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Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Bandita la disoccupazione ai ventenni

Bandita la disoccupazione ai ventenni

8 ottobre 2013 | , , , , ,

Basta, non ce la faccio più, e vi prego di leggerlo a mo’ di Magda del film Bianco, Rosso e Verdone.

E ancora, non ce la faccio più, con il tono decisamente più aggressivo, a leggere e sentire il dramma della disoccupazione giovanile. Primo perché non riesco assolutamente a comprendere come si faccia a non percepire che il dramma non ha età. Secondo perché mi arriva in faccia violentemente la sensazione che nessuno dica la verità, ovvero che i pochi posti di lavoro che il mercato offre sono rivolti unicamente ai giovani mentre a quelli non più ventenni si riserva la sprezzante negazione di qualsiasi speranza.

Alla cassa di un supermercato, in un qualsiasi negozio o studio professionale, perfino negli uffici di selezione del personale si trovano tenerissime facce alle prime armi.

E allora? Non ci sono sufficienti posti di lavoro. Ma quelli che ci sono sicuramente sono saldamente in mano ai giovani. Dopo i 30 anni disoccupati_adultisiamo tutti, inesorabilmente, destinati alla rottamazione. Non me ne voglia la fresca generazione se in questo ravvedo un dramma ulteriore, cioè quello del tutto affidato all’inesperienza. Non è una colpa dei ragazzi, ben s’intende, ed è giusto dare loro ogni modo per formarsele, la competenza e la maturità lavorativa.  Si tratta se mai di comprendere che nessun ambito può essere completamente esplorato senza la sinergia di giovani e adulti. E che dobbiamo smetterla, tutti, di prenderci per il naso. Se il Paese finge di investire sui giovani come risorsa per il futuro ma non sopravvive oggi non ci sarà il domani per alcuno. Vogliamo offrire collocamento ai figli perché debbano mantenere o sostenere i genitori cinquantenni o sessantenni rimasti disoccupati? La sintesi non è estrema, semplicemente chiara e inequivocabile.

Molti datori di lavoro hanno ragioni evidentissime per preferire le assunzioni di ragazzi. I giovani costano meno, questo è il punto. Il disoccupato di quarant’anni (ovvero vecchio e decrepito a tutti gli effetti salvo a quelli del pensionamento) comporta spese non tollerabili, magari è capace e disposto a impegno e sacrifici di ogni sorta ma è da scartare subito.

Le responsabilità di questo incubo gravano su tutti. Sugli anni di aspettative e pretese fuori da ogni sostenibilità, sui meccanismi normativi completamente sballati rispetto alla realtà, sulle concezioni politiche, sociali e culturali sorde e cieche di fronte alle degenerazioni e alle derive. Sulla mancanza di onestà e coraggio. Su concezioni economiche che coprono l’economia di vergogna. Su una cittadinanza piegata su convenienze, fatalismo, scorciatoie, illusioni, perversioni.

Un disoccupato è un disoccupato, in un Paese civile. E qualsiasi serio disegno per non far dilagare la disperazione parte da questo. Nulla più e nulla meno. Occorre ripensare, profondamente, il nostro sistema mentale prima di quello legislativo. E fare un’analisi seria della realtà e del tempo. Quali settori possono essere produttivi, cosa ci serve, dove andiamo, che bisogni abbiamo accidenti. Altrimenti oltre ad avere una marea di adulti nel baratro avremo una marea di giovani confusi, in balia di una colossale menzogna intellettuale e pratica.

Possibile che non si possa mai sollevare del tutto il velo dall’ipocrisia, dall’informazione distorta, dalla rabbia o dal dolore silenziosi? Le misure contro la disoccupazione giovanile…ecco, davanti a espressioni così indigeribili il vostro stomaco come si sente?

Il precariato giovanile è una piaga. Giusto, occorre aggiungere anche questo. Ai giovani sono state consegnate le scadenze e le sfide come elementi di panico e umiliazione insopportabili. Posso invece presentare personalmente un bel numero di signori e signore che brinderebbero a un contratto di un anno. Potremmo valutare anche questo, cortesemente?

Tutti insieme, naturalmente. Giovani e anziani di 35 o 42 o 55 anni. 

L’allergia alla rivoluzione

L’allergia alla rivoluzione

2 ottobre 2013 | , , , , ,

allergia_rivoluzioneGli italiani sono allergici alla rivoluzione. Non alla parola, di quella fanno uso e talvolta abuso senza alcuna crisi respiratoria o di orticaria. Ma alla sostanza.

Le azioni rivoluzionarie sono praticamente il vero tabù italiano. Non che la scoperta sia mia, purtroppo è dato rilevato e arcinoto da parecchio. E’ che oggi più che mai il tallone d’Achille duole e fa a pezzi il cammino civile.

A me umanamente questa cosa stritola cuore e cervello. Vorrei capire ma non ce la faccio. Sono bloccata dal terrore. Quello di realizzare che è un male incurabile. Che non c’è prospettiva di liberazione.

Alla fine è meglio morire o vivere nella disperazione?

Drammatica domanda. Aggrapparsi emotivamente al battito della sopravvivenza è un impulso naturale, forse. Ma non potrebbe esserlo altrettanto, vista l’indolenza e la rassegnazione, consegnarsi alla sepoltura?

Nell’oscena tarantella della politica non c’è altro che la nostra miserabile italianità. Eppure lì ci diamo da fare con l’insulto e la condanna, quasi ci sollevasse da ogni altra incombenza, ci assolvesse da tutte le colpe e ci restituisse intatta la dignità.

Slabbrati e sfibrati come stracci lanciamo freccette fuori bersaglio. Un po’ ingenui, un po’ menefreghisti, un po’ flaccidi, un po’ intriganti.

E dove diavolo sono i fari dello spirito? In verità ci sono ma non hanno alcun appeal. Hanno perso smalto e carisma. O sono indaffarati in qualche alta strategia e si faranno vedere chissà quando solo ai pochi superstiti dello sbando totale.

D’altra parte i pochi volenterosi della rivoluzione, seria e pacifica, sono messi al palo. Come poveri illusi, noiosi predicatori, personaggi fuori moda. E allora i fari possono pure lanciare segnali e illuminare la rotta dei naviganti ma quasi nessuno se ne avvede.

Che tristezza. Chinare il capo e attendere con speranza è un esercizio di tortura.

Finché la barca và lasciala andare…Però quando affonda non perdere tempo a piangere, accusare, prestare soccorso. Si salva solo chi può.

Attenti al ladro

Attenti al ladro

3 settembre 2013 | , , , ,

A quello che è in noi. Pronto all’esercizio della birbonata con destrezza. Avvezzo a sfoderare la furbizia come una virtù. E, implacabilmente, aladro vantarsi della scorciatoia. E’ un mostriciattolo difficile da tenere a bada nel circolo italico degli amici degli amici, quelli allergici alle regole, alle code, alle procedure. A quello che è in noi. Pronto a infischiarsene dei buoni limiti. Capace di improvvisarsi sapiente in tutto. Esperto patentato in fregature. E decisamente incline a non conoscere la vergogna. E’ un tarlo vorace che banchetta ovunque, sbracato alla tavola come un signorotto di cattivi costumi. Attenti al ladro che è in noi. Prima o poi presenta pure il conto, come se dovesse riscuotere il compenso per tutti i furti andati a segno. Con la faccia sicura e pure un po’ severa del professionista onesto, competente, laborioso. Bisogna ammanettarlo perché non commetta altri guai, perché non faccia altri danni, perché ci lasci ritrovare la misura del cervello, senza smanie di scaltrezza.

Giobbe Covatta: Corsi e ricorsi ma non arrivai

Giobbe Covatta: Corsi e ricorsi ma non arrivai

8 agosto 2011 | , ,

Il capolavoro di un genio.

Edito da Arnoldo Mondatori nel 2005 è ancora nuovissimo e continuerà ad esserlo a lungo, credo…Non riesco ad “archiviarlo”, a riporlo sullo scaffale dei libri di un tempo che non è più. Resta sul comodino, incalzante e scottante, con il largo sorriso di Giobbe che non riesce a lenire il disagio di un percorso fatale.

Giobbe Covatta, un po’ giullare, un po’ predicatore, un po’ sapiente, ha giocato e lavorato su una vasta rassegna stampa con spirito caldo e tagliente. E’ un libro di ritagli, un puzzle di giornali, di battute, di connessioni. Una rassegna stampa paradossale, ovviamente. L’attualità e il costume visitati in chiave comica con l’arguzia dell’osservatore acuto, ecco. Non fa sconti, Giobbe Covatta. Ma usa l’arma dell’humour. Forse con il disincanto di chi ha colto nella realtà la sciagurata natura dell’uomo e degli eventi.

Una parodia eccellente della storia e della vita che fa ridere fino alle lacrime. Perché sono proprio le lacrime finali a rivelare che siamo proprio incatenati al destino delle degenerazioni…La Donna Habilis, l’Homo Erectus detto anche l’Homo Rocco Siffredius sono croce e delizia di questo viaggio strabiliante a traguardo fuori orizzonte.

Giobbe Covatta riscrive la Storia mescolando passato e presente: tutti i corsi e i ricorsi che svelano la grande beffa. Dietro la satira sociale e politica, l’umorismo con il quale sopravvivere, la coscienza di una quasi inevitabile rassegnazione c’è tutto il materiale per ritrovare lo spazio per riflettere. Lo sfoglio dal 2005 e forse è troppo…Questa disgrazia della storia dalla quale non impariamo e non ci separiamo è una catena da spezzare!

Testate, immagini, commenti: un’opera con la quale potrei divertirmi all’infinito se non mi procurasse quel groppo in gola…Eppure la consiglio, vivamente, a tutti. Potrebbe uscire oggi, sei anni dopo, uguale.

Solo un’avvertenza: procura grave turbamento, non solo alle ganasce.

 

Senza Veronica Lario

Senza Veronica Lario

5 luglio 2011 | ,

Ai tempi dei pubblici sfoghi di Veronica Lario forse una domanda, tra le tante, ce la siamo posta tutti. Ovvero se ci fosse arrivata per lenta esasperazione, nella classica ipotesi della goccia che fa traboccare il vaso, o per improvvisa scoperta di una realtà travolgente, nell’eventualità insomma di una repentina svolta di personalità del marito.

E comunque probabilmente abbiamo sospettato dovesse urlare allo scandalo perché in altri, meno eclatanti e più private vie, avrebbe dovuto soccombere alla forza del potere. Sarebbe stata zittita, liquidata malamente o addirittura messa alla berlina con qualche ben studiato rovesciamento di frittata.

Ha portato in piazza i panni perchè magari non c’era miglior difesa dell’attacco, ecco.

Da quando è stata scoperchiata, di bunga bunga a bollire in pentola ne è uscito parecchio in effetti. E questo le ha reso in qualche modo l’onore della verità. Continueremo a non sapere se ha sopportato, per amore, convenienza o speranza, oppure se si è ribellata appena ha visto ferita la dignità sua e della famiglia. E non sapremo forse mai se è stata mossa davvero da una sorta di responsabilità sociale. Però non possiamo negare che pure scettici e detrattori abbiano dovuto fare i conti con tutto quello che le cronache poi hanno rivelato.

Con ciò immagino sia rimasto tutto il disagio, profondo, di Veronica sposa e madre e dei loro figli. Perché la vicenda, comunque la si voglia vivere a livello politico e collettivo, ha un piano umano decisamente intenso e inquietante.

Neanche il machismo o un modernissimo pensiero di morale alleggerita fanno convivere facilmente con la storia di un uomo, di un padre, di un nonno avvezzo al piacere allargato e molto disinibito. Accidenti, ci sono di mezzo la decenza, il rispetto, il buon gusto, i sentimenti, i doveri e molto altro!

D’altra parte penso anche a lui, a Silvio Berlusconi. Non al Premier ma all’uomo. Perché non riesco a credere abbia l’affetto dei servitori e delle giovani e avvenenti arriviste o illuse o libertine. Perché non riesco a credere non abbia, se non rimorsi, rimpianti per non aver goduto abbastanza di quella straordinaria emozione che è il festino familiare…

Non so se l’ebbrezza di certe altezze può sconvolgere tutte le dimensioni emotive e culturali ma so che la paura di cadere non dovrebbe abbandonarci mai: è una regola di saggezza e di umiltà alla quale non bisognerebbe trasgredire.

Adesso forse è troppo tardi. Il leone deve ruggire fino all’ultimo respiro, non può trasformarsi in un micione: la giungla intera consumerebbe l’amara vendetta.

Eppure…mi piacerebbe sapere quale pagina avrebbe scritto Berlusconi senza la beffa del tranello più antico del mondo…

 

Non basta l’erba di Pontida

Non basta l’erba di Pontida

20 giugno 2011 | ,

La Lega abbaia ma non morde.

D’altra parte i partiti hanno le batterie scariche e la Lega non si sottrae alla decadenza generale: sono più rappresentativi i movimenti, le associazioni, le istanze della rete, la voce della piazza.

Discutere di trasloco dei Ministeri è un po’ come perdere la testa per decidere dove posizionare il salotto o la cucina prima di aver costruito la casa.

Sembra una di quelle manovre di distrazione con le quali il nostro Paese ha una certa dimestichezza purtroppo. Ma arrampicarsi sugli specchi oggi è più che mai stucchevole. Non riesco a comprendere cosa ne pensi davvero il “popolo della Lega”, credo però che bisogna sottovalutarlo molto per dare credito all’ipotesi che non veda l’ora di avere qualche pezzo di istituzione romana in casa. I bisogni diffusi sono ben altri, al nord come al sud, questo è troppo evidente per essere messo in discussione. Temo dunque che lo scollamento della politica dalla realtà abbia ormai raggiunto livelli irrecuperabili.

Qualche sostenitore intervistato ha dichiarato che Berlusconi è il male minore, non c’è alternativa, la Lega è costretta all’alleanza con il Pdl. Non è una meravigliosa notizia per la sinistra. Ma non lo è neanche per il nostro Premier, minestra mangiata per non saltare dalla finestra.

Accidenti, Roma è ladrona ma il potere è un’attrazione troppo ghiotta per muovere la fierezza e la dignità delle idee e dei valori. La Lega ingoia il rospo, ancora.

Ma ho la sensazione che i leghisti non subiscano più il fascino delle promesse, dei cori, delle salamelle e dei proclami celoduristi di secessione, federalismo e affini.

Tutti i settori economici sono in crisi e il nord sa benissimo quanto vacilla il benessere. Non c’è più forza, non c’è più ricchezza. E c’è un’infiltrazione criminale e affaristica che ha succhiato energie, risorse e ordine. uQuesta è la verità. E la Lega è qui da troppi anni per non averne esatta cognizione…

Il tira e molla tra schieramenti, leader e fazioni sembra proprio un gioco cinico sulla nostra pelle. Forse devono coprire, spartirsi ancora qualcosa, tamponare, rinviare, trovare escamotage. Un Paese intero urla l’urgenza di onestà e volontà di risolvere i problemi che soffocano il presente e il futuro e a destra e a manca regna una spaventosa inadeguatezza.

Mi auguro che non arrivi un tempo così buio da travolgere tutto e tutti. Eppure potrebbe anche essere l’unica soluzione…

 

Smettetela di sputarci/vi addosso

Smettetela di sputarci/vi addosso

14 giugno 2011 | ,

?La lezione referendaria non è bastata a tutti. Accidenti, quanta arrogante cocciutaggine!

Non tutti gli italiani hanno dimostrato di rispettare il referendum quale essenziale istituto di democrazia diretta.

I sostenitori del si non avevano come controparte quelli del no ma gli astensionisti che, con sprezzo e superbia non hanno neanche ritenuto di doversi adoperare con il voto per difendere le loro posizioni. Credevano non fosse necessario neanche scomodarsi a compiere il tragitto fino al seggio elettorale, pensavano che la vittoria sarebbe derivata dal numero irrisorio di partecipanti insomma. Erano convinti fossimo tutti rassegnati, pigri, disinteressati o sprovveduti probabilmente.

Questo atteggiamento dimostra chiaramente scarsissima considerazione del popolo, delle idee, dell’ordinamento. E, paradossalmente, pessima capacità di tenersi stretto il potere delle decisioni…

Culturalmente siamo ai minimi storici. E il costume riflette una sciatteria che considero irritante e pericolosa. Politici, giornalisti, opinionisti hanno manifestato prima e dopo il referendum la loro noncuranza o la loro avversione per l’occasione democratica e civile. Sono signori che esprimono poco riguardo nei confronti del popolo sovrano e non si preoccupano neanche del giudizio che da ciò è maturato o maturerà sul loro conto.

Mi rivolgo a loro perché smettano di sputarci addosso la loro strafottente boria. E perché ricordino che la batosta del quorum (e del risultato) è la prova clamorosamente lampante della loro insufficiente intelligenza politica. Perché la politica ha prodotto ciò che il popolo ha bocciato. Perché la politica non ha intuito che il popolo avrebbe saputo reagire. Perché la politica non prende sul serio neanche il bisogno di “fingere” le buone maniere.

Ecco, la politica non deve e non può permettersi questa deficienza grossolana.

Tutto sommato lor signori hanno sputacchiato pure su stessi. Si sono scavati la fossa. Non c’è destra e non c’è sinistra, l’avrete capito. Di questa inadeguatezza è responsabile personalmente chiunque non abbia onorato questo appuntamento con le urne. Tutti quelli che non l’hanno voluto e sostenuto. Tutti quelli che hanno cercato di affossarlo o oscurarlo. Tutti quelli che ancora oggi fanno spallucce.

Per la pubblica decenza varrebbe almeno un mea culpa. Tardivo e inconcludente, d’accordo. Ma sempre meglio del ghigno perpetuo.

Adesso se qualcuno vuole sfilarsi, assumersi la responsabilità di scelte forti, compiere una svolta di coscienza e di ideali non può più perdere tempo. Se non salta subito sul treno del popolo resta a piedi…

 

Referendum: guai a chi si astiene!

Referendum: guai a chi si astiene!

7 giugno 2011 | ,

Sappiamo che il referendum è uno strumento di esercizio della sovranità popolare. Un diritto importantissimo. E questo basterebbe a non rendere necessaria alcuna esortazione a recarsi alle urne e a chiarire quale clamoroso insulto a questo momento collettivo di partecipazione e potere sia quello di chi invita a disertare il voto, lo snobba, dichiara allegramente di astenersi.

Ora più che mai poi, benché non sia un obbligo giuridico, è un dovere morale, civile, sociale. E’ un appuntamento di speciale rilevanza, su questioni di notevole interesse, in un momento molto delicato per la nostra comunità. Questo dovrebbe farci avvertire con forza l’impegno verso i nostri concittadini, verso il nostro Paese.

E’ una chance che non possiamo e non dobbiamo perdere, ecco.

A parer mio tutti i votanti avrebbero ragione di chiedere il risarcimento dei danni agli astenuti qualora non si raggiungesse il quorum. Nessuno può giocare così sulla pelle di tutti, accidenti! E quei politici che oggi invogliano a rinunciare all’espressione di voto o hanno la sfacciataggine di parlare di libertà di non pronunciarsi si assumono la responsabilità di aver svilito e offeso una sublime occasione di democrazia.

Non c’è libertà possibile se nuoce gli altri, su questo è impossibile transigere. Qui e ora, peraltro, nuoce con sorrisi beffardi. E questo mi fa arrabbiare ancora di più.

Votate secondo coscienza, naturalmente.

Sarà più facile ingoiare il rospo di un eventuale esito che non condivido piuttosto che scoprire un popolo pigro, schiavo, indifferente, smorto che non scatta energicamente per un si o per un no.

Ricordatevi anche che votando dimostrerete che non è così facile strapparci tutto, che non siamo completamente rincitrulliti, che abbiamo voglia di essere uomini e donne del nostro tempo e della nostra vita.

 

Il sesso della politica

Il sesso della politica

5 giugno 2011 | ,

Il neo sindaco Piero Fassino riceve le prime critiche del mandato per aver tradito la promessa di un trionfo femminile nella giunta comunale torinese. E’ uno scivolone. Ma francamente ritengo che l’errore, improvvido e grossolano, stia tutto nell’infedeltà a promesse e proclami più che nella sostanza delle scelte.

La questione è generale, Fassino fa le spese di un equivoco culturale collettivo.

A me battaglie e conquiste su quote rosa e dintorni sono sempre arrivate come mortificazioni, contentini, ipocrisie. In una società civile avanzata, quale dovrebbe o potrebbe essere la nostra, non hanno dignità le “concessioni” alle donne.

Le discriminazioni, lo so, non sono discussioni di lana caprina. Ma non vi è nulla che le perpetua più delle forzature di finta e buona apertura. Le parole non servono. L’attenzione pelosa a rispettare formalmente l’accesso delle donne a ruoli e carriere sembra proprio la classica maschera per nascondere il volto della realtà.

Nel ventaglio di papabili la preferenza deve andare al talento, alle competenze, al merito. Non può essere espressa alle donne per cerimonioso ossequio a una regola di quiete sociale e di modernità di pensiero. D’altra parte conosciamo già bene il rischio di tanto apparente rispetto delle donne…Non è collocando in posti di rilievo qualche bella o ricca marionetta o affidando incarichi e tributando pubblici onori ad appariscenti signore che si riconosce davvero il valore delle donne!

Le donne, quelle vere, hanno un grande patrimonio utile per la politica, l’economia, la scienza, l’arte. E credo debba semplicemente essere naturale la loro affermazione. Devono impadronirsi serenamente della scena e non essere catapultate sul palcoscenico da uomini indulgenti, padri padrone, protettori et similia.

Tutto ha un tempo, signori. Anche l’urlo femminista. E tutte le sue conseguenze, incluse quelle meno nobili e più devastanti. Adesso la svolta culturale non è la parità teorica, sancita, consacrata e sbandierata. Dovremmo tendere alla gloria delle meravigliose diversità per un incastro costruttivo, armonioso, lungimirante, umanamente ricco.

Ripensare agli uomini e alle donne in termini di essenza, inclinazione ed effettività è la sfida più importante da affrontare per il presente e per il futuro. Senza stereotipi, senza licenze di stupidità, senza fronzoli di scherno.

E se mai le donne fossero tentate da qualche felice esibizione di “superiorità” potrebbero ignorare gli ammiccamenti, dimostrare che non si lasciano comprare da un posto al sole, fare scalate oneste, mettere in risalto la testa più del corpo ad esempio.

Mi rattrista insomma la polemica su ciò che alle donne deve essere calato dall’alto. E mi  rattristerebbe assai dovermi convincere che gli uomini sono così sciocchi o feroci o deboli da voler trascurare e intralciare l’apporto utile delle donne.

 

Ballottaggio

Ballottaggio

28 maggio 2011 | ,

Nel carnet delle scelte linguistiche possibili, ballottaggio è quella che fa rima con brigantaggio ad esempio. Ma anche con lavaggio o vantaggio, indubbiamente. E, ironia della sorte, con selvaggio. Selvaggio come il killeraggio, pertinente neologismo in bocca a tutti. A voler rimare c’è da augurarsi che il retaggio di vecchie e sporche logiche non ostacoli un morbido atterraggio elettorale.

Un gioco non troppo leggero, quello delle parole. Armi aguzze e illuminanti, se sappiamo coglierne i segnali e le combinazioni. O gli apparentamenti, per restare in tema di alleanze politiche. Ecco, gli apparentamenti. Altro vocabolo ansiogeno. L’idea dei patti di sangue fuor dai legami di natura o dei matrimoni di interesse evoca inquietanti scenari. I primi per la loro matrice equivoca o criminale, i secondi per lo spettro del facilissimo divorzio pochi giorni dopo la celebrazione in sede di seggio.

In verità oggi mi trastullo con questi esercizi di acrobazia tra il serio e il faceto solo per dribblare l’attesa. E, un po’, per esorcizzare la tentazione di spararle più grosse. Qui, nell’angolo di cronache del costume, la politica è una cosa seria. Di pensiero, di aspirazioni, di principi, di cultura e di umana morale. Non un urlo di schieramento ma un impegno di idee, valori, prospettive. Addirittura di ideali, ovvero quelle eccellenze spirituali che non si possono quasi più pronunciare o professare pena l’etichetta di barbosa cariatide di un tempo sepolto.

Insomma non sono qui ad esternare inclinazioni di voto ma, se mai, a praticar l’arte della riflessione intellettuale. Senza presunzione di virtù, ovviamente. Ma con la fervida passione della comunicazione franca e ossigenata.

Non disertate l’occasione. L’astensione non nuoce solo al risultato. Fa male innanzi tutto alla consapevolezza di tutti. Abbiamo il diritto e il dovere, come cittadini, di sapere che popolo siamo, cosa vogliamo e quale essenza esprimiamo. Senza veleni, fuori dai furori e dai depistaggi (che il caso vuole in rima con ballottaggi!).

Non siamo ancora al momento di una sana e autentica rivoluzione. Nessuna svolta clamorosa si è compiuta nel cuore della nostra società, purtroppo. Quindi l’andazzo politico non è ancora alle corde, comunque vada.

Però capire come la pensano i nostri connazionali, i nostri compagni di strada insomma, è un’esigenza vitale. Facciamo solo i nomi legati alle due grandi città, Milano e Napoli: Pisapia o Moratti, Lettieri o De Magistris rappresentano possibili trionfi di realtà profondamente diverse. Non ci possiamo sottrarre alla scelta, è un atto dovuto verso gli altri cittadini, verso il Paese.

Almeno per non essere ostaggio dell’indifferenza e dell’irresponsabilità, buon ballottaggio a tutti.

Uguaglianze diverse

Uguaglianze diverse

21 maggio 2011 | ,

Libertà, uguaglianza, solidarietà, parità. Giuridicamente me ne sono fatta una pelle. Di certi principi ho fatto il pieno con trasporto. Equità, ragionevolezza, valori di nobiltà assoluta, di cultura avanzata, di democrazia.

Ma in pratica la storia scrive altre pagine. Fatichiamo a sostenere il disagio in famiglia, sul lavoro, tra gli amici. Figuriamo nel macro cosmo della società allargata.

Lo vediamo ignobilmente nelle relazioni con deboli e bisognosi, lo tocchiamo scioccamente o ipocritamente con l’omosessualità, lo respiriamo angosciosamente con l’immigrazione.

Mi disgusta e mi terrorizza il cinico sprezzo dei duri, degli intolleranti, di quelli che non sopportano le umane sfumature e tanto meno sono disponibili a condividere con tutti luce e cammino. D’altra parte mi preoccupa e mi infastidisce la retorica delle aperture facili, della fratellanza universale a portata di mano, dell’indulgenza totale.

E’ tragicamente più facile che mantengano intenti e promesse i primi dei secondi, accidenti. In questi tempi di egoismo frenetico, di panni sporchi, di spocchie lussuose ed effimere, di impoverimento culturale, di deficit d’amore e di giornate troppo piene di niente per lasciar spazio a qualche alito di autentica umanità quello che urlano i primi è comodo, spaventosamente realistico, tristemente compreso, quello che proclamano i secondi è manciata di parole che non arriva a scaldare la pelle e a convincere.

Ciondoliamo tra i fustigatori delle diversità e coloro che le agitano come bandiere, senza neanche notare quanto la diversità è somiglianza.

Credo che la nostra dimensione spirituale abbia bisogno di potenti iniezioni di saggezza, volontà, passione. Perché dobbiamo affrancarci dalle persuasioni scivolose, dall’arroganza, dalla sciatteria, dalla crudeltà. Dobbiamo ritrovare la fierezza della nostra natura e tirar fuori dalla naftalina il pensiero.

Altro che questioni intellettuali di civiltà. Questa è una grande causa di pura sopravvivenza. Non possiamo più fare sconti ai lupi e lasciar morire gli agnelli. E non dobbiamo più stordirci di chimere vergognose. Se abbiamo imparato che non c’è un mondo del bene che possa cancellare quello del male, dobbiamo imparare però anche che la giustizia, la comunanza, la sensibilità sono scelte obbligate per le persone di buon senso e sani sentimenti. La ruota gira e possiamo sempre ritrovarci a soffrire quello che abbiamo fatto patire agli altri. Ecco, ricordiamoci questo per partire se proprio abbiamo bisogno di qualche stimolo per accendere i motori. 

Non esistono formule magiche, in verità.

Ma esiste il senso di orientamento. E anche qualcosa che non vi piacerà ma è importantissima: la difficoltà. Non possiamo credere che ci sia dato godere di sciolte esistenze, incuranti degli affanni altrui, refrattari alle regole e al buon gusto, apatici alle pene collettive. E’ ora di capire che a maniche rimboccate, con la dignità che gonfia il petto e la carità in testa possiamo fare la rivoluzione.

Coraggio!

Politici nudi

Politici nudi

20 maggio 2011 | ,

Ci vorrebbero occhiali capaci di mostrarci i politici nudi mentre predicano in tv, gesticolano ai congressi di partito, straparlano in conferenze stampa, bisbigliano sbadigliando nelle aule di palazzo.

Tempo fa, ne Il Gabinetto dei potenti, mi dilettavo a immaginarli in fisiologica seduta di evacuazione fecale. Oggi li umanizzo figurandomi le loro nudità. Non è un esercizio sciocco. Spogliarli sdrammatizza le apparenti compostezze del ruolo, squarcia il velo di maschera e belletto, sgonfia il timore riverenziale. E tutto sommato ricorda anche a loro che sono uomini e donne, solo uomini e donne.

Non è che a renderli comuni ci vogliano l’impaccio della cellulite, l’invecchiamento, la curva flaccida. Se mai ci sono la viltà, la sfacciataggine, la preparazione, lo zelo, la disonestà, la miseria o la virtù insomma.

Ma mi piace l’idea di un teatrino politico in mutande e calzini o in reggiseno e perizoma. Non è insolenza. Anzi, forse è una declinazione realistica della loro recita. Non pensiate che io alluda solo a indecenti figure che danzano nel loro stesso dissoluto costume. Mi riferisco alla immediatezza, alla verità, alla natura che la nudità evoca.

Figuratevi questa schiettezza di membra allo stato brado mentre proclamano vittorie, fanno accordi, promettono apparentamenti, prendono le distanze da schieramenti di ballottaggio e altre simili amenità. Guardateli ignudi e disadorni che tradiscono, feriscono, si vendono, si offrono, complottano.

Patetici, ripugnanti, audaci o fragili. Anime vinte e avvinte dal gigantesco macigno del denaro e del potere. Tra ricatti, ripicche, ambizioni sfrenate e schiavitù. Perché questo casino di sagome discinte rivela una dimensione tragicomica di degenerazione fulminante. Non sai se si prendono sul serio, se ci prendono in giro, se sono manovrati da forze occulte.

Provate a giocare con me anche voi. Slacciate loro le scarpe, toglietegli le cravatte, sfilategli i pantaloni, svestite le gentili signore delle loro camicette di seta.

E’ un modo come un altro per chiarirsi le idee, qualora le aveste ancora confuse…

Salta come un Grillo

Salta come un Grillo

16 maggio 2011 | ,

Il Movimento a 5 stelle si profila come la grande rivelazione di queste elezioni amministrative. Al dato eclatante di Bologna fanno eco altri risultati minori ma degni di nota a Torino, a Novara e in molti altri comuni d’Italia.

Sicuramente questa espressione di voto popolare sarà letta, in relazione alla perdita di consenso dei partiti tradizionali, come fuga e dispersione. In un certo senso, drammaticamente, lo è. Perché il Movimento oggi non ha numeri da maggioranza e quindi inevitabilmente si pone come forza che sottrae sostegno a quegli schieramenti che hanno possibilità di amministrazione. Perché il Movimento proclama la rottura, si pone come elemento di azzeramento del sistema, auspica una svolta radicale. Insomma perché il successo del Movimento non può tradursi nel reale governo di qualche realtà locale e rende però faticosa la netta affermazione di un polo o dell’altro.

Ma questo poteva e doveva accadere, avremmo dovuto saperlo bene tutti, politici in primis. L’errore, se mai, era sottovalutare Grillo e la grande energia del Movimento.

Probabilmente questo si confermerà come il vero banco di prova della buona volontà politica. Non sarà più possibile fare spallucce, schernire o disprezzare il Movimento a 5 stelle. Non è più il vezzo di un comico, è un moto di cittadini con idee, programmi, obiettivi.

Ovviamente sarà anche il banco di prova dei grillini perché quelli che siederanno nei consigli comunali dovranno tenere alta la bandiera che hanno sventolato in rete e nelle piazze, con le mani pulite e zelanti, la trasparenza, il rapporto di informazione e coinvolgimento con la base. Anche con le battaglie più rivoluzionarie e la decisa e profonda distanza dalla casta, dalla corruzione, dallo spreco, dalla disonestà, dal compromesso nebuloso.

Aspettiamo gli esiti completi degli spogli, gli eventuali ballottaggi e poi gli insediamenti definitivi. Però il Movimento a 5 stelle ha già raggiunto quello che poteva raggiungere: qualche trampolino di lancio per dimostrare la bontà di un grimaldello che scardini le vecchie e terribili logiche nelle quali il Paese si muove da anni o da decenni.

Al di là del pensiero politico e delle scelte di ciascuno questa prospettiva dovrebbe allettare e meritare il rispetto di tutti noi cittadini di questo tempo difficile.

Non credo che il periodo post elettorale sarà un comodo viaggio in discesa. Anzi. Temo proprio che metterà duramente il dito nella piaga. Il clima politico sarà, se possibile, ancora più incandescente nello sfibrato tessuto di un’economia e di una società che reclamano attenzioni serie. Però potrebbe richiamare tutti noi alla partecipazione e alla determinazione a vigilare. E sarebbe questo lo spiraglio di luce.