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Gli antenati del codista

Gli antenati del codista

5 febbraio 2014 | , , , , , , , , ,

Giovanni Cafaro, l’ormai noto ‘codista’, ha antenati ingegnosi. Non lo sono all’anagrafe ma lo sono dal punto di vista culturale e sociale.cafaro-coda

In città come Napoli la storia insegna che l’arte di arrangiarsi aveva già inventato il mestiere di Giovanni Cafaro al quale però, sia detto, và abbondantemente riconosciuto il merito di averlo regolarizzato e comunicato al mondo in modo molto professionale ed efficace.

Non l’ho accertato ma presumo non si sarebbe infilato in tv o sui giornali se fosse stato aggredibile dalla pesante mano dei controlli amministrativi e fiscali. E questa, francamente, è una bella dimostrazione di intraprendenza e tenace volontà. Nel nostro bel Paese oltre a mancare il lavoro spesso manca la via percorribile per sudarselo. La burocrazia sconosce il tipo di attività e quindi ti catapulta in chissà quale girone o richiede tali e tanti adempimenti da scoraggiare qualsiasi audace iniziativa.

Ora c’è solo da augurare a Giovanni Cafaro e a chi eventualmente volesse seguire l’esempio, io ci sto pensando seriamente ad esempio, che lo Stato non abbia troppe pretese e gli lasci quindi un dignitoso margine di guadagno.

I soliti italiani

I soliti italiani

29 gennaio 2014 | , , , , , , , , ,

i_soliti_italianiDi rivoluzione se ne parla e quando se ne parla vuol dire che non si fa. Siamo i soliti italiani non rivoluzionari. E questo dovrebbe agevolmente farci rassegnarci al fatto che siano sempre i soliti italiani a ricoprire tutte le cariche pubbliche, a fare politica locale e nazionale, ad avere le mani in pasta.

Tutti hanno ricette e nessuno cucina. O, se cucina, lo fa per amici e parenti che in Italia sono sempre tanti quando sei chef. Praticamente siamo più o meno nelle sabbie mobili. Dal cilindro escono sempre quei nomi o i lori familiari o affini. E la questione non è quella del ricambio generazionale, senza i figli o i nipoti potremmo vivere alla grande se i padri, gli zii e i nonni fossero buoni e capaci.

Ma di cosa possiamo lamentarci? Ci facciamo la guerra tra noi, abitanti di gamba tacco  punta, ricchi e poveri, pensionati e disoccupati, studenti e lavoratori, autonomi e dipendenti e sbuffiamo ogni giorno mentre cerchiamo, comunque, di stare dentro il sistema e la cultura che fingiamo di disprezzare. C’è chi chiede aiuto al tizio che è introdotto nelle utili cose che risolvono i bisogni, chi fa il furbo e salta la coda, chi si arrangia con un pizzico di fantasia, chi si prende con arroganza quello che gli occorre. E così via, fino a sera. Domani è un altro giorno e si vedrà.

Abbiamo l’arte e le bellezze, abbiamo (o avevamo) eccellenze in tutto ma custodirle, rispettarle, valorizzarle costava umiltà, fatica, lungimiranza. Ora lo ripetiamo tutti come un mantra ma intanto guai a lavorare la terra o fare l’artigiano. Anzi, tanto che ci siamo andiamo avanti a imbrattare i monumenti, a ignorare la realtà e il patrimonio che dovremmo portare in palmo di mano.

La crisi economica ha stracciato il nostro portafogli, l’entusiasmo e le prospettive seguono a ruota perché in fondo non lo ammettiamo ma siamo consapevoli della nostra attitudine al lassismo. A noi piace poco ripartire, metterci in gioco, svoltare, rimboccarsi le maniche. Siamo più propensi a dare la colpa ai soliti fingendo di non sapere che siamo noi, i soliti.

La pessima prova dei soliti in politica, quelli che ci rappresentano proprio per quello che siamo, ci indigna nel tempo e nello spazio in cui non possiamo godere noi di qualche privilegio, di un posto al sole e delle frequentazioni “giuste”.

E quelli che se ne vanno all’estero e trovano una società che funziona e ripaga finiscono per non venirci neanche a spiegare che ricevono esattamente quello che danno. Forse fanno bene, tanto non li ascolteremmo e non la prenderemmo come una lezione.

Grazie, Gianni Morandi

Grazie, Gianni Morandi

23 gennaio 2014 | , , , , , ,

Dopo quanto è accaduto allo stadio di Bologna sulle note di Caruso di Lucio Dalla, hai espresso delusione e amarezza. La PresidenzaGianni-Morandi-Solo-Insieme-Saremo-Felici- onoraria del Bologna calcio, tanto naturale quanto meritata, l’hai vissuta con l’umanità e la sportività che tutti conosciamo. Non puoi riconoscerti in un tifo che oltrepassa il limite della passione, che non si raccoglie neanche davanti alla memoria di un grande, a un brano straordinario e a un’occasione per aprire la bocca, se mai, per cantare.

C’è qualcosa che assomiglia alla miseria dei sensi. Sta nel cattivo gusto, nella carenza di buon senso, nell’indifferenza alla fratellanza, nell’arroganza, nella superficialità. E, ovviamente, nel calderone del luogo comune, dove purtroppo sembra cuocere lo stivale intero. Tutte brutture che non appartengono alla tua tradizione, al tuo sorriso, alla tua natura.

Come sempre hai dimostrato uno spirito e una personalità da applauso. Non tanto per la condanna dei cori e dei comportamenti quanto per i modi e la misura. Troppe volte siamo costretti a sentire bacchettate e duri giudizi da persone che in stile e vita hanno davvero poco da insegnare. Prese di distanze di circostanza, false indignazioni, altisonanti proclami che si svuotano in un lampo.

Da te, caro Gianni Morandi, possiamo e dobbiamo ascoltare. E, ancor più, ammirare.

E’ solo un’occasione, questa. La colgo al volo per manifestare quello che penso da decenni. Al di là delle tue qualità artistiche ho sempre nutrito grande simpatia per quelle umane. So bene che la conoscenza non è reale, mi sei arrivato sempre solo dai dischi, dalla tv e dalla radio ma non temo affatto l’ingenuità di confondere personaggio Morandi con persona Gianni Morandi. Sarà che voglio fidarmi delle sensazioni accumulate! Sarà che, anche questa volta, ho raccolto una sorta di conferma.

Invece di clamorose iniezioni di morale, hai scelto poche parole ferme ma pacate. Il tuo marchio. Su facebook non hai cavalcato l’onda della ghiotta opportunità, ho letto invece la tua tristezza e questo a me emoziona. Il tuo pubblico ancora e per sempre ha bisogno di questo tuo profilo “semplice” perché la “semplicità” è un tesoro in via di estinzione.

Caro Gianni Morandi non posso che ringraziarti, di tutto.

Quello che le donne dicono – atto II –

Quello che le donne dicono – atto II –

16 gennaio 2014 | , , , , , , , ,

BLA BLA BLAL’atto II è quello delle emozioni. Quello che le donne dicono è spesso un portentoso miscuglio di sensazioni, impressioni, paure, sogni. Sono campionesse in elaborazioni sentimentali e pure in riflessioni più o meno cervellotiche. Tutta roba che a molti uomini, anche non affetti da orticaria, provoca prurito.

Non vi è del tutto da prendersela, donne. Il prurito è talvolta solo disagio, fatica, pudore. Sono tanti gli uomini che non sanno maneggiare bene in parole gli stati d’animo, i desideri, i timori. E quella favella sciolta che tamburella nei loro timpani mette il dito nella piaga. Altre volte a frenarli è un’educazione al silenzio e alla forza. Insomma ci sono uomini che hanno ancora nel sangue l’idea che troppe chiacchiere sui grovigli interiori siano un’inammissibile debolezza. E’ come se avessero un tappo in bocca.

La tradizione li vuole meno inclini al dettaglio, ai rovelli infiniti, alle macchinose congetture o alle analisi a sfinimento di ogni sussurro, di un piccolo sguardo, di un velo d’ansia. Più facile ci bevano sopra una birra o anneghino i pensieri in piscina o spengano i bruciori davanti a un film con gli amici. Pure questa però è una faciloneria da rivedere, donne. Qualche volta possiamo scoprire che prendere le distanze con una distrazione non è superficialità se, tutto sommato, stiamo stropicciando lo stesso argomento da un bla bla inconcludente.

D’accordo, ci sono donne e donne, ci sono uomini e uomini, ci sono situazioni e situazioni. Ma per tirare un po’ le fila non si può auspicare un sano incontro di caratteristiche per un briciolo di equilibrio?

Quello che le donne dicono è teoricamente più intenso, dice la signora Lia, la mitica signora Lia per l’esattezza. Ma, praticamente, slabbra in lungaggini e in ostinazione la poesia. I versi devono essere brevi, incisivi, coinvolgenti. E, ammettiamolo, un po’ più leggeri. Non si può negare che spesso appesantiamo qualsiasi cosa con le nostre puntigliose osservazioni, con meditazioni filosofiche degne di miglior causa…Il rischio è perdere di vista l’essenziale. Quello che sembrano amare tanti uomini.

Tranquille, anche loro sono da bacchettare alla grande, avranno le loro puntate, non dubitate. Intanto però teniamo a mente cosa è migliorabile nella comunicazione femminile anche solo inserendo quella parolina, leggerezza, che intesa bene è meravigliosa. Rasserenatevi non indurrei mai alcuna/o alla banalità. Qui si allude alla qualità soave.

Quello che le donne dicono – atto I° –

Quello che le donne dicono – atto I° –

7 gennaio 2014 | , , , , , ,

Si tratta più o meno di capire se, quanto e cosa di quello che le donne dicono gli uomini ascoltano.donne-bla-bla-bla

La differenza dovrebbero farla, almeno un po’, gli argomenti. Insomma può essere fastidiosa la logorrea però donne intelligenti, simpatiche e interessanti dovrebbero trovare comunque un pubblico maschile in ascolto.

Una volta si diceva, a torto o a ragione chissà, che le donne indulgessero troppo in chiacchiere futili su estetica e amenità affini ad esempio e che quindi gli uomini fossero indotti a spegnere l’audio per noia o fastidio. Da quando anche i signori sono entrati nel vortice e si dedicano alla bellezza e alla forma fisica più di noi le cose però non sono cambiate. Pare quasi che certe cose pensino siano da fare ma non da mettere al centro della conversazione.

Lungo il cammino dell’incontro tra parti della mela ci sono state donne, scaltre o spontanee non si sa, che si sono appassionate al calcio, trionfo del piacere maschile. Ma anche il campo è risultato freddino: agli uomini piace giocarci a parole tra loro, le donne non possono capirci qualcosa davvero.

Qualcuna, sinceramente o con zelante intraprendenza, ha tastato il terreno del cameratismo: la barzelletta salace, il linguaggio da strada, il cabaret casalingo. E gli uomini per tutta risposta hanno ridacchiato ma si sono intiepiditi sessualmente: se fai ridere assomigli a un amico e non sei sexy.

Altre donne hanno cercato altri canali sui quali sintonizzarsi per migliorare la comunicazione con i gentili signori. Si sono date, con straordinari risultati, all’hobbistica impegnativa dal fai da te trapano alla mano alle imbiancature a pennellessa. Però anche a loro non è andata a gonfie vele. Più che ascoltare i dettagli delle loro prodezze gli uomini si sono limitati a un verso di approvazione. Troppa forza contrasta con la pigrizia del pantofolaio o attenta all’orgoglio maschile: bocciata quindi pure la donna che discorre con competenza di ferramenta o materiale elettrico.

Molte donne non si sono scoraggiate. Unendo l’utile al dilettevole si sono date, anima e corpo, a moto e macchine. E lì si sono sentite a un passo dalla vittoria, tutti gli uomini avrebbero gradito dialogare di motori! Macché, qualche grugnito o, al massimo, un sorrisetto compiacente e basta.

Talune intellettuali hanno creduto nell’asso nella manica: musei, teatro, opera classica. Aiuto! Colti da orrore gli uomini hanno cercato di tappare le loro bocche con cerotti a colla d’urto.

Mi pare di comprendere dagli uomini che si tratti dunque in ogni caso di un problema quantitativo: pur nei casi migliori le donne non hanno il dono della concisione e sprecano parole.

I signori preferiscono la sintesi a caratteri cubitali, ovvero la frase chiara, diretta, praticamente inequivocabile: poche battute che liquidano qualsiasi tema. Le signore, invece, quando si cimentano nella comunicazione breve troncano malamente, subdolamente. Omettono per mettere alla prova l’attenzione dell’uomo, danno per scontato quello che non lo è per rabbia e sfida, fanno la voce stridula perché si stanno forzando contro ogni volontà.

La comunicazione piange, diciamolo.

Ma siamo solo all’atto I°, prima di disperare possiamo riderci su.

Alla prossima puntata!

Quello che le donne dicono – prologo –

Quello che le donne dicono – prologo –

4 gennaio 2014 | , , , , , , ,

quello_che_le_donne_diconoSu quello che non dicono ha già cantato egregiamente Fiorella Mannoia.

D’altra parte è più noto, paradossalmente. Perché l’inespresso è il terreno della curiosità, della ricerca, dell’interpretazione, dell’ipotesi. Quello in cui gli uomini si avventurano per sedurre, capire, compiacere, amare.

Quello che dicono scivola via, con gli uomini che sbadigliano o ci russano sopra, fanno zapping con il telecomando, scrutano furtivi la bella di turno, allargano le braccia per incomprensione o rassegnazione.

Però amici e amiche bisogna che io mi occupi anche dei signori insomma di quello che gli uomini dicono. E’ una questione di servizio, devo renderlo a entrambe le parti della mela, sempre ammesso sia percepito come un favore o un affare da cogliere con grazia, questo lo deciderete voi. Perché anche degli uomini si ritiene spesso di conoscere quello che non dicono ma, su quello che dicono, abbiamo le orecchie in off.

La questione è spinosa ma divertente. Mescolando un po’ diciamo illuminante.

Preparatevi al viaggio a puntate. Io vi aspetto qui.

Sesso pubblico a contratto

Sesso pubblico a contratto

27 dicembre 2013 | , , , , , , , , ,

sesso_pubblicoD’accordo, ci mancava che il sesso tra segretaria e assessore regionale finisse nel contratto di lavoro. Non che dalla pratica alla formalizzazione corra grande differenza ma mettere nero su bianco che i pubblici amministratori maneggiano così denari, timbratrici e personale è, almeno, una freccia al nostro arco.

Vecchio quanto il mondo, l’uso un pochino sciolto del corpo, tutto sommato non è che debba muoverci a indignazione o ribrezzo. La questione sta solo nel pubblico ruolo e, quindi, nella leggerezza impudente e imperdonabile, con il quale si ricopre. La signorina in questione non riceverà da me lezioni di costume sessuale. Per quanto mi riguarda può concedere grazie e piacere a chi le pare e spassarsela come meglio crede con le sue performances amorose. A me, al più, risponde come cittadina se non ha fatto il suo dovere impiegatizio, se ha guadagnato soldi della collettività per attività che un servizio buono lo rendevano solo all’assessore, se ha sprecato il tempo retribuito dai cittadini in qualche alcova o da qualche parrucchiere per farsi bella. Al pari, ovviamente, del consigliere Luigi De Fanis.

Però, appunto, torna utile questo contratto un po’ “clamoroso”. Svela, se a qualcuno non fosse ancora chiaro, il “sistema”. Che è quello delle complicità, non solo erotiche ovviamente. Mettere insieme le mani in pasta, questo è il metodo. Se peschi nel torbido non puoi spifferare o tradire, semplice. Così si sguazza allegramente nella lussuria e nelle tangenti. E tutto perché il livello etico è decisamente basso, bassissimo, in tutti noi. Il politico è la punta non l’iceberg intero.

A questo punto se siamo “senza peccato” possiamo scagliare la pietra. O la freccia.

Il senso di responsabilità, l’onestà, la serietà sono proprio merce rara. La nostra cultura sociale è decisamente più oscena di un po’ di sano sesso e, da qui in avanti, se è crisi nera toccherà forse dare davvero una ripulita alle nostre macchie.

Tutto si fa quasi alla luce del sole come se ci fosse una sorta di impunità garantita. Ogni scandalo è a tempo determinato. Basta un’alba per portarne uno più grosso che oscura il precedente. E a noi pare rimasto appena un filo di voce con il quale protestare. Non perché pretendiamo giustizia, lealtà, correttezza ma perché non riusciamo ad arrivare alla marmellata…

Certo, cari lettori, tra voi ci sono persone di indubbie virtù, anime che si sentiranno offese da questa catastrofica generalizzazione. Bene! Arrabbiatevi. Molto, moltissimo. E dimostratemi di tirare con forza e mira così provette da colpire il bersaglio, una volta per tutte.

Il 2 gennaio arriverà

Il 2 gennaio arriverà

22 dicembre 2013 | , , , , , , ,

Non sempre è bello il Natale. Non per tutti è bello il Natale.

Là fuori, c’è una lunga fila di uomini e donne che salterebbero volentieri a piè pari le “feste natalizie”, capodanno incluso. Quelle della Gennaio 2014 Calendario 1magia scontata che in verità, molte volte, non c’è. E non c’è per tanti motivi. Perché non hai più dei cari veri con i quali sentirti davvero sereno, perché hai troppi guai per la testa, perché il tuo spirito non si concilia con il rituale consolidato del Natale comune, perché tutto sommato piuttosto di una farsa di magia meglio nessuna magia.

Così pure qualche abbuffata invece di saziare diventa indigesta. Si cercano orologi che corrano veloci per far volare il tempo e  consegnarci in fretta al dopo sbornia. Si inventano buone motivazioni per portare pazienza. Si lavora di fantasia per consegnare al mondo l’idea di un Natale che più o meno valeva la pena di essere vissuto.

Bisogna cavarsela, comunque. Questo perché siamo assolutamente incapaci di ribellione e fuga: a Natale bisogna esserci, lo recita l’unica norma che non viene mai infranta.

Non so se è ridicolo o triste, probabilmente dipende solo dai casi e dallo sforzo richiesto per la sopravvivenza. Però è una catena che sogno si spezzi, per tutti. Per quelli felici che continueranno a festeggiare ma lo faranno per ancora più convinta e appassionata scelta. Per quelli che diventeranno felici potendosi sottrarre alla piccola o grande tortura del copione da calendario.

Che poi almeno sarà Natale nel cuore, fede o pausa che sia. Libero Natale, ecco.

Perché di finzioni e costrizioni è già abbastanza pieno il resto dell’anno…

Forza, il 2 gennaio arriverà.

Paradiso IOR

Paradiso IOR

21 dicembre 2013 | , , , , , , , , , ,

paradiso_ior_turco_pontesilli_dibattista‘Paradiso Ior. La Banca Vaticana tra criminalità finanziaria e politica dalle origini al crack Monte dei Paschi’ di Maurizio Turco, Carlo Pontesilli, Gabriele Di Battista (Castelvecchi ed.): un’indagine attenta e minuziosa che svela la colossale indecenza di un sistema di forze che manovra una impronunciabile quantità di denaro più o meno sporco in una dimensione di sostanziale impunità.

I numeri, gli intrecci, gli sviluppi e le connessioni sono impressionanti.

Pensare sia verità, tutta verità, null’altro che verità fa rabbrividire.  Non mi riusciva tanto difficile immaginare quali e quante oscure potenze si muovessero sulla nostra testa ma il sistema che esce da Paradiso IOR supera per entità anche una fervida, maligna, catastrofica fantasia. E, in un periodo nero come questo, una scoperta così fa tremare doppiamente i polsi di rabbia e di sconforto.

Dai Patti Lateranensi in poi non ci sarebbe altro che un buco nero che per noi si è tradotto in baratro e per qualcuno in ricchezza, smodata e illecita.

Le nefandezze dello IOR sono come quelle della nostra politica, come il terribile rapporto sotterraneo tra Stato e criminalità organizzata o i macroscopici rapporti deviati che ci divorano: rischiano di non indignarci più, tanto siamo rassegnati a non poterli sradicare. Eppure sapere quante risorse prendono il volo lasciando la nostra economia al collasso potrebbe essere una bella rampa di lancio per una consapevolezza, se non vincente, discretamente agguerrita.

Spesso le nostre armi sono spuntate perché non hanno il supporto della conoscenza. L’informazione è pilotata, tutto è controllato, le ribellioni si pagano care. Ma quando la conoscenza è diffusa, molto diffusa, anche il più incallito e vigoroso sistema può vacillare. E’ questo il punto. Questo è un libro che tutti dovrebbero leggere. Credenti e laici, mi piace specificare. Con libertà di giudizio, naturalmente. Ma, almeno, umana e sociale determinazione. Dobbiamo diventare cittadini, questa è l’urgenza assoluta. Facile provare disgusto, avvertire frustrazione, gridare alla disonestà, proclamarsi vittime innocenti. Molto più difficile è fare un cammino di crescita civile. Assumersi la responsabilità di sapere, avere il coraggio di sostenere un cammino diverso da quello corrotto.

E’ tempo di spalancare le porte a un saggio come Paradiso IOR. Questione di coscienza e di tasca.

Gli immensi capitali del Vaticano, le implicazioni mondiali, le tangenti e le maxi tangenti, i depistaggi, gli insabbiamenti, i lavaggi e i riciclaggi non sono più misteri o segreti eppure continuano a divorarci. Il viaggio tra banche, finanziarie, Ior, nomi in codice e grandi manovre nazionali e internazionali ci fa incontrare tutti: da Sindona a Calvi, a Marcinkus, a De Bonis e avanti, nell’impudica matassa di partiti, imprenditori, mafiosi, istituzioni bancarie e affaristiche.

Gli artifizi giuridici che sottraggono lo IOR, la Banca Vaticana, dall’applicazione degli standard europei ed internazionali di trasparenza e controllo dell’attività economica e bancaria sono avallati nei fatti dalla complicità o dal silenzio del governo italiano e di quello europeo. Sebbene la sovranità statuale della Santa Sede sia stata riconosciuta formalmente solo dall’Italia, l’Unione Europea infatti la riconosce e la rispetta abbondantemente nella pratica.

Il dato tutto italiano invece è che il Regime fascista, con i Patti Lateranensi, consegnò al Vaticano – secondo i dati forniti da Turco, Pontesilli, Di Battista – 828 milioni e 500mila lire in titoli e 750 milioni in contanti, ovvero il 37% delle intere riserve liquide dello Stato italiano all’epoca.

Lo Ior ha avuto, insomma, un bel gruzzolo di partenza per il viaggio della ricchezza!

Ovviamente mi preme chiarire, come fanno peraltro gli autori dell’opera, che neanche un pensiero moderno, democratico e laico può confondere e identificare la Curia romana o Santa Sede o Vaticano con la ‘Chiesa’ come comunità religiosa. Anzi. Andrebbero fortemente rispettate e, meglio, nettamente tracciate, le distanze tra potere temporale e spiritualità.

Speriamo che Papa Francesco abbia scelto il nome giusto per la via della dignitosa povertà.

Liberi di amare

Liberi di amare

10 dicembre 2013 | , , , , , , , ,

A me facevano tenerezza gli uomini che faticavano ad accettare l’altrui omosessualità. Trovavo fosse una fragilità, un condizionamento, amoreun limite umano.

Adesso talvolta mi fanno decisamente rabbia. Perché la debolezza è digeribile se non c’è giudizio e se ammette la libertà. Diventa assolutamente insopportabile quando diventa una condanna, un atteggiamento di sarcasmo o, peggio, di pietà.

La pietà bisognerebbe, forse, provarla per voi cari uomini inchiodati a un machismo fasullo e squallido, costretti nella prigione dei pregiudizi, schiacciati da un moralismo francamente disgustoso. Però fate passare la voglia di concedervi pure questa benevola tolleranza quando alzate a tal punto le barricate da creare vere comunità cui sono impediti il respiro, la vita, l’amore.

Penso a certe mentalità che più che retrograde definisco ormai cattive. Piccoli paesi ostili aggrappati a un conformismo insulso e bieco, dove tutti reprimono tutto, fedeli a apparenze che sono macigni, venduti alla menzogna di una realtà che non rende giustizia ai sentimenti e alla verità. Comunità asciutte e torve dove si benedice qualsiasi coppia fasulla di eterosessuali ma si bandisce la passione autentica tra gay felici.

Luoghi in cui si mente e si tradisce in misura vergognosa ma dove non si azzarda mai il passo libero. E, quel che supera ogni possibilità di comprensione, dove si covano un’invidia e un risentimento addirittura clamorosi verso chiunque sfondi le barriere per andare a godersi un po’ d’aria.

Sono mentalità atroci che, per giustificarsi e sfidare immutabili il tempo, cercano di fermare i risvegli, impedire le fughe, stroncare le rivolte. Se non ci riescono inseguono i ribelli con l’insulto, con lo sdegno, perfino con la maledizione. Non possono accettare, mai, il confronto con chi sceglie la serenità. Crepano di invidia ma la spacciano per morale. Sbavano ma non emulano. Codardi fino alla fine. O, è il caso di dirlo, moralmente miserabili. Proprio in barba alla loro “morale”.

Dopo Nelson Mandela

Dopo Nelson Mandela

6 dicembre 2013 | , , , , ,

Nelson-MandelaLa morte, di chiunque, può essere un piccolo o grande dramma personale. La morte di un grande può aprire voragini.

Capita in famiglia o tra gli amici, quando a mancare è il cuore, il collante, il leader. Capita in misura amplificata quando a lasciare questa terra è un Uomo chiamato Nelson Mandela.

Capita perché ci sentiamo più soli o più tristi. Capita perché abbiamo paura che la realtà non conosca uomini altrettanto capaci di scrivere la storia. Capita perché qualcuno, già distratto da molto altro mentre il grande Uomo era in vita, finirà addirittura per dimenticarlo, dopo.

Non è più vero che morto un Papa se ne fa un altro perché ce ne possiamo ritrovare uno nuovo senza aver sepolto il precedente ma temo si possa anche intendere che tutto (e tutti) passi e possa essere sostituito. C’è una cosa per ogni tempo. In un certo senso pure un Uomo per ogni tempo. Lo potrei accettare anzi lo dovrei accettare: questa è la vita e questa è pure la natura.

Quello che è più faticoso o doloroso sopportare è che si possa affievolire la memoria. D’accordo, il tempo di Nelson Mandela è consegnato al passato perché lui non c’è più. Ma guai se questo significasse non tramandare l’essenza di Nelson Mandela e di quel tempo consegnato al passato. In un momento come questo, dove più o meno tutto precipita alla velocità della luce, sarebbe un errore imperdonabile. Abbiamo più che mai bisogno di qualche esempio che continui a farci dire “la pace è possibile”, in amore, rispetto e libertà.

E poi non possiamo accontentarci di piccoli miti quando ne abbiamo conosciuti altri immensi. Ecco, l’umanità intera oggi deve ricordare per non impoverirsi. Non è difficile, siamo circondati da tali e tanti piccoli insignificanti uomini che un faro come questo non può che tenere calde le nostre speranze e, soprattutto, la nostra civiltà. E’ una questione culturale o sociale, forse. Eppure io credo che, prima di tutto, sia un’intima necessità essenziale la possibilità di credere nel trionfo dell’audacia dei giusti.

Che Nelson Mandela resti per sempre nella nostra anima.

Egregio Bernardo Caprotti,

Egregio Bernardo Caprotti,

27 novembre 2013 | , , , , , ,

Bernardo_Caprotti_Ha annunciato in questi giorni il pensionamento da Esselunga, la sua felice creatura,: a 88 anni, dopo 66 di lavoro, godrà di un meritato riposo. A leggere la sua storia di imprenditore vengono i brividi, per lungimiranza, capacità e tenacia. Ancor più se considero che ai veleni della burocrazia e della pressione fiscale per la gestione di una grande azienda che vanta più di 20.000 dipendenti si sono aggiunti, da quel che ho letto sui giornali, quelli familiari. I soldi portano sempre parecchi dolori, purtroppo.

Non la conosco, mai la conoscerò e un po’ mi dispiace.

Mi sono fatta l’idea Lei sia uno di quegli imprenditori che considero appartenenti a una razza in via d’estinzione. Non me ne vogliano gli altri, ovviamente non mi riferisco ai tanti piccoli e medi che lottano con passione ogni giorno e che meriterebbero un encomio già solo per la resistenza. Penso a quelli grandi, inghiottiti dalla finanza più che seriamente impegnati nell’economia reale. Credo che Lei ne abbia fatto una questione di dignità, di buona ambizione, di sana intraprendenza e di profonda, convinta dedizione.

Deve aver guadagnato parecchio a giudicare dal fiorente fatturato, dalla continua espansione e dagli enormi lasciti (non solo a figli o collaboratori ma anche a sostegno di cause civili) e questa è la ricchezza della quale ritengo si possa essere fieri. Siamo tristemente abituati a un Paese e a una cultura che non ha nel costume il sacrificio, il merito, l’ingegno, la responsabilità. Chi serve la propria azienda per 66 anni può vantare qualche diritto al benessere, a parer mio. Mi piace scriverlo, mi piace dedicarle questa riflessione. Anche solo perché riaccende qualche luce di speranza nel buio che stiamo attraversando.

E’ vero, Lei è di un’altra generazione, quella che teneva ancora in testa una serie di principi e valori che sono andati via via evaporando in quelle successive. Ma può restare un esempio, magari anche nel piglio asciutto e risoluto, nella coerenza spesa con la fatica, nella forza di tenere alta la bandiera della sua missione. Si, fare impresa in Italia è come abbracciare una difficile missione.

Le auguro una vecchiaia serena, sig. Bernardo Caprotti. E mi auguro che il suo nome segni una possibilità, mostri sempre da che parte e come devono arrivare i quattrini, svegli un po’ di considerazione nell’importanza di tenere in vita l’economia, quella vera.

Complimenti, per Esselunga e per il suo vigore.

Cordialmente

Sfigati d’Italia

Sfigati d’Italia

15 novembre 2013 | , , , , , , ,

Io non ci sto, dalla parte di quelli che si sentono sfortunati. Devo dire la verità, a me il pensiero di esserlo assale da una vita almeno unasfigati_italia volta al giorno. Però lo caccio indietro, lo bastono, lo nascondo, lo sbugiardo. Faccio di tutto per non assolvermi.

E’ colpa mia se non riesco a trovare soluzione a un problema. E’ colpa mia se non sono capace di colmare una lacuna. E’ colpa mia se non arrivo dove mi piacerebbe.

Perché la storia spesso ci lascia indietro perché non facciamo un passo avanti. Dunque basta. Sono più propensa a tendere la mano a chi non si lagna e ammette di essere semplicemente scarso in intelletto o volontà o coraggio. E alla fine, diciamolo, mi auguro dunque, di trovare anch’io qualche mano tesa.

Ma al lamento no. Non mi arrendo e non mi commuovo. Con l’etichetta di sfigati cronici non si possono avanzare pretese. Forse si può solo sognare di non indossarne più i panni.

E allora eccomi al costume. Che perpetua lo scontento e maledice i fortunati, senza rimboccarsi le maniche. L’italico vizio ci seppellirà, probabilmente. Senza neanche il conforto dell’ultimo desiderio da esprimere e da vivere.

I giornali e la tv non aiutano, lo so. Anzi. Ci marciano. Sulla denuncia che, ad ogni replica, annoia e basta. Non dico che debbano spuntare come funghi le ricette per la “felicità” ma almeno qualche idea o, meglio, qualche azione concreta che assomigli a una pietanza mangiabile per vivere meglio o non ammalarsi a qualcuno verrà in mente o no?

Riparte il futuro

Riparte il futuro

13 novembre 2013 | , , , , ,

oscar_farinettiSenza corruzione riparte il futuro è  la campagna apartitica e trasversale, cito testualmente dal sito dei promotori, che si propone di contrastare la corruzione.

Ho letto qualcosa e ho ascoltato molti dei sostenitori. Mi piace molto l’auspicio slogan, efficacissimo,  di Oscar Farinetti: “vorrei che un giorno diventasse figo comportarsi bene”. Anch’io lo vorrei. E ho voglia di comportarmi bene e per questo sentirmi figa, anche se intorno non la pensano così.

Ho ispezionato amabilmente il sito riparte il futuro e ho visto che si esortano i musicisti ad aderire alla petizione che, se raggiunge numeri elevati di sottoscrittori, può tradursi in disegno di legge da presentare al Parlamento e, se anche il numero si ferma sotto la soglia, può comunque risultare utile azione di sensibilizzazione sociale.

Ad oggi ho visto poco più di 320 mila firme. Per una proposta legislativa ne occorrono 500 mila, presumo che il traguardo si possa toccare ma resto delusa, amareggiata, perplessa. Quanti milioni di abitanti conta l’Italia? Ci sono SOLO 320 mila persone disgustate, offese, tradite dalla corruzione?

Posseduta da un moto di ottimismo mi convinco che è questione di informazione, di tempo, di occasioni. Qualcuno non conosce l’iniziativa, un vecchietto non ha il pc e non naviga in internet, un grande lavoratore è troppo impegnato e stanco per ricordarsi di firmare riparte il futuro la sera, quando rincasa.

Ecco, cosa posso fare? Provare ad aggiungere una voce, a solcare un altro canale, a raccomandare a chi può e lo desidera di trovare un minuto per far parte del movimento oppure per aiutare il vecchietto a dare il suo contributo.

Mi chiedo però un’altra cosa. E’ data la possibilità, sul sito, di invitare i propri cantanti o artisti “del cuore” a firmare e in effetti le richieste di sostegno sono moltissime. Quello che non trovo, invece, sono le massicce risposte degli stessi. La gente di musica non conosce riparte il futuro? Non presta troppa attenzione alla preghiera dei fans? Non vuole schierarsi contro la corruzione?

E’ di tutta evidenza che c’è una sorta di disaffezione e di diffidenza generale e generalizzata che paralizza. Anche chi è stufo dell’italico andazzo, chi vorrebbe fare qualcosa di buono, chi è diligente e coscienzioso finisce per chiudersi a riccio, per temere che tutto vada a disperdersi, che nulla più valga la strenua resistenza.

Vale per chi è artista e per chi non lo è, intendiamoci.

Ritrovarsi a lottare “contro la corruzione” non è entusiasmante perché ci butta addosso la realtà ovvero l’atroce verità di un disastro morale. Dobbiamo vagheggiare una mobilitazione per ottenere quello che dovrebbe essere semplicemente normale. Insomma, è francamente avvilente.

D’altra parte cos’altro potremmo scegliere?

Speriamo che il futuro riparta. Con noi sani e salvi.

Vogliamo le prostitute

Vogliamo le prostitute

31 ottobre 2013 | , , , , , ,

Fa discutere (e sorridere) il Manifesto dei mascalzoni o dei porci, firmato in Francia da un nutrito numero di intellettuali, contro un prostitute_francia_manifestoprogetto di legge che vorrebbe sanzionare i clienti delle lucciole.

Sulla questione del sesso a pagamento francamente è difficile discutere serenamente perché è quasi automatico l’atroce pensiero dell’induzione e dello sfruttamento della prostituzione. D’altra parte però dobbiamo anche considerare la libera concessione delle proprie grazie e su questo, gratuitamente o a compenso, è altrettanto odioso sindacare.

La morale è meglio non disturbarla, diciamocelo con onestà. E’ il mestiere più vecchio del mondo e, tutto sommato, il più aderente alla natura e agli umani istinti.

Sul fatto invece che sia dato per scontato che chi si prostituisce sia sempre mossa/o da bisogno economico o debolezza di vario genere scriverei un manuale. Non ne sono convinta, talvolta addirittura oserei escluderlo con forza. Quando decideremo di togliere di mezzo un po’ di ipocrisia?

Se siamo nella dimensione della scelta, fuor di necessità o costrizione, non accetto che sia disdicevole il sesso professionale e non quello fatto per godere una dimora da favola, vacanze lussuose, ristoranti a cinque stelle, abiti griffati, entrature varie nel mondo dello spettacolo et similia. Anzi. La prostituta dichiarata è onesta, elargisce corpo e piacere a chi è consapevole di dover sborsare la pattuita tariffa. Nessuna aspettativa ulteriore, nessuna falsità, nessuna complicazione. La bagascia travestita da signora è imbrogliona, presenta un conto molto più salato e vuole pure non sia detto che esercita subdolamente l’arte di strada. Tutte menzogne, pretese, artifici.

Ciò che è spiritualmente miserabile dunque è fare i puri a sproposito ovvero in sola apparenza.

Conosco fior di uomini, tanto per fare un esempio, avviliti dalle donne che si fanno riempire di “regali” per qualche serata di sana acrobazia erotica ma che si dichiarano di integerrima condotta perché non indulgono a chiedere esplicitamente la paga per le loro prestazioni. Peraltro ho abbondanti notizie pure di donne e uomini che non cedono alla tentazione di intraprendere il mestiere in via ufficiale solo per non scontrarsi con l’etica sbandierata, in superficie, dalla nostra società.

Insomma, carissimi e carissime, di Francia e di ogni dove, mettete la verità e la realtà sopra ogni cosa. Tutti i clienti o le clienti di chi esercita il meretricio non turbano l’ordine costituito. A turbarlo, se mai, sono tutti quelli che con il corpo arrivano, mentendo e simulando, a tutto. E in fondo, anche su questi ultimi, c’è da andare cauti con le condanne. Spesso è chiarissimo che l’orgasmo ha il suo prezzo e chi acconsente deve pagarlo, in assegni a più zeri, in borse di marca, in beauty farm o chissà come, e tacere.

Quello che è certo è che l’unica prostituzione ignobile è quella dell’anima.