoglia Buitoni e non so se è bene, per lui, per la pasta sfoglia o per la Buitoni. O se è una di quelle burle che riportano un po’ di equilibrio tra fama da chef e fame da comune mortale.

Insomma Joe Bastianich alla cuoca non provetta può raccomandare una pasta sfoglia pronta all’uso per amore dei commensali: meglio qualcosa di confezionato che un’immangiabile produzione domestica. Sarà proprio questo il senso. Che di certo non posso andarlo a trovare nella logica stringente dell’incoerenza no?

Potrebbe scappare di chiedersi che pasta sfoglia usa e mangia Joe Bastianich. E come abbia valutato di consigliare quella Buitoni. Non sarà stato il compenso di ingaggio, sicuramente l’ha valutata attentamente, non è muoruto e, anzi, ha scoperto che è di gran lunga meglio di quella della mamma. D’altra parte Buitoni ha saputo intuire quanto possa essere seducente un’occasione, alla faccia dell’integerrima posa da duro e puro.

Non mi resta che vedere al supermercato quanti carrelli si riempiranno di pasta sfoglia Buitoni per il trionfo dell’arte culinaria.

Io la compro, la pasta sfoglia. Buitoni o non Buitoni che sia. Me ne vergognavo un pochino. Avrei ben potuto cimentarmi e farla con le mie manine. Ora, se non si vergogna Joe, che faccio, smetto pure io? Di vergognarmi, intendo.

Magari invece mi risolvo a rimboccarmi le maniche e impastare. Può darsi che con ciò mi avvii a diventare la futura Joe Bastianich.

Gli antenati del codista

Gli antenati del codista

5 febbraio 2014 | , , , , , , , , ,

Giovanni Cafaro, l’ormai noto ‘codista’, ha antenati ingegnosi. Non lo sono all’anagrafe ma lo sono dal punto di vista culturale e sociale.cafaro-coda

In città come Napoli la storia insegna che l’arte di arrangiarsi aveva già inventato il mestiere di Giovanni Cafaro al quale però, sia detto, và abbondantemente riconosciuto il merito di averlo regolarizzato e comunicato al mondo in modo molto professionale ed efficace.

Non l’ho accertato ma presumo non si sarebbe infilato in tv o sui giornali se fosse stato aggredibile dalla pesante mano dei controlli amministrativi e fiscali. E questa, francamente, è una bella dimostrazione di intraprendenza e tenace volontà. Nel nostro bel Paese oltre a mancare il lavoro spesso manca la via percorribile per sudarselo. La burocrazia sconosce il tipo di attività e quindi ti catapulta in chissà quale girone o richiede tali e tanti adempimenti da scoraggiare qualsiasi audace iniziativa.

Ora c’è solo da augurare a Giovanni Cafaro e a chi eventualmente volesse seguire l’esempio, io ci sto pensando seriamente ad esempio, che lo Stato non abbia troppe pretese e gli lasci quindi un dignitoso margine di guadagno.

I soliti italiani

I soliti italiani

29 gennaio 2014 | , , , , , , , , ,

i_soliti_italianiDi rivoluzione se ne parla e quando se ne parla vuol dire che non si fa. Siamo i soliti italiani non rivoluzionari. E questo dovrebbe agevolmente farci rassegnarci al fatto che siano sempre i soliti italiani a ricoprire tutte le cariche pubbliche, a fare politica locale e nazionale, ad avere le mani in pasta.

Tutti hanno ricette e nessuno cucina. O, se cucina, lo fa per amici e parenti che in Italia sono sempre tanti quando sei chef. Praticamente siamo più o meno nelle sabbie mobili. Dal cilindro escono sempre quei nomi o i lori familiari o affini. E la questione non è quella del ricambio generazionale, senza i figli o i nipoti potremmo vivere alla grande se i padri, gli zii e i nonni fossero buoni e capaci.

Ma di cosa possiamo lamentarci? Ci facciamo la guerra tra noi, abitanti di gamba tacco  punta, ricchi e poveri, pensionati e disoccupati, studenti e lavoratori, autonomi e dipendenti e sbuffiamo ogni giorno mentre cerchiamo, comunque, di stare dentro il sistema e la cultura che fingiamo di disprezzare. C’è chi chiede aiuto al tizio che è introdotto nelle utili cose che risolvono i bisogni, chi fa il furbo e salta la coda, chi si arrangia con un pizzico di fantasia, chi si prende con arroganza quello che gli occorre. E così via, fino a sera. Domani è un altro giorno e si vedrà.

Abbiamo l’arte e le bellezze, abbiamo (o avevamo) eccellenze in tutto ma custodirle, rispettarle, valorizzarle costava umiltà, fatica, lungimiranza. Ora lo ripetiamo tutti come un mantra ma intanto guai a lavorare la terra o fare l’artigiano. Anzi, tanto che ci siamo andiamo avanti a imbrattare i monumenti, a ignorare la realtà e il patrimonio che dovremmo portare in palmo di mano.

La crisi economica ha stracciato il nostro portafogli, l’entusiasmo e le prospettive seguono a ruota perché in fondo non lo ammettiamo ma siamo consapevoli della nostra attitudine al lassismo. A noi piace poco ripartire, metterci in gioco, svoltare, rimboccarsi le maniche. Siamo più propensi a dare la colpa ai soliti fingendo di non sapere che siamo noi, i soliti.

La pessima prova dei soliti in politica, quelli che ci rappresentano proprio per quello che siamo, ci indigna nel tempo e nello spazio in cui non possiamo godere noi di qualche privilegio, di un posto al sole e delle frequentazioni “giuste”.

E quelli che se ne vanno all’estero e trovano una società che funziona e ripaga finiscono per non venirci neanche a spiegare che ricevono esattamente quello che danno. Forse fanno bene, tanto non li ascolteremmo e non la prenderemmo come una lezione.